Il metodo della Natura

#6 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Ralph Waldo Emerson, in una conferenza al Waterville College del Maine nel 1841, espone, in un discorso in linea con il suo pensiero trascendentalista, the method of the nature.

Esso consisterebbe nel principio secondo cui la natura costituisca il modello e al tempo stesso il tramite della conoscenza autentica. L’uomo, rifacendosi al modo in cui la natura opera, sarebbe così in grado di superare la frattura tra sé e il mondo, scoprendo che alcune leggi che struttura il cosmo coinciderebbero con la propria interiorità. Come dire che a seguito della conoscenza della natura, egli possa avere una via di accesso anche a se stesso.

L’atteggiamento comune dell’uomo nei confronti della natura impedisce infatti di poterla davvero conoscere, o quanto meno avvicinare. L’errore che si commette è quello di osservarla come qualcosa di esterno, come un oggetto da analizzare e, al limite, anche da sfruttare. Ma l’oggettivazione della Natura rischia di cristallizzarla in un monolite, quando invece essa nasconde una dinamicità, un flusso costante e mobile capace di connettersi con l’uomo, ma solo a patto che questi la consideri nella sua interezza.

«[…] domandare con un altro stato d’animo, devi sentire e amare la natura, devi osservarla con uno spirito tanto sublime, quanto quello che la fa esistere, prima che tu possa comprenderne le leggi. Conoscerla non è possibile: si può invece amarla e goderne.»

Il tentativo di comprenderla solo scientificamente spinge l’uomo a scorporarla in parti, a tentare una catalogazione dei suoi singoli aspetti, perdendo però in tal modo il suo più prezioso dono, ovvero la capacità di manifestare l’ordine universale.

La Natura può essere concepita solo come qualcosa che è predisposto a un fine universale e non particolare.

E se l’assunto della sua universalità è vero, altrettanto lo è che l’uomo, essendo parte integrante del mondo organico, non può porsi come un osservatore esterno. Deve perciò lasciare andare la ragione e affidarsi all’intuizione. Tutto sta, per Emerson, nel seguire il metodo della natura, per cui se concentra il suo sguardo sulle cose da fare e non sulla verità che insegnano, quella verità per amore della quale bisogna agire, allora la voce si indebolisce e finisce per non essere nient’ altro che un ronzio nelle orecchie. Abbiamo invece la possibilità di percepire la parte più viva e vera di quella Natura, che in un primo momento appare così lontana e distaccata da noi, se ci poniamo nella giusta prospettiva, ovvero in attesa, pronti a recepirla in un dialogo costante. La si dovrà osservare perciò sempre con un occhio soprannaturale, non lasciandosi ingannare da false idee e preconcetti su cosa essa sia.

La Natura infatti non procede in modo solo meccanico ma in modo organico, libero e simbolico, giacché i suoi segni sono verità spirituali da dover interpretare. Atta a tale compito è l’anima, l’unica in grado di decodificare il linguaggio della Natura e a comprendere l’unità esistente tra essa, l’uomo e lo spirito.

Natural history of the soul

Solo l’anima infatti, nella sua dimensione universale e divina, comprende la Natura, perché essa non è qualcosa di separato, ma si sviluppa parimenti come un organismo vivente. Come la natura ha le sue stagioni, i suoi ritmi, i suoi cicli, così si comporta l’anima. Solo in tal senso è possibile comprendere cosa intenda Emerson per natural history of the soul, ovvero il racconto e lo studio dello sviluppo dell’anima umana come se fosse un fenomeno naturale. Non è scienza teorica, è intuizione capace di scoprire che si è in relazione con il cosmo, di cui l’anima riflette le stesse leggi universali di ordine e disordine.

Senza un’esperienza viva della natura e dello spirito non possiamo conoscere la nostra anima, e quindi noi stessi. Essa risulta spesso obnubilata da due incantesimi: l’eccesso di venerazione del passato, che spinge ad accettare modelli predeterminati che impediscono una nuova visione ed esperienza delle cose. E il metodo scientifico inteso in modo rigido e riduttivo che, scomponendo tutto in parti per ridurre la realtà a una serie di leggi causa/effetto, rendono la natura un oggetto esterno da studiare piuttosto che una parte del tutto di cui fare esperienza.

Se ci si lascia guidare dall’intuizione e dalla natura stessa, è possibile superare le riduzioni e avvicinarsi alla scoperta del senso e alla coscienza di sé e della propria anima. Quest’ultima infatti non può essere considerata come qualcosa di statico e dato una volta per tutte, ma come un processo continuo basato su leggi spirituali, come una storia naturale ma a livello interiore.

La leggibilità della Natura

Emerson fonda la corrente filosofica del trascendentalismo, movimento al contempo letterario e spirituale del XIX secolo, sul fatto che la natura sia un mezzo che permetta all’uomo di accedere al trascendente appunto, al Divino, proprio perché esso è immanente alla natura stessa. La leggibilità della natura è perciò possibile quando l’intelletto non si arrocca sulla sua posizione di autonomia alla ricerca di una analisi delle parti ma, attraverso simboli, analogie, osservazioni dei cicli e transiti della natura, si spinge all’intuizione del tutto, del senso del mondo e di se stesso. La Natura infatti non è solo materia ma simbolo e manifestazione dello Spirito, per tale motivo la verità non può essere colta attraverso il pensiero logico o l’esperienza empirica, ma attraverso l’intuizione. E ciò vale non solo per la trascendenza del mondo, ma anche per la conoscenza di se stessi. Secondo Goethe proprio l’intuizione dischiude l’universale e «l’animo, quando si considerano gli oggetti più attentamente e intensamente, con maggiore rapidità viene innalzato all’universale.»(Goethe a Charlotte von Stein, 7/10 febbraio 1787)

Pensare è infatti un atto naturale, non una facoltà artificiale, e così anche l’oggetto del suo pensare non può essere lontano da una certa visione organica e vivente. «Guarda, così la natura è un libro vivente, /Incompreso ma non incomprensibile;/ Perché il tuo cuore ha molti e grandi desideri.»(Goethe, Sendschreiben 1774)

E se anche Goethe, nel suo La metamorfosi delle piante, si riferisce alla natura come a un organismo vivente che segue leggi interne e che, se osservato con intuizione, può venire compreso dall’uomo, sarà Hans Blumenberg a dare completezza a questo concetto. Esiste per quest’ultimo autore una certa corrispondenza tra la razionalità umana e l’ordine del mondo che permetterebbe all’uomo di leggere la natura come fosse un testo e perciò decifrarla attraverso segni, leggi e strutture dotate di senso. Anzi, la natura e i fenomeni attraverso cui essa si manifesta sono paragonabili a un libro aperto, i cui caratteri non aspettano che si essere interpretati.

Ma tutto questo è valido anche oggi? Blumenberg infatti riparte dall’idea che nel pensiero contemporaneo l’opacità dell’intuizione sensibile e l’alienazione dell’uomo impedisca di riconoscere, conoscere e perciò leggere la natura. Sono infatti venute meno le condizioni storiche, simboliche e metaforiche che lo rendevano possibile. Il mondo ha perso di significato e la strumentalizzazione degli oggetti del pensiero rendono la natura studiabile scientificamente ma non intuibile simbolicamente. La funzionalità si è sostituita al senso, così come la misurabilità del mondo ha soppiantato la sua stessa leggibilità.

Siamo in ciò che Weber chiama Entzauberung, ovvero nel disincanto (letteralmente eliminazione della magia e dell’incanto), perché il mondo ha perso la sua dimensione sacra. E la mancanza di simbolismo si traduce in una mancanza di leggibilità che per Weber rappresenta un processo di natura sociologica inevitabile. Eppure, da un punto di vista umano, simbolico ed etico, si può aprire di nuovo uno spiraglio, solo a patto di ridare alla natura dignità, di sottrarla dalla deriva oggettivistica e predatoria che l’uomo sembra voler praticare.

«The whole of Nature is a metaphor or image of the human mind»(Emerson, Nature 1836)

DAL LATINO SILVA

#5 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Etimologia e semantica

Il termine selva deriva dal latino Silva ed è traducibile con bosco, foresta, luogo coperto da alberi. La sua semantica riporta a origini indioeuropee cariche di significato. La radice *sel/*sil- indicherebbe l’abitare, il luogo dove si cresce, e risulta connessa a concetti di natura spontanea, protezione e permanenza; proprio su questa linea si accosta alla parola ‘foresta’, intesa come luogo pieno dove la natura domina e si sviluppa. Dal significato primario di luogo fitto e non coltivato, si estende a tutto ciò che non è addomesticato, selvatico per l’appunto.

