di Rinaldo Riccio
Martin Heidegger, figura di spicco dell’esistenzialismo contemporaneo, affronta la sua filosofia con uno scopo preciso e dichiarato: costituire un’ontologia dell’Essere. Per farlo parte da una vaga comprensione dell’Essere, interrogandosi intorno a esso, cercando di coglierne le caratteristiche. La domanda, il porre domande sull’Essere, è un sentiero che conduce dal mondo greco sino a noi, anzi, al di là di noi. Se si insiste su questo sentiero, se si persiste nel domandare, il sentiero ci condurrà alla risposta. In prima analisi, le domande sono degne di essere poste su ciò che può essere interrogato, su ciò che si può interrogare anche se non vi è garanzia di risposta. Ciò che importa è almeno un responso informativo.
Tutta la grande ricerca di Heidegger è concentrata su un nucleo primordiale, e come sostiene George Steiner «Das Seiende, l’ente, e das Sein, l’Essere, costituiscono l’esclusivo e irremovibile oggetto della meditazione e del discorso di Martin Heidegger per tutta la sua vita.»
Tutto ciò che è esistente è nell’Essere
L’Essere e l’ente «i cardini, il centro della oscurità illuminata cui ogni sentiero conduce, qualunque sia il suo punto di partenza sull’ampia circonferenza dell’opera di Heidegger.» (G. Steiner, Heidegger, 1978) sono ciò su cui ci si deve interrogare, le sole domande cui ogni lettore di Heidegger deve indirizzarsi.


«Alles seiende ist im sein. Ogni essente è nell’Essere [Eraclito]. Il semplice ascolto di un’affermazione come questa suona al nostro orecchio triviale, se non offensivo. Nessuno infatti sente la necessità di preoccuparsi che l’essente appartenga all’Essere. Tutti lo sanno: Seiende ist solches was ist essente è ciò che è. Che altro resta all’essente se non ciò: essere? E tuttavia proprio questo fatto: che l’essente resta raccolto nell’Essere, che nell’apparire dell’Essere si manifesta l’essente, ha posto i Greci, ed essi innanzitutto, ed essi soltanto, nella dimensione dello stupore. Essente nell’Essere: ciò divenne per i Greci la cosa più stupefacente». (M. Heidegger, Che cos’è la filosofia?)
Queste affermazioni definiscono la dottrina dell’esistenza di Heidegger e il suo atteggiamento metodologico, che è di radicale stupore per il fatto dell’esistenza, dell’ente nell’Essere. Questo stupore per il fatto che tutte le cose sono, che c’è un attributo delle cose universale e totalmente determinante, e la meditazione sull’esistente che implica è ciò che Heidegger chiamerà il pensiero dell’Essere. Heidegger conduce la filosofia verso la domanda su cosa sia ciò che è, su quale sia l’elemento insito in tutti gli esistenti, su cosa costituisca l’entità in quanto opposta, nella prima e ovvia alternativa, al non-essere /al nulla. Una alternativa, si evidenzia subito, fallace poiché anche il nulla-è-qualcosa-e-non-un-nulla. In Heidegger è ontologicamente impossibile il nulla poiché vi è l’esistente, fuor di dubbio, in quanto siamo; che si indaga, che si domanda, che si trova nell’Esserci-dell’uomo-nel-mondo-nella-sua-Gettatezza, che è progettualità.
La filosofia in ricerca dell’Essere
Quanto abbiamo fin qui asserito ci conduce verso quello che, secondo Heidegger, la filosofia compie: La filosofia cerca che cos’è l’ente, in quanto è. La filosofia è en route verso l’Essere degli enti, cioè verso l’ente rispetto all’Essere.



