Poesia disfatta. La scrittura dello spazio vuoto

Tommaso Gazzolo

Si può fare ancora un uso innovativo della poesia?

Volersi liberare degli schemi di maniera, propri di un regolismo e di un antiregolismo parimenti esteriori e accademici, fare a meno dei vuoti ritmi di danza’, e seguire con libertà, liberamente, complessamente… la trepida torbida novità dello spirito. G. Boine

Nella poesia disfatta, come la definisce il suo autore Tommaso Gazzolo, si trova l’estro stilistico, proprio delle avanguardie, e la costruzione di immagini con parole al contempo sofisticate, di uso comune e di registri difformi. A metà strada tra poesia e prosa, una serie di versi scomposti, a volte ironici altre malinconici, ci trasporta in un tempo a noi familiare. Sembra infatti di leggere le pagine di un diario, in cui qualcosa di intimo si lega a ricordi che non sembrano appartenerci più. E se l’intensione è ciò che conta, alcuni versi dell’autore appaiono un manifesto, una dichiarazione:

«Io non faccio che una cosa: scrivo parole per scavare un buco, uno spazio vuoto (Dichiarazione di un critico: questa lingua è ciò che resta della lingua, del tentativo di sottrarre ad essa, di privarla di tutto ciò che è il suo esercizio di potere, e dunque della lingua stessa. Il che significa, pertanto: che questa poesia non è altro che il suo stesso fallimento. Impossibile scrivere l’assenza – la propria, quelle delle parole –: presente come assenza, essa è presenza; ma anche ove potesse essere assente in quanto assenza, non si direbbe, nuovamente, che come presenza). Rubate quel che potete.»

Da una privazione sensoriale

Tommaso Gazzolo

I

(È necessario trattare qui
di quegli argomenti che sono comuni a molti) Ma tanti anni prima,
ricordo che passavamo i pomeriggi di fine estate
seduti sul pavimento
(di cosa parlavamo? di qualcosa, davvero?) non rimane
niente, se non l’impressione di aver amato solo per il bisogno
d’essere
amato,
poi peccato quel rumore di insetti
e di lenzuola,
dopo l’abolizione del tempo per appartenere ad una generazione
cui non appartenevamo: se intenzionalmente l’agente omette qualcosa,
allora vi è la volontà,
ed il desiderio del bambino è il desiderio
di sua madre, e fu questo, purtroppo, a far girare indefinitamente
quel disco Strange Days
che ora ti è rimasto in testa, senza inerire ad alcuna materia: non avere un’esperienza
e fare esperienza,
una intuizione, un’esistenza necessaria,
ma tu lo dicevi e basta, introspezione impersonale per finalmente
sapere di essere solo uno dei due.
E poi a volte, la sera, anche la sera piove
ma non accade per la tua indipendenza, non per una qualche psicologia
attaccata sulla pelle:
l’astrattezza di tutto ciò, del mio accompagnarti sotto l’ombrello
attraversiamo la strada, qualche pozzanghera,
i nostri moti d’inerzia, togliamo l’azione secondo
quanto conviene, cambiando l’ordine delle scene: ora sei tu
che mi dici di stare attento, quibus illud obviat quod variacionem
sequitur
da altra variazione, niente si tiene
quando per parlare
dobbiamo mostrare noi stessi
(ecco alcune frasi, di quella volta: avere il fallo, essere il fallo, avere il fallo, essere
il fallo, produci soltanto ciò che già sei): affermazione,
unificazione, denominazione estrinseca, tutte cose che mi hai lasciato
andandotene su per le scale o dormendo magistralmente sul banco
in fondo all’aula
e nel mio puro stare a vedere già sapevo e
non sapevo che la mente umana non è un soggetto
che quell’ora sarebbe passata così,
che parlare non è, appunto, guardare.


II

nastro registrato VII –
Scendi in strada tra le ultime
automobili parcheggiate, e le finestre chiuse dei vicini in un tempo
t1, lo stesso
di t2: per imitazione, non ci capiamo, per somiglianza
incompleta, continuiamo a rimanere identici a noi stessi.
Correzioni e aggiunte, infatti infatti disse lei
il telefono non prende, scusa, (scusa?), si aggiustava gli
orecchini a cerchio mentre sullo schermo una ragazza passava,
odore di ferro e di nervi tra le camere dell’albergo: lui la guardò
la guardò ancora, e ancora,
e poi ancora, e non si dissero mai niente. Sotto una serranda che
sta per chiudersi il cane fa un salto strozzato dal collare,
una scarpa calpesta una pubblicità con su scritto “compra da noi”,
un bambino infilza
con una spada di gomma piuma suo padre.
Viene l’ora in cui non ricordi tutto ciò che pure hai letto, ti senti prima un impostore, un ladro, poi capisci che il linguaggio è sempre un furto: che mantenersi giovane,
non dire tutto, sono già parole di altri (se sorridessi, perché
avresti sorriso?). Frater Dedi, analogie dell’esperienza:
come le tue frasi esprimono l’oggetto
nell’atto di compiere una certa azione, o di subirla, certo,
perché l’amore, allora, lascia così impoveriti, e insoddisfatti?
Disse:
Agisci in modo tale che ciò che è accaduto
possa non essere accaduto (ecco la vera confutazione dell’imperativo categorico),
anche se lei obiettò: ma niente accade
più, preferivo allora la storia di Andrea, te la ricordi, quella della cinese?*

