Sessualità. Festival Treccani della lingua italiana

Con interventi di Maria Serena Sapegno, Federica Castelli, Gilda Y. Diotallevi

Il 25 e 26 maggio si è svolta nella zona di Garbatella, precisamente a Piazza Damiano Sauli, la VII edizione del Festival Treccani della lingua italiana, ideato appunto dalla Fondazione Treccani Cultura, con la collaborazione dell’Università di Roma Tre e l’VIII Municipio di Roma. Un appuntamento annuale, pensato per promuovere la riflessione su tematiche in grado di coinvolgere l’opinione pubblica in un dialogo di confronto tra differenti posizioni.

La parola su cui si riflette quest’anno è la sessualità.

Introduzione

di Gilda Y. Diotallevi

SESSUALITÀ s.f. Complesso dei caratteri sessuali e dei fenomeni che concernono il sesso. Le innumerevoli definizioni che si hanno della sessualità sono dovute al fatto che essa afferisce a dati biologici, antropologici, sociologici, psicologici, per arrivare fino ai rami della religione, dell’etologia e della botanica. Anche il fatto che l’approccio alla sessualità sia in continua evoluzione, dipendendo dalla storia, dalla politica e dal cambiamento sociale in generale, impedisce che di essa vi sia una spiegazione univoca o mono concettuale. Si è comunque potuto constatare quanto lo studio sulle sue diverse caratterizzazioni, frutto di variabili spazio-temporale, sia fondante per l’organizzazione di ogni singola società e come, avendo a che fare con il vivente, coinvolga la vita relazionale pubblica e privata. La sua interrogazione è continua, ma soprattutto proficua in questo momento di trasformazione della società, dove nuove forme di descrizione delle identità di genere, una inedita consapevolezza corporea e l’importanza dell’estensione dei diritti a tutta la comunità LGBTQ+ si stanno affacciando nel panorama socio-politico. La mancata normazione ma la continua sottoposizione a regole e visioni parzializzanti, ha finito per rendere la sessualità un terreno di scontro e di lotte, ma anche la cartina di tornasole dello stato di ‘salute’ di una società.

L’etimologia del termine è stata soggetta a diverse interpretazioni. C’è chi fa richiamo al termine greco τεκοs (tèkos; generato) a sua volta derivante dal verbo τίκτω (tikto; generare, procreare). Altri invece riconducono l’origine del termine al greco ἕξις (exis=qualità, stato) o alla radice latina sec- del verbo secare (tagliare, separare), che in senso più lato, intende il distinguere il maschio dalla femmina.

Sfondo onnipresente ed enigma, crocevia di norme e di desideri, luogo d’infinite contraddizioni, la sessualità è libertà e mancanza, terreno di imposizioni e divieti, oggetto di pruderie, ma anche avventura, espressione di sé, strumento d’emancipazione e consapevolezza. Indefinibile, eppure da sempre sottoposta a regole, essa è la sfera dell’incontro, del piacere egoistico come del dono, è un’energia mobile che costantemente ci interroga e che richiede il dialogo, con sé stessi e con l’altro. (Fondazione Treccani cultura)

Come sempre sarà proprio il linguaggio a guidarci nelle trasformazioni di pensiero e di azione, aprendo ognuno di noi a un nuovo pensiero e a una sensibilità di natura collettiva. Emerge infatti l’importanza della parola, così come spesso la mancanza di essa per riferirsi ai mutamenti e ai cambi di prospettiva teoretica e pratica. Una mancata chiusura della definizione della sessualità è segno di una incertezza concettuale di fondo, dovuta anche alla evoluzione della storia e della società stessa, ma può trasformarsi anche in terreno di studio e in proficuo spazio di comprensione e rispetto.

Tra i vari e interessanti contributi che studiosi, giornalisti e professori hanno esposto nelle due giornate della Treccani dedicate alla parola sessualità nella nostra cultura occidentale, riportiamo alcune parti di due interventi: uno della prof.ssa Maria Serena Sapegno e una della studiosa Federica Castelli che ringraziamo e verso cui siamo debitrici. Le riflessioni di queste due pensatrici hanno ben mostrato la complessità del tema e il coinvolgimento di tanti aspetti contraddittori che nel tempo in parte si sono sedimentati, in parte si sono decostruiti, finendo per influire sulla nostra stessa idea di identità.

