Scena corsara. Intervista a Paola Scotto di Tella

In un freddo pomeriggio di inizio anno conosciamo Paola Scotto di Tella, attrice di teatro, regista, formatrice e drammaturga. L’avevamo già seguita in alcuni suoi lavori, interessandoci soprattutto a uno spettacolo, Quelle sere al Biondo Tevere, in cui aveva mescolato con maestria brani di Pierpaolo Pasolini, articoli di cronaca e canzoni legate al mondo pasoliniano. Ma procediamo con ordine e proviamo a conoscere questa poliedrica artista.

La ringrazio Paola per averci concesso questo dialogo. Vorremmo iniziare chiedendole come sia arrivata al teatro, se ha avvertito da subito una connessione o se invece è approdata a esso come una scoperta successiva.

P.S.DT «Ho avuto da sempre una passione per le storie, mi piaceva metterle in scena. Ricordo di aver iniziato sulla spiaggia da piccola, con le mie amiche bambine e i romanzi di Salgari. Penso che venga proprio da questi primi esperimenti la passione che ho di riadattare testi altrui. Solo in un caso, almeno fino a ora, ho scritto tutto dal nulla. Era un testo storico sulla rivoluzione francese dal titolo 1789 Lumi di Francia

Lei conosce il teatro sotto molteplici sfaccettature, oltre che scrittrice e drammaturga è anche insegnante di teatro; è arrivata a ricoprire questi diversi ruoli gradualmente?

P.S.DT «Si, ci sono arrivata nel tempo. Io in realtà ho avuto una formazione presso una scuola riconosciuta. Poi a 24 anni ho incontrato un collega, Giovanni Nardoni, con cui ho lavorato per un lungo periodo, ricordo che cominciammo anche a fare i laboratori nelle scuole. Lui aveva già maturato esperienze di regia e aiuto regia, mentre io lo assistevo, poi successivamente ho trovato una mia strada, un mio modo di procedere attraverso le mie corde e i miei colori. Dopo 28 anni ci siamo divisi, quindi quello verso la regia, in un certo senso, è stato un percorso indotto, ci sono arrivata lavorando con i ragazzi e poi sviluppandola ulteriormente. Dal 2018 porto infatti avanti da sola la compagnia ‘La scena corsara’.»

Ma il nome della compagnia è da attribuire alla sua passione per Pasolini?

P.S.DT «In parte sì, ma anche perché ho sangue marinaro per via dei miei nonni.»

Portare avanti una compagnia teatrale è un’impresa temeraria, immagino che da quando sia lei a tirare le redini l’abbia reimpostata con il suo stile.

P.S.DT «Esattamente. E sta prendendo sempre più forma. A me piace molto mescolare il teatro con altre forme espressive, soprattutto con il movimento, con la danza, e noto che in Italia invece è difficile trovare lavori del genere.  Trovo interessante per esempio mischiare la prosa con la musica dal vivo.»

Al di là dello specifico ruolo che ricopre a teatro, esiste però dentro di lei un filo conduttore, una ricerca, una tensione che ne accomuna le diverse espressioni?

P.S.DT «Sì, come accennavo anche prima, la ricerca di una congiunzione, il tentativo di inserire all’interno della prosa dei movimenti danzati eseguiti dagli attori. In passato ho anche lavorato proprio con dei coreografi che montavano le sequenze. Ricordo ad esempio un Edipo Re fatto in questo modo, fortemente legato all’elemento corporale.»

Il suo ultimo spettacolo era su Pasolini che, insieme a Moravia, può essere considerato il padre del teatro della parola. Vedendo invece il suo adattamento abbiamo notato che la componente fisica fosse importante, che ci fosse un movimento nonostante fosse una lettura di brani e reinterpretazione degli stessi. Che relazione vede lei Paola tra il corpo e la parola?

P.S.DT «Lentamente, ma è stata una evoluzione naturale più che una scelta ragionata, mi sto allontanando dal teatro di parola. Guardo con occhi diversi certi spettacoli. Non amo molto i monologhi, gli spettacoli con un solo attore, che oggi sono molto diffusi purtroppo anche per motivi economici. È sempre più difficile avere spettacoli con più attori e musicisti. Per esempio quello su Pasolini che menzionavamo è molto costoso perché prevede cinque elementi in scena. Si può fare con quattro al limite, ma è comunque pensato per essere a dimensione corale. L’abbondanza di spettacoli-monologhi che abbiamo in Italia è dovuto in parte proprio alla mancanza di fondi. A me come attrice invece piace molto lavorare insieme ad altri attori. Una sola volta ho recitato un monologo, ma era un lavoro che non avevo né prodotto, né scritto io, ed è stata un’esperienza bellissima ma anche stranissima. Anche stare in camerino da sola mi appariva diverso, sono sempre abituata ad avere gente intorno. A me piace vedere in scena cosa avviene tra gli attori, sia quando lo spettacolo lo dirigo che quando ne rendo parte come attrice. Quando nei monologhi c’è così tanta parola qualcosa mi pare venir meno; nonostante ci siano brani bellissimi da interpretare, l’azione tra parola e corpi è qualcosa di diverso. Pasolini era un poeta prima di essere un drammaturgo, vedeva tutto da quella prospettiva. Il cinema, la sceneggiatura sono venuti dopo, con un linguaggio diverso. Io di questo grande autore ho analizzato una certa parte del suo lavoro, sono partita dai romanzi, in particolare da ‘Una vita violenta’, che ho preferito a Ragazzi di vita la cui frammentarietà rischia di far perdere emotività al lettore/spettatore. Una vita violenta è una ‘botta’, è un testo potente, contiene qualcosa che trascina, e che perdura anche nella stessa sceneggiatura del film. Per questo ho voluto intitolare il mio lavoro Quelle sere al biondo Tevere. Sfiorando Pasolini, per sottolineare il richiamo alla parte per me più luminosa della storia di questo grande autore. Lui arriva a Roma da esiliato, per via di un problema di atti osceni è costretto a lasciare la scuola e ad andare lontano; e conosce la miseria, nonostante venga da una famiglia borghese. E proprio in questo momento doloroso scopre una Roma incantata, che lui stesso definisce come una ‘attrazione iridescente’. In quel periodo storico, a Roma, il suo genio esplode e da Mamma Roma inizia la sua felice avventura cinematografica.» 

Prendendo spunto da questo spettacolo su Pasolini, che si basa su un suo lavoro di scrittura e adattamento di testi dell’autore in un andamento circolare (che partendo e concludendosi su articoli di cronaca viene al centro animato da bravi e canzoni citate da Pasolini stesso), cosa rappresenta più in generale per lei l’atto creativo? Si dice che esso si componga di diverse fasi, da quella mentale, visiva, organizzativa, fino ad arrivare a quella di verifica, per poi culminare nell’illuminazione. Lei come si orienta a riguardo?

P.S.DT «Per me è sempre qualcosa di diverso, non ho un approccio univoco, perché una eccessiva metodica falserebbe quella immediatezza che ricerco. Istintivamente penso per immagini, una scena la vedo proprio, anche perché è ciò che lo spettatore affronta, un teatro per immagine. Qui si apre anche una riflessione ulteriore, perché noi proveniamo da una cultura basata sull’immagine che oggi rischia di essere così eccessiva da essere subliminale. Però la scena va vista prima che sentita, non è soltanto voce, è anche luce, colore e musica.»

E quando deve affrontare uno spettacolo di cui non solo è la creatrice e la regista ma anche una interprete, come vive questa sua duplice e triplice veste?

P.S.DT «È faticoso stare dentro e fuori la scena. Sono ritmi differenti. Lo spettacolo su Pasolini in realtà è un reading non reading, in quanto a un certo punto si abbandonano i leggii. Anche il modo in cui è nato è particolare, perché un suo piccolo seme è venuto alla luce dieci anni fa da una performance sul Forte Ardeatino. All’epoca su questo luogo storico non c’erano grandi notizie e io cercai di parlarne attraverso colui che ha mostrato al mondo la periferia romana. Nel 2012 non era ancora esploso l’interesse del cinema e della televisione su questi argomenti. Io e Giovanni Nardoni realizzammo questo reading tratto da Una vita violenta; era una cosa semplicissima, ci accompagnava alla chitarra Bernardo Nardini, un musicista che lavora sempre con me. Successivamente in ricorrenza del centenario della nascita del poeta, presso l’associazione La Villetta che tuttora frequento molto e in cui faccio volontariato, sono stata inserita in un progetto che era destinato all’Estate Romana. Chiamai Bianca Maria Castelli e il gruppo musicale Acoustic Lane (Claudio Bevilacqua, Enrico Mossena e Roberto Capacci), con cui collaboravo da tempo, e abbiamo dato vita alla prima versione dello spettacolo che portiamo in scena oggi. Nel tempo ha cambiato anche forma in funzione dei luoghi in cui ci siamo esibiti, cambiando veste e strutturandosi più come un vero spettacolo; lo si può vedere anche dagli abiti di scena, tutti argento e nero, che somigliano sempre meno a quelli dei concertisti (tipici appunto dei reading). Mi sarebbe piaciuto presentare me e la mia compagna in scena come due angeli neri che riscoprono la stele di Pasolini, mi ero immaginata il tutto ancora più coreografico, ma appunto dipende sempre dai luoghi in cui poi lo spettacolo viene rappresentato. In un teatro piccolo c’è uno spazio diverso, ridotto. Al contrario che in passato, con molta difficoltà, sto cercando negli ultimi tempi di muovermi verso spettacoli agili, che possano adattarsi a differenti messe in scena. Per esempio quello che sto provando ora, che si basa su Furore di Steinbeck, una delle mie prime regie con tre attori e un musicista/personaggio, nasce per essere rappresentato ovunque, è quasi teatro di strada. Ciò che mi spinge in questa direzione è la necessità di evitare che lo spettacolo si chiuda troppo in se stesso e rischi di rimanere lì.»

Ha sostenuto di amare quella magia che si crea tra gli attori, immagino valga anche quando lavora con la coprotagonista di Quelle sere al Biondo Tevere, Bianca Maria Castelli.

P.S.DT «Il mio sodalizio con Bianca Maria parte da molto lontano, abbiamo infatti iniziato insieme da ragazzine partecipando a un corso di teatro con Daniela Petruzzi e seguendo poi la scuola riconosciuta con Lydia Biondi. Successivamente le nostre strade professionali si sono separate, lei ha lavorato in grandi teatri con Rossella Falk, e poi ha scelto un percorso nel teatro canzone. Nel privato ci siamo sempre frequentate e dopo tantissimi anni abbiamo fatto insieme una piccola cosa, era l’inaugurazione della Consulta femminile dell’XI Municipio e abbiamo rappresentato uno stralcio di Yerma di Garcia Lorca con la partecipazione di tre mie allieve. Dopo qualche anno abbiamo messo in scena Prima dell’alba scritto e diretto da Bianca Maria, con la partecipazione di Claudio Bevilacqua. Era la storia di due artiste del varietà durante la seconda guerra mondiale, un testo molto interessante dal punto di vista della memoria storica, descriveva un ambiente e un mondo che oggi sono spariti. Da quel momento abbiamo ricominciato a lavorare insieme.»

Jacques Copeau, figura cardine del teatro del Novecento, sosteneva che Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono ferite, dove ci sono dei vuoti. Lei è d’accordo?

P.S.DT «Questa affermazione si può riferire sia al ruolo dell’attore che a quello dello spettatore. La scelta del teatro come forma espressiva è spesso dovuta a una rivalsa, nasce nell’intimo di persone che hanno bisogno di essere ascoltate e viste. Per me è stato così. Poi si cambia, questa motivazione è infatti più legata al primo impulso dell’adolescenza, poi subentra altro. Ma anche chi assiste al teatro sente spesso un vuoto e vuole ricercare qualcosa che lo colmi. Più in generale bisogna che ciò a cui si assista sia capace di arrivarti, se ti smuove qualcosa nella pancia vuol dire che c’era un bisogno. Anche se raramente, succede che un lavoro rimanga nella memoria: è la magia del teatro, la capacità di far risuonare qualcosa dentro.»

Il teatro appunto è capace di scavare nel profondo, c’è qualcosa di questa sua attitudine che la spaventa?

P.S.DT «Certo. In Quelle sere al Biondo Tevere ho rischiato di essere troppo coinvolta per far bene il mio lavoro. Il romanzo Una vita violenta è legato alla mia vita, l’ho letto a sedici anni. Appena arrivata a Roma trovo questo libro in cui compariva uno strano idioma, Pasolini fa parlare in dialetto i suoi protagonisti. E poi scoprii Roma negli anni’80, proprio come fece lui nel ‘57, tanto che le sue descrizioni risuonavano in modo particolare in me. Spaventa il fatto di dare qualcosa che cada nel nulla, che riguardi te stesso così tanto ma che poi non arrivi al pubblico.»