Di particolare rilievo è la sua declinazione in greco antico. Hyle infatti significa sia bosco che materia, intrecciando la sua storia a concetti profondamente filosofici. È infatti il primo significato di bosco, selva, indicante appunto un luogo selvaggio pieno di alberi, ad assumere in seguito quello di materia grezza, non lavorata, pronta per essere trasformata. Probabilmente la radice *ud-lo e *wel ha a che fare con il legno o con qualcosa di grezzo e naturale, pronta per essere usata, che si otteneva da un luogo specifico, dal bosco appunto. Esattamente da questo passaggio nasce la metafora filosofica cara ad Aristotele che nel IV a.C. usa hyle, in contrapposizione alla morphe, per indicare il substrato potenziale e indeterminato di cui un oggetto è fatto. Si potrebbe quindi asserire che la materia per Aristotele si riferisca non tanto alla plasticità delle cose ma alla natura vivente, al vivente stesso, legando indissolubilmente la pienezza di ogni elemento alla dimensione naturale e potenziale. (Cfr. Fisica II, 1 193a-b) La connessione tra questi due concetti è perciò non solo etimologica ma concettuale, rappresentando la selva l’assenza di ordine, una massa grezza di potenziale vivente. Motivo per cui quando il termine aristotelico venne tradotto in latino divenne silva, ovvero luogo boscoso pieno di alberi e si riferì, nella filosofia medievale, al principio passivo, caotico e informe della realtà.

Un’altra strada semantica degna di nota è quella derivante dal sanscrito, in particolare dalla parola vana, ovvero foresta, bosco, usata in contesti letterari, mistici e mitologici. Sorprende che sia a volte menzionata come luogo da cui si traggono legna e materiale (Yajina). Vanaspati per esempio, letteralmente signore della foresta, corrisponde all’epiteto del legno usato nei sacrifici. Nei testi vedici si utilizza in senso più ampio, per indicare la foresta come luogo naturale in cui convivono animali e spiriti, contrapposto al grama, ovvero all’abitato umano. Per questo nel tempo assumerà il significato di luogo di esilio, di ritiro spirituale (il vanaprastha è colui che, nelle quattro fasi della vita dell’Asrama-dharma si ritira nella foresta), segnando così la sua ambivalenza di luogo pieno di pericolo, abitato da demoni e animali selvatici, ma al tempo stesso di purificazione spirituale.

Sorprende che tale ambivalenza sia rintracciabile non solo nella tradizione latina di Virgilio e Ovidio, ma anche nei testi medievali in cui la selva diventa il luogo del peccato e della prova spirituale (cultura cristiana e monastica). Nel passaggio dal latino alle lingue romanze infatti la selva è divenuta una parola poetica o letteraria dal forte accento allegorico, come si evince dagli scritti danteschi.

Le selve di Dante

Albero Casadei sostiene che la selva, nella Divina Commedia, deve essere interpretata in modo strettamente allegorico. (A. Casadei, Le Selve di Dante, Aboca 2021) Subisce inoltre una evoluzione di senso e significato di pari passo con il percorso intrapreso da Virgilio che da un primo stato di smarrimento morale giungerà a una svolta esistenziale. Ciò che è aspro, oscuro, selvaggio cambierà forma nel passaggio dall’Infermo al Paradiso.

«Il senso morale è tutto contenuto in questa dialettica tra l’uomo e la selva…dalla selva selvaggia fino alla divina foresta.»

Nell’Inferno Dante si serve della descrizione della selva per indicare l’oscurità, la mancanza di visuale di un cammino preciso da percorrere. «La selva oscura di Dante allegorizza in fondo l’impossibilità di orientarsi verso la propria stella, verso il destino che aveva immaginato per sé.» Il famoso incipit del canto I, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita, e la descrizione del giorno che se n’andava, e dell’uomo che deve sopportare il travaglio interiore dell’itinerario della mente del canto II è resa dall’idea di una selva selvaggia e aspra e forte. Nel libro XIII 2-3 Nesso, accompagna Dante e Virgilio e li fa arrivare in un luogo asprissimo, ricoperto da un bosco/che da nessun sentiero era segnato./ Siamo tornati in una selva priva di vie sicure/ Non fronda verde, ma di colore fosco;non rami schietti, ma nodosi e n’volti;/ non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco (veleno).

Nel Purgatorio Dante utilizza di nuovo la selva ma in una accezione differente, come elemento allegorico del percorso di purificazione. Per cui se prima essa era oscura, ora evoca la durezza del percorso ascetico. Vago già di cercar dentro e dintorno/la divina foresta spessa e viva (canto XXVIII) Creata direttamente da Dio, divina appunto, spessa e viva, ricca di vegetazione rigogliosa, la selva è il luogo che “antecede” la corruzione morale del mondo. E il percorso dell’uomo, il suo passaggio interiore, viene descritto attraverso il cambiamento della selva che ora d’ogne parte auliva, profuma.

Infine nel Paradiso più che la descrizione fattuale della natura, viene in evidenza il sentimento che la natura stessa evoca all’uomo: pace, armonia. (L’unico elemento contrastante è l’albero della conoscenza.) Qui non tornano selve, foreste, boschi, siamo nella perfezione ultraterrena, presentata da Dante come una candida rosa, fatta di luce intensissima simile a un enorme anfiteatro, come appunto se una rosa di tipo officinale, venisse espansa. L’uomo ha superato così il mondo della natura e ora è entrato nel dominio del puro intelletto, per cui la descrizione precipua degli elementi naturali sfuma in forme astratte.

Riferimenti latini

Certo è che Dante abbia ripreso, se non altro come fonte primaria di ispirazione, una lunga tradizione legata al tema della silva o sylva. E se quest’ultima era diffusa sia negli scritti dei padri della Chiesa, (pensiamo a Sant’ Agostino che nelle Confessioni X, 35 paragona la vita terrena piena di insidie e pericoli a una Immensa quaedam silva, unaimmensa foresta folta di insidie e rischi), che nella Bibbia (in cui essa è il luogo in cui si viene esiliati per andare a morire lontano dal proprio popolo e in cui si possono annidare spiriti del male) affondava però le sue radici nel mondo latino. Non si può infatti prescindere dall’accezione di silva che Virgilio utilizza nell’Eneide, come un bosco tenebroso da cui si accede all’Averno.

Ibant obscuri sol sub nocte per umbram/ quale per incertam lunam sub luce maligna/est iter in silva. Andavano oscuri nell’ombra della notte solitaria/quale è il cammino nelle selve per l’incerta luna, sotto un’avara luce. (Eneide 268-271)

L’estetica dell’Inferno dantesco riprende il mito di Proseprina in cui Virgilio dà vita al parallelo tra l’impenetrabilità dei misteri dell’esistenza e l’impenetrabilità della natura stessa. Nel bosco sacro si trova l’albero da cui dover raccogliere un ramoscello d’oro da offrire a Proserpina per propiziarsi non solo la discesa ma soprattutto la risalita dagli Inferi.

Sopra un albero ombroso, opaco, pieno di foglie, c’è un ramo tutto d’oro (d’oro le foglie, d’oro il flebile gambo) consacrato a Giunone infernale: lo copre e lo nasconde il bosco, un’alta ombra lo chiude in una valle oscura. Non si può penetrare nei segreti del suolo prima d’aver strappato dall’albero quel ramo dalle chiome dorate […] Così finalmente vedrai i boschi dello Stige, i regni che non hanno strade per gli uomini vivi (174-198) Prosegue il racconto… Vanno in un bosco antico, profondo covo di fiere, e gli abeti rovinano, risuona il leccio percosso dalle scuri, risuonano i frassini, la quercia facilmente fendibile è spaccata coi cunei… Intanto col cuore afflitto guarda l’immensa selva pensando al ramo d’oro nascosto chissà dove, e prega “Oh, se quel ramo a un tratto mi si mostrasse dal suo albero, in mezzo a questo bosco troppo grande.” “…dirigete i miei passi attraverso le selve fin dove il ricco ramo fa ombra al fertile suolo! (229-251)

La descrizione del regno degli Inferi è potente, capace di ispirare terrore e mistero. La descrizione dell’ambiente diviene infatti una precisa allegoria del deserto spirituale, del vuoto in cui Enea è precipitato. […]come fosse un viaggio per boschi con una luna incerta che filtri appena i suoi raggi avari tra il fogliame. […]In mezzo un olmo immenso, ombroso, stende i rami e le braccia annose: dicono che questa sia la casa dove stanno di solito i vani Sogni, appesi sotto ciascuna foglia. 340-359

Enea arriva a destinazione, compiendo in tal modo il rito iniziatico di passaggio. Una volta apposto il ramo sulla soglia e adempiuto il voto alla Dea giunsero ai luoghi felici, al verde ameno dei boschi fortunati, al soggiorno dei beati. Qui un’aria più libera avvolge i campi di luce purpurea, ci sono stelle e un sole… in mezzo a un bosco profumato d’alloro. (784-806) Solo dopo la discesa, la perdita di se stesso, e l’avvenuta trasformazione interiore della risalita potrà accedere al terzo regno dell’Oltretomba, i Campi Elisi, simili al paradiso terrestre.