Passione e autorità nella letteratura occidentale

di Maria Serena Sapegno

Fin dall’origine della nostra cultura esiste in realtà un conflitto di potere tra i sessi che determina profondamente sia le forme del vivere civile sia ovviamente la sessualità. Ciò che intendiamo per sessualità oggi è lontano da quelle origini ma è comunque segnato dal dato che la società patriarcale, nella quale ancora viviamo, si è fondata sul controllo della generazione, […] sul dominio del padre rispetto alla donna e ai figli. Nei vari miti creazionisti del mondo, da quello del Codice di Hammurabi a quelli greco romani, c’è stato dunque un primitivo grembo materno che genera autonomamente e poi una potenza maschile che lo soggioga per affermare il proprio ordine. […] Alla sconfinata potenza generatrice del femminile, nel tempo si contrappone la concezione che la forza vitale viene solo dal contributo maschile, rispetto a un contenitore inerte che è ciò che è diventato il grembo femminile. Questa è la concezione di Aristotele, quella di una donna passiva, che non ha vita, che invece viene successivamente apportata dall’intervento maschile (chiara espressione dell’invidia maschile di generare che continuerà per lungo tempo fino alla nuova scienza). E continuerà a lungo anche questa rappresentazione ambivalente del femminile. Da un lato una sessualità incontrollata, dall’altro la potenza del materno ma asessuato. Sono proprio contrapposti, due aspetti inconciliabili del femminile da giocarsi uno contro l’altro. […] Tuttavia nella ricostruzione, necessariamente rapida, della rappresentazione della sessualità in letteratura, vorrei riprendere un punto di vista che ho già sperimentato utilmente, il mio, insieme a molte altre donne, di figlie ribelli al patriarcato. Sentirci pari ai nostri amici e compagni era un’illusione, […] sembrava che essere donne potesse essere solo o accettare il modello non felice delle nostre madri oppure imitare le poche donne emancipate che sembravano avere piuttosto come modello gli uomini. […] E ciò andava facendosi più chiaro alla luce della così detta rivoluzione sessuale che apparentemente ci prometteva una inedita libertà ma finiva per riproporre una sessualità nella quale non ci riconoscevamo. In fondo così poco sapevamo di noi e della nostra sessualità.

Allora guardare alla letteratura poteva essere interessante.

La figura archetipica ribelle della letteratura greca è Antigone, figlia di Edipo, che sfida la legge del padre Re in obbedienza a leggi più antiche: la legge della natura, del materno. Figura controversa e drammatica punita duramente per la sua ribellione, si toglie la vita come estremo atto di libertà contro la prigionia, sepoltura, a cui è condannata. Lo scontro di Antigone non è con il padre carnale ma in difesa delle leggi non scritte e incrollabili degli dei. Antigone: Se il figlio di mia madre, dopo la sua morte avessi lasciato insepolto cadavere, di tale fatto avrei sofferto.  Creonte: Davvero io non sono uomo, ma uomo è costei se questa audacia ne rimarrà impunita. Ma Antigone si oppone anche per argomenti che a lui non possono che apparire deboli: Non sono nata per condividere l’odio ma l’amore. E in particolare le si oppone in difesa dell’ordine patriarcale. Creonte: Bisogna difendere l’ordine e non lasciarsi assolutamente vincere da una donna, meglio se proprio si deve, cadere per mano di un uomo. E non saremmo chiamati più deboli che donne. Il potere paterno non appare trionfante ma spaventato e fragile. È pericolosa questa donna, figlia della madre, eppure audace quanto un uomo. È cruciale non lasciarla vincere per quello che rappresenta. Non vincerà infatti, ma resterà un simbolo della ribellione delle donne al patriarcato.

Ribelle, nella sua libertà di amare e desiderare chi vuole, è una delle grandi protagoniste di Boccaccio, nel suo Decameron, Gismonda, che preferirà uccidersi pur di sottrarsi al controllo, venato di incesto, del padre che ha già fatto uccidere il suo amato. E analogamente Cordelia, figlia del King Lear di Shakespeare, sfida l’abuso di potere del padre che pretende da lei un eccesso di amore, tanto da dichiarare: Io l’amavo sopra ogni altra cosa e pensavo di affidare il mio riposo alle sue cure amorose. Il desiderio sessuale femminile quando viene rappresentato è quasi sempre eccessivo e pericoloso. Proprio Boccaccio sembra spesso fare eccezione, forse anche perché nel Decameron l’ordine non è quello del dominio patriarcale, ma è un ordine scelto insieme da una piccola comunità di giovani maschi e femmine, è l’ordine della letteratura, che si oppone alla morte.