Pensa che esista una responsabilità verso il pubblico?

P.S.DT «Quando il pubblico ti segue in sala hai la responsabilità di prendere la sua attenzione. Lo spettatore paga il biglietto, esce di casa, ti offre il suo tempo e tu dovresti donare qualcosa. Anche se non sempre si deve trasmettere un messaggio, se c’è qualcosa che tu vuoi far arrivare, lì la tua responsabilità è riuscire a trovare il linguaggio giusto. L’opera di Pasolini per esempio è un’opera di nicchia, descrive il sottoproletariato ma non comunica con esso. Quelle sere al biondo Tevere voleva essere invece per tutti, l’ho pensato in questo modo, anche perché la musica è un veicolo più veloce, arriva prima della parola.»

In quello spettacolo infatti era stato ammirevole l’equilibrio che avevate creato tra la parola e la musica, era costruito bene.

P.S.DT «Avevamo scelto anche dei brani tratti da Mamma Roma, che forse è il film meno di nicchia di Pasolini, capace di arrivare a tutti. Forse perché c’è la Magnani, forse perché è una storia che ti prende di pancia. Nei romanzi è tutto più complesso, perché Pasolini ha descritto una popolazione con cui non ha davvero comunicato. Lui in realtà era un aristocratico, aveva un rapporto un po’ mercenario con questa popolazione da cui era circondato anche per interesse.»

Con questo vuole dirmi che preferisce lavorare su testi che riescano a priori a essere maggiormente comunicativi?

P.S.DT «Con Quelle Sere al Biondo Tevere ho cercato un linguaggio che potesse arrivare a tutti, anche se ovviamente ognuno poi ha delle chiavi e dei piani diversi di interpretazione. Però per me il teatro non deve essere elitario. Prima citavi Alberto Moravia, la sua prima produzione letteraria si basa su una scrittura più lineare e diretta, poi anche lui si è spostato in una direzione maggiormente sessualizzata. Ma i primi lavori, come Gli indifferenti, che è un vero capolavoro e può leggerlo anche un quindicenne o Le ambizioni sbagliate che è meno conosciuto ma davvero bello, hanno un linguaggio molto più diretto rispetto a Pasolini, su cui si deve lavorare di più per renderlo adatto a tutti.»

É bello che lei abbia mantenuto questo sguardo appassionato, molti artisti nel tempo assumono una posizione molto più cinica.

P.S.DT «La mia è una posizione di ricerca, sono molto curiosa di ciò che mi circonda, vedo tanti spettacoli, ma è difficile che qualcosa mi prenda davvero sul lato emotivo. Può anche non accadere subito, ma se ha un valore te lo ricordi, c’è qualcosa che ti riporta in quel luogo emotivo. La maggioranza degli spettacoli, seppur belli non ti prendono.»

E secondo lei ciò è dovuto al fatto che non ci sia una grandissima qualità?

P.S.DT «No, è come se la mente avesse preso più spazio, troppo spazio rispetto al lato emotivo, e così anche di fronte a lavori di altissimo livello non si provasse più quella energia che ti inchioda alla poltrona.»

Trovo interessante che lei attribuisca un peso anche alla capacità di fruire del teatro. Non capisco però se pensa che ciò avvenga perché lo spettacolo è costruito con meno empatia verso il pubblico o se sia il pubblico stesso ad aver perso questa capacità di immergersi e farsi trasportare dall’istinto.

P.S.DT «Non dipende dal pubblico, e questa mia impressione è condivisa anche da tanti miei colleghi. Dipende da come viene messo in scena uno spettacolo. Forse è un periodo di transizione del teatro. Lo scorso anno ho visto qualcosa di molto poetico, uno spettacolo di circo-teatro ispirato a Il mago di Oz, era uno spettacolo senza parola che comunicava emozioni intense.  La maggioranza degli spettacoli oggi utilizza il video, lo uso anche io, però quando posso cerco di evitarlo. A volte mi sembra che sia quasi un modo per cercare di coprire dei vuoti, quando invece dovrebbe solo essere un modo di raccontare alternativo. Nonostante sia molto bello da vedere, si corre il rischio che diventi tutto troppo mentale. Anche da un punto di vista tecnico è difficile da gestire, se l’attore interagisce con il video è complesso rivederti quando provi.»

Come formatrice invece, quale è la sua esperienza?

P.S.DT «Io ho lavorato tantissimo con gli adolescenti e la parte più interessante è assistere alla loro crescita artistica, al loro cambiamento. Ho tenuto per sette anni un laboratorio teatrale in un liceo classico e alcuni ragazzi che ho seguito hanno scelto il teatro come professione. Un mio ex allievo, Francesco Martino ha appena recitato con Sorrentino, un altro, che mi considera un po’ la sua madrina, ha creato una sua scuola e in qualità di Preside ha introdotto il teatro dalle elementari al liceo come materia obbligatoria come in America. Ma mi trovo bene anche con gli adulti, proprio adesso sto tenendo un corso al teatro Garbatella con un gruppo misto che va dai 17 ai 48 anni. All’inizio è stato un po’ complicato gestire un gruppo così eterogeneo, ma poi abbiamo trovato un equilibrio e adesso stiamo lavorando con molta allegria e creatività.»

Concluderete con uno spettacolo?

P.S.DT «Si, mercoledì 10 giugno al Teatro Garbatella. Si chiama Dancing Paradise ed è tratto da svariati testi di Tennessee Williams.»

Nei lavori che lei riadatta vuole che sia rispettato il testo originale o in scena permette che si modifichi qualcosa?

P.S.DT «Mi piace lavorare al testo anche con gli attori, perché una parola può avere un senso nell’azione e l’azione può modificare la battuta, sempre ovviamente rimanendo nella linea narrativa di ciò che si sta rappresentando.»

Per concludere, c’è qualcosa che vorrebbe ancora rappresentare?

P.S.DT «In questo momento è qualcosa di accennato, vorrei fare qualcosa che utilizzi i canti popolari del lavoro, sento dentro di me questo desiderio crescere come un piccolo seme, ma nel concreto devo averlo sepolto perché sono presissima dal presente e dai progetti che cerco di portare avanti. Oltretutto la burocrazia sta massacrando il nostro lavoro, quindi purtroppo la gestione amministrativa della Compagnia mi occupa molto tempo. Per ora mi concentro sul presente, poi il resto verrà al momento giusto.»

Valerio Adami e lo spirituale

Ancora pochi giorni per ammirare la nuova mostra, Mito e spiritualità, dedicata a Valerio Adami presso il CIAC, il Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno.

50 opere selezionate, tra dipinti e disegni, che indagano il tema della trascendenza. Adami parla in questi suoi lavori di sacro, non in senso dogmatico ma laico e spirituale. La vita e la morte sono attraversate da religione, guerra, amore, tradizione, sogno, sfaccettature differenti che si ricompongono in una forma di spiritualità universale.

Il percorso espositivo

Il percorso espositivo alterna quadri a disegni e schizzi preparatori in bianco e nero. Come se la matrice concettuale e poetica del segno partisse da una piccola dimensione per estendersi a tele di forte impatto visivo. Ma non poteva essere rappresentato meglio, se si pensa che il disegno è per Adami il fondamento della sua poetica. La materia cromatica è stesa piatta, liscia, con colori pop, dentro contorni neri e spessi, come quelli del disegno per l’appunto.

Il disegno e il colore si intrecciano in un linguaggio capace di rivelare l’universo simbolico dell’autore, dove l’ossimoro tra sacro e profano, come una narrazione continua, tracciano le linee dell’esistenza. Tutto ciò che ritiene divino, dal mito alla religione, dalla filosofia alla musica, dal cristianesimo, ebraismo al laico, dalla memoria del passato al ricordo di viaggi e letture, tutto questo confluisce in questa sua visione d’insieme.

C’è un solo modo per dare risposta ai propri quesiti: chiedere ai propri disegni di essere delle risposte alla tante domande che ci poniamo, perché ogni disegno nasconde una risposta. Altro non è che una breve risposta alle nostre domande su noi, sull’altro e sul tempo della nostra vita…breve o lunga che sia..

Vita e arte

A dimostrazione che la sua vita personale, il suo vissuto si fonde con l’arte e la reinterpretazione artistica c’è una tela: L’ultimo Pound del 2012 (acrilico su tela, 147 x 196 cm). Nel suo studio sul lago Maggiore, l’artista ha appeso al muro una foto, da lui stesso scattata, del poeta a Venezia, quando l’accompagnava ogni mattina nella sua passeggiata alle Zattere. Il viaggio intellettuale e culturale, centrale nella lirica del poeta, è ciò che più collega intellettualmente i due artisti.

Accanto al sofà, compare una cartolina con la fotografia della stanza in cui dormiva Nietzsche a Sils-Maria. Entrambi pensatori con cui non era possibile non doversi confrontare. Bellissimo, in tal senso, anche l’omaggio a Gandhi. Ma il legame più stretto è con un altro pensatore, con cui Adami condivide una profonda affinità teorica, Jacques Derrida. Adami, secondo il filosofo, costruisce immagini come strutture di segni, fatte di contorni netti, frammenti, citazioni letterarie e storiche. Tutto ciò in perfetta connessione con la decostruzione derridiana e il rapporto tra scrittura e immagine.

Ed è proprio la presenza di un testo, disegnato o evocato, a far dire a Derrida che Adami scrive disegnando, non disegna oggetti o scene, ma tracce (di rilievo +R par dessus le marchè, incluso poi nel volume La vérité en peinture, testo critico che contiene estensioni concettuali del lavoro pittorico di Adami). A sua volta il pittore lo omaggia inserendolo proprio nella sua galleria di intellettuali, con un ritratto (Portrait de Jacques Derrida del 1990 in cui viene rappresentato come una figura-segno).

<<lo sono rimasto subito colpito dalla forza, dall’energia del tratto, ma anche da un richiamo nel disegno – e anche nella pittura – ad altri tipi di scritture: letteraria, politica, storica>>

Jacques Derrida

La poetica

Per descrivere la poetica di Adami, al di là del suo stile pittorico, ci affidiamo alle sue stesse parole che riflettono, in modo esplicito, il rapporto esistente tra linguaggio, segno e comunicazione e come il segno sia la struttura del suo pensiero.

It’s not the quality of the product which counts, but the means by which this is communicated: […] this absolute autonomy of language, from the moment that my only aim is simply to communicate, to represent the external world, the meaning behind our human reality, the man, the only absolute protagonist of my interest, a man shown in his conflicts, in his future projections, in the places where he lives, in the insistence of facts, in his healty renaissance of energy.

Non è la qualità del prodotto che conta, ma il mezzo con cui questo viene comunicato: […] questa assoluta autonomia del linguaggio, dal momento che il mio unico scopo è semplicemente comunicare, rappresentare il mondo esterno, il senso della nostra realtà umana, l’uomo, unico protagonista assoluto del mio interesse, un uomo mostrato nei suoi conflitti, nelle sue proiezioni future, nei luoghi in cui vive, nell’insistenza dei fatti, nella sua sana rinascita di energia.




Riferimenti

Il pittore italiano Valerio Adami (Bologna1935) dopo aver studiato all’Accademia di Brera a Milano sotto la guida di Achille Funi, sviluppò uno stile distintivo caratterizzato da contorni neri netti e campiture di colore piatto e brillante, ispirate al fumetto e alla grafica pubblicitaria. Negli anni ’60 si avvicinò alla pop art e al figurativismo narrativo, reinterpretando temi letterari, mitologici e politici attraverso una pittura colta e simbolica. Tra Parigi, Londra, New York, Monaco, Messico, si stabilisce poi sul Lago Maggiore dove tutt’ora lavora. Adami ha esposto in importanti musei e gallerie internazionali, tra cui il Centre Pompidou di Parigi e la Biennale di Venezia. Oggi è considerato una delle figure più eminenti dell’arte contemporanea europea, capace di fondere eleganza formale e riflessione filosofica nel suo linguaggio visivo.

https://www.archiviovalerioadami.it

Arti figurative tra Natura e Spirito

#4 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Spiriti della natura nell’arte

Bisogna pensare al regno degli spiriti della natura come al regno del pensiero; queste entità aleggiano intorno a noi, alcune come venti impetuosi, altre come dolci brezze estive.

