Yvonne Andreini e l’arte dei contrasti

Un pomeriggio di Maggio, per conto della Rivista, ho avuto il piacere di conoscere un’artista italiana che vive e lavora a Berlino, la pittrice Yvonne Andreini. Ho scoperto una donna dal carattere brillante, indipendente, che possiede uno sguardo personale sul mondo e sull’arte.

Ph. credits: Daniel Mohr

Da quando è nato il suo amore per l’arte? Quando ha capito di provare una forma d’amore verso questo tipo di espressione artistica?

Y.A «Ci sono vari momenti che messi insieme hanno fatto sì che per me sarebbe stato chiaro molto presto, intorno ai quattordici anni ma forse anche prima, che avrei voluto dipingere. Avevo già cominciato a fare corsi di disegno. A scuola disegnavo in continuazione. I miei genitori erano attori, entrambi, e casa la ricordo sempre piena di persone, un luogo creativo e ricco di scambi. Mi piaceva quella attitudine, ma per quanto riguardava me, la modalità con cui sentivo di avere qualcosa da dire non era né a parole, né col corpo, era invece con l’arte visiva, con i quadri. In un certo senso era come se le parole non fossero appropriate per esprimere ciò che volevo dire. E poi mi è sempre piaciuto molto stare da sola, perché per disegnare c’è bisogno di un tempo fatto di silenzio. Quindi è cominciata quasi naturalmente, dagli undici anni in poi ho sempre disegnato. E forse anche il fatto che i miei mi portavano sempre per musei a vedere mostre, che mi compravano i cataloghi d’arte, lì per lì non ho razionalizzato, ma probabilmente anche vedere quei quadri nel tempo mi ha mosso dentro qualcosa.»

Spesso il percorso di un artista è fatto di studi accademici ma anche di ricerche personali, quali sono stati i punti salienti del suo?

Y.A «Ho cominciato con corsi molto classici, di pittura a olio, ricordo quanto tempo ho passato a studiare come fare gli incarnati, come dare il colore, ma li ho fatti un po’ con fatica, forse perché non era quello il mio codice. Quindi dopo la maturità sono andata a cercare un luogo che fosse molto in contrasto con il classicismo artistico in cui ero cresciuta, che è formativo, bello ma ha in sé anche un passato incombente. Cercavo un luogo che mi potesse scioccasse un po’, e sono finita a studiare a Berlino, dove c’è una tradizione molto più aperta alla sperimentazione. Riflettevo su questo poco tempo fa, sul fatto che i pittori che funzionano di più in Italia sono molto celebrali e calcolati, sono più intellettuali, mentre in Germania dove caratterialmente sono tutti così introversi, riescono ad essere molto più espressivi nel campo della pittura, dell’arte in generale. E lo trovo strano perché se ci si concentra su come sono le persone in Italia e in Germania si potrebbe pensare l’opposto.

Lì ho studiato all’Accademia, in realtà ce ne sono due, una di Berlino est, una di Berlino ovest e la particolarità è che anche dopo il crollo del muro sono rimaste lo stesso entrambe. Io ho studiato a quella di Berlino est che è ancora più in contrasto con la tradizione e la cultura in cui sono cresciuta io, ed è stato fantastico. Una delle prime cose che mi hanno detto è stato “quello che fai è troppo bello”. Era strano ma ho capito cosa volessero dire, così, anche se a fatica, ho lasciato alle spalle tutto il concetto di bellezza, per ritrovarlo solo dopo essere passata attraverso alcuni passaggi essenziali per la mia crescita. Sono partita dal disegno, ho disegnato molto e, visto che il mio lavoro era molto denso e molto colmo, ho tolto tutto, anche il colore, perché era tutto troppo. Così mi sono concentrata sui tratti, ho studiato bene il disegno e poi, negli ultimi sei/sette anni, ho aggiunto di nuovo il colore, riuscendo a creare un connubio tra pittura e disegno, quindi tra linee e forme. Ho capito che posso riuscire a mescolare questi due estremi in modo che si fondino tra loro.

