Genius loci

#3 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Genius loci: il culto

Il Genius loci era una entità naturale legata a un luogo. Derivante dal latino gignere, ovvero creare, generare e dal genitivo di locus, luogo appunto, era un vero e proprio culto per i romani che connettevano il suolo/terreno/ambiente da essi abitato con lo spirito di quel luogo, spesso personificato da una entità fisica. All’inizio rappresentato da un serpente che usciva dalle viscere della terra, spesso posto proprio sugli edifici stessi in funzione di protezione del luogo e delle persone che lo abitavano, nell’epoca tardoantica il Genius loci assume vesti umane e viene rappresentato o come una divinità alata o come circondato da animali e piante.

La benevolenza di tale spirito doveva essere ottenuta scendendo a patti, ingraziandosene il ben volere attraverso offerte di cibo, fiori, profumi e vino, ma soprattutto attraverso il rispetto del luogo che si andava ad abitare. In caso contrario, la mancata cura del luogo, la sua profanazione, avrebbe indispettito il Genius, causando sventura. La peggiore delle evenienze sarebbe stata infatti quella di vivere in un luogo abbandonato dagli dei, spogliato dal sacro, e quindi dal senso.

Nullus enim locus sine genio est, scriveva Servio, e se un romano voleva abitare un luogo, doveva innanzitutto interrogare questa specie di divinità minore, di Nume, che da prima e a prescindere dall’uomo lì risiedeva, negoziando perciò con l’unica entità che avrebbe preservato e protetto l’identità del luogo stesso.

Lo spirito del luogo

Lo spirito del luogo si riferisce all’atmosfera, all’essenza o alla particolare energia che caratterizza un determinato luogo, influenzandone l’esperienza e la percezione da parte delle persone che lo vivono o lo visitano. Una concezione simile della sacralità della natura terrestre, dello spazio che l’uomo abitando in un certo senso disturbava e profanava, era condivisa dai greci, per i quali le sorgenti erano popolate dalle ninfe selvatiche, gli abeti nascondevano le driadi e le cime degli alberi ospitavano i più potenti degli dei. «Nello spazio che gli uomini condividevano con loro, l’invisibile si mescolava costantemente alla materia visibile.» E più in generale ogni popolo antico pensava fermamente che il mondo fosse pieno di spiriti, come nel caso del bosco sacro, luogo di culto delle più antiche religioni europee, non solo greche e romane ma anche celtiche e baltiche, e accomunabili alle foreste sacre dell’India.

Nonostante oggi sia più difficile sentire tale sacralità, la natura ancora reca i segni della parola divina. E non solo per gli aborigeni australiani o per gli indiami d’America, convinti che la terra contenga gli echi degli spiriti degli antenati e della parola degli dei. Ma anche per chi ancora mantiene uno sguardo diverso e profondo. Non è così difficile leggere le tracce di un linguaggio superiore nell’osservare la natura.

I Giapponesi shintoisti parlano dei kami, di quelle divinità della natura che si celano all’interno delle cose e soprattutto delle piante, dei corsi d’acqua e delle rocce. «[…] non sempre avvicinare i kami è cosa agevole; ma è la loro presenza a garantire la continuità dell’universo visibile, e quindi la vita.» Il termine kami ha una ampia varietà di utilizzo, ma nel senso che qui si intende potrebbe essere tradotta con numi, a sottolinearne la forte relazione con la natura stessa.

Sono infatti considerati degli spiriti-elementi della natura, che possiedono caratteri negativi e positivi. Non sono visibili al regno umano, ma abitano luoghi sacri, fenomeni naturali e possono anche abitare alcune persone durante i rituali che li coinvolgono. Nello shintoismo, a cui si fa qui riferimento, essi presiedono alla crescita, alla fertilità o meno di un luogo e possono impersonare montagne, fiumi, alberi, rocce. In altre parole sono spiriti ancestrali, forze della natura, legate a una concezione fortemente animistica del mondo abitato e di quello invisibile. Ogni luogo può essere considerato abitato da un kami, e questo legame tra la natura e la spiritualità è fondamentale nella concezione giapponese di “spirito del luogo”. L’ architettura tradizionale giapponese, come i templi e i santuari shintoisti, è progettata tenendo conto di questa sacralità del luogo, cercando di rispettare e riflettere l’essenza di quel particolare ambiente naturale.

Martin Heidegger: Schonen

Ma lo spirito del luogo, nel tempo, tende a disancorarsi da un pensiero spirituale-religioso, per confluire invece in ambiti altri, in filosofie esistenziali che si snodano fino al novecento. In particolare Heidegger, attraverso alcuni termini come: radura (Lichtung), sentiero (Weg), località (Ortschaft), contrada (Gegend), campo (Feldung) e bosco (Waldung), riconsidera l’abitare, in maniera diversa da come il pensiero occidentale era solito fare.

Perché il rapporto tra l’uomo e lo spazio che abita non può essere ridotto alla semplice copresenza di due oggetti, di due realtà esistenti. Esiste al contrario un rapporto di familiarità, di codipendenza, frutto di rimandi continui.

L’uomo abita la terra, ovvero costruisce, edifica, e il farlo dovrebbe tradursi in un aver cura (Schonen). Questo perché abitare non può corrispondere totalmente al tradimento della sua origine e quindi non può tradursi in un padroneggiare o assoggettare la terra, ma al contrario nel salvarla, ovvero nel riunire la terra e il cielo, i divini e i mortali, istituendo quindi nessi e rapporti di familiarità tra questi elementi.

Abitare significa, allora, instaurare un rapporto simbolico e relazioni di familiarità con i luoghi, senza operare su di essi alcuna violenza che stravolgerebbe la loro natura.