Autrice di questo monito è Hilma Af Klint, pittrice e mistica, che si dedicherà all’osservazione e contemplazione degli aspetti esoterici della Natura, per poi applicarli all’arte pittorica. Lo studio delle piante e della natura infatti viene vissuta dalla Klint come una forma di ricerca e interpretazione nuova della realtà. In particolare nel periodo tra il 1919 e il 1920 realizza una serie di 46 tavole a tema botanico che quest’anno il Moma ospita in una sua mostra dal titolo esplicito e suggestivo What stands behind the Flowers. Si tratta di disegni a matita e acquerello sulla flora stagionale svedese, dai mughetti e i girasoli alle violette e ai fiori di ciliegio, che seppure è corretto far rientrare nella categoria dei disegni botanici, non si esauriscono a questo. L’intensione della Klint infatti è quella di ricercare un linguaggio astratto, costituito da una serie di raffigurazioni floreali in grado di mostrare per l’appunto ciò che si cela dietro i fiori.

Così le forme, i colori e i tratti divengono lo strumento di una traduzione dell’elemento naturale in elemento astratto. A guidarci in questa direzione sono proprio i taccuini di studio della pittrice, in cui riporta in modo dettagliato le sue riktlinjer, ovvero le sue linee guida. In queste pagine autografe, come fossero un supplemento ai suoi tradizionali studi botanici, Hilma Af Klint correda i disegni con annotazioni e geometrie esoteriche, tentando una definizione semiotica della Natura stessa.

I diagrammi astratti obbediscono a una sintassi visiva, capace di organizzare l’invisibile e di restituirci un nuovo modo di leggere il mondo naturale. (Jodi Hauptman, curatore della mostra)

Secondo l’artista quindi un mondo misterioso e pieno di spiriti si nasconde dietro le forme della Natura, è tangibile e reale, seppur codificato con un linguaggio altro. E spetta all’uomo attuare un processo di leggibilità, una traduzione di quella dimensione interiore e ulteriore, utilizzando per l’appunto una sintassi visiva. Ma questa operazione non è mai neutrale, per cui può essere portata aventi solo da un individuo che comprenda il valore della ricerca, dentro e fuori se stesso. L’influenza esoterica è forte, nel modo di pensare, dipingere e osservare della Klint, che si interessa allo spiritualismo, alla teosofia, ma soprattutto di dedica con passione allo studio sistematico dell’opera di Rudolf Steiner, conosciuto personalmente nel 1908. L’effetto di tutto ciò si riflette sulla sua vita, diviene infatti elemento attivo e partecipativo di un gruppo di donne, De Fem, che praticava meditazione e spiritismo, ma soprattutto sulla sua arte.

Af Klimt, prediligendo uno stile astratto che avrebbe anticipato di molto le correnti artistiche successive, crede che l’arte sia un mezzo per connettersi con il mondo non visibile ma esistente. E proprio l’astrattismo, prima di Kandinsky o Mondrian, risulta per lei il modo migliore per rappresentare l’invisibile.

La natura aveva per lei una dimensione spirituale, profonda e ulteriore, in grado di mostrare cosa realmente c’è oltre la materia stessa. Questa impostazione richiama alla memoria l’idealismo trascendentale, una corrente filosofico/estetica di cui Schelling faceva parte. L’autore infatti considera l’arte, e la sua visione, come una manifestazione dell’assoluto, della verità spirituale che riassume in se stessa la natura e la libertà, il finito e l’infinito.

Le arti figurative e la natura

Le arti figurative e la natura è il titolo di una conferenza di Schelling del 1807, in cui il filosofo teorizza un legame attivo tra anima e natura come fondante per la comprensione dell’arte stessa. Senza la presa di coscienza di tale connessione ogni forma d’arte, in particolare quella figurativa, perderebbe il suo carattere magico. Riuscire a cogliere nella natura l’anima, lo spirito, non sarebbe perciò solo una operazione intellettuale, ma una pratica concreta per disvelarne la vera essenza. E se per giungere a questo serve l’artista, colui che rappresenta una specie di mediatore tra spirito e natura, colui che «[…] è, in certo senso, più grande di se stesso, perché esprime qualcosa che va oltre la sua coscienza individuale», spetterebbe comunque a ogni uomo ricercare quel carattere vivo e operante nelle cose della Natura.

 «[…] soltanto per lo studioso colmo di entusiasmo la natura è sacra forza cosmica primordiale che crea eternamente il mondo e che da se stessa liberamente produce tutte le cose e le rende attive.»

In altre parole sarà possibile per l’uomo conoscere davvero l’anima e la natura, solo a patto di prendere coscienza del legame profondo che connette questi due elementi. Legame che peraltro non è mai dato una volta per tutte, dovendosi al contrario rinsaldare, mantenendosi vivo e vitale. Senza questa operazione continua non saremmo in grado di vedere null’altro che vuote forme.

«Se consideriamo le cose non nell’essenza loro ma nella loro vuota e astratta forma, esse non dicono nulla alla nostra coscienza; dobbiamo profondervi tutto il nostro sentimento, tutto il nostro spirito, se vogliamo che ci diano risposta.»

La parte più interessante di questa riflessione di Schelling è proprio il non considerare la natura mera forma, mero prodotto, mera trasposizione artistica passiva. Egli infatti cerca di comunicare l’idea di una natura vivente e creatrice che deve essere colta dall’uomo e dall’artista, uno in modo consapevole, l’altro in modo sia consapevole che non, perché capace di esprimere l’ulteriorità della propria coscienza. L’opera d’arte infatti è solo in parte frutto del suo autore, della sua azione, perché sempre subentra qualcosa di diverso, un afflato divino. «L’artista deve dunque allontanarsi dal prodotto o dalla creatura, ma solo per elevarsi fino alla forza creatrice e per coglierla spiritualmente.»

Esattamente come per la Af Klint, le figure e i simboli sono un linguaggio parlato dallo spirito della natura che opera all’interno delle cose. Se lo sguardo si fermasse alle sole forme, seppur belle, non si potrebbe cogliere la vera bellezza che al contrario risiede al di sopra della forma ed è «essenza,[…] sguardo ed espressione dello spirito immanente della natura.»

La natura è infatti come la severa e dura bellezza che sfugge all’occhio volgare. Leggiamo infatti nel Sistema dell’idealismo trascendentale che:

Ciò che noi chiamiamo natura è un poema chiuso in caratteri misteriosi e mirabili. Ma se l’enigma si potesse svelare noi vi conosceremmo l’odissea dello spirito, il quale, per mirabile illusione cercando se stesso, fugge se stesso; […] Ogni splendido quadro nasce quasi per il fatto che si toglie quella muraglia invisibile che divide il mondo reale dall’Ideale, e non è se non l’apertura, attraverso la quale appaiono nel loro pieno rilievo le forme e le regioni di quel mondo della fantasia, il quale traluce solo imperfettamente attraverso quello reale. La natura per l’artista è non più di quello che è per il filosofo, cioè solo il mondo ideale che appare tra continue limitazioni, o solo il riflesso  fuori di lui, ma in lui.

Il dubbio dentro IL DUBBIO

di Dario Pontuale

Una donna ritratta di profilo, la luce chiara cade sulla schiena nivea contrastando con il vestito nero, con i bruni capelli raccolti. Il fondale buio non suggerisce dettagli, confonde al pari dell’espressione enigmatica. Un chiaro-scuro che a prima vista sembrerebbe una fotografia, invece è un olio su carta; intitolato: Il dubbio.

La modella si chiama Elisa Marcucci, è musa e sposa dell’autore, pittore, scultore, scenografo, soprattutto tra i padri del Futurismo: Giacomo Balla. Il poliedrico artista risulta firmatario del Manifesto dei pittori futuristi nel quale si afferma l’amore per la velocità, l’innovazione, la modernità, il progresso.

La pittura deve rendere percettibile il movimento della vita, avvalersi della luce artificiale; perorare la frenesia del dinamismo, catturare lo spazio, esaltare lo spostamento, la scomposizione della forma; elevando i traguardi tecnologici e scientifici. Balla afferma categorico di volere: «ricostruire l’universo rallegrandolo», riproducendo le forme naturali con materiali come cartone, lamiera, legno.

Evidente, anzi indubbio, che Il dubbio, manchi totalmente di spirito avanguardista. Come mai? Forse la datazione, fissata tra il 1908 e il 1909, può suggerire un’ipotesi di partenza. L’autore sposa il Manifesto soltanto nel 1910, prima si riconosce pittoricamente nel Divisionismo; pratica nata in Francia che studia la luce per aumentarne l’effetto di rifrazione. Affiancando colori puri, secondo la legge dei complementari, non li mescola sulla tavolozza, ma li stende direttamente su tela con tocchi di pennello separati che, se osservati a distanza, offrono l’impressione di una tinta omogenea, mentre da vicino si palesano come un mosaico di piccole macchie. Un’espressione pittorica essenzialmente intellettuale che oltrepassa il ‘Luminismo impressionistico’ per arrivare al ‘Luminismo astratto’, all’esaltazione dell’elemento cromatico raggiunto tramite precise formule ottiche. Appurato ciò, il quieto e silenzioso chiarore emesso dal quadro, assume lecite spiegazioni, resta però inspiegato l’effetto dei contrasti, il nero dei fondali, della veste.

Una plausibile ragione può rintracciarsi nell’esperienza biografica di Balla che, nato a Torino nel 1871 da padre chimico e madre sarta, fin da bambino ama la musica, ma predilige il disegno. Laureato all’Accademia di Belle Arti, segue i corsi del fotografo Paolo Bertieri, celebre artista del ritratto, proprietario di uno studio in Via Po 25; esperto di Platinotipia. Un processo chimico in grado di restituire ampie gamme tonali, nel quale i sali del platino, stesi direttamente sulla carta, garantiscono un’alta qualità di stampa del bianco e del nero. È il 1895, Balla ha ventiquattro anni e, appena appresi simili effetti cromatici, si stabilisce nella capitale, diventando figura centrale del cenacolo artistico romano, affiancato dai promettenti allievi: Boccioni e Severini. Ecco spiegate, almeno praticamente, le ragioni dei bianchi lucenti e dei neri cupi, eppure un dubbio permane.

 Il dubbio che resta velato nello sfuggente sorriso di Elisa, dietro la posa di tre quarti che ne protegge i pensieri, le mute confessioni. Un’opera di sessantasette centimetri per cinquanta, di medio formato, conservata alla Galleria d’Arte Moderna di Roma; un quadro saturo di sfacciata sensualità e vergineo candore.

Il corpo non compare interamente, eppure l’anima misteriosa straborda dai confini, diventa purezza di angelo, di ninfa, di naiade tanto quanto d’insidiosa beltà, d’invogliante seduzione, di stuzzicante disubbidienza. L’armonia del collo, della schiena, delle ciglia, delle gote confluiscono nello sguardo fermo, congelato dentro un istante sospeso, ovattato, intimo. Elisa insinua il dubbio in chi guarda perché il dubbio è fuori, non dentro l’opera. Tale ipnotico trasalimento, simile sussulto dell’inconscio vengono poeticamente espresse dalle pennellate grasse, dai giochi ottici del talentuoso Balla. Su ciò, perlomeno, non c’è ombra di dubbio.

Quando l’autore torinese abbraccia l’avanguardia, vende le opere precedenti, firma con lo pseudonimo ‘Futurballa’ , cambia radicalmente stile, perfino nell’abbigliamento. Chiama le figlie Luce e Elica, decora la propria abitazione con mobili e pareti dai colori sgargianti, arreda secondo il nuovo canone il Bal Tic Tac, celebre locale romano degli anni Venti. Segue il corso della storia d’Italia, scolpisce una statuetta raffigurante Mussolini, realizza il dipinto Marcia su Roma, diventa l’artista del fascismo, la critica l’osanna.

Nel 1937, inaspettatamente, torna al Figuratismo e annota:

«Avevo dedicato con fede sincera tutte le mie energie alle ricerche rinnovatrici, ma a un certo punto mi sono trovato insieme a individui opportunisti e arrivisti dalle tendenze più affaristiche che artistiche; e nella convinzione che l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative ornamentali, perciò ho ripreso la mia arte di prima: interpretazione della realtà nuda e sana».

Paga l’abiura con l’epurazione dalla cultura ufficiale e per veder riconosciuto il proprio assoluto valore deve attendere il dopoguerra quando, nel 1949, Dinamismo di un cane al guinzaglio viene esposto al MoMa.

Muore ottantaseienne a Roma, nel 1958, riposa al Cimitero del Verano, ma tra i molti capolavori Il dubbio rimane ermeticamente sibilino. Un’opera palpitante, avvolgente, capace di abbagliare nonostante il buio, smuovere l’atmosfera restando ferma, illudere sebbene non utilizzi incantesimi. Probabilmente, magari, chissà.

