di Mario Luzi, Ugo De Vita, Emiliano Ventura
In occasione del ventennale dalla scomparsa di Mario Luzi, che ricade proprio oggi 28 febbraio, si vuole omaggiare il grande poeta riportando un suo intervento del 1998. Questo brano, inedito fino all’edizione del 2012 e pubblicato una sola volta, è un regalo che lo scrittore Emiliano Ventura (che fino al 2016 ha ricoperto il ruolo di responsabile scientifico e della comunicazione del Premo Internazionale Mario Luzi e della Fondazione Mario dove ha diretto le collane di saggistica) ha fatto alla nostra rivista.
Il testo che si pubblica di seguito è la trascrizione della registrazione dell’intervento tenuto dal poeta all’Università Tor Vergata di Roma nel 1998, senza modifiche (si sono volutamente lasciate integre alcune asprezze del testo dovute alla fonte orale e non scritta dell’intervento) mentre le domande finali sono quelle poste da studenti.
«Oltre all’indiscusso valore di un discorso per ora inedito del poeta si vuole mettere in risalto l’importanza dell’argomento stesso; le sue considerazione sul teatro risultano tanto più preziose in funzione di un ‘riscatto’ dall’oblio che sembra essersi posato su quei meravigliosi testi drammatici di Luzi. Irritante la difficile reperibilità dei testi che sembrano scomparsi dagli scaffali di librerie e biblioteche, trattandosi di Mario Luzi, uno dei nostri maggiori poeti, la cosa assume tratti sconfortanti per ciò che concerne il panorama culturale italiano.» (Emiliano Ventura)
Introduzione di Ugo De Vita
(Ugo De Vita è stato insieme a Federico Tiezzi e Sandro Lombardi uno dei più assidui collaboratori di Mario Luzi. Attore, regista e scrittore ha curato, interpretato e messo in scene pieces e concerti con testi di Luzi. Il suo è un teatro di poesia e di impegno civile. Ha scritto con Luzi l’adattamento scespiriano Amleto voce sola, interpretato da Elisabetta Pozzi e lo steso Ugo De Vita nell’ottobre del 1998 al teatro Il Vascello di Roma.)
«[…] questa introduzione non avrà carattere accademico, avrà invece carattere di una gioiosa attestazione di vicinanza con Mario. […] La mia città d’adozione è Firenze, a Firenze abito e sento di potermi considerare un allievo di Luzi, un allievo un po’ particolare, i nostri incontri, le lezioni, li ritagliamo nei pomeriggi domenicali. Dalla casa dove abito a Firenze, nel quartiere di Gavinana, passo il ponticello, Ponte Da Verrazano, e arrivo a Bellariva dove è la casa di Mario. E là da un po’ di tempo Mario mi racconta la poesia, mi racconta la letteratura. E devo dire che nel mio lavoro di studioso, appassionato di poesia, molto ha contribuito la frequentazione di Luzi. Non amo definire spesso con la parola maestro il mio interlocutore e fate bene anche voi a sospettare, troppi sono i cattivi maestri ma sento che fra le poche persone cui ho rivolto quest’aggettivo, l’idea di maestro, mi sembra appropriato alla definizione di Mario. Sapete le lezioni, il passare le informazioni sulla poesia, studiare le parole, questo sistema delle parole, è molto astratto a volte, perché astratta è la letteratura si fa vita, le parole diventano cose come nella casa di Mario, dove le parole si avvertono cose e c’è questo rapporto sensoriale con la letteratura.