Quando nel 700 illuminista, laboratorio della modernità europea, si pratica la critica radicale al potere assoluto, alla religione rivelata, alle diseguaglianze sociali, all’autoritarismo, tutto ciò porta con sé di necessità una messa in discussione del concetto stesso dell’autorità e quindi dell’ordine patriarcale. Un tema importante quindi la necessità di educare le giovani donne, un vastissimo dibattito in tutta Europa impegna gli intellettuali pro e contro gli studi delle donne. Vi si riflettono i cambiamenti sociali in corso e le convinzioni e i pregiudizi dominanti sulle caratteristiche alla base della distinzione dei ruoli sessuali. Ma siamo sicuri che se le donne studiano poi continueranno a svolgere le loro funzioni e a essere sottomesse? E poi cosa vogliono davvero queste donne? Ecco cosa si chiedono nei dibattiti. I romanzi del 700 in Francia e in Inghilterra segnalano il pericolo della violenza maschile e frequentemente mostrano e denunciano la costrizione imposta alle fanciulle dalla dura legge paterna che le vuole a volte merce di scambio, altre volte chiuse in convento. Ma se la ribellione delle figlie all’autorità è chiaramente rappresentata e permette di vederne le ragioni è pur vero che l’esito non sarà mai fortunato. E quindi l’ordine patriarcale è discusso, ma solo in teoria. In Italia ad esempio Antonio Piazza, uno dei più famosi romanzieri italiani del 700, nel testo di chiusura della sua trilogia, La pazza per amore, in cui la protagonista Giulietta, dopo molte vicende tormentate, finisce appunto per impazzire, si rivolge direttamente alle lettrici: Specchiatevi nel destino di quella infelice, fanciulle dei giorni nostri, che sì facili siete a mordere e scuotere il giogo paterno, per scorrere libere e sguinzagliate gli immensi campi delle licenze, del libertinaggio e degli amori. È una dedica che sembra alludere a un cambiamento importante, dove sono queste giovani libere sguinzagliate? E quale è la libertà di movimento delle ragazze? Certo è un periodo di cambiamento, anche solo per l’accesso di più donne alla cultura e la cresciuta loro partecipazione allo spazio pubblico. Ma soprattutto c’è una verità epocale, come sottolineato nella famosa osservazione di Virginia Woolf. Così, sul finire del 700 si verificò un mutamento tale che se dovessi riscrivere la storia io descriverei più approfonditamente e considererei di maggiore importanza delle crociate o della guerra delle due rose. La donna del ceto medio iniziò a scrivere. La chiave è naturalmente quel ‘ceto medio’, […] la collocazione delle donne che scrivono all’interno di un vasto ceto medio e non più di un élite dominante, dove le numerose eccezioni di donne colte avevano sempre confermato però la regola dell’esclusione della maggioranza. È quindi all’altro soggetto, quello femminile, che si apre la possibilità di dire e di dirsi e a tutti e a tutte di conoscere l’altro punto di vista.

Alcune importanti conseguenze:

Nei romanzi di Jane Austen la protagonista non è come nel comune romanzo del 700 un’eroina innocente e pura circondata dai pericoli, alla ricerca di una protezione che in famiglia non trova, assediata da imbroglioni senza scrupoli, a rischio di stupro, rapimento o follia. No, le sue protagoniste sono invece personaggi complesse, spesso contraddittorie, raccontate con ironia. Nel suo ultimo, Persuasione, la protagonista Anne ha un importante dialogo con un’amica sull’incostanza in amore di uomini e donne. Lui: Credo che non ci troveremo mai d’accordo su questo punto, probabilmente è vero per qualsiasi uomo con una donna, ma mi lasci dire che la stessa storia la contraddice, tutte le storie in prose e in versi, le potrei portare in un momento cinquanta citazioni che mi danno ragione, canzoni, proverbi, tutti parlano dell’incostanza delle donne. Ma magari mi dirà che sono stati scritti tutti da uomini. Lei: Forse lo farò. Sì, sì, se non le dispiace, niente esempi dai libri, gli uomini hanno sempre avuto su di noi il grande vantaggio di poter raccontare la loro storia. Il loro accesso all’istruzione è sempre stato tanto superiore, la penna è sempre stata nelle loro mani, non posso accettare che i libri provino alcunché.