Fiorivivi ringrazia

Dario Pontuale: scrittore, critico letterario, bibliotecario. Per i suoi bellissimi lavori rimandiamo al sito https://www.stradariopontuale.com/

Siamo fatte di carta

di Floriana Porta, Anna Maria Scocozza

La poetessa Floriana Porta e l’artista Anna Maria Scocozza ci presentano un lavoro innovativo e personalissimo. Siamo fatte di carta è un progetto artistico-poetico, da cui prende il nome anche il medesimo libro, frutto di una collaborazione proficua e a forte carattere poetico.  

Riflessioni: Floriana Porta

Gentile Floriana, come nasce questo vostro progetto?

F.P «Vorrei innanzitutto raccontare qualcosa sul titolo Siamo fatte di carta. Esso nasce dalla volontà di unire due mondi, due universi: la femminilità e la carta. Un connubio artistico di due autrici, io e Anna Maria Scocozza, accomunate da una continua ricerca espressiva, poetica e spirituale. Il risultato è qualcosa che aiuta a riflettere, in modo intimo e profondo, sul rapporto tra la carta e l’anima delle donne.»

Quale è stata invece la scelta letteraria-poetica, che in certo senso sorregge l’intero progetto?

F.P «Per quanto riguarda la scelta poetica ho avuto da subito le idee chiare: volevo inserire all’interno del lavoro (poi diventato un libro) oltre a poesie di metrica libera, più tradizionali, anche haiku e baishù, vere e proprie poesie zen in miniatura. Da sempre sono affascinata dalla terra del Sol Levante. Il mio sogno è quello di fondere la disciplina interiore, tipica dell’Oriente, all’anima dell’Occidente. Considero la poesia giapponese una vera e propria disciplina spirituale: stimola una profonda connessione con le nostre emozioni, infonde maggior consapevolezza e sviluppa la percezione emotiva. Haiku e baishù rappresentano una poetica pura ed essenziale, che consiste nel condensare nello spazio di pochissime sillabe (rispettivamente 17 e 31) emozioni, attimi di vita e pensieri.»

Come è nata l’idea di associare le vostre diverse forme espressive?

F.P «Volevamo creare un testo in cui, a ogni pagina, arte e poesia si intrecciassero pienamente l’una all’altra in una misteriosa alleanza e – parola dopo parola, immagine dopo immagine – il lettore si immergesse in una dimensione del tutto inedita e coinvolgente. Abbiamo curato la parte estetica ed emozionale con rigore e grazia, dando massima importanza sia alle risonanze emotive sia alle profondità spirituali. E speriamo di aver creato un’opera originale, travolgente, densa di un luminoso e radioso stupore.»

Riflessioni: Anna Maria Scocozza

Gentile AnnaMaria, vorremmo chiedere anche a lei da dove parte la scintilla della costruzione di questo vostro progetto artistico.

A.M. S «Il lavoro sgorga da un senso intimo di sorellanza, quel legame invisibile e potente che intreccia le anime delle donne, permettendo loro di riscoprire il proprio potere, intimo e universale al tempo stesso. Non è semplice amicizia: è un sentiero condiviso, un santuario in cui l’anima respira e fiorisce, una catena di cuori che affonda le sue radici nel rispetto, nel sostegno, in un’empatia vibrante come una corda tesa di violino.

Con il mio lavoro ho cercato di celebrare questa energia collettiva e la forza primordiale della creatività femminile, tessendo le mie visioni con i versi di una sorella d’anima, la poetessa Floriana Porta, che mi ha accompagnata in questo viaggio dell’essere.»

Come nasce la sua ricerca artistico-poetica?

A.M. S «La mia arte nasce dall’incontro tra estetica ed etica, trasformando ciò che è scarto in poesia visiva. Ogni pezzo di carta riciclata si trasforma in un frammento di rinascita: credo che ciò che è dimenticato possa riscoprire bellezza e dignità. Così, raccolgo materiali abbandonati e li tramuto in indumenti poetici: scarpe che raccontano nuovi cammini, abiti che avvolgono l’anima, eco-gioielli che brillano di un nuovo inizio.

Questa ricerca va oltre la creazione visiva: è una meditazione, una trasfigurazione, dove anche le esperienze più dolorose si dissolvono per rinascere in forme nuove di raffinata bellezza.

Il riuso è un gesto d’amore e di resistenza, un canto silenzioso contro le ferite della vita, un impegno poetico a rinascere attraverso l’arte. Ogni strato di carta, fragile e riciclato, si fa custode di storie femminili, impregnato di ricordi e vissuti, simile a un tessuto delicato che si trasforma in un’armatura invisibile ma invincibile.

La farfalla, che danza leggera sulla copertina del libro (frutto del nostro lavoro congiunto), incarna pienamente il mio cammino artistico: simbolo di metamorfosi e di libertà, sospesa tra cielo e terra, attraversa abissi e si rigenera, emergendo luminosa, capace di infinite rinascite. Vorrei che la mia arte fosse come quella farfalla: un ciclo eterno di mutamento e meraviglia, un invito a trasformare ogni frammento della nostra esistenza in qualcosa che possa volare oltre il tempo, sopravvivendo a tutto.»

Può parlarci della sua ricerca su carta e moda, che nel tempo ha preso la forma del brillante progetto artistico Guardaroba poetico?

A.M. S «Guardaroba poetico rappresenta per me la mia intima voce creativa; è una collezione di opere scultoree realizzate con carta e cartone, che raccontano, attraverso la materia fragile e resistente allo stesso tempo, il mondo interiore femminile. I suoi “indumenti poetici” appaiono come oggetti comuni, ma in realtà sono veri e propri “contenitori di senso”, specchi che riflettono l’anima di chi vi si specchia, portando meraviglia e introspezione. Sono abiti da indossare con lo spirito, pezzi di vita trasfigurati in forme che evocano il quotidiano e l’immaginario. Abiti, lingerie, scarpe, tutto realizzato con carta riciclata, diventano il pretesto per meditare sul riuso e sulla rinascita creativa, trasmettendo la bellezza nascosta negli scarti della vita.»

CONNUBIO ARTISTICO: poesia e creazione materica

Le poesie di Floriana Porta

Siamo fatte di carta,
di fili ritorti,
d’ali sospese,
di fragili corazze,
di lava rovente,
di luci visionarie,
di briciole d’assenza,
di gusci fossilizzati,
di respiri millenari.

Siamo fatte di carta,
di storie perse nel tempo,
di alberi capaci di sognare,
di narrazioni e di traguardi.

Pori, piume e radici:
ecco la nostra anima!

***

non sono che polvere
in bilico sull’acqua

un angelo di pioggia,
un lupo, una farfalla

un corpo sopra un corpo
che scuote anche la morte

le pietre, le conchiglie
e i sogni che verranno

un quaderno d’altri tempi
nel tempo senza tempo

un abito di carta,
di gemme e di preludi

un bordo smarginato
in punta di poesia.

***

Quando l’esistenza si fa complessità,
vita e sogni si intrecciano,
fili e anime si rincorrono,
corpo e segni si perdono…
e ciò che resta di loro si chiama poesia.

Ogni sillaba assumerà forme insolite,
sopravviverà come un fossile imprigionato
in un dedalo di madide foglie,
insabbiate, inafferrabili
ma mai cieche ed estranee.

E quelle stesse radici si faranno preghiere,
gemme e amuleti.

***

Ho imparato a rifiorire, a ricominciare da capo
e a prendermi cura di me stessa.

A rinnovarmi, a progredire e a progettare nuove avventure,
a cambiare pelle, a trasformarmi
e a farmi tutt’uno con il cielo.

Ho imparato a seguire le traiettorie della luce
e a vivere, con pienezza, ciò che merita
di essere salvato.

A non dissolvermi come un arcobaleno
ma a mettere radici per non sentirmi più impotente
e in balia degli eventi
e a fare tesoro dei miei sogni.

A offrire alla mia vita, e alla mia anima,
un senso, un appiglio.
A non temere il tempo
e a sfidare ciò che mi è estraneo.

Ma soprattutto ho imparato ad avere nuovi occhi
capaci di stupirsi, di lasciarsi urtare
e colpire dalla bellezza.

***

prego
nel bisbigliare del vento
dove non servono le bugie

nel volo notturno delle stelle
perse, fisse, ma pronte ad evolversi

nei capogiri invisibili delle Perseidi
abbracciate ad ogni scintilla divina

nel corpo dell’universo
dove ogni giorno si celebra la poesia

***


è tempo di cullarsi
di farsi pesce e onda

di risvegliare il mare
nel mezzo di un addio

di udirne sempre il canto
all’alba di un sorriso

di non dimenticare
la vita e il suo coraggio

di concedersi speranza
in nome di un amore

di raccontare i propri sogni
fumanti di dolore

è tempo di sbocciare
di vivere nel chiarore

ognuno a modo suo
sconfiggerà la morte

***

La poesia è un cartone
sapientemente cesellato.

È una voce, un nome
che non si arrende mai.

È un fiore che indosso
tra le onde delle parole.

È una ferita fiorente
fuori e dentro di sé.

Tre haiku

la luce nutre
un sottile intreccio –
carto-frammenti

***

sentieri sacri –
si fa la poesia
con l’infinito

***

semi di libro –
l’incarnato del tempo
si fa memoria

Due baishu

tracce, metamorfosi
le parole si rincorrono

semi di desideri
dove tutto ha inizio

***

ataviche memorie
nell’estasi della distanza

sulla loro corteccia
un universo arboreo

L’arte di Anna Maria Scocozza

Abito nido. Ma gli alberi quando sognano riescono a volare. Filo di carta animato 2011
Abito poetico. Memorie di una pianta. Carta riciclata
Lingerie poetica, realizzata con carta riciclata filata e tessuta. La disubbidiente. La centratura.
Camminare la poesia. Radici 2023
Come un albero con molti fiori e foglie. Carta da imballaggio. 2023
I codici della primavera. La donna sogno. 2020
Lingerie poetica. Fiorire dentro. Carta e ramo secco. 2020
Lingerie poetica. La sposa bambina. Materiali ciciclati. 2019
Mi sono rifiorite le ferite. Portami un ago grosso che mi devo ricucire il cuore. Fumetto riciclato. 2019
Fiore. Carta riciclata

Fiori vivi ringrazia:

Anna Maria Scocozza: diplomata in Costume e Moda, ha affinato il suo sguardo artistico alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Roma, proseguendo con una vasta formazione in pittura e decorazione. Ha condotto laboratori e workshop in musei, ha esplorato molteplici tecniche, dall’acquerello ai libri d’artista, fino a “Guardaroba poetico”. Le sue opere sono state esposte in prestigiose mostre collettive e personali, in Italia e all’estero, trovando dimora in musei, fondazioni e collezioni private.

Floriana Porta: poetessa e pittrice torinese. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, haiku e tanka. Allieva di Fernando Bibollet, Antonio Carena e Nino Aimone, ha esposto nel Torinese e nell’Astigiano le sue opere ad acquerello. Attualmente collabora con diversi siti e giornali che si occupano di cultura, poesia e arte. Ha fondato nel 2017 il gruppo poetico di “Vinovo in poesia”. Nel 2022 ha creato un blog di interviste a scrittori e artisti: Le cetre dei poeti. È membro di giuria di alcuni concorsi letterari nazionali e internazionali.

http://florianaportablog.wordpress.com/

ACQUA: dalla concettualizzazione alla collettiva fotografica

Cantiamo nell’arte più della sua scarsità

«L’acqua è la sostanza da cui traggono origine tutte le cose; la sua scorrevolezza spiega anche i mutamenti delle cose stesse.» (Talete di Mileto) Già dall’origine del pensiero l’acqua si lega al vivente e alla natura, è archè, principio generativo della vita e fondamento della realtà. Come matrice universale, elemento cosmogonico, mostra in nuce il ruolo che avrebbe assunto per l’umanità intera.

Fonte di nutrimento e sopravvivenza, l’acqua disegna la storia dell’uomo e del suo destino: dai popoli primitivi alle società moderne, con la differenza che nel tempo si è perduto il rispetto per un elemento così essenziale alla nostra sopravvivenza. Per gli antichi era un bene preziosissimo, tanto da istituire danze e ritualità per propiziarne la presenza, da creare pozzi e sistemi per preservare anche l’acqua piovana e da spingere i Romani a sviluppare   splendide opere ingenieristico-architettoniche come gli acquedotti; erano consapevoli che l’agricoltura, l’allevamento e quindi la vita della comunità dipendeva da essa. Ma anche quando lo sviluppo della scienza e della medicina ne ha confermata l’importanza per la salute dell’uomo, le società civilizzate non ne hanno avuto cura, riducendo al minimo i sistemi di tutela e di controllo sullo spreco e l’inquinamento. Oggi infatti si parla di acqua solo in termini di risorsa scarsa, quando andrebbe ricentrata la sua portata nel tessuto sociale del vivente.