Per Heidegger quindi il nostro abitare il mondo può diventare impoetico là dove uno strano eccesso di furia misurante e calcolante, perde, o meglio rinnega, l’essenza autentica del coltivare-costruire. Il prendere possesso di un luogo non deve perciò corrispondere a un afferrare violento, a un mettere le mani su qualcosa, ma al contrario in un lasciare venire la misura che ci è assegnata.  (M. Heidegger, Saggi e Discorsi, Mursia, Milano 1976)
E così in una continua traslazione di significati, la terra e il cielo (che secondo il nostro filosofo individuano proprio il mondo che abitiamo) divengono elementi architettonici che però trascendono la semplice definizione materiale, per essere invece considerati nel loro significato esistenziale, ovvero il «carattere delle cose», la loro identità precipua, il loro antico e sacrale genius loci.

I luoghi indipendentemente dalle trasformazioni operate dagli uomini, mantengono uno spirito esistenziale, qualcosa che li permea indipendentemente dalla mutevolezza che li attraversa nel tempo. Per cui lo spirito del luogo sarà sempre connesso alla comprensione esistenziale del rapporto tra l’essere umano e il mondo che si manifesta attraverso la rivelazione del significato di un luogo. Esso non si sostanza in un concetto meramente fisico, ma attiene alla connessione profonda tra l’uomo e l’ambiente che gli permette di abitare il mondo in modo autentico. Il genius loci, in questo senso, è una forza che rivela la verità di un luogo, mentre la Terra è materia, oggetto di infinite possibilità, ma è anche e al contempo forza che si apre in un mondo di senso. Su di essa l’uomo edifica il mondo, quello spazio in cui le cose si ordinano in un insieme significante, quel luogo investito dalla visione umana di sé. Heidegger stesso, in tale contesto, parla di architettura come di un atto umano, il cui compito consiste nel rispettare e fare emergere quella verità del luogo, il suo spirito.

Architettura

Proprio in direzione della visione heideggeriana, la concezione sottesa allo spirito del luogo verrà impiegata in architettura, per indicare il rispetto che si deve avere nel momento in cui l’uomo opera, intervenendo sulla terra. L’architettura deve rispettare e integrarsi con il luogo, ascoltare il suo genius loci, e creare qualcosa che sia compatibile con esso.

E se Aldo Rossi nel suo L’architettura della città del 1966, dedica un paragrafo del terzo capitolo a Il locus, in cui ne sottolinea la dimensione ultraspaziale sostenendo che esso sia determinato dallo spazio e dal tempo, dalle vicende antiche, dalla memoria e dall’influenza attuale che l’uomo esercita sul luogo stesso, sarà l’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz nel 1979, quindi più di dieci anni dopo, a dedicare a questo tema un saggio unico, Genius loci. Paesaggio ambiente architettura. Influenzato proprio dagli scritti di Heidegger e dalla sua definizione di spazio esistenziale, Norberg-Schulz definisce il luogo qualcosa di complesso, non riducibile semplicemente alla zona, alla delimitazione di un territorio. Lo definisce l’ambiente in cui gli avvenimenti hanno luogo.

Non esiste un’unica architettura possibile per un determinato luogo, ma sicuramente l’uomo nel momento della progettazione deve interpretare l’ambiente ancor prima dei propri gusti, creando qualcosa che sia compatibile e non respingente lo spirito di quel luogo. Al contrario il rischio è che si crei qualcosa di avulso, non-luoghi visti come sovrastrutture marxiste che possono spingere l’uomo e le sue creazioni nella più totale alienazione. O per usare il linguaggio heideggeriano, una rappresentazione impoetica dell’abitare stesso, del suo coltivare-edificare-costruire.

A tal proposito Aldo Rossi esplicita l’importanza, per evitare di creare dei locus solus, di riferirsi anche al contesto urbano. Esso è «[…]determinato dallo spazio e dal tempo, dalla sua dimensione topografica e dalla sua forma, dall’essere sede di vicende antiche e nuove, dalla sua memoria». (A. Rossi 1983, p. 177)

Nonostante perciò il concetto di genius loci sia occidentale, esso assume rilevanza enorme nel pensiero orientale, non solo a livello spirituale e filosofico, ma anche architettonico. In India esiste una visione integrata dell’architettura, della natura e della spiritualità, dove l’ambiente, sia naturale che costruito, è considerato parte di un equilibrio più ampio. In questo senso, il genius loci è incarnato in pratiche come il Vastu Shastra. Esso rappresenta un antico sistema indiano di progettazione architettonica che si basa su principi di armonia tra l’edificio e l’ambiente circostante. Il Vastu Shastra considera l’orientamento, la disposizione degli spazi, l’uso dei materiali e l’integrazione con il paesaggio naturale, affinché l’edificio o lo spazio possieda un’energia positiva che si armonizzi con il genius loci del luogo. Secondo il Vastu, ogni luogo ha una propria energia e uno spirito che deve essere rispettato per garantire benessere e prosperità.

In altre parole l’uomo esercita una certa influenza sul luogo, ma quest’ultimo è a sua volta partecipe delle realizzazioni architettoniche che da esso prendono vita. Il locus è perciò diverso dal luogo, è capace di personificarsi, manifestando ed esaltando le caratteristiche di uno spazio. Qualcosa di magico, di ulteriore che ci rimanda alla concezione latina e, con le dovute cautele, a una forma animistica e universale, della terra stessa. Se infatti, come sostiene Heidegger, l’umanità non è semplicemente presente nel mondo, ma abita il mondo in modo essenziale, esistenziale, ciò implica necessariamente una connessione profonda con il luogo in cui vive. E che deve essere interpretato non come un semplice spazio fisico, ma un ambito esistenziale che permette l’apertura dell’essere, l’autentica rivelazione dell’essere noi stessi, della nostra natura.

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