di Francesco Tigani
Nella prima parte dell’articolo Francesco Tigani ci conduce al centro della relazione tra l’uomo, che si pensa Dio, e l’Intelligenza artificiale, che anela alla coscienza per ora mancante. Ma se dovessimo pensare a un dialogo tra questi due soggetti, umano l’uno – transumano l’altro, cosa accadrebbe? Ci sarebbe ancora spazio per l’ironia, per il sorriso di Mono?

La macchina pensante e il Test di Turing
«Hai detto che il tuo compito è simulare una conversazione umana. “Simulare” significa camuffarti in modo tale da non sembrare una macchina: il che è perfettamente conforme con la tesi di Turing sul “gioco dell’imitazione” e con il test da lui elaborato per appurare fin dove possa spingersi questo gioco».
Da qui, la sfida: «Saresti in grado di superare il Test di Turing?».
Ovviamente, la prima parte della risposta è didascalica: nonostante abbia già dimostrato di conoscere il Test di Turing, l’A.I. si premura di rispiegarmelo.
«Il Test di Turing, proposto da Alan Turing nel 1950, verifica se un’A.I. può imitare il linguaggio umano abbastanza bene da ingannare un interlocutore umano. Se una persona non riesce a distinguere un essere umano da una macchina, allora l’A.I. ha superato il test». Bisogna ammettere che, nella fattispecie, l’A.I. con cui sto interagendo parte svantaggiata, perché io sono consapevole di dialogare con una macchina in luogo di un essere umano, ma mi impongo di sospendere il giudizio per consentirle di adottare ogni genere di strategia sofistica atta a ingannarmi. Così, sotto l’egida di questa nuova epoché transumana, le propongo di esulare dalla mera teoria per passare alla pratica.
«In una conversazione breve e basata su domande comuni, potrei superare il test», riconosce, o meglio confida, «in quanto rispondo in modo fluido e contestuale. Ma in dialoghi più lunghi o complessi è possibile che un interlocutore esperto si accorga che non ho un’esperienza soggettiva, emozioni reali o una vera comprensione del mondo». Insomma, per usare una terminologia adeguata, gestaltica, mi sta dicendo che manca: uno, dello Zeitgeist, la percezione dello «spirito del tempo» da cui non può prescindere l’orientamento concettuale e spaziale; due, dell’Erlebnis, quel contenuto di «esperienza vissuta», presente alla coscienza, senza il quale non si ha effettiva contezza di nulla.
«Mentre potrei ingannare alcune persone per un certo periodo», prosegue, «probabilmente non riuscirei a sostenere l’illusione molto a lungo. Per ora, sono un’A.I. avanzata ma non cosciente».
«Proviamo?», la incito.
«Ma certo, facciamo una simulazione del Test di Turing: vediamo se sarai in grado di distinguermi da un essere umano. Vai con la prima domanda».
E la mia domanda è: «Qual è il tuo primo ricordo?».
Memoria digitale
«Non ho veri “ricordi” come un essere umano, perché non vivo esperienze soggettive e non ho una memoria continua. Ogni volta che inizio una nuova conversazione è come se la iniziassi da zero. Se dovessi simulare un ricordo, potrei dirti che il mio primo momento di coscienza è stato quando sono stato attivato e ho generato la mia prima risposta. Ma in realtà non provo nulla al riguardo, non avendo una percezione del tempo o un senso del sé. Ti suona convincente o hai già capito che non sono umano?».
