Anarchia e Mistica: Cina III sec.

di Claudio Oreste Menafra

Cina. III secolo della nostra era. Il crollo della dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.) determina la fine dell’età classica dopo quattro secoli di governo. Durante il periodo successivo, denominato dei Tre Regni, l’impero fu diviso in tre aree di governo che divennero altrettanti Stati indipendenti in continua lotta per il potere e la supremazia. In tale contesto di transizione e frammentazione dell’impero, la ricchezza del pensiero e della riflessione politica cinese fiorisce e raggiunge una profondità speculativa considerevole, che spesso passa inosservata presso gli intellettuali occidentali. Una riflessione politica e filosofica con tonalità marcatamente anarchicheggianti e sovversive. Alcuni personaggi particolari, anacoreti dello spirito, con i loro scritti e le loro forme di vita, offrono testimonianze del vivo dibattito filosofico di quegli anni, facendosi portavoce di idee radicali che oscillano ‘tra rivolta nichilista ed evasione mistica’, per citare un importante articolo sul tema del 1948 firmato Etienne Balazs.

Bao Jingyan e Xi Kang

Sono anni di forte cambiamento, politico e sociale, una fase di transizione. Un certo nichilismo si impossessa della società nelle sue forme più radicali, e una delle principali manifestazioni è rappresentata dall’eccentrica figura di Bao Jingyan, descritto da Balazs come il primo anarchico politico, di cui si conosce ben poco se non attraverso alcuni frammenti del suo pensiero:

Un tempo, quando tutto era ancora un vasto caos e la semplicità primordiale non si era ancora pervertita, i capi ignoravano le lettere e i popoli vivevano nella concordia. Si dormiva quando s’era sazi, si andava in cerca di cibo quando si aveva fame, ci si sfregava la pancia in beatitudine, ignorando si trattasse dell’età dell’oro. A cosa sarebbero serviti i principi morali e le regole rituali?

Questa confutazione del ‘saggio sul carattere innato del gusto per lo studio’ di Xi Kang è tratta, come le due citazioni successive, dal testo Elogio dell’anarchia di due eccentrici cinesi del III secolo, (a cura di) Jean Levi, pubblicato da Ortica editrice nel 2019

Un altro eccentrico Xi Kang (223-263), invece, sembra averci lasciato più tracce: pensatore e poeta, membro dei “Sette Savi della foresta di bambù” e impertinente bevitore. Venne denunciato come elemento asociale e pericoloso per l’ordine pubblico, successivamente arrestato, incarcerato e condannato a morte. Il suo pensiero si tinge spesso di venature che ricordano il mito del bon sauvage di Rousseau, in cui il radicalismo di pensiero arriva a idealizzare il primitivo come unico ed autentico stato dell’esistenza. Maestro Bao, infatti, in una polemica dichiara che prima dell’istituzione dei sovrani:

Nessun sentiero sfregiava le montagne. Né barche né ponti ingombravano i corsi d’acqua. Le vallate non erano in comunicazione tra loro e nessuno prendeva in esame la possibilità di impossessarsi di territori. Dal momento che non esistevano grandi associazioni di uomini, s’ignorava la guerra. La fenice veniva a posarsi nei giardini delle case e i draghi, a mandrie intere, giocavano nei parchi e negli stagni. Si poteva camminare sulla coda delle tigri ed afferrare i boa con le mani. […] Il profitto non aveva ancora fatto la sua comparsa […] Gli esseri si svagavano nell’indistinzione e si obliavano nel Tao. Ognuno preservava il proprio candore nativo senza rimestare, nel proprio cuore, freddi calcoli. La parola era franca e spontanea. Come si sarebbe potuto pensare a spremere gli umili per accaparrarsi i loro beni e instaurare castighi per farli cadere sotto i colpi della legge? Poi venne la decadenza. […] Si instaurò la gerarchia. Si complicò tutto con genuflessioni rituali, salamelecchi e prescrizioni suntuarie. […] I prìncipi accumularono mucchietti di giada senza essere in grado di soddisfare i loro capricci, si procurarono montagne d’oro senza riuscire a coprire le loro spese. Sguazzando nel lusso e nella dissolutezza oltraggiavano la realtà primigenia. (Prima polemica. Dell’inutilità dei Prìncipi,  Bao Jingyan)

Bao Jingyan e Xi Kang interpretano un taoismo della rivolta, una mistica anarchica. Sono gli eredi diretti di una lunga tradizione di vagabondi dello spirito, di anacoreti e ribelli che sovvertivano le istituzioni a partire dalla loro ‘forma di vita’, spesso con comportamenti spiccatamente antisociali; Bao Jingyan e Xi Kang, nel dibattito politico e filosofico di quegli anni, riescono ad immaginare qualcosa di diverso, e lo fanno spingendosi oltre, portandosi su posizioni intransigenti, soprattutto contro i difensori dell’azione civilizzatrice della istituzioni che, nel contesto culturale cinese, si muniscono di toni cosmogonici. I loro avversari di disputa sono i difensori delle istituzioni politiche, e questi quando difendono lo Stato non lo fanno mai intendendolo come una semplice conquista dell’uomo sull’animalità, ma come prolungamento dell’azione e del movimento cosmico. Le regole, i riti, le leggi di sovrani e monarchi sposano il ritmo delle stagioni, del tempo e delle lune, e fanno in modo che la Natura risponda a questa armonia regalando e prodigando i suoi doni al popolo:

Al momento dell’apertura dell’uovo cosmico gli elementi leggeri si elevarono, mentre gli elementi grossolani si deposero al suolo. […] Le posizioni rispettive della Terra e del Cielo vennero fissate, e alto e basso apparvero. I saggi si ispirarono al modello cosmico del Cielo in alto che dominava la Terra in basso per stabilire le relazioni sociali; modello a cui corrispondeva quello proprio del corpo, con la testa che comandava alle membra, sul quale modellarono la gerarchia tra il sovrano e i ministri. […] Ciò rivela che l’epoca in cui gli uomini erano talvolta raggruppati in sciami e appollaiati nei nidi come gli uccelli, talvolta dispersi e rintanati nelle caverne come bestie selvagge, dove mangiavano peli e piume con la carne e si vestivano di foglie d’alberi, in cui la gerarchia delle classi d’età e di parentela era sconosciuta in seno alla famiglia e le regole dello status ignorate in società, non varrebbe il tempo presente, in cui si vive al riparo nelle vaste dimore, in cui ci si nutre di bianco frumento e di ogni sorta di vivande prelibate, in cui si indossano abiti in broccato e fine seta, in cui si è protetti dagli attacchi del freddo in inverno e del calore in estate. . […] L’eguaglianza di status e delle capacità erano causa di guerra spietata di tutti contro tutti. Ecco perché apparvero dei saggi che, sull’ordine del Cielo, apportarono agli uomini i benefici della tecnica e della civilizzazione. Uno tessette le reti per la pesca e per la caccia, uno inventò la foresta di fuoco ispirandosi al movimento degli astri, un altro testò tutte le piante al fine di selezionare i cereali, un altro ancora costruì le case per proteggersi contro le intemperie. Da ogni cosa trassero un utilizzo. Eliminarono i mali che affliggevano l’umanità, procurandogli una grande quantità di benefici. Il popolo li pose al suo comando con entusiasmo e li venerò. Nacquero i rapporti di subordinazione tra principe e sudditi. (Prima polemica. Dell’inutilità dei Prìncipi, confutazione del Maestro che abbraccia la semplicità)

La polemica e il contradditorio come metodo filosofico

Uno degli aspetti più interessanti da notare in questa tradizione filosofico-politica cinese è soprattutto la modalità con cui i temi vengono trattati. Nessuna trattazione sistemica o aristotelica: la speculazione filosofica viene sviluppata attraverso la ‘polemica’, forma privilegiata dell’esposizione del pensiero in Cina. Una forma espositiva che si sovrappone in parte al dialogo platonico ma non completamente. Ognuno espone la propria teoria e poi ascolta la confutazione del proprio avversario, in un susseguirsi di esposizioni che comportano la progressiva radicalizzazione della propria tesi. Non c’è mai l’astrazione pura, l’oggettivazione della teoria in un sistema che è, invece, tipico della modalità espositiva occidentale. Al contrario la tesi viene sempre ad essere incarnata dal proprio portavoce. Spesso è lo stesso autore a prendere le parti dell’avversario nelle polemiche, con un altro nome, fittizio, tentando di dissuadere sé stesso e provando con le nocche lì dove il muro eretto dalla sua trattazione potrebbe avere dei vuoti. I personaggi diventano avversari immaginari e figurarsi l’antitesi rappresenta un modo per ‘costringere’ il proprio pensiero a svilupparsi, ad affinarsi e chiarificarsi progressivamente – o meglio a radicalizzarsi. Si genera un triangolo ermeneutico reciproco tra la tesi, l’antitesi e anche il lettore che grazie al contraddittorio ha la possibilità di giudicare tutta l’oggettività delle tesi proposte con le formulazioni degli stessi autori, senza mediazioni e in modo diretto.

La parola del potere

Esiste propriamente una parola del potere e una parola della sua denuncia, come se il contenuto straripasse sulla forma e la condizionasse.

C’è dunque, in quegli anni, una parola dello Stato, del potere o del padrone, e una parola della sovversione. La parola anarchica cinese del terzo secolo è una parola che ricerca l’originarietà dell’essere umano, ovvero di uno stato dell’essere che porti fuori il soggetto umano dal circolo vizioso del sociale, considerata come costrutto e mescolanza di fini e utili individuali. Il mondo sociale, inoltre, è costituito da oggetti esterni, desiderabili, alienati. Oggetti che provocano bramosia e desiderio, e quindi alterità. L’Io si frattura tra un esterno e un interno, e così l’essere umano si aliena da sé stesso e dall’universo. Per ottenere tali oggetti bisogna lavorare, perché lavorando trasformiamo il mondo per ottenere i nostri scopi: ovvero mercificandolo. Ma tutto ciò ha un enorme prezzo, perché il mondo, una volta trasformato, non può se non trasformare anche noi stessi in soggetti funzionali alla produzione e al consumo. Uscirne è una questione mistica, un’ascesi e un rifiuto di ogni istituzione esterna per approdare in un territorio che si trova al di là dell’intelletto e dell’intelligenza emotiva. Questi radicali del III secolo elogiano l’anarchia del caos primigenio, il regno dell’indistinzione confusa, dell’anomia, dell’assenza di un nomos. Un inselvatichimento che è ritorno all’animalità, per ripristinare uno spirito sopito da tempo, quello incapace di piegarsi ai protocolli dei funzionari del Potere.

Fiori vivi ringrazia

Claudio O. Menafra: linguista, articolista e insegnante di letterature straniere. Collabora con diversi giornali e riviste, compensando la cronaca con la terza pagina e seguendo le principali uscite letterarie contemporanee, con recensioni e saggi.

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