Riccardo Dalisi… o no?

Radicalmente

A un anno dalla scomparsa di Riccardo Dalisi, il MAXXI allestisce una sua retrospettiva. La mostra, curata da Gabriele Neri, con un allestimento firmato Novembre Studio, oltre a esporre una grande varietà di opere, dalla pittura, al design, alla scultura risalenti alle diverse fasi della sua attività, ci permette di conoscere meglio il grande architetto e progettista. Ne emerge una figura complessa, con una propria teoria del design e un approccio diretto all’inclusione e all’impegno sociale.

Il percorso espositivo, in cui ammiriamo istallazioni urbane, sculture, paralumi, maschere, decorazioni, arredi e piccole architetture, è in realtà per noi l’occasione di riflettere su alcune tematiche artistiche e sociali.

Il multiverso di Dalisi

La contaminazione e l’inconsueto sono uno strumento molto importante oggi per la ricerca in ogni campo dell’espressione. Riccardo Dalisi

Non è semplice definire Riccardo Dalisi (Potenza 1931-Napoli 2022), architetto, designer, artista, pensatore e progettista, è stata senza dubbio una figura anticonvenzionale che ha tentato, col suo lavoro, di rivoluzionare le logiche del progetto e di mettere in discussione gli schemi sociali e culturali delle aree urbane, in particolare quelle più problematiche di Napoli. E la città, in cui è vissuto e in cui ha lavorato, ne mantiene le tracce; nelle botteghe dei lattonai di Rua Catalana dove Dalisi produceva le sue opere, nelle strade dei Quartieri Spagnoli coronate da piccole sculture angolari, nelle garitte realizzate a Palazzo Reale. E poi ancora negli edifici costruiti a Ponticelli e al Rione Traiano, dove negli anni Settanta allestiva laboratori innovati con i bambini. È questo uno dei motivi per cui lo stesso Dalisi si definiva designer radicale, per riferirsi all’inclusione nella sua progettualità di disoccupati, operai, migranti e bambini di strada, come appunto quelli del quartiere Traiano di Napoli, nato come piano di edilizia pubblica nel 1957 ma divenuto presto simbolo di degrado. Ed è sicuramente un atto rivoluzionario quello di porre al centro la cura dell’uomo e del suo contesto urbano, capace di trasformare l’architettura modernista in motore di rigenerazione.

Protagonista quindi del radical design italiano ma conoscitore dei movimenti artistici esteri, (durante i primi anni Sessanta entra a far parte dello studio di Francesco Della Sala, allievo di Walter Gropius negli Stati Uniti) Dalisi ha impostato il suo lavoro trovando spunto da discipline altre (si interessa di antropologia, politica, linguistica, matematica) e ridefinendo il concetto stesso di architetto, designer e autore. La sua attenzione a fattori sociali e ambientali, unita al suo multiverso espressivo, gli permettono di affrontare la progettazione in modo differente, come un processo dialettico in cui «[…] forma e funzione trovano misura nel rapporto con il contesto.»

Ciò che sembra più concreto, più vero, più misurabile è la relazione (o la relazionabilità) di una cosa con altre. Ma la relazione è proprio ciò che sta in mezzo, un ponte tra due fatti, attraverso un ‘vuoto’, un inconoscibile. La relazione rappresenta pertanto una sorta di miscuglio tra il certo e il non certo; ed è proprio il suo carattere di dinamicità, di non concretezza che lo fa immaginare come una capacità che ha l’oggetto di diventare un rapporto con un altro. (Riccardo Dalisi, Forma intervallo spazio, pp.24-25.)

Mito, arcaico e sacro

Non c’è ricerca, progettazione che non contempli per Dalisi uno studio del mitico, dell’arcaico, del sacro. Per questo la sua arte è spesso una reinterpretazione di fiabe e racconti popolari. Personaggi simbolici come Polifemo e Vulcano, ma anche Madonne, angeli, suonatori, sovrani, guerrieri popolano il suo immaginario.  Le tecniche utilizzate sono molteplici, dalla pittura alla scultura e non meraviglia che per tali creazioni poliedriche utilizzi materiali poveri, come il legno, la cartapesta, il ferro, il rame, la latta capaci di donare all’oggetto una certa poeticità.