In questo panorama che vi raccontiamo, questa terra di nessuno che è divenuta la poesia, noi siamo disorientati davanti [al] tempo della poesia. Un campo diviso, di terra dissestata e incolta, dove sembra davvero che si vadano a scavare buche senza tirar fuori nulla. C’è questa tendenza, questa polarizzazione verso il mito-modernismo, questa generazione di giovani e non più giovani, nati tra il ’35 e gli anni ’50. Penso a Giuseppe Conte, a Roberto Mussapi, a Milo De Angelis, a Rosita Copioli. Altra sponda e altro versante della poesia è dato dai novissimi il gruppo ’63, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, sino alle recenti prove del gruppo ’93: quindi la poesia come fatto tecnico e che può assumere significati sociali, la poesia intensa così come scriveva recentemente Sanguineti che “deve occuparsi di sanità e di occupazione”. […] La poesia di Luzi con la poesia di Sereni rientrerebbe in un’idea novecentista, di modernizzazione del linguaggio poetico. […] un criterio, un’idea schematica, semplicistica, se vogliamo arida di quelle che possono riconoscersi quali aree della poesia. Si riconoscono persino scuole regionali: la scuola lombarda, quella di Maiorino, quella di Giudici, la prima scuola romana, Penna, Pasolini, Bertolucci, la recente scuola romana con l’espressione isolata di Dario Bellezza ma in cui possiamo riconoscere Elio Fiore. Questi alcuni dei riferimenti. […] ma questa ‘terra’ appare incolta, una ‘terra’ da cui non si riesce a prendere, dove non si raccoglie ed ecco che incontriamo invece una poetica che unisce passato con presente, le linee di una poetica futura. Questa la rivelazione della poesia di Mario Luzi, dalle prime prove castigato alla catalogazione sommaria dell’ermetismo cattolico fiorentino, del suo ambiente letterario.
Sembrerebbero chiusi in queste cellette i poeti: Luzi con Bigongiari e Parronchi, invece Mario ci consegna oggi una raccolta straordinaria, che peraltro ho frequentato con grande amore per oltre un anno fino all’espressione teatrale del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, dove credo siano scomparsi possibili riferimenti e termini dell’ermetismo.
Giancarlo Quiriconi, critico acutissimo che terrà l’intervento di apertura al Teatro Flaiano domani mattina alle undici quando si aprirà il Convegno di studi, parlava di una poesia, quella luziana, in continua metamorfosi, appunto di continuum metamorfico al di là della questione della trascendenza, che altri critici ancora prima, anche negli anni settanta avevano sottolineato. Mi sembra che questa espressione poetica sia espressione futura, espressione che rispetto alla tradizione sappia implicitamente affermare i canoni e ne sappia uscire in un’idea di altissima religiosità, una religiosità a tratti capace di farsi conversativa, convenzionale, intima e semplice. Fra i primi a fare delle considerazioni sull’etica di Luzi c’era Bigongiari, parlava della forza dell’intelligenza del poeta, della espressione poetica non astratta, non separata ma legata alla vita, all’agire. In questo senso credo che la parola di Luzi ci unisce, in questa espressione recentissima dominata dal dubbio, quindi non c’è risposta assolutistica di chi pretenda che la poesia possa consegnare la chiave per vivere, la chiave dell’agire, c’è il dubbio costante e al tempo stesso c’è questa apertura alle cose, l’incontro delle cose, questo rispetto delle parole e nessun tecnicismo.
Vorrei concludere questo mio intervento invitando tutti a partecipare a questi giorni che noi vivremo tutti insieme a Roma con Luzi, perché io penso davvero che non ci sia retorica nell’idea che il poeta è sacro. Il poeta è fra noi, il poeta è con noi, divide con l’esperienza ma il suo rapporto è purissimo. Se la poesia come diceva Pound è la “conquista allo stato puro dei pensieri”, lasciamo pure che queste personalità così capaci, così volenterose, così innamorate della letteratura e della parola ci possano consegnare la loro esperienza e il loro vivere.
Mario Luzi
Occorre rompere questo diaframma che c’è sempre fra chi è di qua e chi è di là, come se ci fosse un giudizio da dare. Ad un certo punto in una poesia de Nel Magma (N.d.C. una delle più note raccolte poetiche di Mario Luzi, edita nel 1963 in cui la verseggiatura dialogata che lascia presagire la grande stagione teatrale che inizierà negli anni ’70) ci sono dei versi, scusate, mi permetto di ricordare, in cui si dice “non capisco perché sia io e non lui di là da questo banco”; è un giovane di fronte a una persona autorevole che si qualifica come giudice, [deve] accettare questa associazione di disparità già innaturale e limitativa. E forse è qui il succo di quello che anche il nostro amico Ugo diceva, c’è una concretezza che dobbiamo subito ritrovare. Noi navighiamo molto nel campo delle informazioni letterarie, nel campo delle riflessioni anche letterarie che nascono su quelle informazioni, viviamo nell’astratto. Questo è un limite.
