di Dario Pontuale
Una donna ritratta di profilo, la luce chiara cade sulla schiena nivea contrastando con il vestito nero, con i bruni capelli raccolti. Il fondale buio non suggerisce dettagli, confonde al pari dell’espressione enigmatica. Un chiaro-scuro che a prima vista sembrerebbe una fotografia, invece è un olio su carta; intitolato: Il dubbio.

La modella si chiama Elisa Marcucci, è musa e sposa dell’autore, pittore, scultore, scenografo, soprattutto tra i padri del Futurismo: Giacomo Balla. Il poliedrico artista risulta firmatario del Manifesto dei pittori futuristi nel quale si afferma l’amore per la velocità, l’innovazione, la modernità, il progresso.
La pittura deve rendere percettibile il movimento della vita, avvalersi della luce artificiale; perorare la frenesia del dinamismo, catturare lo spazio, esaltare lo spostamento, la scomposizione della forma; elevando i traguardi tecnologici e scientifici. Balla afferma categorico di volere: «ricostruire l’universo rallegrandolo», riproducendo le forme naturali con materiali come cartone, lamiera, legno.




Evidente, anzi indubbio, che Il dubbio, manchi totalmente di spirito avanguardista. Come mai? Forse la datazione, fissata tra il 1908 e il 1909, può suggerire un’ipotesi di partenza. L’autore sposa il Manifesto soltanto nel 1910, prima si riconosce pittoricamente nel Divisionismo; pratica nata in Francia che studia la luce per aumentarne l’effetto di rifrazione. Affiancando colori puri, secondo la legge dei complementari, non li mescola sulla tavolozza, ma li stende direttamente su tela con tocchi di pennello separati che, se osservati a distanza, offrono l’impressione di una tinta omogenea, mentre da vicino si palesano come un mosaico di piccole macchie. Un’espressione pittorica essenzialmente intellettuale che oltrepassa il ‘Luminismo impressionistico’ per arrivare al ‘Luminismo astratto’, all’esaltazione dell’elemento cromatico raggiunto tramite precise formule ottiche. Appurato ciò, il quieto e silenzioso chiarore emesso dal quadro, assume lecite spiegazioni, resta però inspiegato l’effetto dei contrasti, il nero dei fondali, della veste.
Una plausibile ragione può rintracciarsi nell’esperienza biografica di Balla che, nato a Torino nel 1871 da padre chimico e madre sarta, fin da bambino ama la musica, ma predilige il disegno. Laureato all’Accademia di Belle Arti, segue i corsi del fotografo Paolo Bertieri, celebre artista del ritratto, proprietario di uno studio in Via Po 25; esperto di Platinotipia. Un processo chimico in grado di restituire ampie gamme tonali, nel quale i sali del platino, stesi direttamente sulla carta, garantiscono un’alta qualità di stampa del bianco e del nero. È il 1895, Balla ha ventiquattro anni e, appena appresi simili effetti cromatici, si stabilisce nella capitale, diventando figura centrale del cenacolo artistico romano, affiancato dai promettenti allievi: Boccioni e Severini. Ecco spiegate, almeno praticamente, le ragioni dei bianchi lucenti e dei neri cupi, eppure un dubbio permane.
Il dubbio che resta velato nello sfuggente sorriso di Elisa, dietro la posa di tre quarti che ne protegge i pensieri, le mute confessioni. Un’opera di sessantasette centimetri per cinquanta, di medio formato, conservata alla Galleria d’Arte Moderna di Roma; un quadro saturo di sfacciata sensualità e vergineo candore.
Il corpo non compare interamente, eppure l’anima misteriosa straborda dai confini, diventa purezza di angelo, di ninfa, di naiade tanto quanto d’insidiosa beltà, d’invogliante seduzione, di stuzzicante disubbidienza. L’armonia del collo, della schiena, delle ciglia, delle gote confluiscono nello sguardo fermo, congelato dentro un istante sospeso, ovattato, intimo. Elisa insinua il dubbio in chi guarda perché il dubbio è fuori, non dentro l’opera. Tale ipnotico trasalimento, simile sussulto dell’inconscio vengono poeticamente espresse dalle pennellate grasse, dai giochi ottici del talentuoso Balla. Su ciò, perlomeno, non c’è ombra di dubbio.
Quando l’autore torinese abbraccia l’avanguardia, vende le opere precedenti, firma con lo pseudonimo ‘Futurballa’ , cambia radicalmente stile, perfino nell’abbigliamento. Chiama le figlie Luce e Elica, decora la propria abitazione con mobili e pareti dai colori sgargianti, arreda secondo il nuovo canone il Bal Tic Tac, celebre locale romano degli anni Venti. Segue il corso della storia d’Italia, scolpisce una statuetta raffigurante Mussolini, realizza il dipinto Marcia su Roma, diventa l’artista del fascismo, la critica l’osanna.
Nel 1937, inaspettatamente, torna al Figuratismo e annota:
«Avevo dedicato con fede sincera tutte le mie energie alle ricerche rinnovatrici, ma a un certo punto mi sono trovato insieme a individui opportunisti e arrivisti dalle tendenze più affaristiche che artistiche; e nella convinzione che l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative ornamentali, perciò ho ripreso la mia arte di prima: interpretazione della realtà nuda e sana».
Paga l’abiura con l’epurazione dalla cultura ufficiale e per veder riconosciuto il proprio assoluto valore deve attendere il dopoguerra quando, nel 1949, Dinamismo di un cane al guinzaglio viene esposto al MoMa.
Muore ottantaseienne a Roma, nel 1958, riposa al Cimitero del Verano, ma tra i molti capolavori Il dubbio rimane ermeticamente sibilino. Un’opera palpitante, avvolgente, capace di abbagliare nonostante il buio, smuovere l’atmosfera restando ferma, illudere sebbene non utilizzi incantesimi. Probabilmente, magari, chissà.








Fiorivivi ringrazia
Dario Pontuale: scrittore, critico letterario, bibliotecario. Per i suoi bellissimi lavori rimandiamo al sito https://www.stradariopontuale.com/