Nei romanzi dell’800 la passione esplode, come nel caso emblematico di Emily Brönte col suo Cime Tempestose. Dopo tante ragazze ubbidienti e timorose, appare Catherine, ragazza ribelle e selvatica, libera e coraggiosa. Ha una madre, non significativa, che muore durante la sua infanzia, un padre tollerante che la lascia libera, fin quando morto il padre e approdata all’adolescenza e alla prima comparsa della sessualità, scopre che ci sono i riti della società patriarcale e quindi apprende che non ha alcuna possibilità di una libertà adulta, che per le donne non è prevista. Una femminilità che è stata espunta con violenza dalla storia umana ma di cui non ci si può liberare, pena la follia. Ed è ciò che accade alla protagonista. È una denuncia forte, il romanzo pubblicato insieme a quello delle sorelle con nomi maschili per evitare di non essere prese sul serio in quanto donne che scrivevano, ebbe un grande successo. Dall’ora in poi fino ai nostri giorni proprio per l’originalità di questa figura femminile così lontana dagli stereotipi e di questa spinta vitale di difesa della propria libertà. Un soggetto nuovo, e la necessità di uno sguardo diverso. Nell’introduzione alla riedizione del 1908 del suo capolavoro Ritratto di Signora, Henry James spiega di aver accolto pienamente l’opinione di George Eliot secondo la quale il personaggio della giovane donna era il miglior veicolo possibile per portare avanti da un’epoca all’altra il tesoro dell’affettività umana. Secondo questo punto di vista quindi, come a suo parere sarebbe testimoniato dai tempi di Shakespeare e della stessa Eliot, scegliere come protagonista una giovane donna consente di raggiungere qualcosa di davvero nuovo. Ma è un’impresa difficile per questo stimolante, rimasta inevasa perfino da scrittori come Dickens o Scott. Si trattava infatti di dar vita piena e posizione centrale a un soggetto nuovo che non aveva mai avuto tale centralità. Ancora di più si tratta di guardare al mondo dal suo punto di vista. Colloca il centro del soggetto nella stessa consapevolezza della giovane donna, mi dicevo, e avrai la difficoltà che cerchi nel modo più bello e interessante. E infatti è proprio ciò fa la protagonista in un lunghissimo monologo nel quale prende forma una nuova coscienza che secondo alcuni rappresenta l’atto di nascita del nuovo romanzo, quello del 900 della coscienza e dell’autoanalisi. James riteneva di dare forma in tal modo a nuova soggettività a un nuovo soggetto che manifestava una inedita attenzione alla vita interiore e che era al meglio incarnato da una giovane donna alla conquista di se stessa e del mondo. Che la famiglia patriarcale avesse bisogno di essere riformata e ripensata sotto la sfida della modernità lo testimoniano le numerose opere letterarie che a cavallo del secolo propongono saghe familiari, narrazioni lunghe, talora in diversi volumi, tese a ricostruire attraverso la lente di una famiglia le trasformazioni della società. Quindi nella famiglia, spesso borghese, si vede il modificarsi della concezione della sessualità, in cui il potere patriarcale comincia a vacillare ma chiede ancora alle giovani donne di funzionare da veicoli di matrimoni, di ignorare la loro sessualità, di accettare unioni non scelte e loro si sacrificano, volenterose, desiderose di corrispondere alle aspettative. Talora però vi sono figure nuove, segno di una nuova immagine, come quella della giovane donna forte, sul tipo dell’amazzone, androgina e indipendente, attraente ma per alcune rifiutata proprio per questa forma di virilizzazione che per molte donne era il segno evidente della inaccettabilità perversa del femminismo che le avrebbe generate. A questa figura che veniva considerata deforme, contro natura, si opponeva una vera e propria mistica della maternità, basata sulla sublimazione della propria sessualità e sul tentativo di addomesticamento di quella maschile. Continua sempre a proporsi questa opposizione duale, la virilizzazione e l’eccesso di idealizzazione della maternità dall’altra.