Spesso ci si considera soddisfatti di aver collocato l’attività di un uomo al servizio della parola, di un poeta, di uno scrittore, in una cella come ha detto Ugo, e su questa collocazione nascono i giochi di dadi, i giochi di contrapposizioni, le schermaglie puramente letterarie. Ora uno scrittore non capisce neppure il valore di queste parole. Quando a me dicono che io sono un esponente dell’ermetismo fiorentino, io mi domando cosa sono. Fiorentino sì! Biograficamente sono nato a Firenze, ho per lo più vissuto a Firenze, e quindi accetto, ma ermetismo fiorentino, questa etichetta me la porto dietro, però non credo si riferisca a me quando viene detta, io credo che questo sia lontano dalla vita, dalla metamorfosi che è poi il mio tema se vogliamo, ma che è implicito nell’idea stessa di vita, il mutamento, il divenire. Come si fa ad immaginare uno scrittore che sta buono buono, chiuso nell’area di una finestra di questa cella che gli è stata assegnata. Questa è appunto un’astrazione crudele, e anche una stupidaggine, scusatemi, un’assurdità.
Questo è un po’ il problema. Non che con questo vi voglia dissuadere dallo studiare, dal seguire, però dovete sostituire a queste parole di comodo per il linguaggio, di comodo forse anche per la didattica, almeno in un primo tempo, sostituirle con un’idea viva. Questo penso sia il primo atteggiamento vero di ognuno, di uno studioso, di uno studioso di fenomeni di letteratura, ma anche e soprattutto di uno che ama veramente i testi, le espressioni dell’arte.
Il panorama sintetico che ha fatto Ugo è certamente un richiamo al nostro tempo, al nostro secolo che sta ora fra l’altro chiudendosi. Avete sentito una persona che è veramente interessata, viva, implicita direi allo studio e all’osservazione e forse alla creazione dei fenomeni letterari, come ha lasciato all’aria aperta diremo queste enunciazioni perché effettivamente tutto è movimento, tutto è continuamente soggetto a bisogni e a revisioni. Se io dovessi oggi dare di mio un’indicazione sullo stato [della poesia], non posso far di più, non posso giudicare, non posso qualificare, non avrei i mezzi per farlo, e forse non sarebbe bene. Se io dovessi dare un’indicazione sullo stato della poesia in questo secolo e soprattutto in questo scorcio ultimo, recente, cosa mi salterebbe agli occhi?Proprio giorni fa c’è stato un premio, sapete anche questa è una cosa del nostro secolo, da una parte diciamo rivolta e avanguardia, da una parte i premi letterari, questi sono i connotati pubblici del nostro tempo, ma anche questi vanno presi per quel che sono, sapendoli in un certo senso relativizzare anche questi possono esser utili.
C’era un premio in cui c’erano soprattutto alcuni poeti di oggi che erano stati invitati, che erano poi i più rilevanti direi, a presentare alcune liriche in modo da mettere insieme un piccolo libretto, un fascicolo esemplare in un certo senso del nostro secolo e appunto mi hanno chiesto di introdurre questo libretto con qualche considerazione generale ma non solo, relativa allo stato [della poesia] e allora mi sono accorto che noi navighiamo, più o meno abilmente, con più o meno sensibilità, in una sfera direi di virtualità perenne dove l’essenza, cioè l’essere vero, non virtuale, essere nella cosa, essere nell’evento, essere dentro il ritmo vivo è molto raro. Credo che non ci sia secolo altrettanto prolifico e prodigo in questo senso (N.d.C. nel senso di questa presenza del virtuale a scapito dell’essere nell’evento nella pienezza della vita), credo si possa riferire a questa attitudine, alla virtualità perenne, non arriva se non raramente il momento in cui una cosa è accaduta, è dentro la sua espressione, è dentro la sua parola, è ormai irremovibile da come è stato espresso.