…etnie, movimento moderno, linguaggio infantile, allucinazioni, reliquie… questo mago con una matita “pensante” al posto della bacchetta magica; quanta dedizione e quanta bontà recitano i suoi segni e disegni sapienti… Alessandro Mendini

Le caffettiere animate

Esempio diretto di questa sua ricerca simbolica è la famosi serie di lavori sulle caffettiere napoletane. Tra il 1979 e 1987 Dalisi per l’azienda Alessi avvia una ricerca sulle origini, gli usi e la fabbricazione della caffettiera napoletana nelle varie botteghe dei lattonai. Da questa indagine, che non si ferma alla semplice storia dell’oggetto ma si espande alla sua dimensione simbolica e culturale, derivano decine di prototipi (un esercito di caffettiere “animate” e caricaturali: guerrieri, cavalieri, santi, robot, ma anche personaggi provenienti dalla commedia dell’arte e dalla tradizione popolare mediterranea e partenopea come Pulcinella, Totocchi, ovvero l’unione di Totò e Pinocchio) e un modello messo in produzione.

Il percorso tra le molte idee e varianti è stato lungo. Alla fine del mio lavoro preparatorio mi sono trovato davanti due mucchietti di cose; uno di oggetti particolarissimi: caffettiere strane, tentativi, pezzi di napoletane adoperate in molti modi – becchi, manici contorti, disegni strampalati, uniti ad altri provvisti di un senso costruttivo e funzionale. Dall’altro un mucchio di libri sul caffè (nessuno sulla caffettiera), dal 1600 fino al nostro secolo. Occorreva riassumere con un oggetto unico il primo mucchietto e con un libro Il secondo, così ho fatto. Il resto del materiale, variamente utilizzato in senso figurativo, costituisce quel corredo che è e deve essere intorno ad un oggetto la cui importanza travalica molto la sua funzione specifica (un altro tipo di caffettiera) ed invade quella zona educata e difficile di un rituale da riprendere e rinnovare. […] Rendere più forte ed immediata la ripresa di un uso che può arricchire di senso la vita quotidiana conviviale e di gruppo. Ciò senza perdere nulla della necessaria scioltezza e dinamicità richieste nella vita moderna. (R. Dalisi, Analisi storica e filologica di un rituale per la ridefinizione della forma della caffettiera napoletana. Dalle idee di varianti alle proposte d’uso, «Domus», 617, Maggio 1981)

Tra i vari prototipi anche una versione gigante della caffettiera, un re a cavallo, descritto dallo stesso Dalisi

Un piccolo re antico che si voglia mostrare alla città lo fa in modo equestre, su un bel cavallo caracollante. La “napoletana” cerca di farlo allo stesso modo, anzi si fonde con la propria nobile cavalcatura, si fa centauro. Ma il cavallo è anche simbolo di Napoli, ed il gioco torna. Essa continuerà a combattere nel mondo del design attuale una sua battaglia, e la battaglia deve essere combattuta con le vesti folkloriche. Nelle antiche feste popolari non è mancata una qualche caffettiera gigantesca, sui carri di Piedigrotta ad esempio; ma quello era un puro gesto di folklore. La tradizione invece ripresa e ristudiata risulta per molti aspetti reinventata. È quello che è accaduto d’altronde per la antica canzone e le antiche opere con Roberto De Simone e con la Nuova Compagnia di canto popolare…(R. Dalisi, «Domus» 651, giugno 1984)

Ultrapoverissimo

Per la rappresentazione delle sue iconografie popolari Dalisi si serve di materiali poveri, (come latta, rame, cartapesta) e tecniche semplici, elementi questi che confluiscono nel design ultrapoverissimo. In realtà il nostro parla di tecnica povera che, in contrapposizione e a dispetto dell’arte povera, valorizza il lavoro collettivo artigianale di contro alla specializzazione delle tecniche complesse. A partire dai disegni di Dalisi perciò prendono forma oggetti, sculture, lumi, lampioni realizzati anche da principianti. In chiaro segno controcorrente Dalisi, dopo aver vinto lui stesso per due volte il Compasso d’oro, insieme ad Alessandro Guerriero crea il Compasso di Latta. La sua prospettiva è specchio di una corrente di pensiero che fa riferimento a Vickor Papanek e Serge Latouche. Entrambi contribuirono infatti alla teorizzazione del design della decrescita, a una nuova economia circolare diretta al riuso, alla diminuzione dei bisogni non essenziali.