Sia per Platone sia per Aristotele, l’Essere degli enti risiede in eterne e immutabili matrici rappresentate dalle ‘Idee’, per Heidegger invece questo retaggio di tipo idealistico-metafisico o scientifico-tecnologico, non soddisfa ciò che egli ritenga essere il sentiero corretto attraverso cui esperire/pensare/pervenire alla natura dell’esistente, o per meglio dire, alla Esseità dell’ente. Critici e sostenitori del filosofo tedesco sono concordi nel ritenere come, da Essere e tempo in poi, Heidegger concepisca come fondamentale il superamento delle tradizioni metafisico-scientifiche che hanno tenuto in piedi la storia dell’Occidente e che pur mostrando le vie d’accesso all’Essere, non sono, paradossalmente, scaturite da un’autentica percezione di esso. La tradizione filosofica occidentale ha disegnato un sentiero errato che non ha condotto alla conoscenza dell’Essere ma, anzi, l’ha allontanato, pervenendo a un oblio dell’Essere stesso, che è in sostanza, fattualmente e ontologicamente, tutt’altro che un nulla.
Ancora in polemica con la imperante autorità conoscitiva della tradizione metafisico-scientifica “sembrerebbe arrivato il momento di vedere l’ente rispetto a cosa esso è, in quanto ente”. De facto, questa fotografia filosofica scattata da Heidegger costituisce il punto zero, l’azzeramento conoscitivo-gnoseologico della filosofia rispetto alla conoscenza del mondo e di chi lo vive che lo rende non-un-nulla, e a cui nessun approccio conoscitivo ha dato effettivo responso. Si riparte, con Heidegger, dal porre domande, in un contesto concettuale totalmente riconvertito nelle sue fondamenta, all’interrogarsi interrogando ciò che è interrogabile; e interrogabile è solo l’Essere, che solo può rispondere. In termini di accesso all’Essere infatti Heidegger parla di un circolo inconcludente se non totalmente sterile della tradizione occidentale dominante. Si rende conto della necessità di dare una direzione diversa al discorso condotto fino a quel momento, occorre fare un altro tipo di domanda.
Una diversa direzione
La domanda sull’Essere, e sulla natura della filosofia, non richiede una risposta nel senso di una definizione ma una reazione, in primis. E questa reazione o co-rispondenza risponderà all’essere dell’Essere. Ora, questa ‘risposta a’ passa attraverso un dialogo che ha caratteri necessariamente interrogatori. Questa nuova direzione si distanzia da quanto proposto da altri filosofi prima di lui, pensiamo ad Aristotele, Hume o Fichte, le cui ricerche apparivano agli occhi di Heidegger poco rispondenti e indicative dell’esseità. Non si tratta di un rifiuto totale del passato, a cui invece Heidegger continua a far riferimento, ma la convinzione che tanti passaggi e asserzioni metafisiche trattino il problema dell’esistenza in modo inconscio e fuggevole.
Al contrario ascoltando, rendendo noi stessi disponibili al richiamo del problema dell’ente, si può arrivare o almeno avvicinarsi a una genuina risposta su che cosa sia l’Essere.
Perché ci sono enti, esistenti, perché ci sono le cose e non piuttosto il nulla?
Perché vi è, in generale, l’Essere e non il nulla?
Martin Heidegger, Introduzione alla metafisica, p. 13
Mentre Leibniz si era chiesto, in modo efficace, Pourquoi il y a plutot quelque chose que rien? (Perché c’è qualcosa invece del nulla?), Heidegger aveva riproposto la domanda in termini evidentemente diversi: Che cos’è l’Essere (Das Sein) che rende possibile tutti gli enti (das Seiende)? Anche se in fondo entrambi si chiedono perché c’è qualcosa mentre potrebbe esserci il nulla. Per la maggior parte delle persone, o esseri umani, il nulla e i suoi impliciti significati psicologico-filosofici prendono forma in momenti di grande disperazione, ossia quando le cose tendono a perdere tutto il loro peso e ogni significato si fa oscuro. Lo stesso Heidegger, letteralmente sopraffatto dalla nozione di “è”, rimane inesauribilmente stupito dal dato sull’esistenza e perseguitato da quell’altra possibilità, che è il nulla.