Ridare centralità alla natura, come al valore dell’acqua, è compito della filosofia, del pensiero etico e responsabile, della politica.

Una riflessione collettiva

Per riflettere sul valore dell’acqua ci siamo così affidati all’arte, alla fotografia nello specifico, proseguendo l’avventura già iniziata lo scorso anno con la libreria-casa editrice Le Storie, da sempre sensibile a tematiche socio-culturali. La mitologia e la religione l’hanno resa una divinità, il Cantico delle Creature l’ha definita utile e umile, preziosa e pura, i poeti l’hanno cantata e i pittori scolpita nel colore. Perché molto spesso è proprio l’arte che può aiutare, divenendo terreno di una riflessione consapevole, luminosa tematizzazione di una riforma prepolitica.

Questo l’obiettivo della collettiva, in cui dieci artisti, con le loro differenti sensibilità, hanno dato vita a una rilettura dell’Acqua e del suo simbiotico rapporto con l’umano.

La mostra collettiva

Dopo una lunga e sofferta scelta, abbiamo selezionato dieci finalisti che hanno preso parte alla mostra collettiva:

EMILIANO BOSCHETTO, SPARTACO COLETTA, SARA D’ABATE, MILENA DE MATTEIS, BRUNO DI BENEDETTO, CECILIA FIORENTINI, DANIELE LINCE, DAVIDE ONORATI, ALESSANDRA TASCINI, ANTONELLA VACCARO.

Ognuno di loro, con il proprio scatto, ha saputo leggere e interpretare il tema dell’acqua in un modo personalissimo. Abbiamo premiato i primi tre classificati, decretati dalla nostra giuria tecnica. «Per questa seconda serata rassegna, in cui gli scatti erano davvero belli, per poter decidere si siamo basati su due parametri: la qualità tecnica della fotografia, l’aderenza al tema e la particolare interpretazione artistica dello stesso.» Flavia Sorato, presidente di giuria.

PRIMO CLASSIFICATO: Emiliano Boschetto

ANTIPODI

L’acqua è sostanzialmente paradosso.
Trasparenza e riflesso. Muro e passaggio.
Superficie ed abisso. Madre e figlio.

Motivazione: «Emiliano Boschetto, con Antipodi. Siamo rimasti colpiti dalla sua interpretazione dell’acqua, come fosse uno specchio. E poi l’abbraccio tra madre e figlia è capace di addolcire una strana luce, scura, misteriosa. Bellissima, anche da un punto di vista tecnico.» Davide Terrana

SECONDO CLASSIFICATO: Milena De Matteis

FLUIRE

Fluire è stata scattata a Ostia all’altezza dello stabilimento Kursal. Si tratta di una lunga esposizione, pertanto di una fotografia lenta, meditativa, che contrasta un po’ con la velocità con cui vengono prodotte immagini al giorno d’oggi. È una tecnica che ti costringe a fermarti e a pensare. In particolar modo, a me piace dare alcuni input alla fotocamera e poi lasciare che il mare, con il suo movimento, con il suo fluire, si dipinga da sé. E ogni volta il risultato è sorprendente.

Motivazione: «Milena De Matteis, con Fluire. L’atmosfera data dalla lunga esposizione ci ha lasciato un sentimento di profondità. Lo scatto rimanda note magiche.» Flavia Sorato

TERZO CLASSIFICATO: ex-aequo Alessandra Tascini e Sara D’Abate

Alessandra Tascini

APNEA

L’apnea è l’arte di immergersi in un altro mondo, anche solo per pochi attimi. Scendere sotto la superficie significa entrare in una dimensione nuova, dove il tempo sembra rallentare e ogni respiro diventa prezioso. Il silenzio dell’acqua è impressionante, avvolge i sensi e isola da tutto ciò che è terreno. In quei momenti, ci si sente completamente a contatto con il mondo marino, un regno sconosciuto e affascinante, dove ogni movimento sembra sospeso nell’eternità. È un’esperienza intima, che ti ricorda quanto l’acqua sia potente, accogliente e misteriosa.

Sara D’Abate

GOLA DI TODRA

Una donna si appresta a raccogliere dell’acqua in un fiume inaridito. L’acqua come nutrimento per la vita.

Motivazione: «Entrambi gli scatti, in un rapporto di totale opposizione complementare, tratteggiano l’acqua. Alessandra Tascini con Apnea. La nascita dell’essere umano che parte dall’acqua e va verso la vita. Sara D’Abate con Gola di Todra. L’importanza vitale dell’acqua per l’essere umano, dal deserto secco, solo poche gocce d’acqua.» Sandro Diotallevi

Gli altri scatti della mostra

Spartaco Coletta

ARIA E ACQUA ALLO SPECCHIO

L’aria e l’acqua. Due inscindibili elementi naturali.

Bruno di Benedetto

DISEGNO NELL’ ACQUA

Isola di Lanzarote, Arrecife 2016, un elemento liquido come l’acqua, inaspettatamente, compone una elegante fantasia. Sono stato incantato dal gioco estetico così delicato.

Cecilia Fiorentini

WADE IN THE WATER

La canzone che dà il titolo all’opera, un brano spiritual, consiglia di affidarsi a Dio nel guadare i fiumi verso la libertà. I fiori, un tempo lucenti e brillanti, ora si consegnano alla libertà di non esserlo più. Peonie appassite bagnate da acqua. Foto scattata con Nikon D5100, f/6,3 -1/100 – 56,00 mm – iso1600

Daniele Lince

SETE

Fotografia di strada di persone in coda a un torèt di piazza San Carlo. Torèt è il termine comunemente adoperato per designare le tipiche fontanelle pubbliche della città di Torino, che offrono gratuiti sorsi d’acqua a chiunque.

Davide Onorati

LAGO DI ATITLÁN, GUATEMAL

Atitlán significa “in acqua”. Un luogo lontano dalla nostra casa. Immensi vulcani lo circondano, e ricordano un passato di tremende eruzioni e movimenti tellurici che hanno dato vita all’enorme caldera oggi colma di acqua. Il Volcan Tolimán imponente sullo sfondo mentre un pescatore locale rema lentamente riportando tutto ad una dimensione intima e umana.

Antonella Vaccaro

IL SORPASSO

Una ragazza sfida tutti i suoi compagni di classe di sesso maschile e si tuffa per prima. Il senso di libertà che ne deriva è immenso.

Fiori vivi ringrazia:

Le Storie libreria-casa editrice, per la collaborazione e per aver messo a disposizione lo Spazio espositivo. In particolare Stefania Stefanini e Alessandro Zangrilli.

La giuria: Francesca Consoli (fotografa d’arte professionista), Sandro Diotallevi (regista di teatro), Flavia Sorato (storica dell’arte e graphic designer), Davide Terrana (fotografo e videomaker professionista).

I tantissimi artisti, professionisti e non, che hanno aderito all’iniziativa inviandoci i loro preziosi lavori.

I dieci finalisti e tutti coloro che hanno visitato la mostra.

Gilda Yoko Diotallevi, direttrice di Fiorivivi. Grazie a tutta la redazione e alle persone che lavorano con e per la Rivista Fiori Vivi con dedizione e passione.

La ribellione nel giardino

#2 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Manifesto ribelle per giardinieri

Jorn de Précy rappresenta, anche a distanza di anni, una figura misteriosa, un filosofo giardiniere che visse come tale nella tenuta di Greystone. Poco si sa di lui, ma il suo pensiero è racchiuso in un unico libro The Lost Garden del 1912, che continua a incantare per la forza delle sue parole e la lungimiranza delle sue riflessioni. Il sottotitolo di questo breve trattato è indicativo: Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi e giardinieri, e condensa l’essenza stessa della filosofia dell’autore. Alle barbarie e all’alienazione della vita ci si può opporre, non solo con una teoria o una ideologia, ma con una pratica, un’azione, che nel caso di de Précy può essere definita una utopia concreta.

Io non raccomando che una forma di ribellione: il giardinaggio. Fate giardini, naturalmente, luoghi indomiti, fuorilegge. […] Tracciate il vostro disegno sulla faccia della Terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. E proteggete anche quelli che restano e resistono, i vecchi luoghi abitati dalle piante che arrivano da lontano e continuano a sognare, nonostante l’insano baccano che li circonda. Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. Ciò facendo, affronterete le forze contrarie che oggi sembrano più potenti che mai. Non opporrete al sistema vigente un’ideologia o un progetto politico, ma un semplice luogo con i suoi semplici valori. […] la natura vi offre questa possibilità. Sicuramente non sarete soli in questa “battaglia”.

La battaglia che dobbiamo compiere non è solo quella di rispettare l’ambiente, ma anche noi stessi. Fare giardinaggio è un’operazione politica, che rinnova il senso dell’esistenza. L’uomo, secondo l’autore, ha dichiarato guerra alla vita, e il distacco dalla natura è conseguenza della nuova civiltà industriale, materialista, che spinge inesorabilmente al progresso, rendendo così la Terra e la vita dell’uomo sempre meno possibili. La società moderna, occidentale, sottrae sacralità alla natura, lasciando in tal modo dietro di sé la poesia, la libertà, la felicità profonda, semplice dell’esistenza.

Anche quando tutto ci spinge in avanti e la meccanicità della quotidianità ci distrae, il luogo ci radica nel presente, nel qui e ora. Ci mostra il vero tempo, quello della continua trasformazione di un eterno presente. Controcorrente, anacronistici rispetto al progresso, se i giardini resisteranno, essi saranno il simbolo, il luogo del dissenso. Manterranno viva la speranza che un dialogo con la natura possa ancora salvarci.  «Nel grande deserto che è diventato il mondo degli uomini, non ci resta che il giardino!»

Il faut cultiver notre jardin

La vita è irta di spine e non conosco altro rimedio che coltivare il nostro giardino. (Ottobre 1769)

Se per alcuni il giardino è luogo di contemplazione e riflessione, per Voltaire esso invece è emblema dell’azione. Il suo giardino di Ferney era infatti per lui una metafora al pragmatismo, una chiara manifestazione dell’importanza della responsabilità. Se il mondo era infatti frustrato da decadimento, miseria e cinismo, la natura richiamava alla cura, al miglioramento del nostro destino, consegnando a noi stessi e agli altri luogo migliore di quello che abbiamo trovato.

A poco, secondo il filosofo, sarebbero servite le costruzioni intellettuali, la stesura di sistemi filosofici se non si fosse partiti dal sé, dalla volontà di migliorare ciò che possiamo influenzare: le relazioni, i figli, le città, i cortili. Prendersi cura della comunità, dello Stato, corrispondeva a farlo con il proprio giardino. «Per lui giardinaggio e riforma illuminata erano parte di uno stesso progetto» e coltivare il proprio orto equivaleva ad agire sul presente, a rendere migliore il mondo nel concreto. Lo stesso entusiasmo che dimostrava nella critica alla società, nelle riforme giudiziarie e nella enucleazione di diritti umani, lo dimostrava nella sistemazione dei suoi campi: prosciugò paludi, rese fertili i campi e li mise a cultura, e piantò una vigna.

Azione e responsabilità, che muovevano la realizzazione dei giardini, erano le massime su cui costruiva la sua filosofia e la sua critica politica. Con conoscenza e abilità si costruisce un giardino e si affronta la vita. Solo in tale prospettiva si comprende il suo motto innanzitutto coltiva la tua vigna. Bisogna coltivare il nostro giardino – continua Candido –. La prossimità o il ritorno alla prossimità (il giardino, l’intimità) sono un cammini verso la presenza e il senso.