Mi chiedevo se Berlino stesso, il luogo in cui lei è andata a lavorare, abbia influito sul suo modo di dipingere. Questa differenza dell’essere italiana ma esprimersi in un altro luogo ha condizionato il suo modo di fare arte? Me lo chiedo anche perché consultando il suo sito ho notato che i titoli dei suoi quadri sono in italiano e invece il tipo di ambientazioni, foto o suggestioni che rinvia sono profondamente berlinesi.

Y.A «Tutto provoca un’influenza su ciò che fai, anche solo la città in cui ti muovi, le forme che vedi, le persone che incontri, la cultura, il modo di vivere. A me poi il contrasto, che sia tra due culture o tra due forme d’arte, interessa sempre. Ho frequentato la scuola tedesca a Roma, nonostante i miei genitori non solo non parlino la lingua ma siano forse le persone meno tedesche che conosca!  Fin da piccola ho trovato strano crescere tra due realtà, di cui una in fondo non ti appartiene, ma al contempo il contrasto tra realtà, che apparentemente non possono coesistere ma poi trovano il modo di farlo, rappresenta il vero filo conduttore dei miei lavori. E anche Berlino è così, caotica, piena di persone, di cose diverse e poi però ogni quartiere è calmo, vive nella sua bolla. Queste duplicità mi affascinano e influiscono sul mio lavoro, non credo infatti che potrei lavorare in campagna, mi serve proprio questo scintillio. Per questo motivo ora Berlino funziona, è giusta per me.»

Quando ha pensato che questa sua vocazione, questo suo codice espressivo, identitario e personale potesse tramutarsi in una professione? Pensando al suo rapporto con l’arte mi viene in mente una parola simbolo di un pensatore tedesco per l’appunto, Max Weber, che parla di Beruf e giocando sui significati del termine, mette in relazione la professione con la vocazione.

Y.A «Non mi sono mai posta realmente questa domanda, perché è stato sempre chiaro in me. E so bene quanto sia una fortuna, mi capita spesso di incontrare persone combattute sull’idea di iniziare questo percorso o meno, e l’indecisione è un male, è una limitazione, perché dobbiamo essere noi stessi i primi a credere in ciò che facciamo. La visione romantica dell’artista che sta sulla chaise longue, fermo ad aspettare l’ispirazione è poco credibile. Non voglio dire che questa parte creativa non ci sia o non sia importante, ma solo che realisticamente siamo anche imprenditori di noi stessi. E questa è stata la cosa più difficile per me, non decidere che la pittura diventasse il mio lavoro ma accettare che non volesse dire essere solo nello studio, provare, studiare, dipingere, ma che c’era tutto un apparato ulteriore e necessario che mi avrebbe permesso di essere credibile e di poter poi fare davvero ciò che volevo. Ed è un impegno costante che cambia forma nel tempo, non appena si è raggiunto un obiettivo, è necessario prefiggersene degli altri, lanciarsi in nuove avventure. Se manca quella determinazione che ti fa credere in te stesso e investire su te stesso, rischi di non riuscire a sopportare quei momenti in cui è difficile raggiungere il tuo traguardo.»

Sempre parlando di contrasti, il processo creativo è la sintesi di una progressione di pensieri e azioni che riescono a dar forma a una idea iniziale, nello specifico qual come si sviluppa il suo processo creativo?

Possiedo uno studio a Berlino in cui posso dedicarmi al mio lavoro, che concepisco in questo modo:

prima di tutto faccio delle foto, un mio quadro parte sempre da questo. Scatto delle polaroid, ne ho tantissime, concentrandomi soprattutto sui momenti conviviali tra le persone, poi riprendo oggetti, luoghi e persone che sono insieme nello stesso spazio. Potrebbe sembrare strano, perché in realtà i miei quadri sono astratti, ma in un certo senso parto proprio dal figurativo. All’inizio infatti lavoro con la china, a mano, senza usare un proiettore, un pc, nulla. Faccio un disegno con la china, magari su un cartoncino, della foto che ho scelto e da lì comincia un processo di decomposizione di questa figurazione, per farlo diventare un movimento.

Il mio scopo è di far ballare spazio, tempo e luogo come fossero frutto di un’unica energia.

Ha molto a che fare con il movimento e con la forza. Con la consapevolezza che tutto cambia costantemente. Tu e io ora siamo qui, ma appena mi muovo tutto si trasforma. E voglio proprio cercare di rendere visibile questo continuo cambiamento di prospettiva.

