di Maria Grazia Carnevale
Il 10 marzo del 1946, per la prima volta nella storia del nostro Paese, le donne possono esercitare il diritto al voto alle elezioni amministrative. E per la prima volta possono essere elette. Successivamente il 2 e il 3 giugno 1946 sono chiamate a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere i membri dell’Assemblea Costituente.
Come rivendicherà Rita Montagnana, in un articolo del 1° ottobre 1946 su Noi Donne: «La grande conquista da noi ottenuta – il diritto di eleggere e di essere elette – non ci è stata elargita, ma è stato piuttosto un riconoscimento dei nostri meriti.» Infatti, le donne hanno sofferto le atrocità della Guerra e combattuto la Dittatura: si sono trovate, loro malgrado, proprio per l’assenza degli uomini, chiamati al fronte, a svolgere ruoli e funzioni, tradizionalmente riservati a padri, fratelli, mariti. Dalle difficoltà hanno tratto la forza di fare la Storia e di rovesciare la loro condizione di inferiorità politica e sociale. Ora vogliono prendere parte alla ricostruzione dell’Italia e decidere da chi essere governate. Del resto, se la politica ti è entrata in casa sotto forma di una bomba o ha richiamato tuo marito alle armi, è giusto che ti occupi di politica, sosteneva Nadia Gallico Spano, divenuta poi una delle Madri Costituenti.
Ma i detrattori del voto alle donne non mancano in quel 1946, carico di tensioni e di paure, e muovono sostanzialmente tre obiezioni: le donne sono, per loro natura, troppo mutevoli e immature per accostarsi alle urne elettorali e si asterranno in massa, votate come sono alle frivolezze e alla cura della casa; le donne si faranno influenzare da mariti e fidanzati al punto da sprecare la possibilità di esprimersi liberamente e da aderire perfettamente alle idee politiche del ‘capofamiglia’; le donne, da ultimo, si dimostreranno eccessivamente legate alle istituzioni più conservatrici, la Chiesa in primis, e falseranno il risultato elettorale.
Ebbene la popolazione femminile nelle campagne elettorali e negli appuntamenti alle urne, sia alle amministrative, sia al referendum, si dimostra perfettamente in grado di prendere parte al dibattito pubblico e di esercitare la tanto agognata libertà di critica e di pensiero, messa a dura prova dal fascismo. Le prime tornate elettorali dell’Italia post-bellica si trasformano, grazie al suffragio femminile e alla partecipazione in massa delle donne, in una grande festa della democrazia. Vi è in tutte una profonda emozione annota Sibilla Aleramo nel suo Diario, perché ognuna vive un’esperienza completamente diversa, quasi ‘interiore’ resa magistralmente dalle parole della scrittrice Maria Bellonci:
In una cabina di legno povero e con in mano un lapis e due schede mi trovai all’improvviso di fronte a me, cittadino.
E ancora la cronaca della giornalista Anna Garofalo racconta di lunghe file composte, dove ciascuna ripassa «mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome» e «le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari». Le schede vengono strette quasi fossero biglietti d’amore. «Le rigiriamo fra le mani e ci sembrano più preziose delle tessere del pane. […] Per la prima volta si domanda la nostra opinione. Così avessimo potuto esprimerla quando si trattava di pace e di guerra. Tutte queste croci sparse nei cimiteri, questi invalidi, questi alienati e gli orrori dei campi di sterminio sono lì a testimoniare che non potemmo far niente. Da queste sventure, però, è nato il riconoscimento di oggi, che accomuna uomini e donne, alla pari. Prendiamone atto per darci coraggio».


21 Madri Costituenti
I risultati elettorali vedono le donne protagoniste: alle amministrative della primavera del 1946 vota l’81,7% delle donne, il 2 e 3 giugno 1946 votano 12.998.131 donne contro 11.949.056 uomini, tuttavia il numero di donne elette è decisamente inferiore a quello degli uomini, dimostrazione del fatto che non vi è stata una cieca preferenza di genere. Basti pensare che verranno elette solo undici sindache, per lo più in piccoli centri; inoltre, siederanno sugli scranni dell’Assemblea Costituente solo 21 donne su 556 deputati. 21 saranno, infatti, le Madri Costituenti, troppo spesso ignorate dai libri di storia in favore dei colleghi, i ben più famosi e celebrati Padri Costituenti. Le accoglie a Montecitorio un misto di «paternalismo, dileggio, stima, imbarazzo» secondo Teresa Mattei e più di qualche incertezza terminologica. Le neo-deputate rifiutano di farsi chiamare deputatesse, come le apostrofano alcuni giornali, attenti solo al loro modo di vestire e di acconciarsi. E quando trovano sulle schede anagrafiche degli eletti l’indicazione della moglie sotto lo stato civile, lasciano in bianco o barrano a penna e scrivono marito.
Le Madri della Repubblica sono diverse per età, provenienza, estrazione sociale, formazione culturale, area partitica: ciò non impedisce loro di sentire tutto il peso e la responsabilità di rappresentare le donne italiane. Non si stancano mai di discutere per approdare, infine, a posizioni comuni e serrano i ranghi di fronte a decisioni cruciali su lavoro, educazione e famiglia. Portano avanti la specificità femminile in un mondo fortemente sessista e maschilista. Non hanno modelli cui ispirarsi e diventano esse stesse il paradigma di un nuovo modo di fare politica, che fa della rappresentanza un dovere, che va oltre le logiche di partito, che usa il dialogo come arma e vede nell’unione una forza. Siedono allo stesso banco, non certo per farsi coraggio l’una con l’altra, come insinua L’Avanti. Si tengono per mano quando viene approvato definitivamente l’art.11 della Costituzione che sancisce il ripudio della guerra. Gli uomini si limitano ad applaudire. La differenza è evidente.
Tuttavia le 21 della Costituente si percepiscono e agiscono come soggetti politici, anche se l’armamentario del pensiero femminista è ancora lontano da venire. Sono consapevoli di amministrare finalmente la res publica e di doverlo fare secondo il codice della sorellanza. Guardano al futuro con fiducia e speranza.



Particolare/universale
Se i Costituenti hanno pensato di lasciare loro solo gli argomenti tipicamente “femminili” (scuola, infanzia, etc…) e di giocare così la carta della retorica materna, le Costituenti non si sono perse d’animo e, a partire da quello spazio di discussione limitato e ristretto, hanno sferrato la loro offensiva e allargato il loro sguardo. Le norme fondamentali della Repubblica, grazie al loro battagliero contributo in aula, un sapiente mix di ironia e razionalità, sono state improntate ai principi della parità e dell’uguaglianza, una conquista che allarga diritti e tutele ancora oggi. E forse è questa la loro lezione più bella: il particolare, con tenacia e lungimiranza, può diventare universale.

Bibliografia di riferimento:
C. CAPARELLO, Le 21 Madri Costituenti, Le lucerne, Milano 2025.
S.DANDINI, Paura non abbiamo, Le donne che hanno fatto la Repubblica, Einaudi, Torino 2026.
A. GAROFALO, L’italiana in Italia, Laterza, Roma-Bari 1956.
M.PALMIERI, Voto alle donne! La storia di una battaglia, dalle Suffragette alla Costituente, Einaudi Torino, 2026.
N. VERDILE, Italiane. Madri Costituenti, Fazi, Roma 2026.
Il 1946 di Maria Bellonci in Processo al 1946, nn. 27-28, 1946.