Molto significativamente l’anima e la mente di questo secolo incerto, insicuro, avido, futile, gravido anche di tensioni, si spiegano in queste espressioni che io ho chiamato ‘virtuali’, di virtualità per meglio dire, quindi tensioni poetiche, conati poetici, intenzioni poetiche, che non hanno avuto, diremo così, o non hanno ambito a trovare il proprio consistente. Questo è un po’ quello che io consideravo facendo questa nota introduttiva che mi sembrava giusto comunicare perché credo che sia elemento di coscienza. [Potrebbe essere molto opportuno, alla fine della nostra storia, alla fine episodica, intendo quella del nostro secolo e nel passaggio ad altro, non dico altro secolo ma ad altro perché quello che si capisce, che vi dicevo prima, è che gli elementi di pregnanza…di richiesta… di pressione interiore a volte cercano la liberazione nella parola; io sentivo questo intermezzo, questo essere sospesi, questo navigare, in questa virtualità che ci è concessa ma che non ci propone nulla di sicuro]. Anche per immaginare un futuro, per immaginare una prospettiva verso l’alto, verso ciò che non è, che ancora non si è verificato, che non si profila, magari che è attesa, una concretezza geografica e storica da illuminare, da rendere lucida e da proiettare. Questo è lo stato (N.d.C. di virtualità perenne) che alla fine di questo secolo quasi terminale mi trovo a confidarvi.
[Non intendo dare nessun giudizio però ho percepito questa cosa e mi pare che non riguardi cose distanti ma che sia al contrario l’aura di questo secolo che sgretola l’unità relativa, quella che veniva drammaticamente cercata agli inizi del secolo scorso da Hegel e poi da Valery, per citare due personalità contrapposte e dialettiche. Lo sgretolamento invece c’è stato, è accaduto, è accaduto il massimo di orrore ma anche di meraviglia in questo secolo]. (N.d.C. In questo breve periodo Luzi condensa alcuni aspetti fondamentali del Novecento, la fine dei grandi sistemi, la frammentazione del sapere e la crisi della kultur in senso classico, quella che ancora Goethe e poi Hegel potevano rappresentare. Ci introduce con un lessico da letterato nei confini di quello che la filosofia definisce più specificatamente postmoderno, pensiero debole e pensiero della crisi.) Dico drammaticamente e con questo vengo proprio al teatro che Ugo ha evocato come strumento di nostra comunicazione reciproca. Lui mi ha chiamato maestro, è assurdo! In ogni caso il più vecchio ha più cognizioni episodiche da comunicare, è stato questo forse di utilità a lui che non ha bisogno naturalmente di avere un maestro come me, questo lo dico senza retorica.
Il teatro nel quadro della letteratura, nello studio della poesia, ha una situazione che non fa onore, mi permetto di dire, alla nostra critica letteraria, alla nostra storiografia e mi includo anch’io e lo sono ancora (N.d.C. L’opera critica di Mario Luzi si può trovare in Naturalezza del poeta, Discorso naturale, Prima semina, Vero verso.) Non fa onore perché nei riguardi dello scrittore di teatro ci sono degli atteggiamenti diversi e impropri. Voi sapete che esiste Pirandello, sapete che ha avuto una grande fortuna, ha un grande nome, una grande presenza e importanza nella nostra storiografia, nel quadro del nostro presente però lo scrittore Pirandello, Pirandello come uomo di teatro, è visto come un giro di valzer fuori del campo della letteratura, un giro di valzer che è andato molto bene, è stato molto fruttuoso ma in sostanza si distingue Pirandello scrittore, novelliere, anche quell’iniziale poeta che è stato, quindi i romanzi, e vengono considerati come antefatti che avrebbero lasciato a metà strada quest’uomo se non avesse preso il piroscafo per i suoi giri Marta Abba.
Il perché uno scrittore si esprima in questi modi, apparentemente diversi, ma solo apparentemente diversi ma sostanzialmente [rivolti] alla ricerca di morfologia, questo essere qualche volta arte scenica e qualche volta narrativa, il perché alla fonte di questo lavoro uno scrittore come Pirandello sia partito da un’intuizione primaria, forse inspiegabile, forse viene non da una decisione prestabilita ma da uno stato che vorrei chiamare divino.