Poi passo alla stratificazione, nei miei quadri ci sono molti strati, passati però in modo celere. Infatti lavoro a lungo su un quadro ma passo i diversi strati in modo molto veloce. Quindi partendo da una foto, l’opera finale assume a volte una forma più astratta, altre volte meno, così che accade che si possa riconoscere un oggetto, mentre per quanto riguarda le persone, esse nel quadro si tramutano in puro movimento. Hai presente quei libricini in cui ci sono delle immagini che se sfogli velocemente sembra che stiano muovendosi? Ecco, quello assomiglia a ciò intendo fare, ovvero spostare i corpi nello spazio e nel tempo, fino a che quella nuova immagine non si trasformi in un’entità nuova, a se stante.»

Y. Andreini, Un altro luogo 2023 (170×240)
Y. Andreini, Nuvolaglia 2024 (120×95)

I suoi quadri sono molto luminosi. Contengono colori non statici ma anch’essi appaiono in un movimento di luce. Ha mai pensato all’opposto a dipingere quadri in assenza e sottrazione di colore?

Y.A «È interessante questa domanda perché all’inizio del mio percorso artistico sono partita dal disegno ed era quasi tutto in bianco e nero o, al limite, con l’aggiunta di un colore.  E questo periodo mi è servito molto, mi ha permesso di studiare come muovermi. Era come se non fossi ancora pronta per il colore, che in realtà è davvero impegnativo, non può essere preso alla leggera. E dato che i miei lavori sono così densi, prima di riuscire a giungere a una sorta di sintesi, di connubio di colori e forme, ho impiegato del tempo. Negli anni spero di aver trovato un equilibrio, una posizione pacificata sulla questione della luce come suggerisci tu, anche se poi torneranno sicuramente delle fasi in cui userò meno il colore, ma per il momento è così.

Da un punto di vista tecnico, lavoro con la china e con i colori acrilici. La china l’ho scelta perché i colori che offre hanno una luminosità così particolare, che altre varianti non hanno. I colori a olio non funzionano molto per me perché ci mettono troppo ad asciugare e lavorando, come prima accennavo, attraverso differenti stratificazioni non mi permetterebbero la velocità che invece occorre alla mia tecnica. E poi, parlo ovviamente in relazione all’effetto che si otterrebbe nei miei lavori, l’olio li renderebbe come glassati, mentre preferisco l’opacità dell’acrilico e della china.»

Y. Andreini, Mistero luminoso 2023 (150×120)

Volevo chiederle se i suoi quadri, che vertono sull’astrattismo, hanno dei temi. Ma ora, dopo aver ascoltato la particolare tecnica di formazione del quadro, credo che abbia già risposto in maniera affermativa. Pensa però prima al tema, all’origine del processo creativo, o lo rilegge successivamente da ultimato, reinterpretandolo e assegnandogli un titolo a opera ultimata?

Y.A «Entrambe le cose in realtà. Il titolo che assegno al quadro viene sempre lavorando, però il soggetto finale può essere molto diverso dall’idea iniziale. Se penso ai miei quadri più riusciti sono quelli in cui il quadro stesso ti chiede di interrompere, di lasciarlo così, è strano ma è come se assumesse un’entità a sé.

Quindi spesso conosco l’inizio ma non la fine del mio lavoro, di ciò che esso diventerà, della forma che assumerà, perché succede che l’opera stessa prenda vita, assumendo un’identità ben definita. In altre parole, ho coscienza del punto di partenza, ma il corso che prenderà lo deciderà l’opera stessa.

I titoli invece, come accennavo, vengono lavorando. Ho delle liste, che compilo durante le fasi di lavorazione del quadro, dalle prove, agli schizzi preparatori, agli studi di colore. In questi momenti comincio ad annotare frasi, a cercare ispirazione, che spesso mi viene ascoltando della musica. Il più delle volte continuo a far girare un album per tutto il tempo che mi occorre per finire un quadro, lo metto in loop, per rimanere in quella stessa atmosfera. E mentre ascolto mi capita di segnarmi delle singole parole, delle frasi tratte dai testi dell’album, perché la musica mi ispira molto, così come i libri che leggo. Ad esempio c’era un libro che ho visto entrando in questa libreria (n.d.r. l’intervista si è tenuta infatti nello spazio Le Storie della storica libreria indipendente di Garbatella, a Roma) che mi piacque molto, si intitola Stupore e Tremori di Amélie Northomb, tanto che intitolai un mio quadro proprio così, però in fondo scelgo ciò che mi risuona di più.»