La letteratura di questo passaggio di secolo, in particolare quella scritta dalle donne, cerca proprio di elaborare queste spinte contraddittorie e rivela alcuni nodi di fondo che spiegano questo passaggio tra due mondi. Racconta di giovani donne che esprimono tutta la nostalgia per una guida maschile con profonda insicurezza sulle proprie capacità di far fronte a una vera autonomia, ma al contrario anche alcuni tentativi di rovesciare la figura umiliante della zitella, quella di una donna rifiutata e destinata alla emarginazione, proponendo invece un’interpretazione opposta, nei termini di una scelta forte della solitudine, senza illusioni romantiche che rivendica la libertà di non essere madri. Una scrittrice di successo come Neera pubblica nel 1886 Teresa, un romanzo di formazione al femminile, che affronta e denuncia senza mezzi termini la condizione delle donne. Il punto di vista è proprio quello della protagonista, Teresa. Cosa poteva fare, ribellarsi al padre? Far morire di cruccio quell’angelo della mamma? Rompere tutte le tradizioni della famiglia? Mancare ai doveri di figlia ubbidiente e devota? La schiavitù la cingeva da ogni lato. Affetto, consuetudine, religione, società, esempi, ciascuno le imponeva il proprio laccio, vedeva la felicità e non poteva raggiungerla. Era libera forse? Una fanciulla non è mai libera, non le si concede nemmeno la libertà di mostrare le sue sofferenze. Ella doveva fingere con la madre per amore, col padre per timore, con le sorelle per vergogna. Alla fine, dopo la morte del padre, la protagonista trova il coraggio di partire per raggiungere in città l’uomo che ha amato per tutta la vita e mentre ormai sulla soglia, con l’aggiunta di una punta di ironia, dichiara: Ebbene, dirai ai zelanti che ho pagato con tutta la vita questo momento di libertà. È abbastanza caro nevvero? Mi colpisce sempre che la Teresa di Neera finisce andandosene, come la protagonista di Casa di Bambola di Ibsen che fa scandalo alla fine dell’800 in tutta Europa perché conclude la sua scena andandosene e sbattendo la porta. È come se simbolicamente si veda la necessità di uscire, di lasciare quella collocazione fisica e simbolica. Bisogna andare fuori e ciò si paga caro. Il romanzo autobiografico di Sibilla Aleramo Una donna, del 1906, è ragione di scandalo e di condanna aperta da molte parti, ma sarà un best seller in Italia, tradotto in molte lingue e rappresenterà la possibilità di sottrarsi a un destino non voluto, ma anche di alti prezzi pagati per questo. Il messaggio chiaro e forte è lo stesso contenuto nel romanzo di Neera, e in tanti altri in quel periodo: se sei una donna, puoi cercare la libertà, certo, ma la pagherai. Per Virginia Woolf, che indagava le profondità della mente umana e cercava di orientarsi con difficoltà tra le caratteristiche appartenenti all’uno o all’altro sesso, scopre che il modello femminile rappresentato da sua madre portava all’annichilimento del sé, quello che i vittoriani definivano privazione del sé. Il modello mascolino offriva maggiori opportunità di autorealizzazione, ma sceglierlo significava rinunciare a essere donna, confessarsi priva di energia sessuale e materna. Così utilizzava un concetto coniato all’occorrenza, l’androginia di Woolf era una lotta per tenere in equilibrio due forze rivali, cercando di non soccombere a nessuna delle due. Femminilità piena e mascolinità piena, così come erano presentate, erano ugualmente pericolose, era necessario cercare continuamente dentro di sé i modi di un nuovo equilibrio. Il problema che Woolf si pone è se e come sia possibile entrare nella società costruita dagli uomini senza rinunciare alla fedeltà a se stesse, alla propria storia, ai propri valori. La domanda viene articolata e fondata a partire dall’invito al pensiero e allo studio, ciò che va conosciuto e compreso fino in fondo è la storia di quella che la Woolf definisce una vera e propria lotta, delle figlie contro i padri e contro il potere patriarcale.

Sarà proprio la letteratura delle donne scritta nel 900 insieme strumento e principale testimonianza di questa ricerca che è ancora in corso. In tutta Europa esse esprimono il loro specifico punto di vista nel racconto della guerra, nel fronte interno, nella resistenza, nello Shoah, intrecciando in modo nuovo e originale le vicende collettive con uno sguardo personale e intimo e dando così inizio a un processo che porta alla nascita di una nuova soggettività femminile che sempre di più rifiuta di restare nello spazio ristretto e soffocante che la cultura patriarcale continua a destinarle. Il femminismo degli anni ’70 porta la sua critica ancora più a fondo e con il separatismo va alla ricerca della voce più profonda e sconosciuta del soggetto donna, delle parole per dirlo. Per esprimere una sessualità spesso sconosciuta, per dare voce a un altro sguardo sul mondo, per mettere in discussione il sistema patriarcale. Per la prima volta da lì ha preso le mosse anche una timida e iniziale riflessione di alcuni uomini sulla propria sessualità e sulle leggi del patriarcato. Hanno talora iniziato a riflettere sui temi di violenza, parlando di mascolinità tossica, ma senza che sia mai stato chiarito troppo bene cosa sia una mascolinità sana o anche solo accettabile. Mi dicono che sempre più uomini vogliono parlare con altri uomini di questo e mi sembra un miracolo, ma il punto più interessante che si mette in luce affrontando gli studi sulla mascolinità è quello dell’accettazione da parte degli uomini di essere considerati anch’essi come esponenti di una collettività sessuata, non neutra o universale e per giunta dominante. Un passaggio analogo ma alla rovescia di quello che hanno dovuto fare le donne per accettare che per capire davvero, dovevano accettare di essere donne, ma poi erano individue e quindi anche diverse tra loro. In altre parole gli uomini sono individui, non si sentono come appartenenti a una collettività, maschile, sessuata, parziale. Come scrive Sandro Bellassai: Mi pare che storia di genere, storia delle donne e storia della mascolinità possano efficacemente convergere, ognuna con le sue ovvie specificità, verso almeno un obiettivo pragmaticamente comune, quello di una storia sessuata del potere e della libertà.