La selva quindi è il luogo dello smarrimento dell’animo, il momento liminare tra uno stato di coscienza e l’altro. Simbolo di un mondo interiore non ancora conosciuto, essa rappresenta l’inconscio, quella parte non ancora illuminata dalla consapevolezza.

Favole

Nonostante sembri un riferimento lontano, è nella fiabe che la parola selva oltrepassa i confini del semplice ambiente narrativo per connotarsi di un forte simbolismo psicologico. Nel linguaggio delle fiabe infatti la selva rappresenta il luogo di passaggio in cui le sicurezze domestiche vengono meno e i personaggi compiono un vero e proprio rito iniziatico superando paure e difficolta. Le oscure selve, dimore di spiriti, streghe e animali, vengono attraversate, segnando il passaggio da uno stato all’altro. In Hans e Gretel per esempio, la selva (wald nell’originale tedesco) è il luogo in cui i due bambini vengono abbandonati e spinti dove tutto è buio e fitto. E proprio lì supereranno prove che li costringeranno a crescere, uscendo dalla dipendenza genitoriale infantile per passare a un età e a una coscienza più matura.

Bellissima l’idea dei fratelli Grimm di avvolgere Rosaspina e il castello da una foresta di rovi, legati all’idea di morte, a quel crinale tra vita e non vita per l’appunto. Il risveglio, la fine dell’attesa dipenderà solo dall’attraversamento di quell’impenetrabile boscaglia, che segnerà anche la trasformazione dell’ambiente naturale: il rovo muterà infatti in una siepe di grandi e bellissimi fiori.

La parola selva infatti compare nelle versioni di Perrault, di Basile e in alcune traduzioni ottocentesche italiane di molte fiabe.

In Rosaspina troviamo infatti «il castello fu cinto da una selva così folta che nessuno poteva penetrarvi», che indica un tempo di attesa, di incanto e di ostacolo da superare, prima che la stessa parola finisse per essere tradotta in roveto ([…] e ogni tanto veniva qualche principe che si avventurava attraverso il roveto tentando di raggiungere il castello.)

Ma anche il testo di Biancaneve riporta nelle traduzioni letterarie lo stesso termine «E Biancaneve fuggì nella selva, e camminò per lunghe ore senza trovare rifugio», sottolineandone una natura ostile, non accogliente, a cui si aggiunge una sfumatura ulteriore di abbandono in Hans e Gretel, quando i bambini vengono condotti «nel folto della selva.»

Arti figurative tra Natura e Spirito

#4 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Spiriti della natura nell’arte

Bisogna pensare al regno degli spiriti della natura come al regno del pensiero; queste entità aleggiano intorno a noi, alcune come venti impetuosi, altre come dolci brezze estive.

Autrice di questo monito è Hilma Af Klint, pittrice e mistica, che si dedicherà all’osservazione e contemplazione degli aspetti esoterici della Natura, per poi applicarli all’arte pittorica. Lo studio delle piante e della natura infatti viene vissuta dalla Klint come una forma di ricerca e interpretazione nuova della realtà. In particolare nel periodo tra il 1919 e il 1920 realizza una serie di 46 tavole a tema botanico che quest’anno il Moma ospita in una sua mostra dal titolo esplicito e suggestivo What stands behind the Flowers. Si tratta di disegni a matita e acquerello sulla flora stagionale svedese, dai mughetti e i girasoli alle violette e ai fiori di ciliegio, che seppure è corretto far rientrare nella categoria dei disegni botanici, non si esauriscono a questo. L’intensione della Klint infatti è quella di ricercare un linguaggio astratto, costituito da una serie di raffigurazioni floreali in grado di mostrare per l’appunto ciò che si cela dietro i fiori.

Così le forme, i colori e i tratti divengono lo strumento di una traduzione dell’elemento naturale in elemento astratto. A guidarci in questa direzione sono proprio i taccuini di studio della pittrice, in cui riporta in modo dettagliato le sue riktlinjer, ovvero le sue linee guida. In queste pagine autografe, come fossero un supplemento ai suoi tradizionali studi botanici, Hilma Af Klint correda i disegni con annotazioni e geometrie esoteriche, tentando una definizione semiotica della Natura stessa.

I diagrammi astratti obbediscono a una sintassi visiva, capace di organizzare l’invisibile e di restituirci un nuovo modo di leggere il mondo naturale. (Jodi Hauptman, curatore della mostra)

Secondo l’artista quindi un mondo misterioso e pieno di spiriti si nasconde dietro le forme della Natura, è tangibile e reale, seppur codificato con un linguaggio altro. E spetta all’uomo attuare un processo di leggibilità, una traduzione di quella dimensione interiore e ulteriore, utilizzando per l’appunto una sintassi visiva. Ma questa operazione non è mai neutrale, per cui può essere portata aventi solo da un individuo che comprenda il valore della ricerca, dentro e fuori se stesso. L’influenza esoterica è forte, nel modo di pensare, dipingere e osservare della Klint, che si interessa allo spiritualismo, alla teosofia, ma soprattutto di dedica con passione allo studio sistematico dell’opera di Rudolf Steiner, conosciuto personalmente nel 1908. L’effetto di tutto ciò si riflette sulla sua vita, diviene infatti elemento attivo e partecipativo di un gruppo di donne, De Fem, che praticava meditazione e spiritismo, ma soprattutto sulla sua arte.

Af Klimt, prediligendo uno stile astratto che avrebbe anticipato di molto le correnti artistiche successive, crede che l’arte sia un mezzo per connettersi con il mondo non visibile ma esistente. E proprio l’astrattismo, prima di Kandinsky o Mondrian, risulta per lei il modo migliore per rappresentare l’invisibile.

La natura aveva per lei una dimensione spirituale, profonda e ulteriore, in grado di mostrare cosa realmente c’è oltre la materia stessa. Questa impostazione richiama alla memoria l’idealismo trascendentale, una corrente filosofico/estetica di cui Schelling faceva parte. L’autore infatti considera l’arte, e la sua visione, come una manifestazione dell’assoluto, della verità spirituale che riassume in se stessa la natura e la libertà, il finito e l’infinito.

Le arti figurative e la natura

Le arti figurative e la natura è il titolo di una conferenza di Schelling del 1807, in cui il filosofo teorizza un legame attivo tra anima e natura come fondante per la comprensione dell’arte stessa. Senza la presa di coscienza di tale connessione ogni forma d’arte, in particolare quella figurativa, perderebbe il suo carattere magico. Riuscire a cogliere nella natura l’anima, lo spirito, non sarebbe perciò solo una operazione intellettuale, ma una pratica concreta per disvelarne la vera essenza. E se per giungere a questo serve l’artista, colui che rappresenta una specie di mediatore tra spirito e natura, colui che «[…] è, in certo senso, più grande di se stesso, perché esprime qualcosa che va oltre la sua coscienza individuale», spetterebbe comunque a ogni uomo ricercare quel carattere vivo e operante nelle cose della Natura.

 «[…] soltanto per lo studioso colmo di entusiasmo la natura è sacra forza cosmica primordiale che crea eternamente il mondo e che da se stessa liberamente produce tutte le cose e le rende attive.»

In altre parole sarà possibile per l’uomo conoscere davvero l’anima e la natura, solo a patto di prendere coscienza del legame profondo che connette questi due elementi. Legame che peraltro non è mai dato una volta per tutte, dovendosi al contrario rinsaldare, mantenendosi vivo e vitale. Senza questa operazione continua non saremmo in grado di vedere null’altro che vuote forme.

«Se consideriamo le cose non nell’essenza loro ma nella loro vuota e astratta forma, esse non dicono nulla alla nostra coscienza; dobbiamo profondervi tutto il nostro sentimento, tutto il nostro spirito, se vogliamo che ci diano risposta.»