Al di là di fluttuanti speculazioni, per Heidegger l’unico e incessante interrogativo che vale la pena porre nella ricerca di un contrario al nulla è, come sopra accennato, il perché può esserci un è invece di un nulla. Vale la pena precisare che la domanda di Heidegger non riguarda alcun ente in particolare ma mantiene la sua distanza da ogni individuale oggetto, fenomeno, presenza. È l’è complessivo che interessa.
Chiedere perché c’è l’essere al posto del nulla significa interrogarsi sul fondamento di tutte le cose. Ma è anche chiamare in causa l’interrogante stesso, portando così il Dasein nell’uomo. Tutto ciò implica una costante interrogazione sul linguaggio che rende possibile, o non possibile, porre la domanda. Quindi il mondo, l’interrogarsi dell’uomo e il linguaggio in cui e con cui pone le domande vanno a costituire una costante tipologia di indagine, circolare, rivolta all’interiorità: Perché c’è? Perché non c’è il nulla? Questa domanda sull’Essere, sottolinea il filosofo, non è teologica.
Si consideri che le caratteristiche di ogni domanda sono tre: ciò che si domanda – cosa domando? ciò a cui si domanda – a chi domando? e ciò che si trova domandando – chi domanda/soprattutto, chi risponde?
Ciò che si domanda è l’Essere stesso, ciò che si trova è il senso dell’Essere, ciò che si interroga è un Ente giacché l’Essere è sempre proprio di un Ente (l’Ente è ciò che è). L’Ente a cui appartiene l’Essere è l’uomo. Ed è proprio questo il problema ontologico di fondo che caratterizza e disegna il sentiero heideggerianoche conduce alla conoscenza dell’Essere: Quale Ente deve essere interrogato? Qual è l’Ente che ci può rispondere alla domanda “Che cos’è l’essere?”. È l’uomo, l’Ente-uomo=il Dasein o l’Esserci=l’uomo.
In questa fase interrogativa-conoscitiva del pensiero di Heidegger è innegabile una certa complessità concettuale basata su continui rimandi filosofici, ma in fondo occorre interrogare l’uomo per cercare che cos’è l’Essere e trovarne il senso. L’Esserci trova il senso dell’Essere nel suo modo d’essere e il modo d’essere dell’Esserci è l’esistenza.
Heidegger sa benissimo che «ci stiamo interrogando su qualcosa che afferriamo a stento.» Spesso si serve di esempi per afferrare questo quasi inafferrabile. Dà spazio a ipotesi conoscitive basate sui sensi. L’ è delle cose, dell’esistente, è da qualche altra parte; Heidegger è fermamente convinto di questa oscura quanto chiara difficoltà conoscitiva.