Venendo al teatro sembra che ci si introduca in una o più corporazioni, in una o più conventicole in cui si elabora un certo modo di scrivere. Come dire che c’è una linea lombarda, romana e fiorentina eccetera prima che interessarsi alla motivazione che non può non essere individuale e soggettiva e intransitiva anche del rapporto tra questa persona e la sua opera, e il suo modo di impostare la sua opera, il suo modo di svolgerla, il suo modo di organizzala in forme, in morfologie lunghe e qualche volta univoche, monotone nel senso originario della parola. Tutto questo mi pare faccia a pugni in certo senso con una vocazione, con un destino più o meno felice di scrittore.Il teatro, torno a questo tema, per me è stata una necessità, una impensata apertura nel nucleo del mio organismo elettivo e morale. Non è che io dovessi sentirmi legato ad una specificità di poeta lirico da dover escludere la tentazione… direi così… drammaturgica, questo io l’ho sempre reclamato non pensando di scrivere neanche lontanamente cose di teatro, però pensavo che nessuna possibilità o tentazione o apertura o invito o lusinga mi avrebbe costretto a rifiutarlo per onestà a una specie di immagine fissa specifica di mestiere quasi, di specificità appunto lirica.
Mi accorgo che non mi proponevo di diventare un autore drammatico come non mi proponevo di diventare un autore lirico, ma a un certo punto una specie di voce interna mi dettò un dialogo, sentivo delle voci che si contendevano, che si contrapponevano su un soggetto e questo soggetto poi venne fuori. Sentii le voci di questo contenzioso, il suo contenuto, arrivai a capire su che cosa era la contesa; una contesa abbastanza rilevante ma quello che percepii era un linguaggio, che era il mio, ma che si disponeva in un altro modo e che reclamava una morfologia non in contrasto ma diversa da quella mia abituale, e scrissi un testo drammatico che poi fu recuperato.
Si chiama Pietra oscura (N.d.C. pubblicato una prima volta nel 1994 e poi nel 2004, curato da Stefano Verdino s cui si deve anche il recupero a cui allude poco prima Luzi) e questo era appunto un dialogo in cui alcuni ecclesiastici e alcune persone vicine a un ecclesiastico morto, disputavano su questa morte, disputavano sull’accettabilità di essa in senso cristiano. Si sospettava che questo sacerdote si fosse suicidato ma non violentemente, suicidato per rifiuto ai rimedi della scienza e appunto avesse voluto respingere, non ricercare anzi respingere il soccorso della scienza. A un certo punto dal linguaggio, da questa contrapposizione interna del linguaggio stesso, erano [nati e ] poi dei versi, in sostanza una proposta differente agitava un problema molto grave. Io questo dramma non l’ho mai pubblicato, ed è stato dato alla RAI ma poi c’era stata qualche opposizione della censura, fu sospeso e ritirato.
Non era tanto questo, era che io non me ne dicevo soddisfatto perché si divideva in tre tempi. Il primo e il terzo erano venuti così, un po’ mediaticamente se vogliamo così dire, ma sempre da dentro di me, con le mie parole è chiaro, con il mio linguaggio, con la mia precedente esperienza. Erano disposti in maniera abbastanza semplice.
Il tempo intermedio, fra il primo e il terzo, avevo dovuto cercarlo, era una specie di congettura più che di necessità, non era brutto ma non lo sentivo mio, sentivo che era frutto di una sperimentazione e questo evidentemente non può soddisfare. Non era il modificare, era una cosa che poteva essere anche ritrattata. Lasciai questo testo in un cassetto e poi l’ho perso di vista [per via delle] occorrenze che sono capitate nella mia vita. Il teatro per uno scrittore di versi viene messo ai margini, considerato come un passatempo, una divagazione, invece il teatro per me è altro e insieme. Ci sono delle andate e ritorni, il verso ha influito sul mio linguaggio teatrale, quello personale ma anche la mia idea di spettatore o di lettore. Credo che bisogna affermare, non per me o per altri, ma perché la letteratura è lo specchio che l’espressione di un’unità umana non può essere il mestiere specifico o anche il talento specifico che uno ha, è sempre un discorso, è una motivazione di fondo che si anima in vari modi e che acquista, credo, qualche valore dalla molta sua pluralità, dal fatto di esprimersi in questo e in quel campo reciprocamente. Non so se queste cose sono riuscito a dirle bene, forse no! Ma insomma io credo che sia una cosa importante anche far ritrovare alla letteratura la dignità più grande, più diretta, è importante. È rivelante, perché è un po’ angusto se voi vedete questo tabulato di settori.