Dove trova Yvonne la sua ispirazione? È sempre interessante seguire le tappe di un processo creativo che contempla sia il richiamo a qualche autore, a qualche tecnica studiata, a qualche influenza pittorica comunque subita e poi anche a suggestioni extrapittoriche.

Y.A «Per quanto riguarda le spinte esterne all’arte pittorica, sicuramente un ruolo importante lo gioca la musica, perché nei miei lavori c’è molto ritmo. Spesso i musicisti si dimostrano colpiti dai miei quadri perché riconoscono in essi una sorta di fraseggio musicale. È una cosa importante per me, per esempio con certa musica non riesco proprio a lavorare, vado in tilt. Ma molta influenza l’arrecano anche le relazioni sociali, per assurdo, perché l’osservare i momenti conviviali tra le persone, come si muovono, come parlano tra loro, mi suggestionano molto. Mentre la musica quindi mi aiuta per il ritmo di un quadro, le persone mi aiutano a ricreare una certa atmosfera. I libri e i testi scritti invece mi aiutano molto sia per i titoli che per i pensieri più filosofici che mi interessano, anche se a volte, in modo prosaico, anche certi personaggi di romanzi mi ispirano. Per i colori invece sento di venir influenzata e contaminata da tutto ciò che circonda la città.»

Quando decidi di iniziare un tuo quadro, fai delle ricerche specifiche su alcuni pittori o sui loro lavori o semplicemente essi rivivono in te come memoria storica.

Y.A «Nel mio studio, che condivido con il mio compagno, anch’egli pittore, abbiamo un spazio comune, una biblioteca in cui teniamo tantissimi libri d’arte, cataloghi di mostre e lavori, non solo di pittori del passato ma anche recenti, in cui cerco un confronto. Ma questo tipo di approccio, che so che nel mio lavoro molti colleghi tengono da sempre, nel mio caso è iniziato recentemente, perché credo di essere a un punto della mia vita artistica in cui, avendo trovato la mia onda chiamiamola così, non mi distrae più vedere troppe cose. Se questo tipo di dialogo lo avessi iniziato troppo presto, avrei rischiato di voler somigliare a qualcuno o, per esempio, anche involontariamente di fare qualcosa troppo simile a qualcosa di già visto. Invece ora, almeno io me lo spiego così, sono arrivata a un punto in cui se leggo o studio qualche artista lo faccio in modo puntuale, soffermandomi solo su ciò che mi occorre in quel momento, non prestando il fianco a eccessive sollecitazioni.»

Y. Andreini, Reminiscenza pompeiana 2024 (60×80)

Mi accennava al fatto che divide lo studio con un uomo, secondo la sua esperienza personale, è differente essere donna nel mondo dell’arte?

Y.A «Nel periodo storico che stiamo vivendo, specialmente a Berlino, questa è una domanda incombente, la differenze tra uomo e donna è un tema che risuona molto. Io sono un po’ combattuta, perché da un lato riconosco delle difficoltà oggettive nella parificazione dei generi, ma dall’altra vorrei che questa questione non mi interessasse. Perché la pittura è pittura e mi piacerebbe che come io non faccio differenza tra sessi, anche il mondo fuori si muovesse in tal senso.»

Lei pensa che venga recepito diversamente un lavoro se porta la firma di una donna o di un uomo?

Y.A «No, non lo sento, e anzi a volte avverto anche qualche forzatura su questo tema. In Germania nei contesti espositivi, in molti musei o mostre, esiste la questione della quota fissa, devono cioè esserci un tot di artiste donne. E da un lato capisco che per riuscire a equiparare e apprezzare anche l’apporto artistico femminile sia necessario, ma dall’altra non sono sicura che sia la strada giusta, perché penso che dovrebbe venire naturale e non essere così per statuto. A me sembra che questi provvedimenti non solo non mirino a normalizzare la questione, ma rischiano di creare ancora più divisione tra gli artisti uomini e le artiste donne.