La parte più interessante di questa riflessione di Schelling è proprio il non considerare la natura mera forma, mero prodotto, mera trasposizione artistica passiva. Egli infatti cerca di comunicare l’idea di una natura vivente e creatrice che deve essere colta dall’uomo e dall’artista, uno in modo consapevole, l’altro in modo sia consapevole che non, perché capace di esprimere l’ulteriorità della propria coscienza. L’opera d’arte infatti è solo in parte frutto del suo autore, della sua azione, perché sempre subentra qualcosa di diverso, un afflato divino. «L’artista deve dunque allontanarsi dal prodotto o dalla creatura, ma solo per elevarsi fino alla forza creatrice e per coglierla spiritualmente.»

Esattamente come per la Af Klint, le figure e i simboli sono un linguaggio parlato dallo spirito della natura che opera all’interno delle cose. Se lo sguardo si fermasse alle sole forme, seppur belle, non si potrebbe cogliere la vera bellezza che al contrario risiede al di sopra della forma ed è «essenza,[…] sguardo ed espressione dello spirito immanente della natura.»

La natura è infatti come la severa e dura bellezza che sfugge all’occhio volgare. Leggiamo infatti nel Sistema dell’idealismo trascendentale che:

Ciò che noi chiamiamo natura è un poema chiuso in caratteri misteriosi e mirabili. Ma se l’enigma si potesse svelare noi vi conosceremmo l’odissea dello spirito, il quale, per mirabile illusione cercando se stesso, fugge se stesso; […] Ogni splendido quadro nasce quasi per il fatto che si toglie quella muraglia invisibile che divide il mondo reale dall’Ideale, e non è se non l’apertura, attraverso la quale appaiono nel loro pieno rilievo le forme e le regioni di quel mondo della fantasia, il quale traluce solo imperfettamente attraverso quello reale. La natura per l’artista è non più di quello che è per il filosofo, cioè solo il mondo ideale che appare tra continue limitazioni, o solo il riflesso  fuori di lui, ma in lui.

Genius loci

#3 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Genius loci: il culto

Il Genius loci era una entità naturale legata a un luogo. Derivante dal latino gignere, ovvero creare, generare e dal genitivo di locus, luogo appunto, era un vero e proprio culto per i romani che connettevano il suolo/terreno/ambiente da essi abitato con lo spirito di quel luogo, spesso personificato da una entità fisica. All’inizio rappresentato da un serpente che usciva dalle viscere della terra, spesso posto proprio sugli edifici stessi in funzione di protezione del luogo e delle persone che lo abitavano, nell’epoca tardoantica il Genius loci assume vesti umane e viene rappresentato o come una divinità alata o come circondato da animali e piante.

La benevolenza di tale spirito doveva essere ottenuta scendendo a patti, ingraziandosene il ben volere attraverso offerte di cibo, fiori, profumi e vino, ma soprattutto attraverso il rispetto del luogo che si andava ad abitare. In caso contrario, la mancata cura del luogo, la sua profanazione, avrebbe indispettito il Genius, causando sventura. La peggiore delle evenienze sarebbe stata infatti quella di vivere in un luogo abbandonato dagli dei, spogliato dal sacro, e quindi dal senso.

Nullus enim locus sine genio est, scriveva Servio, e se un romano voleva abitare un luogo, doveva innanzitutto interrogare questa specie di divinità minore, di Nume, che da prima e a prescindere dall’uomo lì risiedeva, negoziando perciò con l’unica entità che avrebbe preservato e protetto l’identità del luogo stesso.

Lo spirito del luogo

Lo spirito del luogo si riferisce all’atmosfera, all’essenza o alla particolare energia che caratterizza un determinato luogo, influenzandone l’esperienza e la percezione da parte delle persone che lo vivono o lo visitano. Una concezione simile della sacralità della natura terrestre, dello spazio che l’uomo abitando in un certo senso disturbava e profanava, era condivisa dai greci, per i quali le sorgenti erano popolate dalle ninfe selvatiche, gli abeti nascondevano le driadi e le cime degli alberi ospitavano i più potenti degli dei. «Nello spazio che gli uomini condividevano con loro, l’invisibile si mescolava costantemente alla materia visibile.» E più in generale ogni popolo antico pensava fermamente che il mondo fosse pieno di spiriti, come nel caso del bosco sacro, luogo di culto delle più antiche religioni europee, non solo greche e romane ma anche celtiche e baltiche, e accomunabili alle foreste sacre dell’India.

Nonostante oggi sia più difficile sentire tale sacralità, la natura ancora reca i segni della parola divina. E non solo per gli aborigeni australiani o per gli indiami d’America, convinti che la terra contenga gli echi degli spiriti degli antenati e della parola degli dei. Ma anche per chi ancora mantiene uno sguardo diverso e profondo. Non è così difficile leggere le tracce di un linguaggio superiore nell’osservare la natura.

I Giapponesi shintoisti parlano dei kami, di quelle divinità della natura che si celano all’interno delle cose e soprattutto delle piante, dei corsi d’acqua e delle rocce. «[…] non sempre avvicinare i kami è cosa agevole; ma è la loro presenza a garantire la continuità dell’universo visibile, e quindi la vita.» Il termine kami ha una ampia varietà di utilizzo, ma nel senso che qui si intende potrebbe essere tradotta con numi, a sottolinearne la forte relazione con la natura stessa.

Sono infatti considerati degli spiriti-elementi della natura, che possiedono caratteri negativi e positivi. Non sono visibili al regno umano, ma abitano luoghi sacri, fenomeni naturali e possono anche abitare alcune persone durante i rituali che li coinvolgono. Nello shintoismo, a cui si fa qui riferimento, essi presiedono alla crescita, alla fertilità o meno di un luogo e possono impersonare montagne, fiumi, alberi, rocce. In altre parole sono spiriti ancestrali, forze della natura, legate a una concezione fortemente animistica del mondo abitato e di quello invisibile. Ogni luogo può essere considerato abitato da un kami, e questo legame tra la natura e la spiritualità è fondamentale nella concezione giapponese di “spirito del luogo”. L’ architettura tradizionale giapponese, come i templi e i santuari shintoisti, è progettata tenendo conto di questa sacralità del luogo, cercando di rispettare e riflettere l’essenza di quel particolare ambiente naturale.

Martin Heidegger: Schonen

Ma lo spirito del luogo, nel tempo, tende a disancorarsi da un pensiero spirituale-religioso, per confluire invece in ambiti altri, in filosofie esistenziali che si snodano fino al novecento. In particolare Heidegger, attraverso alcuni termini come: radura (Lichtung), sentiero (Weg), località (Ortschaft), contrada (Gegend), campo (Feldung) e bosco (Waldung), riconsidera l’abitare, in maniera diversa da come il pensiero occidentale era solito fare.

Perché il rapporto tra l’uomo e lo spazio che abita non può essere ridotto alla semplice copresenza di due oggetti, di due realtà esistenti. Esiste al contrario un rapporto di familiarità, di codipendenza, frutto di rimandi continui.

L’uomo abita la terra, ovvero costruisce, edifica, e il farlo dovrebbe tradursi in un aver cura (Schonen). Questo perché abitare non può corrispondere totalmente al tradimento della sua origine e quindi non può tradursi in un padroneggiare o assoggettare la terra, ma al contrario nel salvarla, ovvero nel riunire la terra e il cielo, i divini e i mortali, istituendo quindi nessi e rapporti di familiarità tra questi elementi.

Abitare significa, allora, instaurare un rapporto simbolico e relazioni di familiarità con i luoghi, senza operare su di essi alcuna violenza che stravolgerebbe la loro natura.

Per Heidegger quindi il nostro abitare il mondo può diventare impoetico là dove uno strano eccesso di furia misurante e calcolante, perde, o meglio rinnega, l’essenza autentica del coltivare-costruire. Il prendere possesso di un luogo non deve perciò corrispondere a un afferrare violento, a un mettere le mani su qualcosa, ma al contrario in un lasciare venire la misura che ci è assegnata.  (M. Heidegger, Saggi e Discorsi, Mursia, Milano 1976)
E così in una continua traslazione di significati, la terra e il cielo (che secondo il nostro filosofo individuano proprio il mondo che abitiamo) divengono elementi architettonici che però trascendono la semplice definizione materiale, per essere invece considerati nel loro significato esistenziale, ovvero il «carattere delle cose», la loro identità precipua, il loro antico e sacrale genius loci.