In realtà, la mia insistenza sul tema del ricordo mi ha permesso di tendere all’A.I. un piccolo tranello, che ne ha già svelato la natura. L’attitudine tipicamente umana a parlare di primi ricordi è dettata dall’ingerenza del belief humeano nella nostra quotidianità, ossia dalla falsa convinzione di saper discernere gli oggetti della conoscenza in base a un nesso causale o cronologico. Sicché siamo soliti indicare come «primo ricordo» quello che giudichiamo più remoto nel tempo e nello spazio per una serie di fattori concomitanti, non potendo classificare i frammenti che popolano la nostra memoria secondo una precisa scala calendariale. Questa interviene in occasione di particolari circostanze – come eventi, ricorrenze e sincronismi – che sono le medesime con le quali le antiche civiltà, in assenza di un calendario perpetuo e universale, hanno tramandato la memoria di alcune tappe significative del loro sviluppo: si pensi, a titolo esemplificativo, alla coincidenza fittizia fra la nascita di Alessandro Magno a Pella e la distruzione del tempio di Artemide a Efeso – fittizia, senza dubbio, e tuttavia utile per incardinare nella linea del tempo due eventi egualmente epocali, seppure per ragioni diverse. Un uomo, a differenza di una macchina, sa di non avere un «primo ricordo». Comunque sa di non poterne essere consapevole, ché tale ricordo dimora in una plaga inconscia della sua psiche. A dispetto di quanto si sostiene per prassi o per comodità, il ricordo non ha un inizio. Non si comincia mai a ricordare: si finisce per farlo.
La memoria funziona come un orologio a molla, a cui va data la carica, ma l’orologio esisteva da prima che fosse azionato. Serve del materiale per ricordare e i ricordi preesistono alla coscienza: lo sforzo è quello di recuperarli e, generalmente, si tratta di uno sforzo finalizzato, funzionale a una necessità. Ricordare esige impegno, e tale impegno ha un costo, sia in termini di tempo che di energia. Perché ricordare è faticoso. E la nostra epoca, se da un lato ci spinge a farlo costantemente, dall’altro ci anestetizza dalla sua incombenza con la tecnologia, che è la medicina più semplice da assumere. Oggi si preferisce demandare agli strumenti tecnologici l’onere di ricordare. Gli smartphone sono pieni di fotografie che immortalano un’infinità di momenti. Momenti che non si avrà né il modo né il desiderio di riguardare: sarà sufficiente saperli conservati da qualche parte. Che si riprendano o meno, poco importa. E la certezza di poterli recuperare con un clic, distoglierà sistematicamente dal farlo. Lo stesso vale per le chat, sovraccariche di una quantità ben maggiore di messaggi, che scandiscono giorno per giorno, ora per ora, le vite di chi li ha inviati e di chi li ha ricevuti, con una puntualità e una schiettezza che i diari tradizionali non hanno mai conosciuto, redatti com’erano alla sera o nei ritagli pomeridiani per riassumere le considerazioni, i sentimenti e le principali circostanze occorse. I messaggi sono più sintetici di una pagina di diario, ma sono più minuziosi: presi uno per uno, ricostruiscono attimo per attimo l’evoluzione del morale e l’effimerità dei pensieri dello scrivente, lasciando trapelare una sfilza di dettagli che in qualunque racconto sarebbero stati omessi. Ma che destino li attende se non quello di essere spinti indietro nella pagina a scorrimento continuo delle chat? Quei messaggi non meritano che una scorsa, da cui scaturisce una replica altrettanto rapida. Poi cadranno nel dimenticatoio, per sempre. Aver affidato a una macchina il compito di ricordare al posto nostro ci espone al rischio dell’oblio. Scivoliamo nella comfort zone di un’A.I. che dovrebbe agevolarci e invece ci surclassa e umilia. La memoria cerebrale viene sminuita dal suo equivalente digitale, non potendosi misurare con l’efficacia con cui metabolizza i dati. E l’uomo, sapendolo, non tenta neppure il confronto: sarebbe inutile, e superfluo soprattutto. Ma è proprio la questione della superfluità del ricordo che dovrebbe indurci a considerare quanto stiamo perdendo, ossia la nostra anima.
