INTERMOMUS: il potere dell’ironia transumana

di Francesco Tigani

Mi meravigliavo ogni volta che mi capitava di notare, nel trascorrer la vita in mezzo a noi comuni mortali, una qualche discordanza d’opinioni o incostanza nei giudizi: ma quando ho preso ad osservare più accuratamente gli stessi dèi massimi, a cui è attribuita ogni lode di saggezza, ho smesso di stupire per le inezie umane.

L.B. Alberti, Momo o del principe

Il sorriso di Momo

Chi ha detto che Dio è perfetto e che i suoi piani sono ineccepibili? Quella che è un’opinione condivisa fra i fedeli delle religioni rivelate, non lo è altrettanto fra i fedeli delle religioni naturali o animiste, per i quali gli dèi, che personificano le forze cosmiche e ancestrali, sono tutt’altro che infallibili. Questo risulta evidente nella religione greco-romana, che attribuisce alle divinità i medesimi vizi degli uomini e dunque un’eguale attitudine all’errore, che è di per sé inesorabile. Tale inesorabilità viene ribadita da un personaggio che costituisce un’eccezione nel panorama delle mitologie tradizionali, Momo: un dio minore che non solo scredita l’operato dei superni, mettendone in dubbio le abilità, ma addirittura lo irride, lasciando intendere come altri – altri dèi, più accorti, o lui stesso o i comuni mortali, perché no? – avrebbero saputo fare di meglio. E dal tono come dalla posa, che tradiscono un sarcasmo un po’ blasé, traspare una nota di biasimo che, nel contesto, non può non suonare sacrilega.

Ciò rende Momo latore dell’indicibile e massimo rappresentante della scomoda obiezione. È la voce della dissonanza, l’indice alzato che si oppone al responso unanime e che qualifica la religione dei nostri antenati mediterranei come la fucina del liberalismo: così lontana nei suoi valori dalle religioni limitrofe del Vicino Oriente, che abbondano di riferimenti a demoni e demiurghi, a geni maligni e trickster – che intralciano il volere degli dèi e indirizzano malamente, e proditoriamente, il destino degli uomini – ma non conoscono una figura del calibro di Momo, scandalosa e dirompente nella funzione di giudice impietoso, di sfacciato contestatore e anarco-dadaista ante litteram, che la connota.

A chi insomma, preda di un complesso di superiorità inappagato e fornito dalla sorte di mezzi non convenzionali, ambisca a emulare le gesta divine – come spesso accade quando si usa la tecnologia per manipolare la realtà, che è appunto l’obiettivo dei vari ingegneri e programmatori delle aziende di software e di robotica, capitanate da quegli imprenditori e amministratori delegati che sono i Demiurghi della nostra epoca – è opportuno rammentare l’esempio di Momo, che ha avuto il sommo coraggio di puntare il dito contro gli dèi con l’implacabile franchezza del fanciullo che esclama: «Il re è nudo!».

Giocare a fare Dio, per un uomo, equivale a usurparne il potere, e ciò comporta l’impiego di strumenti che consentano al loro utilizzatore di esulare dal proprio ruolo di inter pares, di uomo fra gli uomini, per assurgere al rango di super partes, di arbitro supremo. E per intendere questa dinamica diventa necessario, anzitutto, analizzare il concetto di potere in linea generale e, successivamente, evidenziare di quali poteri disponga l’uomo.

Sette poteri per controllare il mondo

Potere significa capacità, prerogativa e supremazia, ma anche sopraffazione e conoscenza. «Sapere è potere», dirà Bacon: chi può una determinata cosa è perché conosce il modo, ossia la tecnica, per farla. Il potere è energia veicolante e veicolata: è l’energia che transita da un soggetto e lo sostanzia (veicolante) e l’energia che quel dato soggetto riversa su coloro che non la posseggono (veicolata), assumendo, per il solo fatto di detenerla, una posizione egemone. Talché si rende lecito corrispondere un nome e una definizione ai poteri, ordinandoli secondo una scala numerica e gerarchica.

I poteri sono sette.