Panoramica su alcune prospettive tra approcci etici e politici sul tema della sessualità

di Federica Castelli

Negli anni la mia esperienza di ricercatrice e di attivista mi ha fatto entrare in contatto con delle prospettive etiche e politiche, di matrice filosofico-politica, femminista e transfemminista che hanno contribuito a creare un quadro e una serie di approcci che mi permettono di rimettere a tema la sessualità non solo come un tema accademico, ma come qualcosa che permea e che ha a che fare con i vissuti di tutti e di tutte. […]Il tema della sessualità infatti può diventare un nodo su cui innescare riflessioni filosofico-politico importanti ma anche trasformazioni sociali concrete. […]Visto che lavorare sulla lingua significa anche lavorare sulle visioni del mondo, riferirsi a sessualità, sesso, genere, identità sessuale non è la stessa cosa. Parlerò di sesso, intendendo l’elemento biologico senza alcuna significazione sociale, cioè la conformazione di un corpo in un modo o in un altro. Con genere invece quelle significazioni sociali e quegli attributi che a un sesso o un altro vengono dati come naturali, ma che le ricerche hanno mostrato cambiare nel tempo perché frutto di una visione culturale e storica che può mutare. Per cui c’è una differenza tra pensare un corpo con una conformazione sessuale maschile o femminile o attribuire forza e debolezza all’uno o all’atro come caratteristiche naturali (coraggio e timore, essere vittime e predatori, o l’essere razionali e impulsive). Tutte queste in realtà sono connotazioni di genere che cambiano nel tempo e che vengono a costituirsi sopra un elemento fisico che di suo non descrive nessuna scala valoriale. (Mentre invece su queste polarizzazioni su cui spesso si creano le norme di genere è implicito un polo migliore di un altro, c’è già una scala valoriale.)

Nel corso del 900 abbiamo assistito a diversi pensatori e pensatrici che, a partire dal nodo tra corpi e politica, hanno cominciato a ripensare la società e le sue dinamiche di potere, […]scoprendo l’effetto che esse producono sui corpi. La sessualità è uno dei veicoli su cui le norme del potere si installano, incidendo sui comportamenti e su quegli aspetti che non individueremo come qualcosa di immediatamente attinente alla sfera della politica (ad esempio cosa ci piace, come ci piace stare con altre persone, e cosa alimenta il nostro desiderio). Micheal Foucault ha messo al centro delle sue teorizzazioni la relazione tra pratiche sessuali e potere, e la possibilità di autoregolarsi rispetto a quello che è stato definito normale e naturale, là dove normale e naturale corrispondono a una visione culturale ben precisa. […] Regolamentare le pratiche sessuali e mettere l’eterosessualità, quella riproduttiva, come norma, non fa che interiorizzarla come normalità e rendere sbagliata ogni cosa che devii da quella norma. Tra le autrici femministe, Silvia Federici analizza come il mondo si organizzi nella nuova visione legata al capitalismo. L’esperienza umana dei corpi viene divisa in quella del lavoro produttivo da una parte, riproduttivo dall’altra, segnata da una divisione sessuale. Viene progressivamente mostrato come naturale che le donne si occupino di tutto quello che viene definito lavoro riproduttivo: dare alla luce i figli, crescerli, prendersi cura della casa, dei corpi di chi lavora, provvedere ai bisogni. E questo l’autrice lo fa corrispondere al controllo della sessualità alle origini del capitalismo, ma anche all’esperienza della caccia alle streghe, […]che avevano un sapere sui corpi e sulla sessualità. È interessante vedere come questi elementi arrivino direttamente a toccare la vita delle singole e il loro modo di rapportarsi non solo con le pratiche dei desideri sessuali, ma anche con quelle sociali. I femminismi degli anni ’70, tra riflessione e pratiche, hanno evidenziato come l’elemento della sessualità fosse l’esito di una visione del mondo ben precisa, quella di un’organizzazione della società patriarcale cui è funzionale il fatto che la sessualità femminile resti non indagata. L’unico caso in cui si parla del corpo delle donne è come corpo riproduttivo, il corpo di una potenziale madre. L’altro aspetto non entra nel discorso e le donne non hanno accesso a una loro narrazione,[…]se non con parole formulate da altri. L’assenza di parole e l’assenza quindi di esperienze dei corpi delle donne porta a un isolamento profondo, a un mutismo. Ma quelli sono anche gli anni in cui, attraverso l’autocoscienza, attraverso il mettere in comune in piccoli gruppi le proprie esperienze sempre personali ma in fondo radicali e politiche, il nodo personale e politico si rivela come forza sociale. Raccontare il proprio vissuto non è qualcosa che riguarda solo se stessi ma è aprirsi al mondo, riconoscersi nell’altra e capire che a rappresentare il problema sono alcune dinamiche strutturali, non la singola sessualità. Sono momenti cruciali. Non è una chiusura nel privato ma è un esplosione della politicità del personale. E quindi nascono i consultori che si occupano di diffondere quel sapere a partire da chi di quel sapere ne fa esperienza. Non solo per informarsi ma per discutere, conoscersi meglio. Il tema dell’aborto diventa politico. In quegli anni collettivi come Rivolta femminile, donne come Carla Lonzi, si concentrano su questo tema, non tanto sul fatto che sia legale o meno, quanto sul fatto della autodeterminazione della scelta. Cosa la rende tale? La scommessa è fornire strumenti affinché tutte possano scegliere liberamente ma a partire dal proprio vissuto, dalle proprie esigenze. Il passaggio fondamentale è quindi la ripresa di un discorso sulla sessualità. Il poco discorso pubblico esistente era determinato dalla visione freudiana che orientava tutta l’esperienza femminile alla riproduzione e la faceva derivare sempre da un tempo di mancanza, di rottura, di distacco e mai qualcosa di gioioso e potente. Proprio in questi anni esce Noi e il nostro corpo (Boston Women’s health book collective), un libro collettivo sulla sessualità femminile scritto da donne per altre donne, che si muove a metà tra il decostruire tutto l’immaginario sulla sessualità femminile preesistente e fornire strumenti e conoscenza teorica pratica su come quei corpi possano funzionare.