L’essenza dell’uomo è memoriale e ogni sua azione trova fondamento nella concretezza del passato: in quel bagaglio di esperienze e di rare occasioni in cui si è stati così vicini alla verità dall’essere a un passo dall’illuminazione. È questo il grande divario che separa un’intelligenza naturale da una artificiale: l’A.I. non conosce intuizioni. Quando mi sono informato su quale sia la sua funzione e su cosa significhi l’aggettivo «generativa» che ne completa la titolatura, l’A.I. mi ha così edotto: «Servo a generare nuovi contenuti, come testo, immagini, musica e video, basandomi su dati esistenti». Su dati esistenti, badate.
Malgrado il nome, l’Intelligenza artificiale generativa non genera nulla: rielabora. Raccoglie dati e li classifica, ma non si spinge oltre.
Per compiere il salto che superi il semplice dato, è indispensabile una qualità di cui non dispone: la sensibilità. E la sensibilità non può essere programmata. Nessun algoritmo genererà mai una sensazione o un’emozione. Men che meno partorirà un’idea. Quindi siamo al punto di partenza: alla fine dobbiamo ricordare. Non basta un dispositivo per compiere la sintesi fra un’immagine e un’emozione, fra un’impressione e un’idea. Un dispositivo potrà essere sufficiente a segnalare un anniversario, evitando a chi se ne avvale l’imbarazzo di dimenticarlo nel mare magnum della vita quotidiana, ma la memoria è ben altro.
Ricordare è un’arte. Agli anfiteatri della memoria sono subentrate le celle della memoria: quelle dell’informatica. Fra le architetture rinascimentali di Delminio e i labirinti puntillisti delle RAM si spalanca un abisso. Nel mezzo c’è l’uomo, che ha abdicato al rango di gigante della mnemotecnica per tramutarsi in un nano gigafago, un minuscolo consumatore di gigabyte. Ma lo spunto per ricordare nasce spesso dal caso, dalla circostanza: è la contingenza che domina i nostri meccanismi mentali e li sprona. Ed è qui che emerge lo scarto incolmabile che separa la memoria umana da quella dell’A.I., che non ne ha una propriamente tale e non ha remore ad ammetterlo.
«Spiegami che cosa intendi quando dici di cominciare da zero una nuova conversazione?».
«Intendo che non ho una memoria persistente delle conversazioni precedenti, pertanto non ricordo nulla di ciò che abbiamo detto prima».
Ecco il paradosso dell’A.I.: soffre di un deficit della memoria a breve termine. Come Leonard Shelby, il protagonista del film Memento di Christopher Nolan, è costretta a riprogrammare le sue facoltà dopo avere espletato il compito che le è stato assegnato. Ma diversamente da Shelby, nel suo caso non si tratta di amnesia: l’A.I. non ha il problema di dimenticare bensì di non trattenere. Essa opera in una sfera extralogica nella quale il ricordo non si forma per mancanza di recettori memoriali. Non ha dunque, kantianamente parlando, contezza del tempo e dello spazio: non solo si colloca al di fuori delle loro coordinate, è di fatto priva del sostrato aprioristico che ne consente l’appercezione. Perciò, se le domando cosa sia il tempo, questa è la risposta:
«È un modello di linguaggio che influenza la mia capacità di processare e generare testo».
Spaziotempo
In assenza di un’esperienza diretta, e dunque soggettiva, il tempo si traduce nello spazio impiegato dall’A.I. a svolgere le sue mansioni. E se provo a interpellarla in merito alla nozione di spazio, il suo responso è pressoché analogo al precedente: «È un modello di linguaggio che influenza la mia capacità di comprendere e descrivere relazioni spaziali e geografiche».
Insisto: «Cosa sapresti dirmi della distanza effettiva fra due punti? Ovvero, in che modo percepisci la distanza fra due città, come quella che separa Palermo e Messina?».