Victor Papanek, con il suo Design for the Real World del 1971, ridescrive il compito del designer che non è quello di immettere sul mercato oggetti inutili, scadenti ma, al contrario, difendere responsabilmente lo sfruttamento sregolato dell’ambiente e delle risorse naturali, la distruzione dell’elemento locale operata dalla globalizzazione e le crescenti disuguaglianze sociali operate dal capitalismo. Sulla stessa linea Serge Latouche che, con il suo La scommessa della decrescita, dichiara la necessità di un cambiamento sociale, di una decrescita della produttiva e della globalizzazione, che spinga la società verso una nuova logica sostenibile, rilocalizzando l’economia e la vita. Temi attualissimi, urgenti, che la riflessione sul design e sull’arte ha saputo analizzare e, come nel caso di Dalisi, sperimentare in anticipo sui tempi.

Nel 2009 il nostro, a riprova della sua coerente ricerca, pubblica il saggio Decrescita. Architettura della nuova innocenza, in cui emerge la frattura profonda degli equilibri ecologici, «il tema dominante del rapporto architettura-natura è un convincimento intenso, è sostanza comunicativa, è sforzo di realtà, di creare realtà, è azione di realtà. Se nella storia è ricorrente questo bisogno, ora si fa più intenso, acquista un valore pressante. È in gioco il destino del mondo, della sua sopravvivenza. E l’architettura non può sottrarsi a tale compito».

L’architettura dell’imprevedibilità

Le basi della sua metodologia progettuale confluiscono in un testo del 1970 L’Architettura dell’imprevedibilità, che appare un vero e proprio manifesto al cui centro troviamo: il primato della praticità, il confronto diretto con la realtà urbana e, per l’appunto, l’applicazione della sua geometria generativa come forma aperta all’imprevedibilità delle relazioni. «La geometria generativa è una sua fantastica intuizione, che mette in luce il suo versante umanista. Si tratta di un sistema matematico, che però lui plasma talmente flessibile e aperto da consentire l’introduzione dell’intuizione, dell’errore e dell’arte.» (Claudio Gambardella)

Secondo Dalisi la forma (di un oggetto, un edificio, una città, un fiore) è qualcosa in continua evoluzione: la geometria generativa tenta perciò di cogliere i processi di tale trasformazione, utilizzandoli per “generare” ulteriori configurazioni. La geometri generativa «non è altro che un tentativo di controllare il gioco delle trasformazioni nello spazio, di registrarle in senso progressivo, di dirottarle, di maturarle, di tradurre le pressioni che vengono da altri tipi di processi, in opportunità creative dello spazio; è la metodologia delle progettazioni interpersonali.» (R. Dalisi) Essa quindi, oltre a concepire una continua riconfigurazione del reale, permette il lavoro condiviso, a cui Dalisi tiene molto. Nella progettazione di un asilo al Rione Traiano per esempio l’idea era quella di coinvolgere gli stesso abitanti del luogo. Il processo progettuale deve infatti basarsi su un lavoro di gruppo e su una ricerca volta a trovare soluzioni flessibili che siano capaci di contemplare un rapporto col contesto urbano. In fondo queste sono tematiche su cui Dalisi riflette fin dall’inizio del suo percorso di studio.

Caro Dalisi

Caro Dalisi, […] mi è parso di capire che tu sei a questo punto. Sei lì a cercare processi e metodi di liberazione muovendoti in quegli spazi sottili, rarefatti e se vuoi ambigui, lasciati liberi, sembra, per disattenzione, o forse per calcolo o forse per paura, da quelli che i loro giochi li hanno ormai fatti tutti[ …]. Quegli spazi tu li conosci bene.

Ettore Sottsass

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Fiori vivi ringrazia

Silvia De Conca, nipote dell’artista e nostra accompagnatrice d’eccezione. Grazie alle sue parole e ai suoi preziosi racconti ci è stato possibile comprendere meglio la figura e il pensiero di questo straordinario progettista.

Archivio Riccardo Dalisi https://www.riccardodalisi.it/

Gilda Yoko Diotallevi

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