I luoghi indipendentemente dalle trasformazioni operate dagli uomini, mantengono uno spirito esistenziale, qualcosa che li permea indipendentemente dalla mutevolezza che li attraversa nel tempo. Per cui lo spirito del luogo sarà sempre connesso alla comprensione esistenziale del rapporto tra l’essere umano e il mondo che si manifesta attraverso la rivelazione del significato di un luogo. Esso non si sostanza in un concetto meramente fisico, ma attiene alla connessione profonda tra l’uomo e l’ambiente che gli permette di abitare il mondo in modo autentico. Il genius loci, in questo senso, è una forza che rivela la verità di un luogo, mentre la Terra è materia, oggetto di infinite possibilità, ma è anche e al contempo forza che si apre in un mondo di senso. Su di essa l’uomo edifica il mondo, quello spazio in cui le cose si ordinano in un insieme significante, quel luogo investito dalla visione umana di sé. Heidegger stesso, in tale contesto, parla di architettura come di un atto umano, il cui compito consiste nel rispettare e fare emergere quella verità del luogo, il suo spirito.

Architettura

Proprio in direzione della visione heideggeriana, la concezione sottesa allo spirito del luogo verrà impiegata in architettura, per indicare il rispetto che si deve avere nel momento in cui l’uomo opera, intervenendo sulla terra. L’architettura deve rispettare e integrarsi con il luogo, ascoltare il suo genius loci, e creare qualcosa che sia compatibile con esso.

E se Aldo Rossi nel suo L’architettura della città del 1966, dedica un paragrafo del terzo capitolo a Il locus, in cui ne sottolinea la dimensione ultraspaziale sostenendo che esso sia determinato dallo spazio e dal tempo, dalle vicende antiche, dalla memoria e dall’influenza attuale che l’uomo esercita sul luogo stesso, sarà l’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz nel 1979, quindi più di dieci anni dopo, a dedicare a questo tema un saggio unico, Genius loci. Paesaggio ambiente architettura. Influenzato proprio dagli scritti di Heidegger e dalla sua definizione di spazio esistenziale, Norberg-Schulz definisce il luogo qualcosa di complesso, non riducibile semplicemente alla zona, alla delimitazione di un territorio. Lo definisce l’ambiente in cui gli avvenimenti hanno luogo.

Non esiste un’unica architettura possibile per un determinato luogo, ma sicuramente l’uomo nel momento della progettazione deve interpretare l’ambiente ancor prima dei propri gusti, creando qualcosa che sia compatibile e non respingente lo spirito di quel luogo. Al contrario il rischio è che si crei qualcosa di avulso, non-luoghi visti come sovrastrutture marxiste che possono spingere l’uomo e le sue creazioni nella più totale alienazione. O per usare il linguaggio heideggeriano, una rappresentazione impoetica dell’abitare stesso, del suo coltivare-edificare-costruire.

A tal proposito Aldo Rossi esplicita l’importanza, per evitare di creare dei locus solus, di riferirsi anche al contesto urbano. Esso è «[…]determinato dallo spazio e dal tempo, dalla sua dimensione topografica e dalla sua forma, dall’essere sede di vicende antiche e nuove, dalla sua memoria». (A. Rossi 1983, p. 177)

Nonostante perciò il concetto di genius loci sia occidentale, esso assume rilevanza enorme nel pensiero orientale, non solo a livello spirituale e filosofico, ma anche architettonico. In India esiste una visione integrata dell’architettura, della natura e della spiritualità, dove l’ambiente, sia naturale che costruito, è considerato parte di un equilibrio più ampio. In questo senso, il genius loci è incarnato in pratiche come il Vastu Shastra. Esso rappresenta un antico sistema indiano di progettazione architettonica che si basa su principi di armonia tra l’edificio e l’ambiente circostante. Il Vastu Shastra considera l’orientamento, la disposizione degli spazi, l’uso dei materiali e l’integrazione con il paesaggio naturale, affinché l’edificio o lo spazio possieda un’energia positiva che si armonizzi con il genius loci del luogo. Secondo il Vastu, ogni luogo ha una propria energia e uno spirito che deve essere rispettato per garantire benessere e prosperità.

In altre parole l’uomo esercita una certa influenza sul luogo, ma quest’ultimo è a sua volta partecipe delle realizzazioni architettoniche che da esso prendono vita. Il locus è perciò diverso dal luogo, è capace di personificarsi, manifestando ed esaltando le caratteristiche di uno spazio. Qualcosa di magico, di ulteriore che ci rimanda alla concezione latina e, con le dovute cautele, a una forma animistica e universale, della terra stessa. Se infatti, come sostiene Heidegger, l’umanità non è semplicemente presente nel mondo, ma abita il mondo in modo essenziale, esistenziale, ciò implica necessariamente una connessione profonda con il luogo in cui vive. E che deve essere interpretato non come un semplice spazio fisico, ma un ambito esistenziale che permette l’apertura dell’essere, l’autentica rivelazione dell’essere noi stessi, della nostra natura.

ACQUA: dalla concettualizzazione alla collettiva fotografica

Cantiamo nell’arte più della sua scarsità

«L’acqua è la sostanza da cui traggono origine tutte le cose; la sua scorrevolezza spiega anche i mutamenti delle cose stesse.» (Talete di Mileto) Già dall’origine del pensiero l’acqua si lega al vivente e alla natura, è archè, principio generativo della vita e fondamento della realtà. Come matrice universale, elemento cosmogonico, mostra in nuce il ruolo che avrebbe assunto per l’umanità intera.

Fonte di nutrimento e sopravvivenza, l’acqua disegna la storia dell’uomo e del suo destino: dai popoli primitivi alle società moderne, con la differenza che nel tempo si è perduto il rispetto per un elemento così essenziale alla nostra sopravvivenza. Per gli antichi era un bene preziosissimo, tanto da istituire danze e ritualità per propiziarne la presenza, da creare pozzi e sistemi per preservare anche l’acqua piovana e da spingere i Romani a sviluppare   splendide opere ingenieristico-architettoniche come gli acquedotti; erano consapevoli che l’agricoltura, l’allevamento e quindi la vita della comunità dipendeva da essa. Ma anche quando lo sviluppo della scienza e della medicina ne ha confermata l’importanza per la salute dell’uomo, le società civilizzate non ne hanno avuto cura, riducendo al minimo i sistemi di tutela e di controllo sullo spreco e l’inquinamento. Oggi infatti si parla di acqua solo in termini di risorsa scarsa, quando andrebbe ricentrata la sua portata nel tessuto sociale del vivente.

Ridare centralità alla natura, come al valore dell’acqua, è compito della filosofia, del pensiero etico e responsabile, della politica.

Una riflessione collettiva

Per riflettere sul valore dell’acqua ci siamo così affidati all’arte, alla fotografia nello specifico, proseguendo l’avventura già iniziata lo scorso anno con la libreria-casa editrice Le Storie, da sempre sensibile a tematiche socio-culturali. La mitologia e la religione l’hanno resa una divinità, il Cantico delle Creature l’ha definita utile e umile, preziosa e pura, i poeti l’hanno cantata e i pittori scolpita nel colore. Perché molto spesso è proprio l’arte che può aiutare, divenendo terreno di una riflessione consapevole, luminosa tematizzazione di una riforma prepolitica.

Questo l’obiettivo della collettiva, in cui dieci artisti, con le loro differenti sensibilità, hanno dato vita a una rilettura dell’Acqua e del suo simbiotico rapporto con l’umano.

La mostra collettiva

Dopo una lunga e sofferta scelta, abbiamo selezionato dieci finalisti che hanno preso parte alla mostra collettiva:

EMILIANO BOSCHETTO, SPARTACO COLETTA, SARA D’ABATE, MILENA DE MATTEIS, BRUNO DI BENEDETTO, CECILIA FIORENTINI, DANIELE LINCE, DAVIDE ONORATI, ALESSANDRA TASCINI, ANTONELLA VACCARO.

Ognuno di loro, con il proprio scatto, ha saputo leggere e interpretare il tema dell’acqua in un modo personalissimo. Abbiamo premiato i primi tre classificati, decretati dalla nostra giuria tecnica. «Per questa seconda serata rassegna, in cui gli scatti erano davvero belli, per poter decidere si siamo basati su due parametri: la qualità tecnica della fotografia, l’aderenza al tema e la particolare interpretazione artistica dello stesso.» Flavia Sorato, presidente di giuria.

PRIMO CLASSIFICATO: Emiliano Boschetto

ANTIPODI

L’acqua è sostanzialmente paradosso.
Trasparenza e riflesso. Muro e passaggio.
Superficie ed abisso. Madre e figlio.