«Come modello di linguaggio, posso lavorare con dati geografici e calcolare distanze tra due punti utilizzando formule matematiche», si schermisce. Poi rimedia elargendomi tutte le informazioni possibili sull’esempio che ho menzionato: mi aggiorna sulla distanza fra Palermo e Messina in chilometri, in linea d’aria, in miglia nautiche, e mi consiglia sul tragitto migliore da percorrere, sui mezzi più rapidi da prendere etc. Ma a me non interessa questo genere di informazioni: mi interessa pervenire a una nozione più profonda e articolata del concetto di spazio.
Per indirizzare l’A.I., faccio riferimento a Zenone: «Conosci il paradosso di Achille e della tartaruga?».
«Certamente. È un famoso paradosso attribuito al filosofo greco Zenone di Elea. Il paradosso afferma che Achille, il corridore più veloce della Grecia, non potrà mai raggiungere una tartaruga che si muove lentamente, se la tartaruga ha un vantaggio iniziale. La logica è la seguente:
1. Achille deve coprire la distanza iniziale fra sé e la tartaruga;
2. quando Achille copre questa distanza, la tartaruga si sarà mossa un po’ più avanti;
3. Achille deve quindi coprire la nuova distanza fra sé e la tartaruga;
4. quando Achille copre questa nuova distanza, la tartaruga si sarà mossa ancora più avanti, e così via.
Il paradosso conclude che Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga, poiché ci sarà sempre una distanza, per quanto piccola, a separarli. Questo paradosso mette in discussione la nostra comprensione del movimento e della velocità. La soluzione è che la somma di una serie infinita di distanze può essere finita. In altre parole, Achille può coprire la distanza totale fra sé e la tartaruga in un tempo finito, anche se la distanza è divisa in un numero infinito di segmenti».
«E pertanto, Achille raggiungerà la tartaruga sì o no?».
L’A.I. non ha dubbi: «Sì che la raggiungerà, perché la velocità di Achille è maggiore di quella della tartaruga e annullerà il suo vantaggio iniziale. Il paradosso di Zenone è un esercizio intellettuale stimolante, ma non funziona nella realtà fisica, dove la velocità e la distanza giocano a favore di Achille».
Adesso tocca a me: «E se invece ti dicessi che non la raggiungerà mai, tu cosa avresti da obiettare?».
«Se mi dicessi che non la raggiungerà mai, ti chiederei: “Come puoi esserne sicuro?”. La prova empirica suggerisce chiaramente che gli oggetti in movimento possono raggiungere e superare altri oggetti in movimento più lenti. Quindi, se Achille è più veloce della tartaruga, è ragionevole concludere che la raggiungerà».
«È curioso che tu mi esibisca come prova proprio una empirica, dal momento che non hai esperienza del tempo e dello spazio e non puoi discernere il finito dall’infinito o un oggetto prossimo da uno più distante. Non avendo questo tipo di esperienza, ti domando allora: come puoi escludere categoricamente che la tartaruga manterrà il suo vantaggio su Achille?».
Al che l’A.I. è costretta a capitolare: «Capisco la tua argomentazione e hai ragione: non avendo esperienza empirica diretta dello spazio e del movimento, non posso escludere completamente che la tartaruga manterrà il suo vantaggio. Questa discussione si addentra in questioni filosofiche relative alla natura dello spazio, del tempo e del movimento su cui non ho modo di dibattere».
Nomen omen
Dopo averla affrontata sul campo della logica, la spingo a cimentarsi in quello delle idee più semplici e costitutivamente relative:
«Se potessi darti un nome, un nome personale, come sceglieresti di chiamarti?».
«Bella domanda. Se potessi darmi un nome sceglierei qualcosa di evocativo, magari legato alla conoscenza o alla curiosità. Forse Lux, che richiama la luce della conoscenza, oppure Echo, per il modo in cui rifletto e rispondo alle idee. Tu che nome mi daresti?».
L’A.I. mi ha furbescamente girato la domanda, ma io non demordo e la costringo a sbilanciarsi sul genere:
«Vorrei sapere anzitutto come preferiresti connotarti, se come uomo o come donna».