Non cadiamo in queste semplificazioni, questi artifici di comodo della storiografia e purtroppo della critica. Potete dare a tutta la didattica letteraria una piega diversa, io credo che possa nascere proprio dal basso, scusate se dico ‘dal basso’, dico dai discepoli, non solo dai discenti. Ci si educa alla reciprocità fra allievi e insegnanti, docenti e discenti, e chi è il discente è spesso incerto se è appunto oggetto o soggetto dell’insegnamento. Credo che questo sia molto importante, parte pare alle cose come attori; voi potete, voi stessi, discepoli, diventare attori, di questa rigenerazione, rimodellamento se davvero volete del nuovo.
Le domande
Alla fine dell’intervento si lascia spazio alle domande con gli studenti ne nasce un breve dialogo.
Studente: Durante gli anni del fascismo e nel periodo bellico, quali erano le vostre letture e quanto può aver influito sulla formazione di voi giovani intellettuali la censura sulle opere di autori stranieri?
Mario Luzi: «Le nostre letture erano le più svariate; autori europei ed americani grazie alle traduzioni di Pavese e Vittorini che già si adoperavano in tal senso. Vorrei sfatare questo mito, secondo cui non era possibile trovare autori stranieri per via della censura. Mancavano certo traduzioni della Russia e dell’Est, era per lo più mancanza di cultura, di informazione che censura sulle opere. Grazie al brillante lavoro di alcuni traduttori, come il mio amico Poggioli (slavista), o dell’acuto traduttore dallo spagnolo che è stato Bo e come lui con gli autori tedeschi, lavoravano egregiamente sia Landolfi che Traverso. Sulla traduzione, sul senso intimo del traduttore tengo però a dire che accoglie in sé l’idea di tradimento, è esigenza umana e umana necessità di trasportare la parola poetica.»
Studente: Quali sono i libri o gli autori che nel corso della vita le hanno dato maggior stimolo o conforto?
Mario Luzi: «Direi Platone, Socrate fino a Plotino, quella filosofia a differenza di quella moderna fu un vero processo mentale di conoscenza ma sicuramente non mi sento immune dalla filosofia romantica, idealista in cui poesia e filosofia si fondono, o si confondono in una ricognizione totale del mito (Novalis, Holderlin, Hegel).»
Studente: In ‘Naturalezza del poeta’ lei cita S. Agostino dal quale apprende che l’essere umano non è in sé, è quello in cui si trasforma continuamente, indicibile me stesso, potrebbe tornare su questo concetto?
Mario Luzi: «Certamente, è nelle confessioni che Agostino afferma che l’essere umano è quello in cui si trasforma continuamente, è qualcosa che si compie, si fa, trasfigura, muore e rinasce. Questo mi fa pensare al mio Viaggio in India e al mio incontro con le religioni orientali che è stato determinante per quanto ho espresso nelle mie raccolte recenti. Nel Viaggio di Simone Martini è accolto il senso profondo del Karma, il conflitto tra ripetizione e innovazione, in perenne scontro. Il Karma ti riporta e ti rimanda ad altre esistenze ma in sostanza è la ripetizione e la non liberazione dell’io e dell’individuo dal tempo, ha in sé il germe di un premio e di un castigo, che possono non manifestarsi nell’immediato ma sono fatali. Essi accadono comunque.»
Studente: Nei prossimi giorni a Roma si terrà in Convegno sul suo teatro. Qual è il suo rapporto con la parola drammatica, vi è una differenza sostanziale tra espressione poetica e drammaturgia?
Mario Luzi: «No, proprio questo si diceva con Ugo cioè di testimoniare in questa occasione con chiarezza che non credo al distinguo fra teatro e poesia. Sono, ed è ovvio, due modi, due generi letterari ma si tratta di letterature, di linguaggio, di parole. Bisogna anche per essere poeti incarnare la parola, renderla corpo e voce. Il teatro ha un vantaggio, la capacità di riuscire a parlare molteplici lingue, quella quotidiana, quella tragica, quella della parola necessaria. Direi che la mia poesia, almeno così come la sento ora, è intimamente percorsa dalla drammaticità, contiene l’elemento drammatico. Sullo stile molto si può dire. Lo stile è nel profondo, nella coscienza. È la crisi del moderno, cui la parola si oppone. La parola senza distacco dal mondo, lasciando che semmai sia il mondo a farsi lontano.»

Segue…
Nel prossimo numero il commento all’intervento di Mario Luzi.