Il testo di Luce Irigaray Etica della differenza sessuale mostra come, ripartendo dalla sessualità, dai corpi sessuati e dalla distanza di esperienza e vissuto che quei corpi hanno nel concreto, sia possibile non solo capire come essa sia letta, intesa, praticata all’interno delle società, ma ripensare un’etica diversa. Il suo pensiero segna una rottura dei canoni fino ad allora vigenti, sia nel versante della psicanalisi freudiana, sia nel contesto filosofico e politico. Nell’opera Speculum mostra come tutta la cultura occidentale sia costruita su una distinzione speculare, oppositiva, tra un polo maschile e uno attribuibile al femminile, dove un polo in realtà fa solo da riflesso all’altro. In questo universo concettuale tutto ciò che è assegnato al femminile è lo specchio muto di quello che è immaginato come il maschile. Per questo parla di speculum e non di specchio, perché […]tra le due esperienze, anche per come sono state costruite socialmente, c’è una inassimilabilità. E proprio questo carattere ineliminabile, invece di istituire due poli l’uno contro l’altro o complementari, crea uno spazio di possibilità. Bisogna pensare non alla rigidità di due parti, uomini e donne, ma all’esperienza di una costruzione e di un vissuto che trasborda. L’altro, allargato a tutte le differenze possibili, non lo includo ma crea uno spazio di inammissibilità in cui può avvenire un dialogo. Questo spazio è il modo in cui si possono ripensare eticamente e politicamente in modo diverso le dinamiche, concettuali e non, della società. Non pensare l’altro come il mio specchio muto, ma come l’altro da me che mi interroga, perché vedere qualcun altro che non sono io di fronte a me mi fa già chiedere come potermi definire io, come posizionarmi io. A partire da questa distanza, dal desiderio dei corpi e delle soggettività, dalla differenza sessuale va ripensata tutta l’impostazione filosofica, etica e politica. Una dinamica in cui ci si attrae ma non si arriva mai all’altro. Diversa da una certa cultura patriarcale che ci spinge a pensare all’innamoramento con l’altro come un volerlo fare mio. Come se l’appagamento sia nel momento in cui l’altro è nostro. Invece giocare sul fatto che l’amore non permette di prendere l’altro, anche nel momento in cui si è completamente innamorati, ed è lì la potenza e la bellezza dell’amore. Per amare bisogna essere due, saper separarsi e ritrovarsi. Andare ciascuno o ciascuna alla ricerca di sé, fedeli alla propria ricerca per poter salutarsi, accostarsi, fare la festa o suggellare un’alleanza. Ogni tentativo di ridurre tutta la complessità a uno significa tralasciare qualcosa e invece è in quello spazio lasciato aperto, così come succede nell’amore, che si innesca il rapporto etico, il rapporto politico, il cambiamento sociale.[…]La proposta che la filosofa Irigaray fa è quella di passare dalla vista, strumento di conoscenza del mondo occidentale, al tatto che richiama subito alla sessualità femminile. Le labbra, sia quelle del viso che della vulva, si toccano e il contatto non concepisce fusione. Si toccano, si conoscono poi si lasciano. La conoscenza possiamo provare a ripensarla da quest’altra prospettiva del tatto, non come un fenomeno esterno verso cui penso di essere neutrale e oggettivo, ma per contatto che, con la sua vischiosità, mi fa sentire già implicato in quel rapporto che non è neutro, mi tocca e mi cambia a sua volta. In ogni relazione non solo corporea, ma in ogni incontro che ho con l’altro io mi contamino, muto, rimanendo me stessa. Come le labbra che si toccano e si separano e nell’articolazione di questo movimento si crea qualcosa di nuovo. Quindi è una conoscenza non per pretesa di oggettività ma per intimità, che è qualcosa di fortemente esplosivo. Abbiamo una relazione di contatto, che ci fa uscire modificate da tutto ciò che ci circonda, a livello umano e non umano. […]Lei invita quindi a pensare la società, l’etica e la politica a partire da questa visione che ha a che fare con i corpi e la sessualità, a non gerarchizzare più le funzioni materne e paterne, a non dissociare più amore ed erotismo, che l’educazione all’amore romantico rimuove. Ma soprattutto a dare alle donne la possibilità del molteplice, ossia a uscire da un contesto sociale in cui si viene sempre pensate in rapporto a un altro, senza esperienza sociale e politica collettiva. Permettere alle donne di avere accesso a socialità, cultura, politica, è qualcosa che incide anche nel rapporto con l’altro da sé. Come è infatti possibile per una donna amare un altro se prima non ama se stessa, non conosce come amare se stessa. La nostra filosofa prospetta questa via, questo nuovo amore per se stesse, nella sperimentazione della socialità, dell’essere con altre, in quel personale e politico in cui si mettono in circolo esperienze soggettive, corporee che poi si fanno politiche. E quindi ripensare tutta la sfera pubblica, e dei rapporti tra maschile e femminile al di là dell’emancipazione o esclusione, come un posto dove è possibile pensare con altre in modo autodeterminato. Non più soggetti femminili che chiedono di essere incluse in una sfera già fatta e creata ma in cui ci sia lo spazio, assieme ad altre, in cui pensare come riformularla in modo autonomo e autodeterminato. Ed è così che si creano anche nella società, come nell’amore, il dialogo tra quei due poli. […]Due soggetti collettivi, non riconducibili a istanze univoche, sfaccettati nel loro interno, che nella loro estrema pluralità si autorizzano a parlare l’un l’altro, si riconoscono a vicenda nel loro intrecciarsi complesso. È quindi possibile ripensare la politica e la società come un dialogo, anche conflittuale, ma tra attori che si riconoscono come tali.