Motivazione: «Emiliano Boschetto, con Antipodi. Siamo rimasti colpiti dalla sua interpretazione dell’acqua, come fosse uno specchio. E poi l’abbraccio tra madre e figlia è capace di addolcire una strana luce, scura, misteriosa. Bellissima, anche da un punto di vista tecnico.» Davide Terrana

SECONDO CLASSIFICATO: Milena De Matteis

FLUIRE

Fluire è stata scattata a Ostia all’altezza dello stabilimento Kursal. Si tratta di una lunga esposizione, pertanto di una fotografia lenta, meditativa, che contrasta un po’ con la velocità con cui vengono prodotte immagini al giorno d’oggi. È una tecnica che ti costringe a fermarti e a pensare. In particolar modo, a me piace dare alcuni input alla fotocamera e poi lasciare che il mare, con il suo movimento, con il suo fluire, si dipinga da sé. E ogni volta il risultato è sorprendente.

Motivazione: «Milena De Matteis, con Fluire. L’atmosfera data dalla lunga esposizione ci ha lasciato un sentimento di profondità. Lo scatto rimanda note magiche.» Flavia Sorato

TERZO CLASSIFICATO: ex-aequo Alessandra Tascini e Sara D’Abate

Alessandra Tascini

APNEA

L’apnea è l’arte di immergersi in un altro mondo, anche solo per pochi attimi. Scendere sotto la superficie significa entrare in una dimensione nuova, dove il tempo sembra rallentare e ogni respiro diventa prezioso. Il silenzio dell’acqua è impressionante, avvolge i sensi e isola da tutto ciò che è terreno. In quei momenti, ci si sente completamente a contatto con il mondo marino, un regno sconosciuto e affascinante, dove ogni movimento sembra sospeso nell’eternità. È un’esperienza intima, che ti ricorda quanto l’acqua sia potente, accogliente e misteriosa.

Sara D’Abate

GOLA DI TODRA

Una donna si appresta a raccogliere dell’acqua in un fiume inaridito. L’acqua come nutrimento per la vita.

Motivazione: «Entrambi gli scatti, in un rapporto di totale opposizione complementare, tratteggiano l’acqua. Alessandra Tascini con Apnea. La nascita dell’essere umano che parte dall’acqua e va verso la vita. Sara D’Abate con Gola di Todra. L’importanza vitale dell’acqua per l’essere umano, dal deserto secco, solo poche gocce d’acqua.» Sandro Diotallevi

Gli altri scatti della mostra

Spartaco Coletta

ARIA E ACQUA ALLO SPECCHIO

L’aria e l’acqua. Due inscindibili elementi naturali.

Bruno di Benedetto

DISEGNO NELL’ ACQUA

Isola di Lanzarote, Arrecife 2016, un elemento liquido come l’acqua, inaspettatamente, compone una elegante fantasia. Sono stato incantato dal gioco estetico così delicato.

Cecilia Fiorentini

WADE IN THE WATER

La canzone che dà il titolo all’opera, un brano spiritual, consiglia di affidarsi a Dio nel guadare i fiumi verso la libertà. I fiori, un tempo lucenti e brillanti, ora si consegnano alla libertà di non esserlo più. Peonie appassite bagnate da acqua. Foto scattata con Nikon D5100, f/6,3 -1/100 – 56,00 mm – iso1600

Daniele Lince

SETE

Fotografia di strada di persone in coda a un torèt di piazza San Carlo. Torèt è il termine comunemente adoperato per designare le tipiche fontanelle pubbliche della città di Torino, che offrono gratuiti sorsi d’acqua a chiunque.

Davide Onorati

LAGO DI ATITLÁN, GUATEMAL

Atitlán significa “in acqua”. Un luogo lontano dalla nostra casa. Immensi vulcani lo circondano, e ricordano un passato di tremende eruzioni e movimenti tellurici che hanno dato vita all’enorme caldera oggi colma di acqua. Il Volcan Tolimán imponente sullo sfondo mentre un pescatore locale rema lentamente riportando tutto ad una dimensione intima e umana.

Antonella Vaccaro

IL SORPASSO

Una ragazza sfida tutti i suoi compagni di classe di sesso maschile e si tuffa per prima. Il senso di libertà che ne deriva è immenso.

Fiori vivi ringrazia:

Le Storie libreria-casa editrice, per la collaborazione e per aver messo a disposizione lo Spazio espositivo. In particolare Stefania Stefanini e Alessandro Zangrilli.

La giuria: Francesca Consoli (fotografa d’arte professionista), Sandro Diotallevi (regista di teatro), Flavia Sorato (storica dell’arte e graphic designer), Davide Terrana (fotografo e videomaker professionista).

I tantissimi artisti, professionisti e non, che hanno aderito all’iniziativa inviandoci i loro preziosi lavori.

I dieci finalisti e tutti coloro che hanno visitato la mostra.

Gilda Yoko Diotallevi, direttrice di Fiorivivi. Grazie a tutta la redazione e alle persone che lavorano con e per la Rivista Fiori Vivi con dedizione e passione.

La ribellione nel giardino

#2 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Manifesto ribelle per giardinieri

Jorn de Précy rappresenta, anche a distanza di anni, una figura misteriosa, un filosofo giardiniere che visse come tale nella tenuta di Greystone. Poco si sa di lui, ma il suo pensiero è racchiuso in un unico libro The Lost Garden del 1912, che continua a incantare per la forza delle sue parole e la lungimiranza delle sue riflessioni. Il sottotitolo di questo breve trattato è indicativo: Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi e giardinieri, e condensa l’essenza stessa della filosofia dell’autore. Alle barbarie e all’alienazione della vita ci si può opporre, non solo con una teoria o una ideologia, ma con una pratica, un’azione, che nel caso di de Précy può essere definita una utopia concreta.

Io non raccomando che una forma di ribellione: il giardinaggio. Fate giardini, naturalmente, luoghi indomiti, fuorilegge. […] Tracciate il vostro disegno sulla faccia della Terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. E proteggete anche quelli che restano e resistono, i vecchi luoghi abitati dalle piante che arrivano da lontano e continuano a sognare, nonostante l’insano baccano che li circonda. Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. Ciò facendo, affronterete le forze contrarie che oggi sembrano più potenti che mai. Non opporrete al sistema vigente un’ideologia o un progetto politico, ma un semplice luogo con i suoi semplici valori. […] la natura vi offre questa possibilità. Sicuramente non sarete soli in questa “battaglia”.

La battaglia che dobbiamo compiere non è solo quella di rispettare l’ambiente, ma anche noi stessi. Fare giardinaggio è un’operazione politica, che rinnova il senso dell’esistenza. L’uomo, secondo l’autore, ha dichiarato guerra alla vita, e il distacco dalla natura è conseguenza della nuova civiltà industriale, materialista, che spinge inesorabilmente al progresso, rendendo così la Terra e la vita dell’uomo sempre meno possibili. La società moderna, occidentale, sottrae sacralità alla natura, lasciando in tal modo dietro di sé la poesia, la libertà, la felicità profonda, semplice dell’esistenza.

Anche quando tutto ci spinge in avanti e la meccanicità della quotidianità ci distrae, il luogo ci radica nel presente, nel qui e ora. Ci mostra il vero tempo, quello della continua trasformazione di un eterno presente. Controcorrente, anacronistici rispetto al progresso, se i giardini resisteranno, essi saranno il simbolo, il luogo del dissenso. Manterranno viva la speranza che un dialogo con la natura possa ancora salvarci.  «Nel grande deserto che è diventato il mondo degli uomini, non ci resta che il giardino!»

Il faut cultiver notre jardin

La vita è irta di spine e non conosco altro rimedio che coltivare il nostro giardino. (Ottobre 1769)

Se per alcuni il giardino è luogo di contemplazione e riflessione, per Voltaire esso invece è emblema dell’azione. Il suo giardino di Ferney era infatti per lui una metafora al pragmatismo, una chiara manifestazione dell’importanza della responsabilità. Se il mondo era infatti frustrato da decadimento, miseria e cinismo, la natura richiamava alla cura, al miglioramento del nostro destino, consegnando a noi stessi e agli altri luogo migliore di quello che abbiamo trovato.

A poco, secondo il filosofo, sarebbero servite le costruzioni intellettuali, la stesura di sistemi filosofici se non si fosse partiti dal sé, dalla volontà di migliorare ciò che possiamo influenzare: le relazioni, i figli, le città, i cortili. Prendersi cura della comunità, dello Stato, corrispondeva a farlo con il proprio giardino. «Per lui giardinaggio e riforma illuminata erano parte di uno stesso progetto» e coltivare il proprio orto equivaleva ad agire sul presente, a rendere migliore il mondo nel concreto. Lo stesso entusiasmo che dimostrava nella critica alla società, nelle riforme giudiziarie e nella enucleazione di diritti umani, lo dimostrava nella sistemazione dei suoi campi: prosciugò paludi, rese fertili i campi e li mise a cultura, e piantò una vigna.