«Vi ho dato la forza per coltivare la terra e uno sprazzo di ragione per guidarvi; vi ho inserito nel cuore un elemento di compassione perché possiate aiutarvi l’un l’altro a sopportare la vita». (Trattato sulla tolleranza 1763)

CANDIDO: COLTIVARE IL PROPRIO GIARDINO

“So anche,” disse Candido, “che dobbiamo coltivare il nostro orto.” “Avete ragione,” disse Pangloss, “quando l’uomo fu posto nel giardino dell’Eden, ci fu posto ut operaretur eum, perché lo lavorasse; il che dimostra che l’uomo non è nato per il riposo”. “Lavoriamo senza ragionare”, disse Martino, “è l’unico modo per rendere sopportabile la vita.” Tutta la piccola compagnia approvò questa lodevole proposta; ciascuno si mise a esercitare i propri talenti. Il piccolo pezzo di terra fruttò molto. Cunegonda era, in verità, molto brutta; ma divenne un’ottima pasticcera; Pasquetta ricamò; la vecchia si occupò della biancheria. Persino frate Garofalo si rese utile; fu un ottimo falegname e diventò anche un galantuomo; e Pangloss diceva qualche volta a Candido: “Tutti gli eventi sono connessi nel migliore dei mondi possibili; perché se voi non foste stato cacciato da un bel castello a gran calci nel sedere per amore di Madamigella Cunegonda, se non foste capitato sotto l’Inquisizione; se non aveste percorso l’America a piedi, se non aveste assestato un bel colpo di spada al barone, se non aveste perso tutti i montoni di Eldorado, non sareste qui a mangiare cedri canditi e pistacchi. “Ben detto”, rispose Candido, “ma dobbiamo coltivare il nostro orto.” (Voltaire, Candide, ou l’optimisme.)

Guerrilla gardening

La relazione tra dissenso e giardino, viene oggi portata avanti da alcuni gruppi anarchici ambientalisti, che tentano di salvare luoghi verdi abbandonati della città praticando appunto un recupero verde, un giardinaggio che curi e ripristini tali spazi. Potrebbe definirsi come una forma di giardinaggio sovversiva, un’azione concreta contro il degrado. Il problema è che spesso tali gruppi non hanno il diritto legale alla coltivazione e i terreni abbandonati non sempre sono pubblici, ma anche proprietà private.

La nascita di tali movimenti è individuabile agli inizi degli anni settanta a New York. Nello specifico nel 1973 i green guerrilla, un gruppo organizzato da Liz Christy, iniziò a piantare girasoli nelle zone più trafficate, lanciò semi al di là delle recinzioni di lotti degradati e infine trasformò un’area abbandonata di Bowery Houston piena di detriti, seminando piante e fiori. In seguito a questo atto di protesta non violento, il 23 aprile dell’anno successivo, l’ufficio comunale per la preservazione e lo sviluppo dell’edilizia abitativa approvò la possibilità per il gruppo di affittare il luogo (Bowery Houston Community farm and Garden) per un dollaro al mese. Ma le operazioni di recupero degli spazi urbani si sono poi espanse anche in Inghilterra, dove nel 2000 comparve nella piazza del Parlamento la scritta La resistenza è fertile, e non ultime in Italia. Famosa è infatti la Squad Rebel, che a Lamezia Terme volle riportare il verde in città, piantando 10000 alberi. Lo scopo è stato anche quello di rinnovare il legame con la natura e la partecipazione comunitaria. Perché combattere il degrado urbano attraverso un atto di ribellione pacifico e concreto è un atto politico.

I colori di Franco Fontana

Il 2024 è stato l’anno della mostra fotografica Franco Fontana. Colore, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, (co-prodotta da Skira Arte e curata dallo studio Fontana). Risultato di un meticoloso lavoro di indagine e restauro delle opere da parte dello stesso studio Fontana, la mostra si è presentata come una ricchissima retrospettiva sugli oltre sessant’anni di carriera del grande maestro, composta da una selezione di oltre 120 foto realizzate tra il 1961 e il 2017. A parlarcene è un altro artista, Riccardo Cellini, giovane fotografo di talento e sensibilità.

Franco Fontana

di Riccardo Cellini

Maestro indiscusso della fotografia italiana e internazionale, Franco Fontana nasce a Modena nel 1933, città a cui è rimasto legato e dove tuttora risiede. Inizia a interessarsi di fotografia fin dai primi anni cinquanta, le sue prime mostre personali si sono tenute nel 1965 a Torino e nel 1968 a Modena. Da allora ha esposto ininterrottamente sia in Italia che all’estero, contando all’attivo oltre 300 mostre e ricevendo prestigiosi premi e riconoscimenti tra i quali possiamo ricordare il Ragno d’oro per l’arte (1984) e il titolo di Maestro della fotografia italiana (1988). Le sue opere sono presenti nelle collezioni di oltre 50 musei pubblici e gallerie private. Fontana concentra la sua ricerca artistica sull’uso del colore andando in netta controtendenza al canonico uso del bianco e nero tipico della fotografia artistica dei suoi anni e ponendo la sua attenzione su una nuova ricerca estetica e formale. La sua scelta si basa sul conferire al colore un ruolo predominante, non solo esclusivamente come puro medium ma come vero e proprio soggetto significante della scena.

Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori: ritengo il colore più difficile del bianco e nero, che è già un’invenzione perché la realtà non è mai accettata per quello che è a livello creativo e conseguentemente va reinventata. Il mio colore non è un’aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell’evoluzione della fotografia. (F. Fontana)

La sua esplorazione e dedizione verso il colore lo hanno reso pioniere di un nuovo approccio alla fotografia capace sia di dare un contributo significativo al panorama artistico internazionale del suo tempo, sia di influenzare ancora oggi i nuovi talenti della fotografia contemporanea.

L’allestimento della mostra

Addentrandosi nello spazio della mostra il visitatore veniva accompagnato attraverso un denso e ben strutturato allestimento diviso in quattro sezioni: People, Paesaggi Urbani, Asfalti e Paesaggi. Una sorta di viaggio nel mondo del colore, un percorso espositivo capace di ricreare la giusta continuità spaziale. L’entrata nelle diverse sale infatti era stata progettata per colpire il visitatore, impressionato dalla grande eterogeneità cromatica delle opere e da una loro sapiente disposizione su pareti colorate, capaci di trasformarsi in contenitori ideali.

Abitare il colore

Nella prima sezione di opere, denominata People, trovava spazio un Fontana inedito. Se infatti si serbava nell’immaginario l’idea di un fotografo esclusivamente paesaggista, sorprenderà sapere che una parte della sua produzione, forse ancora poco esplorata, contempla la figura umana, seppur declinata secondo il linguaggio del fotografo. Dopo due decenni di paesaggi e luoghi inanimati che hanno caratterizzato la prima produzione dell’artista, sembra che a partire dagli anni ottanta sia stato dato il permesso alle persone di abitare mondi costituiti da spiagge, piscine, piste da sci e spazi urbani dalle atmosfere metafisiche. Piccole figure umane o porzioni di esse che non assumono una vera e propria identità ma che diventano elementi decorativi e costitutivi dell’ambiente circostante e delle architetture. Come nella serie Spiagge, dove costellazioni di ombrelloni e bagnanti senza volto formano macchie di colore che si fondono con lo sfondo in un unico grande piano bidimensionale; o come anche in Frammenti dove il taglio fotografico dell’artista riorganizza porzioni di corpi, dettagli di vestiti colorati e altri oggetti per creare nuove geometrie.

Un nuovo mondo

Un momento significativo per la produzione del fotografo modenese è stata la scoperta dei paesaggi e delle grandi città del nuovo continente. É proprio a questo tema era stata dedicata la seconda parte della mostra. Nella sezione Paesaggi Urbani, infatti, erano stati posizionati gli scatti di Fontana che, ammaliato dalle nuove geometrie delle città americane, aveva dato vita a un mosaico di cromie e forme. Grazie all’uso del teleobiettivo e del conseguente schiacciamento dei piani in un’unica grande superficie bidimensionale – cifra stilistica e identitaria dell’autore – finestre, intonaci dai colori sgargianti, graffiti, e altri elementi architettonici diventano un tutt’uno di un grande elemento geometrico. In queste opere infatti Fontana prende le distanze dal normale panorama urbano, sfociando nell’astratto. Nella nuova riorganizzazione data dalla lente del fotografo non vi è più una profondità, oggetti vicini e lontani appaiono sullo stesso piano uno accanto all’altro, facendo parte di una stessa superficie delimitata da linee nette e colori piatti in contrasto tra loro; anche le ombre – non più elementi che creano tridimensionalità – diventano pura forma geometrica bidimensionale. Una composizione astratta in cui in certi casi si riducono significativamente i soggetti riconoscibili – un vaso, una macchina, una finestra, un muro – in favore di una nuova grammatica di forme e colori puri; un grande mosaico in cui una porzione di muro non tende più a essere una parte costitutiva di un edificio ma diventa un’unità geometrica al pari del cielo contro cui si staglia.

Guardare in basso

Nella ricerca sul tema urbano dell’artista, tutti gli elementi del campo visivo hanno una loro importanza e trovano occasione di ricevere una nuova interpretazione. Si guarda dappertutto, si sposta l’attenzione anche per terra, laddove raramente ci si sofferma a osservare. Nella sezione Asfalti erano state raggruppate una serie di fotografie che raffiguravano le pavimentazioni stradali di tutto il mondo, raccolte in maniera via via sempre più programmatica nel corso della carriera dell’artista. Come avviene per i paesaggi urbani, la lente fotografica trasfigura la semplice superficie di un manto stradale in qualcosa di nuovo e con un grado di astrazione ancor più elevato. Rappresentazioni astratte in cui le forme e le macchie di colore non vengono realizzate da pennelli ma sono il risultato dell’impronta di uno pneumatico, della sbavatura di una segnaletica orizzontale, della texture di un tombino e delle crettature incerte dell’asfalto.

Orizzonti

L’ultima sezione della mostra è stata dedicata ai paesaggi, forse la fase più iconica e rappresentativa della carriera del fotografo. Campi collinari, distese di fiori, mare e orizzonti sono i soggetti che vengono sottoposti all’interpretazione dell’occhio dell’autore. Una sintesi di volumi, linee e soprattutto colori sono alla base della ricerca relativa ai paesaggi che Fontana non ha mai smesso di portare avanti nell’arco di tutta la sua carriera. I piani si appiattiscono, le colline e il cielo diventano grandi campiture di colore in perfetto equilibrio tra loro, in un’armoniosa economia compositiva di tutti gli elementi. Si perde la percezione delle dimensioni degli spazi, per essere immersi e assorbiti dalla campagna della Puglia, della Basilicata e della Spagna. Tra gli scatti dedicati a questa ricerca compaiono degli alberi – unici soggetti riconoscibili – capaci, per un istante, di illuderci di poter ridare un ordine di grandezza a quelle immense aree di colore, in altre parole di combattere l’astrattismo della rappresentazione. E se Mari è una delle composizioni più estreme, nell’opera Comacchio 1976 Fontana raggiunge un livello massimo di sintesi di colore e di forme in una simmetria assoluta: cielo e mare separati a metà da una sottilissima linea d’orizzonte. La purezza nella rappresentazione è data da un unico ed essenziale segno grafico e dal solo colore blu – declinato nelle sue sfumature – che genera una vera e propria opera di espressionismo astratto, paragonabile a un quadro di Rothko o di Newman, davanti alla quale chiunque osserva può perdersi.

A volte mi succede di trovare un paesaggio così irresistibile che dimentico tutto il resto. Lascio andare desideri, rancori, aspettative, la fretta. Lascio andare l’idea del passato e quella del futuro e rimango io solo, con la mia macchina e il paesaggio. Me ne lascio permeare. Io divento il paesaggio e il paesaggio me. Lo vivo. Permetto al paesaggio di riempire il mio vuoto, ne gioisco, e solo allora scatto. Mi piace dire che il paesaggio attraverso di me si fa l’autoritratto. (F. Fontana)

Nel video intervista che concludeva la mostra il maestro spiegava – con estrema lucidità intellettuale e giovinezza d’animo – il suo rapporto con la fotografia, da lui considerata prima di tutto ricerca di se stessi e della propria interiorità. Dalle sue parole si comprende come il colore abbia giocato un ruolo centrale nella sua formazione artistica e che forse solo la capacità di crearsi un’identità fotografica così forte, è ciò che rendere una sua qualsiasi fotografia riconoscibile in tutto il mondo.

Fiori vivi ringrazia:

Riccardo Cellini; Studio Franco Fontana https://francofontanaphotographer.com; Brescia Musei https://www.bresciamusei.com/

Natura costretta

Milena De Matteis

Conservare l’integrità della Natura e non renderla un ornamento, domata sostanza nelle mani dell’uomo, è un compito etico prima ancora che pratico. Lo sviluppo, compreso quello economico, dovrebbe tenere in gran conto la questione naturalistica, che più di altre influenza il nostro stesso vivere e abitare. Il benessere dell’uomo dipende in gran parte anche dall’ambiente che lo circonda e un atteggiamento irrispettoso, predatorio nei confronti della natura, mostra tutta l’incapacità dell’uomo di preservare se stesso. (Gilda Yoko Diotallevi)

Su questa prospettiva si situa la ricerca di una fotografa italiana, Milena De Matteis, che nei suoi bellissimi lavori, Natura costretta e Da un mondo perduto, indaga il rapporto che l’uomo intrattiene con la natura.