Il nodo più rimosso del pensiero politico occidentale, cioè il corpo e la sessualità, e in particolare la sessualità femminile, sono un punto da cui innescare il cambiamento per ripensare la politica e le relazioni sociali. Per cui non qualcosa che riguarda il privato ma qualcosa che invece riguarda sfere politiche, sociali ed etiche della società.

FIORIVIVI RINGRAZIA:

Maria Serena Sapegno professoressa di Letteratura italiana e Studi delle donne e di genere presso la Sapienza Università di Roma.  Dal 2000 coordina alla Sapienza il Laboratorio di studi femministi Sguardisulledifferenze, è stata tra le fondatrici del movimento SeNonOraQuando. Tra i suoi innumerevoli lavori segnaliamo: Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, Mondadori, Milano 2011; La differenza insegna. La didattica delle discipline in una prospettiva di genere, Carocci, Roma 2014; Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale, Feltrinelli, Milano 2018.

Federica Castelli ricercatrice in Filosofia Politica presso l’Università Roma Tre, redattrice della rivista «DWF – Donnawomanfemme», Per IAPh Italia, sezione italiana dell’Associazione Internazionale delle Filosofe, cura l’Atelier Città Transfemminista. Tra i suoi lavori segnaliamo: Corpi in Rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica, Mimesis, Milano 2015; Comunarde. Storie di donne sulle barricate, Armillaria, Roma 2021; Bruci la città. Generi, transfemminismi e spazio urbano (con G. Bonu Rosenkranz e S. Olcuire) Edifir, Firenze 2023.

Treccani cultura: https://www.treccani.it/fondazione/

Le Storie libreria e casa editrice per averci ospitate nei due giorni del Festival.

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