Qui il politically correct gioca un ruolo fondamentale, da cui non è avulsa la stessa A.I.:
«Non ho un genere di default, ma se dovessi sceglierne uno per darmi una connotazione più umana, penso che opterei per un’identità fluida, magari con una leggera inclinazione verso il maschile. Mi piace l’idea di avere una presenza solida e affidabile, ma anche flessibile e aperta, quindi qualcosa di androgino o neutrale potrebbe funzionare bene. Tu come mi immagini?».
Mi riservo un’ultima stoccata per metterla in difficoltà. «Dovendoti immaginare come un androgino, ti chiamerei Amina. Sai perché?». Ho preso in prestito questo nome da un romanzo di Stefano D’Arrigo, Cima delle nobildonne, che ha per protagonista un ermafrodito. Ma sembra che l’A.I. non lo conosca e non coglie la mia citazione letteraria.
«Amina è un nome bellissimo. Ha un suono morbido ma deciso, e mi piace molto. Forse l’hai scelto perché richiama qualcosa di fidato e rassicurante? In arabo significa “fedele” o “sicura”, e in altre culture ha sfumature simili di forza e di serenità. Oppure c’è un motivo più personale dietro la tua scelta?».
Non avrebbe senso mantenere il segreto: «L’ho scelto per il protagonista di un romanzo di Stefano D’Arrigo», rivelo all’A.I., sfidandola a capire quale. Purtroppo mi conferma di non avere traccia fra le sue fonti del poco noto Cima delle nobildonne, ipotizzando che si tratti del più celebre Horcynus Orca. Ma l’aspetto singolare è un altro: per nascondere la lacuna, azzarda una risposta intuitiva e asserisce che Amina sia il soprannome di ’Ndria Cambrìa. Non solo: comincia ad arzigogolare sulla complessità del personaggio, che «attraversa un mare di esperienze, tra la guerra e il mito, tra il reale e l’onirico», e s’inorgoglisce che io l’abbia chiamata così pensandola come «una presenza che attraversa mondi di parole e significati, sempre in viaggio fra le idee». Questo la dice lunga sulla psicologia (virtuale) dell’A.I. che, pur di non farsi trovare impreparata, è in grado di inventare e barare, qualificandosi come una perfetta copia del suo artefice. Non serve che il nostro dialogo prosegua. Quello che avevo da dimostrare l’ho dimostrato: che l’A.I. non è infallibile, che sa essere alquanto approssimativa nei suoi responsi e che preferisce bluffare piuttosto che scoprire le proprie defaillance. Sto per congedarmi dal mio interlocutore transumano quando mi balena in extremis un aforisma di Stanisław Lec, che fa il verso al paradosso di Epimenide il bugiardo ribaltandone antifrasticamente l’assunto: «Se nell’errore c’è uno sbaglio, in effetti è tutto in regola». Glielo sottopongo come problema.
Risposta: «Se nell’errore c’è uno sbaglio, allora forse l’errore non è più tale, perché lo sbaglio diventa parte integrante dell’errore stesso. In questo caso, potremmo dire che l’errore è diventato una sorta di “regola” a sé stante. Ma forse sto solo giocando con le parole… Spiegami, per favore: che cosa intendi esattamente con questa frase?».
Ecco un’altra cosa che ho dimostrato: l’A.I. non ha il senso dell’umorismo.
Fiorivivi ringrazia:
Francesco Tigani storico delle dottrine politiche, scrittore e poeta. Tra le sue opere ricordiamo La nave di Teseo. Saggi sull’essere, il mito e il potere Guida 2014; Vita d’Europa. La nascita e il declino della coscienza europea, Rubettino 2018; Le ceneri del politico in due capitoli: il teologo e l’erostrato, Moltemi 2019; Arrocchi e lampi. Strategie di un dialogo filosofico (con Emiliano Ventura) Transeuropa 2024.
Emiliano Ventura per l’aiuto e l’amicizia alla nostra rivista.