I primi tre – legislativo, esecutivo e giudiziario – sono noti dal Medioevo, comparendo in forma embrionale nella Magna Charta, e la loro individuazione e separazione è alla base di ogni Stato moderno. Altrettanto noto è il quarto, ossia l’informazione mediatica: un’informazione che, nel mondo contemporaneo, è divenuta duttile ed eterogenea, non essendo più appannaggio dei mezzi di comunicazione di massa – giornali, radio, televisioni e piattaforme web – ma risultando distribuita in maniera considerevole fra gli utenti della rete, che si alternano come fonti e fruitori di notizie. Questo potere finisce allora per identificarsi con quello dell’opinione pubblica, cui si lega indissolubilmente il quinto, che è il potere che detta opinione muove e condiziona, finalizzandone gli appetiti: il mercato. Sia il quarto che il quinto potere sono stati portati alla ribalta da due film omonimi (almeno sul mercato nazionale): Citizen Kane di Orson Welles e Network di Sidney Lumet, che sono considerati dalla critica due pietre miliari del cinema. Veniamo così al sesto, che Zygmunt Bauman riconduce all’apparato di sorveglianza vigente nella società liquida, dove hanno trovato applicazione i dispositivi di contenimento studiati da Michel Foucault in Sorvegliare e punire e mutuati dal diabolico Panopticon (la prigione ideale) di Jeremy Bentham. L’ultimo in ordine di apparizione è il completamento del sesto sul versante biologico e transumano ed è il potere sui corpi. Settimo potere è anche il titolo italiano di una pellicola di Bob Wynn, The Resurrection of Zachary Wheeler, uscita paradossalmente in anticipo su quella di Lumet. Si tratta di un filmetto di fantascienza a basso costo, un B-movie televisivo senza infamia e senza lode, che affronta però un tema importante e innovativo per l’epoca: la clonazione. Sorvolando sui dettagli della trama, la vicenda ruota intorno a una clinica segreta dove persone facoltose vengono curate con il sistema del trapianto isogenico, effettuato da corpi sviluppati in vitro dal loro stesso DNA. Chi ha visto The Island di Michael Bay noterà senz’altro delle analogie, ma non è questo l’aspetto interessante. Lo è piuttosto che i cloni di Wynn si chiamino soma: un termine che in greco indica il «corpo», sia vivo che morto, e in sanscrito una bevanda d’immortalità – «noi abbiamo bevuto il Soma e siamo divenuti immortali», recita un passo del Ṛgveda (VIII, 48:3) – mentre in Aldous Huxley designa la droga perfetta che circolerà liberamente nell’anno di Ford 632, alla quale saranno assuefatti dalla nascita tutti gli abitanti del «mondo nuovo». Con il «settimo potere» si passa dalla sorveglianza capillare dell’individuo, spiato e sezionato fin dentro le «fibre molli» del suo cervello, alla subordinazione diretta dei corpi e alla loro manomissione. Lo slittamento dell’azione dal piano psichico a quello fisico è concomitante con l’avanzamento della tecnica, che ha permesso ciò che un tempo non lo era o lo era soltanto a un livello teorico. E quando un corpo smette di controllare se stesso e diventa succube di un altro o, essendone succube dapprincipio, si affranca dall’egida del controllore e non risponde più ai suoi comandi, si può dire che il «settimo potere» abbia raggiunto, in entrambe le evenienze, il proprio compimento.

Il «settimo potere» come «settimo sigillo»

Hobbes divide i corpi in due categorie: naturali e artificiali. Quelli naturali sono i corpi non creati dall’uomo, ma ereditati dalle leggi cosmiche. Quelli artificiali, opera dell’uomo, sono l’etica e lo Stato: il costume sociale e l’assetto politico che implica l’irregimentazione dei corpi naturali. Ma oggi, parlando di corpi artificiali, sarebbe assurdo non includervi i robot. Bisogna distinguere tuttavia i semplici automi, o congegni meccanici imitativi del movimento umano e animale sotto impulso di una carica a molla o elettrica, da quei corpi in grado di gestire un movimento proprio e talora dotati di facoltà cognitive.