*(- sai che ci sono stato?
- dove?
- a farmi fare un massaggio da una cinese
- ti ha fatto una sega?
- sì
- e quanto t’ha preso?
- sessanta euro
- …
- … allora, pensavo di invitarla a cena. Cioè, vorrei continuare ad andarci, per conoscersi un po’ e poi magari chiederle di uscire, ma se ogni volta mi chiede sessanta euro non si può fare).

Che storia poetica: il fumo aumenta il rischio di cecità, per
questo i tuoi occhiali da sole
a specchio quella mattina quando ho avuto paura di te,
per te, newspaper facendo colazione al caldo, in vacanza
in Germania Who stole Sassi Manoon? senza capire una parola ma
fissando lo schermo bianco;
fuori dalla finestra un uomo vogava sul fiume spezzaci in due
il tuo chewing gum in lastrine rap rap accesso non autorizzato sul
suo conto, sul mio conto vorrai dire
cancella, sposta-in
senza più persone: è una linea, un potenziale la radio auch der italienische Innenminister ancelinoalfano mi passi una sigaretta? … stehe… Un lunghissimo breve sonno(-)veglia
ad occhi chiusi fatto di sola
agitazione, di niente altro se non la realtà: “Dimagrire con gusto ed eleganza:
visitate le terme marine di Cartagine”.


III

La spiegazione della mancanza
di osservazione: gli asciugamani dimenticati per un anno nell’ α-spazio di una cabina dei bagni Miramare, questa invarianza, come abbiamo visto,
è la stessa per cui le pagine che leggi sotto l’ombrellone diventano dei segnali
dei nostri discorsi, delle parole che non esistono se non già state dette prima che tu le dica
demarcazione, oggetti non naturali: come i sassi, i momenti limitanti,
il guinzaglio legato intorno tutti i punti-traccia di Dori
per riuscire a farla arrivare al portone (guida della connessione predicativa):
esposizione dei fenomeni al sole, sia poi: l’apparire di una vela, del cocco, del tuo costume a due pezzi o del possesso incorporeo, significare: l’attributo di una determinata cosa (io ho
un corpo, per questo è il mio / io sono questo corpo). Ma ci pensavate, all’epoca, a stare insieme? Ci pensavamo
e nient’altro. E poi proprio lei, tua madre?
Ha atteso un giorno di maestrale
per scendere tra le dune, e poi verso la spiaggia. Tolti i vestiti
con la rabbia e la paura che avrebbe potuto forse vivere
ancora,
ha nuotato scordando come si nuota
finché le onde corde di sale hanno annegato la sua vista
e la parola
portando lontano il suo corpo
ghiacciato.


IV

Il paradiso (o il Regno, se preferite) non è un luogo, che stia da qualche parte: non è altro che il passato. Questo mi diceva adesso mi diceva che: (i) se il paradiso è la morte
della nostra morte allora (ii) esso è proprio qui, nella storia
in quel che è accaduto, ma in quanto reso non-accaduto, certo in maniera spirituale, interiore ungeschehenmachen: così posso morire, vivo, una volta in un agguato
dei carabinieri, sono il soldato dell’EVIS di cui ho scritto una breve vita sono il figlio di lui che incontrai tanti anni dopo
con i capelli bianchi sono lo stesso uomo
che compra un bottone a Praga nel
1974 e mangia in un ristorante dove i camerieri
hanno ancora i piedi piatti e
sono me stesso bambino che guarda le fotografie
della zebra, di Gesù, di una turbina sull’Enciclopedia Labor
sono una donna all’ uscita di uno spettacolo di cabaret che dice a est di Vienna comincia l’Asia, sono la moglie
di ogni marito come tra poco sarò il mattino in cui andai a scuola con un amico
avvolto in una coperta orgonica e sarò
la contemplazione, il ritardo, le mani di quella ragazza con la gonna lunga
il leone che Thomas Roe vide in un sogno e la neve che è caduta subito dopo la fine della guerra sarò
la notizia di quella guerra persa, sarò il basilico
avvolto in una pagina di giornale sarò io che sono
caduto da uno scivolo, mia sorella con la trecciuola e una vestaglia da camera
sarò io che sono questo letto di ospedale
le sue lenzuola e questo giorno dove muoio ancora
ma finalmente ora
non è più ora: non l’eterno presente, ma la sua abolizione
è ciò che il paradiso mi aspetto che sia.



Fiori vivi ringrazia:

Tommaso Gazzolo, Professore di Filosofia del Diritto, qui in una veste inedita.

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