L’artista

Gentile Milena, come nasce il suo amore per la fotografia?

M. DM «L’amore per la fotografia è sempre stato in me, poi una ventina d’anni fa comprai la mia prima macchinetta e cominciai a prendere qualche lezione. La fotografia per me è una sorta di meditazione, è come se l’atto del fotografare mi portasse a un livello superiore dove riesco a lasciar andare pensieri, per entrare in contatto con la mia parte più intima. Si dice che non fotografiamo quello che vediamo ma quello che siamo. E allora credo che nelle mie fotografie ci siano tutte le mie sensibilità, i miei stati d’animo che in qualche modo vengono registrati, fissati nel tempo attraverso una singola immagine.»

Perché ha deciso di concentrare alcuni suoi progetti fotografici proprio sulla natura?

M. DM «Vivo a Ostia, tra mare e pineta. La natura fa parte di me sin da piccola. Ricordo l’odore della resina degli alberi in estate, l’odore dei pini dopo un temporale… le passeggiate con i miei genitori. Credo che l’ambiente in cui ho vissuto per tanti anni sia entrato nel mio DNA, ed è per questo che sono ancora più sensibile circa le sue criticità. Ultimamente siamo testimoni di un’inesorabile distruzione di questo meraviglioso ambiente a causa dell’incuria dell’uomo. Nello specifico, nella mia serie di fotografia Da un mondo perduto, ho voluto porre l’attenzione sulle centinaia di pini che stanno morendo. Castelfusano, Castelporziano ne sono un vivido esempio ed è come se stesse sparendo anche una parte di me.»

Natura costretta è un tema profondo, una riflessione non solo visiva ma filosofica, sociale. Perché ha sentito l’esigenza di affrontare questo tema?

M. DM «Proprio perché amo profondamente la natura, la vivo e la vedo sempre più costretta e violata nella mia città. Quella natura che sa darci vita, dovremmo imparare a rispettarla e amarla maggiormente. La natura che non ha il giusto spazio e la giusta cura mi fa soffrire. Quindi credo che questa serie di fotografie sia un modo di rappresentare questo dolore. Dal punto di vista artistico “gioco” con elementi che amo: dettagli architettonici e naturali per creare qualcosa di unico, spero. E in questo gioco per ora ha la meglio il cemento.»

Il progetto Natura costretta

M. DM «Queste fotografie nascono dal mio amore per le geometrie urbane e la natura. Il mio occhio di fotografa gioca con le linee architettoniche che si incrociano con sprazzi di natura a volte abbracciandoli, avvolgendoli, incorniciandoli.

Tendono a sottolineare quanto lo spazio verde sia sempre più sacrificato nelle grandi città e sempre più trascurato, relegato in spazi via via più angusti. Quanto mi piacerebbe che ci fosse un maggiore equilibrio tra ambiente antropizzato e spazi verdi, un maggiore rispetto e amore per la nostra fonte di vita! In fondo è dagli alberi che dipende il nostro respiro.»









Il progetto Da un mondo perduto

La Riserva Naturale Statale del Litorale Romano è da anni vittima inesorabile dell’incuria. È irreparabilmente devastata da dolorosi e ripetuti incendi, dall’inquinamento e dal diffondersi implacabile del parassita Toumeyella parvicornis, più noto come cocciniglia tartaruga, che ha portato al deperimento e alla morte numerosi pini domestici, la specie più colpita. Una vera tragedia per un patrimonio naturalistico di inestimabile valore, un polmone verde che ospita molteplici specie vegetali e animali, che non siamo stati in grado di tutelare. Ma anche per la tipicità del panorama romano, destinato a mutare per sempre.

M. DM «Vittime di incendi e abbattimenti, giacciono al suolo prendendo nuove vite e nuove forme. Proprio li il mio sguardo si perde, nelle linee e nei chiaroscuri, alla ricerca di dettagli inusuali, che estrapola per approdare a nuove dimensioni. Nel tentativo, forse, di elaborare un dolore profondo per questa terra violata.»





Fiorivivi ringrazia

Milena De Matteis, dopo aver seguito diversi corsi professionali di fotografia, tra cui quello con Augusto Pieroni e quello su ‘Paesaggio e architettura’ di Daniele Zedda, espone in Italia e all’estero, (The Glasgow Gallery of Photograph, Scotland) partecipando a collettive di rilievo e festival (Chania International Photo Festival 2023, Creta).

La foto di copertina fa parte della collettiva Natura in città, organizzata dalla nostra rivista in collaborazione con la casa editrice Le Storie.

Yvonne Andreini e l’arte dei contrasti

Un pomeriggio di Maggio, per conto della Rivista, ho avuto il piacere di conoscere un’artista italiana che vive e lavora a Berlino, la pittrice Yvonne Andreini. Ho scoperto una donna dal carattere brillante, indipendente, che possiede uno sguardo personale sul mondo e sull’arte.

Ph. credits: Daniel Mohr

Da quando è nato il suo amore per l’arte? Quando ha capito di provare una forma d’amore verso questo tipo di espressione artistica?

Y.A «Ci sono vari momenti che messi insieme hanno fatto sì che per me sarebbe stato chiaro molto presto, intorno ai quattordici anni ma forse anche prima, che avrei voluto dipingere. Avevo già cominciato a fare corsi di disegno. A scuola disegnavo in continuazione. I miei genitori erano attori, entrambi, e casa la ricordo sempre piena di persone, un luogo creativo e ricco di scambi. Mi piaceva quella attitudine, ma per quanto riguardava me, la modalità con cui sentivo di avere qualcosa da dire non era né a parole, né col corpo, era invece con l’arte visiva, con i quadri. In un certo senso era come se le parole non fossero appropriate per esprimere ciò che volevo dire. E poi mi è sempre piaciuto molto stare da sola, perché per disegnare c’è bisogno di un tempo fatto di silenzio. Quindi è cominciata quasi naturalmente, dagli undici anni in poi ho sempre disegnato. E forse anche il fatto che i miei mi portavano sempre per musei a vedere mostre, che mi compravano i cataloghi d’arte, lì per lì non ho razionalizzato, ma probabilmente anche vedere quei quadri nel tempo mi ha mosso dentro qualcosa.»

Spesso il percorso di un artista è fatto di studi accademici ma anche di ricerche personali, quali sono stati i punti salienti del suo?

Y.A «Ho cominciato con corsi molto classici, di pittura a olio, ricordo quanto tempo ho passato a studiare come fare gli incarnati, come dare il colore, ma li ho fatti un po’ con fatica, forse perché non era quello il mio codice. Quindi dopo la maturità sono andata a cercare un luogo che fosse molto in contrasto con il classicismo artistico in cui ero cresciuta, che è formativo, bello ma ha in sé anche un passato incombente. Cercavo un luogo che mi potesse scioccasse un po’, e sono finita a studiare a Berlino, dove c’è una tradizione molto più aperta alla sperimentazione. Riflettevo su questo poco tempo fa, sul fatto che i pittori che funzionano di più in Italia sono molto celebrali e calcolati, sono più intellettuali, mentre in Germania dove caratterialmente sono tutti così introversi, riescono ad essere molto più espressivi nel campo della pittura, dell’arte in generale. E lo trovo strano perché se ci si concentra su come sono le persone in Italia e in Germania si potrebbe pensare l’opposto.

Lì ho studiato all’Accademia, in realtà ce ne sono due, una di Berlino est, una di Berlino ovest e la particolarità è che anche dopo il crollo del muro sono rimaste lo stesso entrambe. Io ho studiato a quella di Berlino est che è ancora più in contrasto con la tradizione e la cultura in cui sono cresciuta io, ed è stato fantastico. Una delle prime cose che mi hanno detto è stato “quello che fai è troppo bello”. Era strano ma ho capito cosa volessero dire, così, anche se a fatica, ho lasciato alle spalle tutto il concetto di bellezza, per ritrovarlo solo dopo essere passata attraverso alcuni passaggi essenziali per la mia crescita. Sono partita dal disegno, ho disegnato molto e, visto che il mio lavoro era molto denso e molto colmo, ho tolto tutto, anche il colore, perché era tutto troppo. Così mi sono concentrata sui tratti, ho studiato bene il disegno e poi, negli ultimi sei/sette anni, ho aggiunto di nuovo il colore, riuscendo a creare un connubio tra pittura e disegno, quindi tra linee e forme. Ho capito che posso riuscire a mescolare questi due estremi in modo che si fondino tra loro.

Mi chiedevo se Berlino stesso, il luogo in cui lei è andata a lavorare, abbia influito sul suo modo di dipingere. Questa differenza dell’essere italiana ma esprimersi in un altro luogo ha condizionato il suo modo di fare arte? Me lo chiedo anche perché consultando il suo sito ho notato che i titoli dei suoi quadri sono in italiano e invece il tipo di ambientazioni, foto o suggestioni che rinvia sono profondamente berlinesi.

Y.A «Tutto provoca un’influenza su ciò che fai, anche solo la città in cui ti muovi, le forme che vedi, le persone che incontri, la cultura, il modo di vivere. A me poi il contrasto, che sia tra due culture o tra due forme d’arte, interessa sempre. Ho frequentato la scuola tedesca a Roma, nonostante i miei genitori non solo non parlino la lingua ma siano forse le persone meno tedesche che conosca!  Fin da piccola ho trovato strano crescere tra due realtà, di cui una in fondo non ti appartiene, ma al contempo il contrasto tra realtà, che apparentemente non possono coesistere ma poi trovano il modo di farlo, rappresenta il vero filo conduttore dei miei lavori. E anche Berlino è così, caotica, piena di persone, di cose diverse e poi però ogni quartiere è calmo, vive nella sua bolla. Queste duplicità mi affascinano e influiscono sul mio lavoro, non credo infatti che potrei lavorare in campagna, mi serve proprio questo scintillio. Per questo motivo ora Berlino funziona, è giusta per me.»

Quando ha pensato che questa sua vocazione, questo suo codice espressivo, identitario e personale potesse tramutarsi in una professione? Pensando al suo rapporto con l’arte mi viene in mente una parola simbolo di un pensatore tedesco per l’appunto, Max Weber, che parla di Beruf e giocando sui significati del termine, mette in relazione la professione con la vocazione.

Y.A «Non mi sono mai posta realmente questa domanda, perché è stato sempre chiaro in me. E so bene quanto sia una fortuna, mi capita spesso di incontrare persone combattute sull’idea di iniziare questo percorso o meno, e l’indecisione è un male, è una limitazione, perché dobbiamo essere noi stessi i primi a credere in ciò che facciamo. La visione romantica dell’artista che sta sulla chaise longue, fermo ad aspettare l’ispirazione è poco credibile. Non voglio dire che questa parte creativa non ci sia o non sia importante, ma solo che realisticamente siamo anche imprenditori di noi stessi. E questa è stata la cosa più difficile per me, non decidere che la pittura diventasse il mio lavoro ma accettare che non volesse dire essere solo nello studio, provare, studiare, dipingere, ma che c’era tutto un apparato ulteriore e necessario che mi avrebbe permesso di essere credibile e di poter poi fare davvero ciò che volevo. Ed è un impegno costante che cambia forma nel tempo, non appena si è raggiunto un obiettivo, è necessario prefiggersene degli altri, lanciarsi in nuove avventure. Se manca quella determinazione che ti fa credere in te stesso e investire su te stesso, rischi di non riuscire a sopportare quei momenti in cui è difficile raggiungere il tuo traguardo.»

Sempre parlando di contrasti, il processo creativo è la sintesi di una progressione di pensieri e azioni che riescono a dar forma a una idea iniziale, nello specifico qual come si sviluppa il suo processo creativo?

Possiedo uno studio a Berlino in cui posso dedicarmi al mio lavoro, che concepisco in questo modo:

prima di tutto faccio delle foto, un mio quadro parte sempre da questo. Scatto delle polaroid, ne ho tantissime, concentrandomi soprattutto sui momenti conviviali tra le persone, poi riprendo oggetti, luoghi e persone che sono insieme nello stesso spazio. Potrebbe sembrare strano, perché in realtà i miei quadri sono astratti, ma in un certo senso parto proprio dal figurativo. All’inizio infatti lavoro con la china, a mano, senza usare un proiettore, un pc, nulla. Faccio un disegno con la china, magari su un cartoncino, della foto che ho scelto e da lì comincia un processo di decomposizione di questa figurazione, per farlo diventare un movimento.