Azione e responsabilità, che muovevano la realizzazione dei giardini, erano le massime su cui costruiva la sua filosofia e la sua critica politica. Con conoscenza e abilità si costruisce un giardino e si affronta la vita. Solo in tale prospettiva si comprende il suo motto innanzitutto coltiva la tua vigna. Bisogna coltivare il nostro giardino – continua Candido –. La prossimità o il ritorno alla prossimità (il giardino, l’intimità) sono un cammini verso la presenza e il senso.

«Vi ho dato la forza per coltivare la terra e uno sprazzo di ragione per guidarvi; vi ho inserito nel cuore un elemento di compassione perché possiate aiutarvi l’un l’altro a sopportare la vita». (Trattato sulla tolleranza 1763)

CANDIDO: COLTIVARE IL PROPRIO GIARDINO

“So anche,” disse Candido, “che dobbiamo coltivare il nostro orto.” “Avete ragione,” disse Pangloss, “quando l’uomo fu posto nel giardino dell’Eden, ci fu posto ut operaretur eum, perché lo lavorasse; il che dimostra che l’uomo non è nato per il riposo”. “Lavoriamo senza ragionare”, disse Martino, “è l’unico modo per rendere sopportabile la vita.” Tutta la piccola compagnia approvò questa lodevole proposta; ciascuno si mise a esercitare i propri talenti. Il piccolo pezzo di terra fruttò molto. Cunegonda era, in verità, molto brutta; ma divenne un’ottima pasticcera; Pasquetta ricamò; la vecchia si occupò della biancheria. Persino frate Garofalo si rese utile; fu un ottimo falegname e diventò anche un galantuomo; e Pangloss diceva qualche volta a Candido: “Tutti gli eventi sono connessi nel migliore dei mondi possibili; perché se voi non foste stato cacciato da un bel castello a gran calci nel sedere per amore di Madamigella Cunegonda, se non foste capitato sotto l’Inquisizione; se non aveste percorso l’America a piedi, se non aveste assestato un bel colpo di spada al barone, se non aveste perso tutti i montoni di Eldorado, non sareste qui a mangiare cedri canditi e pistacchi. “Ben detto”, rispose Candido, “ma dobbiamo coltivare il nostro orto.” (Voltaire, Candide, ou l’optimisme.)

Guerrilla gardening

La relazione tra dissenso e giardino, viene oggi portata avanti da alcuni gruppi anarchici ambientalisti, che tentano di salvare luoghi verdi abbandonati della città praticando appunto un recupero verde, un giardinaggio che curi e ripristini tali spazi. Potrebbe definirsi come una forma di giardinaggio sovversiva, un’azione concreta contro il degrado. Il problema è che spesso tali gruppi non hanno il diritto legale alla coltivazione e i terreni abbandonati non sempre sono pubblici, ma anche proprietà private.

La nascita di tali movimenti è individuabile agli inizi degli anni settanta a New York. Nello specifico nel 1973 i green guerrilla, un gruppo organizzato da Liz Christy, iniziò a piantare girasoli nelle zone più trafficate, lanciò semi al di là delle recinzioni di lotti degradati e infine trasformò un’area abbandonata di Bowery Houston piena di detriti, seminando piante e fiori. In seguito a questo atto di protesta non violento, il 23 aprile dell’anno successivo, l’ufficio comunale per la preservazione e lo sviluppo dell’edilizia abitativa approvò la possibilità per il gruppo di affittare il luogo (Bowery Houston Community farm and Garden) per un dollaro al mese. Ma le operazioni di recupero degli spazi urbani si sono poi espanse anche in Inghilterra, dove nel 2000 comparve nella piazza del Parlamento la scritta La resistenza è fertile, e non ultime in Italia. Famosa è infatti la Squad Rebel, che a Lamezia Terme volle riportare il verde in città, piantando 10000 alberi. Lo scopo è stato anche quello di rinnovare il legame con la natura e la partecipazione comunitaria. Perché combattere il degrado urbano attraverso un atto di ribellione pacifico e concreto è un atto politico.

Concorso fotografico Fiori vivi-Le Storie. II edizione

La nostra Rivista, in collaborazione con la libreria-casa editrice Le Storie, presenta la seconda edizione del Concorso Fotografico, quest’anno dedicato al tema dell’Acqua. Le iscrizioni sono aperte fino al 15 Settembre 2024.

Riportiamo di seguito il regolamento e la scheda di presentazione da compilare.

Regolamento

  1. Premessa

La Rivista Fiori Vivi e la Libreria indipendente e casa editrice Le Storie indicono, per il secondo anno consecutivo, un concorso fotografico incentrato questa edizione sul tema dell’Acqua. L’iniziativa si propone di indagare, attraverso il mezzo fotografico, ogni aspetto di questo elemento così prezioso per la vita dell’uomo e del pianeta, dando risalto al lavoro di professionisti e non, accomunati dalla grande passione per l’arte.

2. Modalità di partecipazione

La partecipazione è, per questo secondo anno, gratuita, aperta a fotografi professionisti e amanti dell’arte, di età maggiore di 18 anni, anche non residenti a Roma.

3. Dati tecnici

1 Il concorso si struttura in dure fasi: preselezione ed esposizione

  1. L’artista, per accedere alla preselezione, dovrà inviare il numero di 3 scatti, in formato JPG di cui mantiene la proprietà e l’originaria paternità, all’indirizzo rivista.fiorivivi@gmail.com entro e non oltre il 15 Settembre 2024.
  2. Ogni immagine deve avere un numero progressivo (1, 2, 3), essere titolata e accompagnata da una descrizione dell’opera e del suo significato, alla luce del tema Acqua.
  3. Sono ammesse fotografie in bianco e nero e a colori, con inquadrature sia verticali che orizzontali. Si raccomanda l’utilizzo della macchina fotografica e una buona risoluzione al fine di garantire la stessa qualità della foto anche in fase di stampa.
  4. Le fotografie dovranno essere inedite.
  5. Non possono essere ammesse al concorso le foto che si ritengano offensive, contro il buon gusto o lesive della sensibilità comune, secondo l’insindacabile giudizio degli organizzatori.
  6. Non possono essere ammesse le foto realizzate esclusivamente mediante l’utilizzo di programmi o modelli di computer grafica.
  7. Unitariamente alle foto, l’artista deve compilare la lettera di presentazione (scaricabile in fondo a questo avviso).

2 Solo le foto che avranno passato la preselezione in vista dell’evento finale (esposizione), dovranno essere stampate, (montate a giorno o con cornice) con formato 50×70 e consegnate, o inviate, presso la Libreria Le Storie, via Giulio Rocco 37/39, 00154 Roma.

  1. Sarà cura degli organizzatori avvisare gli artisti selezionati tramite email o recapito telefonico rilasciato tramite la lettera di presentazione.

4. Preselezione delle opere

Il Comitato organizzativo, che esprimerà un giudizio inappellabile e insindacabile, selezionerà alcune opere, considerando la tecnica, l’originalità e l’aderenza al tema Acqua, indagabile dall’artista secondo la sua personale sensibilità. Gli autori prescelti verranno contattati dal Comitato con anticipo, in modo tale da poter inviare o consegnare le opere, secondo quanto stabilito al punto 3.

5. Esposizione

Le fotografie selezionate ai sensi del punto 4 verranno esposte nella serata evento Fiori vivi Le Storie, che si svolgerà presso lo Spazio Le Storie, via Giulio Rocco 37/39 00154 Roma, la cui data sarà stabilita, comunicata e resa pubblica dopo la scadenza della preselezione.

  1. Le opere rimarranno esposte nello Spazio Le Storie per una settimana.
  2. Le spese per la stampa e consegna del materiale sono a carico dell’artista, mentre l’allestimento della esposizione è a carico del Comitato organizzativo.
  3. Durante la serata evento verranno decretati i vincitori.

6. Selezione vincitori e premiazione

Durante la serata evento, aperta al pubblico e trasmessa sulle piattaforme social della Libreria e casa editrice Le Storie e della Rivista Fiori Vivi, la Giuria (da individuare con provvedimento successivo alla pubblicazione del presente avviso), basandosi sia sulla qualità tecnica delle foto che sulla capacità dell’artista di rappresentare al meglio e con originalità il tema dell’Acqua, comunicherà i nomi dei tre vincitori.

Primo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto vincitrice del Concorso fotografico Fiori Vivi – Le Storie edizione 2024, potrà allestire gratuitamente una sua mostra personale presso lo Spazio Le Storie a Roma. La sua opera, con una breve intervista, sarà inoltre pubblicata nella Rivista Fiori Vivi, che seguirà l’artista anche nella sua personale.