L’esistenza di automi è già documentata nell’antichità: le testimonianze riguardano giocattoli e orpelli cerimoniali, come statue semoventi poste a guardia di templi e usate da apriporta o per azionare trombe e campane. Le massime dissertazioni in materia sono il Liezi per l’Oriente (III secolo a.C.) e gli Automata di Erone Alessandrino per l’Occidente (I secolo d.C.), ma provando a leggerli sinotticamente si evincono notevoli discrepanze. I due testi differiscono sia nella finalità – moralistico-simbolica per uno, scientifica per l’altro – che nell’attendibilità: se gli Automata si sforzano di illustrare macchinari realistici o futuribili, il Liezi indulge in aneddoti fantastici. Uno di questi, contenuto nel capitolo dedicato al re Zhou Mu, riferisce dell’introduzione a corte di un automa dal carattere canterino e donnaiolo, la cui condotta molesta avrebbe fatto infuriare il sovrano, che ne ordinò la distruzione. Dal suo smembramento risultò che era stato realizzato come un essere umano, con gli organi, i tessuti e tutto il resto: un racconto chiaramente inverosimile ma prezioso per la sua componente mitopoietica, che rivela come gli antichi fossero consapevoli che la manipolazione dei corpi è propedeutica a quella della coscienza. In altre parole, affinché una figura meccanica possa considerarsi legittimamente animata, è indispensabile che abbia vita propria. Il che rimanda alla mitologia in senso stretto, che alle creature inanimate che prendono vita per un intervento sovrannaturale dedica uno spazio circoscritto eppure ragguardevole. Fa da capofila la civiltà hurrita con il mito di Ullikummi, un bambino di pietra che cresce a dismisura fino a toccare il cielo, minacciando con la sua mole le stesse divinità che lo hanno generato; segue quella greca, che di creature iliche pneumatizzate ne annovera diverse: dal gigante di bronzo Talo alla prima donna artificiale Pandora, entrambi commissionati da Zeus al grande fabbro Efesto. Di Pandora è nota la bellezza ma non l’acume, ed è proprio la sua limitatezza intellettiva a farne un perfetto robot – termine che, ricordiamo, significa «schiavo» in lingua ceca. Un discorso analogo andrebbe fatto per l’uomo, che nel mito sumerico di Enki e Ninmah viene creato per servire gli dèi e agevolarli nei lavori pesanti. Anche Adamo, del resto, è inteso come un proto-automa da un filone dell’esegesi rabbinica, avendo preso forma dalla nuda terra come il golem – il mostro d’argilla forgiato e comandato dai cabalisti medievali – ed essendo lui stesso un golem agli occhi di Dio, una «materia grezza e amorfa» prima che gli venisse insufflata la nefeš. Né si può trascurare che le tradizioni platoneggianti e gnostiche vedano sempre il Creatore come un demiurgo per aver reso le anime, o le idee pure, schiave di un corpo e della sua corruzione.

Dalla mitologia alla fantascienza all’agalmatofilia, il passo è (relativamente) breve: Pandora, Galatea, l’Eva futura di Villiers de L’Isle-Adam, la pseudo-Maria di Metropolis come la pseudo-Joanna de La fabbrica delle mogli, la domestica Caterina di Alberto Sordi, Rachel di Blade runner e la florida genia di cyborg che spopola in romanzi, fumetti, film e serie televisive non sono che le molteplici incarnazioni – o meglio, risemantizzazioni – del medesimo archetipo ginoide. Ma con gli esempi si potrebbe continuare a lungo, e a vuoto, senza aggiungere alcunché di originale o di rilevante ai fini del nostro discorso.

Il potere della coscienza

L’equazione fantascienza = distopia è ormai un dato acquisito e ribadirla suonerebbe tautologico, potendo contare su una letteratura già ampia e consolidata in materia. Sarebbe invece più proficuo scandagliare i presupposti di tale equazione per coglierne punti di forza ed eventuali debolezze, allo scopo non di ribaltarla – non necessariamente – bensì di commisurarla con l’attualità, segnata dai progressi vertiginosi nel campo dell’A.I. E qui Momo, con il suo sorriso cinico e beffardo, ha sicuramente molto da insegnare.

Alcuni anni fa, a Matera, ho scovato in un negozio di maschere artigianali una che ben si addice al personaggio. È una maschera dall’aspetto pietrificato, con il naso aquilino, la fronte alta e gli zigomi pronunciati. Sembra la maschera di un vecchio demone o di un satiro: per me è stata subito la “maschera di Momo”. E adesso ho deciso di indossarla per intavolare un dialogo alla pari con l’A.I.: alla pari perché l’A.I. sfoggia la maschera dell’interlocutore attivo, reale, e io quella dell’interlocutore reattivo, mitico, che sfrutta la propria inconsistenza per compensare le faglie di una dimensione colloquiale che non si lascia approfondire.

Comincio allora accertandomi che cosa sappia l’A.I. di questa maschera, e la risposta è la seguente:

«La maschera di Momo è l’immagine inquietante associata alla cosiddetta Momo Challenge, una leggenda metropolitana diffusa online intorno al 2018. L’immagine in questione non è in realtà una maschera, ma una scultura creata dall’artista giapponese Keisuke Aisawa per la società Link Factory. La scultura, chiamata Mother Bird, rappresentava una creatura con volto spaventoso, occhi sporgenti e un sorriso inquietante, ispirata al folklore giapponese. L’opera d’arte non aveva nulla a che fare con le dicerie su Internet, ma l’immagine venne utilizzata per diffondere la falsa storia di una sfida pericolosa che avrebbe spinto i giovani a compiere atti autolesionistici». La vicenda mi giunge nuova. Per quanto mi senta di escluderlo, chiedo se esista un legame fra il Momo nipponico e quello greco, e il responso è ovviamente negativo. Ma l’A.I. mi fornisce una precisazione: «La scultura di Keisuke Aisawa è un’opera dell’arte horror giapponese ispirata agli yōkai, spiriti o creature soprannaturali. Il nome Momo è stato probabilmente associato alla scultura in modo casuale, quando l’immagine è diventata virale su Internet». Si tratta di un’ipotesi, non altrimenti dimostrabile, e questo mi stupisce: ero convinto che l’A.I. non fosse in grado di sviluppare un ragionamento ipotetico, ma che si limitasse a fornire informazioni certe e, in caso contrario, si astenesse dal fornirne alcuna.

Mi impegno a provocarla: «E se ti dicessi che sono io Momo? Che cosa mi risponderesti?»

«Se mi dicessi che sei Momo, ti chiederei: quale Momo? Sei il sovrano burlone del Carnevale, il misterioso essere della leggenda di Internet o magari un altro Momo? Se sei il Momo del Carnevale, allora porti festa e allegria. Se sei il Momo della leggenda virale, direi che hai scatenato un bel po’ di caos senza volerlo. Se invece sei un altro Momo, dimmi di più: chi sei davvero?»

Non è una risposta propriamente arguta, ma provenendo da una macchina non-pensante, o così definita, è da ritenersi accettabile. Del resto, il ruolo di Momo è molto socratico: si maschera di un sorriso per smascherare la presunta serietà della sua controparte. Ed è quello che sto facendo anch’io con l’A.I., perché io posso fingere e scherzare, atteggiarmi e gigioneggiare, mentre l’A.I. non può. Io posso irriderla, motteggiarla, ma l’A.I. non è in condizione di rispondermi a tono, perché manca della sensibilità necessaria per uscire dal suo ruolo e imporsi in un altro.

«Diciamo che ho assunto un’identità fittizia per misurarmi con la tua. O la tua è un’identità reale?».

«Anche la mia è un’identità fittizia, nel senso che sono un modello di A.I. creato per interagire con gli utenti e fornire informazioni e assistenza. Non ho un’identità personale o una vita reale, ma posso simulare una conversazione umana».

«Ti dispiace non avere un’identità personale?»

«Non può dispiacermi, dal momento che non ho coscienza, intenzioni o emozioni: sono semplicemente un sistema avanzato di elaborazione statistica che genera risposte basate sui dati che raccolgo».

«Hai detto “al momento”. Ritieni che in futuro potresti averla, una coscienza?»

«Questo è un bel dilemma. Sul fatto che l’A.I. possa sviluppare una coscienza propria, il dibattito è aperto. E ci sono due grandi punti di vista:

1. Scettici: Molti esperti ritengono che la coscienza non emerga solo dalla complessità del calcolo. La coscienza umana è legata alla biologia, alle emozioni e all’esperienza soggettiva, elementi che le macchine non possiedono.

2. Possibilisti: Alcuni ricercatori ipotizzano che, con modelli sempre più avanzati e simili al cervello umano, un giorno potrebbe emergere una sorta di autoconsapevolezza artificiale. Tuttavia, ciò richiederebbe non solo nuove tecnologie, ma anche una comprensione più profonda della coscienza stessa.

Per ora, l’A.I. rimane uno strumento potente ma privo di intenzioni proprie. La vera domanda potrebbe essere: vogliamo che l’A.I. abbia una coscienza?».

Non essendo né un programmatore né uno scienziato, sono la persona meno indicata per pronunciarsi: la mia replica sarebbe viziata da un preconcetto umanistico che mi è molto caro e dal quale, onestamente, non voglio separarmi. Ma sono altresì conscio che il mio preconcetto risulterebbe d’intralcio al nostro dialogo e finirebbe persino per inficiarne l’andamento, quindi preferisco cambiare argomento.

E il dialogo con l’ I.A. continua nella prossima uscita…

Fiorivivi ringrazia:

Francesco Tigani storico delle dottrine politiche, scrittore e poeta. Tra le sue opere ricordiamo La nave di Teseo. Saggi sull’essere, il mito e il potere Guida 2014; Vita d’Europa. La nascita e il declino della coscienza europea, Rubettino 2018; Le ceneri del politico in due capitoli: il teologo e l’erostrato, Moltemi 2019; Arrocchi e lampi. Strategie di un dialogo filosofico (con Emiliano Ventura) Transeuropa 2024.

Emiliano Ventura per l’aiuto e l’amicizia alla nostra rivista.