Capisco che sia importante lottare per la parità, anche se a me non è mai successo in quanto donna di sentirmi in qualche modo discriminata. Cosa che invece ho avvertito in quanto madre, perché anche nelle gallerie più intellettuali e chic ho avvertito una sensazione di diffidenza nel momento in cui scoprivano che avevo una figlia. E poi pensiamo che in Germania comunque ci sono molte agevolazioni, l’asilo nido, la scuola, è tutto gratuito. Insomma si può lavorare, certo con un ritmo diverso, ma si lavora. Anche perché la mia identità è composta dall’essere una mamma, oltre che un’artista e anzi da quando lo sono diventata mi sento ancora più focalizzata sul mio obiettivo, non è mai stata una forma di dispersione o di allontanamento dal lavoro.»

Ho visto sul tuo sito un progetto che mi ha molto incuriosita, si chiama Insula, e mi piaceva che fossi riuscita a creare un ponte tra due luoghi così differenti come Berlino e l’isola di Ventotene.

Y.A «Questo è il mio progetto del cuore. Dal 2017 è partita come una sfida, ho costituito un programma di residenze e mostre sull’isola di Ventotene, che per me ha anche un valore affettivo. Sono stata lì la prima volta da piccola, scoprendo poi negli anni successivi che fosse un’isola, politicamente parlando, importantissima. E visto che mi sono sempre mossa tra le due realtà dell’Italia e della Germania, ho pensato di invitare artisti europei, non solo tedeschi, a lavorare una settimana su un tema comune. Quest’anno avremo ospiti undici artisti e ognuno di loro farà 7 lavori in formato cartolina che poi esporremo a Roma, alla galleria Materia a san Lorenzo, e a Berlino. Abbiamo il patrocinio dell’Ambasciata italiana ed è per me un momento importante, su un’isola altrettanto speciale. Facendo mostre per lavoro mi accorgo che di solito è tutto molto veloce, consegni i quadri e basta. Ma a me piaceva creare un momento particolare antecedente all’esposizione vera e propria, come un simposio di artisti che riflettendo in uno stesso momento, in uno stesso luogo su uno stesso tema, o comunque su tematiche simili, avessero modo di parlarne, di confrontarsi. Dopo molti anni che lo faccio ho assistito anche a litigi, momenti intensi, ma questo tipo di scambio è davvero potente.»

(la foto riporta al sito del progetto)

Yvonne, se qualcuno volesse seguirla?

Y.A «Nel mio studio non espongo, capita che ci vengano a trovare delle persone, che si organizzino degli incontri, ma si svolgono tutti in chiave privata. I miei lavori si possono trovare nella galleria in cui collaboro o comunque in collettive in cui vengo invitata. https://yvonne-andreini.com/

Poi ci sono volte che mi piace creare degli spazi espositivi temporanei. Per esempio lo scorso mese ho collaborato con uno studio di architetti di Berlino che avevano appena costruito un palazzo il cui piano terra di 100 mq era ancora vuoto, lì abbiamo organizzato una mostra durata solo due settimane. Oppure a luglio è in programma una mostra in una casa per barche in mezzo alla città, un posto particolare.»

Oltre le tue già intense attività, hai qualche progetto futuro su cui stai lavorando o solo riflettendo?

Y.A «L’estate prossima avrò la mia prima mostra in un museo, precisamente nel Museum of Modern Art di Dubrovnik. È forse il mio progetto più grande e quindi, una volta conclusa l’esperienza con Insula, mi ci dedicherò per intero. Poi mi piacerebbe anche scrivere qualcosa o comunque collaborare con qualcuno che capendo il processo creativo possa avere un pensiero critico.»

Per concludere vorrei riportare una frase che Yvonne mi ha detto al termine della nostra intervista

L’autenticità, il mettersi a nudo è ciò che nell’arte rimane.

FIORI VIVI RINGRAZIA:

Yvonne Andreini, per la sua luminosa presenza e la disponibilità con cui ha dialogato con noi.

Gilda Y. Diotallevi

La libreria e casa editrice Le Storie per averci ospitate.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.