«Un quadro di Van Gogh. Un paio di rozze scarpe da contadino, nient’altro. In realtà il quadro non rappresenta niente. Ma per quanto è in questo dipinto, voi siete immediatamente soli con esso come se foste voi ad avviarvi stancamente verso casa con la vostra zappa in un a sera di tardo autunno dopo che gli ultimi fuochi si sono spenti. Che cosa c’è qui? La tela? Le pennellate? Le macchie di colore?» (M. Heidegger, L’origine dell’opera d’arte 1936)
«Ci sono tutte queste cose, che nominiamo con tanta sicurezza. Ma la presenza esistenziale del quadro, ciò che nella sua esistenza arriva sin dentro il nostro essere, non può essere definito in modo adeguato, come l’insieme materiale dell’olio di lino, del pigmento e della tela. Noi sentiamo, noi sappiamo – incalza Heidegger – che c’è qualcosa d’altro là, qualcosa di assolutamente decisivo. Ma, quando noi cerchiamo di articolarlo, è sempre come se brancolassimo nel vuoto.» (G. Steiner, op.cit. p.47)
Nascondimenti
«Ma allora che cosa mette in grado gli enti, con tutta la loro densa e silente quiddità – la roccia, l’albero, l’animale che ci osserva – di offrirsi a quest’atto di fondamentale stupore che è la fonte necessaria dell’interrogare filosofico? Risponde Heidegger: la presenza di tutto ciò che è presente (presente a noi) è resa possibile grazie a un’illuminazione, un essere illuminato […] che rende manifesta» unverborgen ovvero non nascosta «ogni cosa organica e inorganica […] Ma cos’è questa luce, questa fonte nascosta del non nascosto? Fin da Platone, afferma Heidegger, la metafisica occidentale non ha risposto a questa domanda o, quando vi ha accennato, come in Kant, non è arrivata a una conclusione. Heidegger non chiederà nient’altro. L’Essere non si rivela, non può rivelarsi, come abbiamo detto, al di fuori dell’ente in cui risiede e che illumina. L’Essere si contrae negli enti che rende manifesti e si nasconde proprio per il fatto che li rivela (William J. Richardson, Heidegger: Through Phenomenology to Thought 1963). L’Essere stesso non è, non è in sé o di sé. Questo è il paradosso fondamentale di Heidegger e la fonte della sua meditazione. Dal 1929 in poi egli metterà sempre di più in rilievo che questo mistero dell’Essere deve implicare la realtà del non-Essere e che l’Essere sia, in ultima analisi, una manifestazione, una epifania del Nulla (Nichts). Non vi potrebbe essere esperienza dell’Essere, quale noi evidentemente abbiamo, se l’Essere non fosse nascosto negli enti, in quegli enti che includono uomo e mondo. Per coglierlo dobbiamo pensare dialetticamente, dobbiamo capire come il negativo, il nascosto, il non-qui possano generare il manifesto e il positivo. L’Essere come processo di non-occultamento, spiega Richardson, è ciò che permette agli enti di divenire non-occultati (positività), sebbene il processo sia così permeato dal “non” che l’Essere stesso rimane nascosto (negatività).» (G. Steiner, op.cit. pp. 69-71)


Lo svelamento
A questo processo di non-occultamento che genera il manifestarsi, Heidegger dà il nome greco di ‘verità’, aletheia (il non-celato).
Aletheia come fenomeno opposto all’esser via, sta semplicemente nel significato del non –via, e cioè: sottomano (vorhanden). Il vero è che ciò che non è via, ossia è presente: ma ciò che è presente è per il greco l’ente. (M. Heidegger, L’essenza della verità sul mito della caverna e sul Teeto di Platone, pp.151-158)
Lo svelamento dell’Essere non è mai totale e non è mai diretto. Che non sia totale significa che l’essere si nasconde nello stesso tempo che si rivela, e cioè che, mentre illumina l’ente, allo stesso tempo lo svia e lo fa errare. Gli erramenti dell’ente costituiscono la storia, che è determinata da epoche, cioè da parziali svelamenti o parziali nascondimenti dell’essere. L’uomo, nella sua essenza storico-ontologica, è quell’essente il cui essere, in quanto ek-sistenza, consiste nell’abitare nella vicinanza dell’Essere.
Se quindi Heidegger afferma che «L’Essere è ciò che ci è più vicino. E tuttavia la vicinanza resta per l’uomo lontanissima.», l’uomo è il vicino dell’Essere. L’uomo è il pastore dell’Essere. Questa è la risposta alla domanda sull’Essere.



Bibliografia essenziale
MARTIN HEIDEGGER, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1971.
Che cos’è metafisica? Tullio Pironti Editore, Napoli 1998.
L’essenza della verità sul mito della caverna e sul Teeto di Platone, Adelphi, Milano 1997.
Che cos’è la filosofia, Il nuovo Melangono, Genova 2005.
RUDIGER SAFRANSKI, Heidegger e il suo tempo, TEA edizioni, Milano 2001.
GEORGE STEINER, Heidegger, Garzanti, Milano 2002.