Il mio scopo è di far ballare spazio, tempo e luogo come fossero frutto di un’unica energia.

Ha molto a che fare con il movimento e con la forza. Con la consapevolezza che tutto cambia costantemente. Tu e io ora siamo qui, ma appena mi muovo tutto si trasforma. E voglio proprio cercare di rendere visibile questo continuo cambiamento di prospettiva.

Poi passo alla stratificazione, nei miei quadri ci sono molti strati, passati però in modo celere. Infatti lavoro a lungo su un quadro ma passo i diversi strati in modo molto veloce. Quindi partendo da una foto, l’opera finale assume a volte una forma più astratta, altre volte meno, così che accade che si possa riconoscere un oggetto, mentre per quanto riguarda le persone, esse nel quadro si tramutano in puro movimento. Hai presente quei libricini in cui ci sono delle immagini che se sfogli velocemente sembra che stiano muovendosi? Ecco, quello assomiglia a ciò intendo fare, ovvero spostare i corpi nello spazio e nel tempo, fino a che quella nuova immagine non si trasformi in un’entità nuova, a se stante.»

Y. Andreini, Un altro luogo 2023 (170×240)
Y. Andreini, Nuvolaglia 2024 (120×95)

I suoi quadri sono molto luminosi. Contengono colori non statici ma anch’essi appaiono in un movimento di luce. Ha mai pensato all’opposto a dipingere quadri in assenza e sottrazione di colore?

Y.A «È interessante questa domanda perché all’inizio del mio percorso artistico sono partita dal disegno ed era quasi tutto in bianco e nero o, al limite, con l’aggiunta di un colore.  E questo periodo mi è servito molto, mi ha permesso di studiare come muovermi. Era come se non fossi ancora pronta per il colore, che in realtà è davvero impegnativo, non può essere preso alla leggera. E dato che i miei lavori sono così densi, prima di riuscire a giungere a una sorta di sintesi, di connubio di colori e forme, ho impiegato del tempo. Negli anni spero di aver trovato un equilibrio, una posizione pacificata sulla questione della luce come suggerisci tu, anche se poi torneranno sicuramente delle fasi in cui userò meno il colore, ma per il momento è così.

Da un punto di vista tecnico, lavoro con la china e con i colori acrilici. La china l’ho scelta perché i colori che offre hanno una luminosità così particolare, che altre varianti non hanno. I colori a olio non funzionano molto per me perché ci mettono troppo ad asciugare e lavorando, come prima accennavo, attraverso differenti stratificazioni non mi permetterebbero la velocità che invece occorre alla mia tecnica. E poi, parlo ovviamente in relazione all’effetto che si otterrebbe nei miei lavori, l’olio li renderebbe come glassati, mentre preferisco l’opacità dell’acrilico e della china.»

Y. Andreini, Mistero luminoso 2023 (150×120)

Volevo chiederle se i suoi quadri, che vertono sull’astrattismo, hanno dei temi. Ma ora, dopo aver ascoltato la particolare tecnica di formazione del quadro, credo che abbia già risposto in maniera affermativa. Pensa però prima al tema, all’origine del processo creativo, o lo rilegge successivamente da ultimato, reinterpretandolo e assegnandogli un titolo a opera ultimata?

Y.A «Entrambe le cose in realtà. Il titolo che assegno al quadro viene sempre lavorando, però il soggetto finale può essere molto diverso dall’idea iniziale. Se penso ai miei quadri più riusciti sono quelli in cui il quadro stesso ti chiede di interrompere, di lasciarlo così, è strano ma è come se assumesse un’entità a sé.

Quindi spesso conosco l’inizio ma non la fine del mio lavoro, di ciò che esso diventerà, della forma che assumerà, perché succede che l’opera stessa prenda vita, assumendo un’identità ben definita. In altre parole, ho coscienza del punto di partenza, ma il corso che prenderà lo deciderà l’opera stessa.

I titoli invece, come accennavo, vengono lavorando. Ho delle liste, che compilo durante le fasi di lavorazione del quadro, dalle prove, agli schizzi preparatori, agli studi di colore. In questi momenti comincio ad annotare frasi, a cercare ispirazione, che spesso mi viene ascoltando della musica. Il più delle volte continuo a far girare un album per tutto il tempo che mi occorre per finire un quadro, lo metto in loop, per rimanere in quella stessa atmosfera. E mentre ascolto mi capita di segnarmi delle singole parole, delle frasi tratte dai testi dell’album, perché la musica mi ispira molto, così come i libri che leggo. Ad esempio c’era un libro che ho visto entrando in questa libreria (n.d.r. l’intervista si è tenuta infatti nello spazio Le Storie della storica libreria indipendente di Garbatella, a Roma) che mi piacque molto, si intitola Stupore e Tremori di Amélie Northomb, tanto che intitolai un mio quadro proprio così, però in fondo scelgo ciò che mi risuona di più.»

Dove trova Yvonne la sua ispirazione? È sempre interessante seguire le tappe di un processo creativo che contempla sia il richiamo a qualche autore, a qualche tecnica studiata, a qualche influenza pittorica comunque subita e poi anche a suggestioni extrapittoriche.

Y.A «Per quanto riguarda le spinte esterne all’arte pittorica, sicuramente un ruolo importante lo gioca la musica, perché nei miei lavori c’è molto ritmo. Spesso i musicisti si dimostrano colpiti dai miei quadri perché riconoscono in essi una sorta di fraseggio musicale. È una cosa importante per me, per esempio con certa musica non riesco proprio a lavorare, vado in tilt. Ma molta influenza l’arrecano anche le relazioni sociali, per assurdo, perché l’osservare i momenti conviviali tra le persone, come si muovono, come parlano tra loro, mi suggestionano molto. Mentre la musica quindi mi aiuta per il ritmo di un quadro, le persone mi aiutano a ricreare una certa atmosfera. I libri e i testi scritti invece mi aiutano molto sia per i titoli che per i pensieri più filosofici che mi interessano, anche se a volte, in modo prosaico, anche certi personaggi di romanzi mi ispirano. Per i colori invece sento di venir influenzata e contaminata da tutto ciò che circonda la città.»

Quando decidi di iniziare un tuo quadro, fai delle ricerche specifiche su alcuni pittori o sui loro lavori o semplicemente essi rivivono in te come memoria storica.

Y.A «Nel mio studio, che condivido con il mio compagno, anch’egli pittore, abbiamo un spazio comune, una biblioteca in cui teniamo tantissimi libri d’arte, cataloghi di mostre e lavori, non solo di pittori del passato ma anche recenti, in cui cerco un confronto. Ma questo tipo di approccio, che so che nel mio lavoro molti colleghi tengono da sempre, nel mio caso è iniziato recentemente, perché credo di essere a un punto della mia vita artistica in cui, avendo trovato la mia onda chiamiamola così, non mi distrae più vedere troppe cose. Se questo tipo di dialogo lo avessi iniziato troppo presto, avrei rischiato di voler somigliare a qualcuno o, per esempio, anche involontariamente di fare qualcosa troppo simile a qualcosa di già visto. Invece ora, almeno io me lo spiego così, sono arrivata a un punto in cui se leggo o studio qualche artista lo faccio in modo puntuale, soffermandomi solo su ciò che mi occorre in quel momento, non prestando il fianco a eccessive sollecitazioni.»

Y. Andreini, Reminiscenza pompeiana 2024 (60×80)

Mi accennava al fatto che divide lo studio con un uomo, secondo la sua esperienza personale, è differente essere donna nel mondo dell’arte?

Y.A «Nel periodo storico che stiamo vivendo, specialmente a Berlino, questa è una domanda incombente, la differenze tra uomo e donna è un tema che risuona molto. Io sono un po’ combattuta, perché da un lato riconosco delle difficoltà oggettive nella parificazione dei generi, ma dall’altra vorrei che questa questione non mi interessasse. Perché la pittura è pittura e mi piacerebbe che come io non faccio differenza tra sessi, anche il mondo fuori si muovesse in tal senso.»

Lei pensa che venga recepito diversamente un lavoro se porta la firma di una donna o di un uomo?

Y.A «No, non lo sento, e anzi a volte avverto anche qualche forzatura su questo tema. In Germania nei contesti espositivi, in molti musei o mostre, esiste la questione della quota fissa, devono cioè esserci un tot di artiste donne. E da un lato capisco che per riuscire a equiparare e apprezzare anche l’apporto artistico femminile sia necessario, ma dall’altra non sono sicura che sia la strada giusta, perché penso che dovrebbe venire naturale e non essere così per statuto. A me sembra che questi provvedimenti non solo non mirino a normalizzare la questione, ma rischiano di creare ancora più divisione tra gli artisti uomini e le artiste donne.

Capisco che sia importante lottare per la parità, anche se a me non è mai successo in quanto donna di sentirmi in qualche modo discriminata. Cosa che invece ho avvertito in quanto madre, perché anche nelle gallerie più intellettuali e chic ho avvertito una sensazione di diffidenza nel momento in cui scoprivano che avevo una figlia. E poi pensiamo che in Germania comunque ci sono molte agevolazioni, l’asilo nido, la scuola, è tutto gratuito. Insomma si può lavorare, certo con un ritmo diverso, ma si lavora. Anche perché la mia identità è composta dall’essere una mamma, oltre che un’artista e anzi da quando lo sono diventata mi sento ancora più focalizzata sul mio obiettivo, non è mai stata una forma di dispersione o di allontanamento dal lavoro.»

Ho visto sul tuo sito un progetto che mi ha molto incuriosita, si chiama Insula, e mi piaceva che fossi riuscita a creare un ponte tra due luoghi così differenti come Berlino e l’isola di Ventotene.

Y.A «Questo è il mio progetto del cuore. Dal 2017 è partita come una sfida, ho costituito un programma di residenze e mostre sull’isola di Ventotene, che per me ha anche un valore affettivo. Sono stata lì la prima volta da piccola, scoprendo poi negli anni successivi che fosse un’isola, politicamente parlando, importantissima. E visto che mi sono sempre mossa tra le due realtà dell’Italia e della Germania, ho pensato di invitare artisti europei, non solo tedeschi, a lavorare una settimana su un tema comune. Quest’anno avremo ospiti undici artisti e ognuno di loro farà 7 lavori in formato cartolina che poi esporremo a Roma, alla galleria Materia a san Lorenzo, e a Berlino. Abbiamo il patrocinio dell’Ambasciata italiana ed è per me un momento importante, su un’isola altrettanto speciale. Facendo mostre per lavoro mi accorgo che di solito è tutto molto veloce, consegni i quadri e basta. Ma a me piaceva creare un momento particolare antecedente all’esposizione vera e propria, come un simposio di artisti che riflettendo in uno stesso momento, in uno stesso luogo su uno stesso tema, o comunque su tematiche simili, avessero modo di parlarne, di confrontarsi. Dopo molti anni che lo faccio ho assistito anche a litigi, momenti intensi, ma questo tipo di scambio è davvero potente.»

(la foto riporta al sito del progetto)

Yvonne, se qualcuno volesse seguirla?

Y.A «Nel mio studio non espongo, capita che ci vengano a trovare delle persone, che si organizzino degli incontri, ma si svolgono tutti in chiave privata. I miei lavori si possono trovare nella galleria in cui collaboro o comunque in collettive in cui vengo invitata. https://yvonne-andreini.com/

Poi ci sono volte che mi piace creare degli spazi espositivi temporanei. Per esempio lo scorso mese ho collaborato con uno studio di architetti di Berlino che avevano appena costruito un palazzo il cui piano terra di 100 mq era ancora vuoto, lì abbiamo organizzato una mostra durata solo due settimane. Oppure a luglio è in programma una mostra in una casa per barche in mezzo alla città, un posto particolare.»

Oltre le tue già intense attività, hai qualche progetto futuro su cui stai lavorando o solo riflettendo?

Y.A «L’estate prossima avrò la mia prima mostra in un museo, precisamente nel Museum of Modern Art di Dubrovnik. È forse il mio progetto più grande e quindi, una volta conclusa l’esperienza con Insula, mi ci dedicherò per intero. Poi mi piacerebbe anche scrivere qualcosa o comunque collaborare con qualcuno che capendo il processo creativo possa avere un pensiero critico.»

Per concludere vorrei riportare una frase che Yvonne mi ha detto al termine della nostra intervista

L’autenticità, il mettersi a nudo è ciò che nell’arte rimane.

FIORI VIVI RINGRAZIA:

Yvonne Andreini, per la sua luminosa presenza e la disponibilità con cui ha dialogato con noi.

Gilda Y. Diotallevi

La libreria e casa editrice Le Storie per averci ospitate.