Secondo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto seconda classificata avrà in omaggio la stampa di una sua altra opera presso uno dei laboratori che collaborano con l’iniziativa e la menzione sulla Rivista Fiori Vivi.

Terzo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto terza classificata riceverà in omaggio un libro fotografico e quaderni, nonché la menzione sulla Rivista Fiori Vivi.

A tutti i partecipanti alla serata evento sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

7. Responsabilità dei partecipanti

  1. Ogni partecipante è responsabile civilmente e penalmente del materiale da lui presentato al concorso esonerando il Comitato organizzativo da ogni responsabilità nei confronti di terzi.
  2. Ogni partecipante dichiara inoltre di essere unico autore delle immagini inviate e che esse non sono state premiate in altri concorsi regionali, nazionali o internazionali.
  3. Il Comitato organizzativo si riserva, con insindacabile decisione, di escludere dal concorso le immagini che non rispettano le direttive del presente avviso e quelle ritenute offensive, improprie e lesive dei diritti umani e sociali e comunque contrarie al comune senso della decenza, pubblica moralità ed etica. Lo stesso vale, in caso di vittoria, per la mostra personale del vincitore, le cui opere dovranno essere preventivamente valutate dal Comitato organizzativo.
  4. I fotografi manterranno la proprietà intellettuale delle opere realizzate.
  5. I partecipanti concedono la liberatoria all’utilizzo delle foto inviate (ex D. Lgs. 196/03, ex Regolamento UE 679/2016, ex L. 633/1941) nell’ambito del concorso e la liberatoria all’utilizzo di eventuali immagini video o fotografiche che potrebbero realizzarsi in occasione della premiazione (ex D. Lgs. 196/03, ex Regolamento UE 679/2016, ex L. 633/1941).
  6. In conformità alle disposizioni previste nel Reg. UE 679/2016 relativo alla ‘protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali’ (GDPR), si informa che i dati forniti dai concorrenti tramite la scheda di presentazione sono raccolti e trattati dal Comitato organizzativo esclusivamente per la finalità di gestione dell’evento e per comunicazioni inerenti al concorso.

8. Accettazione del concorso e delle sue condizioni

La partecipazione al concorso implica l’accettazione incondizionata delle norme contenute nel presente Avviso.

Scheda di presentazione

Da scaricare, compilare e inviare obbligatoriamente ai fini della partecipazione al concorso

Contatti

Fiori Vivi: www.fiorivivi.com    rivista.fiorivivi@gmail.com

Le Storie: www.lestorie.it    info@lestorie.it Tel: 06-64420211   Via Giulio Rocco 37/39, 00154 Roma

Le forme di Lanzarote

di Bruno Di Benedetto

Presso lo Spazio Le Storie di Roma, il 16 maggio è stata inaugurata la personale di Bruno Di Benedetto.

La collaborazione con l’artista parte da lontano, vincitore del primo concorso “Rivista Fiori Vivi – Casa editrice Le Storie” Natura in città, aveva già dimostrato di saper catturare l’aspetto problematico e al contempo poetico degli spazi che abitiamo.

La sua mostra fotografica, dal titolo Le forme di Lanzarote, tratteggia attraverso più di venti scatti in bianco e nero l’isola di Lanzarote, mostrandone forme e linee reali, suggerite e immaginate.

Le parole dell’artista

Forme inconsuete, singolari a volte bizzarre: l’isola di Lanzarote le mette in mostra con insolente malìa, la sua nudità glielo consente.

Vulcanica e semidesertica Lanzarote manca quasi totalmente di ciò che avrebbe occultato le sue forme ossia alberi e arbusti, dimodoché quello che può apparire un difetto diventa bellezza, armonia di materiali, piante esotiche, vigne, saline, lava e spiagge.

Più di 20 scatti su pellicola in bianco e nero ne tratteggiano l’identità.

I colori di Lanzarote sono meravigliosi, tuttavia nel mio lavoro costituivano un problema: avrebbero prevalso attraendo l’attenzione più di ogni altro aspetto. Per fare risaltare le forme è stato necessario eliminarli con l’uso del bianco e nero.

Quando fotografo mi trovo difronte alla realtà che non può essere cambiata, può soltanto essere osservata, così, con un lavoro paziente, mi aggiro per i luoghi finché non riconosco ciò che cerco; solo allora diventa necessaria la macchina fotografica per fissare l’immagine.

Cesar Manrique, artista e architetto, nato a Lanzarote che tanto della sua opera ha dedicato alla valorizzazione e alla salvaguardia dell’isola, scrisse:

«Saber ver y no mirar es la clave del conocimiento», (saper vedere e non guardare è la chiave della conoscenza).

Se quel guardare con il quale attraversiamo ogni giorno la realtà che ci circonda – come la natura, gli oggetti, le situazioni, le persone – lo dotiamo di maggiore attenzione, se ci abbandoniamo alla lentezza dello sguardo indugiando, soffermandoci, scopriamo una bellezza della quale non sospettavamo l’esistenza, celata da un guardare sbrigativo; è lì davanti a noi, la bellezza, mimetizzata in visioni che sembrano senza significato, banali, perfino sgraziate: sta a noi cercarla nell’intimità di ciò che esiste.

Il famoso fotografo Robert Adams ha scritto:

«Un fotografo può riuscire a descrivere un mondo migliore solo guardando meglio il mondo che ha davanti. Inventare, in fotografia, è laborioso quanto, nella gran parte dei casi, perverso».

Dati tecnici

Tutte le fotografie sono state realizzate con procedimento argentico usando pellicole piane (lastre) del formato 4×5” (10x15cm) e 6×6 cm.

Stampa realizzata su carta baritata ai sali d’argento.

Fiori vivi ringrazia:

Le spazio Le Storie, per aver messo a disposizione un luogo particolare, in cui ancora si lotta per la cultura come momento di crescita umana.

Tutti coloro che hanno partecipato all’evento, che hanno speso il loro tempo in nostra compagnia e hanno dimostrato affetto e ammirazione per Bruno.

LIN

#1 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Rubrica di Libri e Natura

Non esiste un termine italiano per indicare quella speciale connessione tra scrittura e natura che, in America, prende il nome di Nature writing. Ci riferiamo a quella parte della narrativa, della poesia, della saggistica ispirata o dedicata alla natura. Il focus non è più, necessariamente, sulla vicenda individuale, ma sulla storia naturale, sugli ambienti e i suoi abitanti (non necessariamente umani), anche prima che il narratore-osservatore entri a farne parte.

Ne abbiamo già parlato all’interno della nostra rivista https://fiorivivi.com/2022/10/12/r-le-storie-dautore-6/

Ma per praticità, riportiamo una interessante divisione per macroaree, ispirata dal teorico Thomas J. Lyon (This Incomparable Land: A Book of American Nature Writing, 1989):

  1. Letteratura scientifica (e botanica) sul mondo naturale e sulla storia naturale
  2. Scrittura di esplorazione, viaggio, avventura, e vite solitarie in luoghi naturali
  3. Riflessione filosofico/meditativa/sociale/giuridica sulla natura e sull’effetto che provoca nell’uomo

Vogliamo quindi dedicare questa rubrica a testi particolari, che richiamano la Natura in modi differenti e ne evocano la sua sacralità. Non è un caso infatti la data che abbiamo scelto per pubblicare LIN. Ovidio racconta che il 27 Marzo, a Roma, a partire dal 205 a,C. nel punto in cui il fiume Almone confluiva nel Tevere, si svolgeva una cerimonia, la Lavatio Matris Deum,  durante la quale venivano lavati la pietra nera simbolo della dea Cibele (antica divinità anatolica venerata come Magna Mater, dea della natura, dei luoghi selvatici e degli animali) e gli oggetti sacri del suo tempio sul colle Palatino.

#1 Mary Hunter Austin

Scrittrice, femminista, naturalista, mistica, studiosa delle culture delle popolazioni native.

Del 1903 è il suo bellissimo The Land of Little Rain, (oggi tradotto in Italiano da Nova Delphi Libri, 2023 ) una serie di riflessioni ambientate nel deserto californiano, in cui trascorse moltissimi anni. Attraverso le sue parole scopriamo un luogo nuovo, inedito, per la prima volta descritto come pieno di vita.

Il rapporto che la Austin instaura con la natura è fortissimo, totalizzante, a tal punto da influenzare la sua idea del mondo e della vita. Nel suo scritto autobiografico, Earth Horizon del1932, svelerà come la Natura abbia cambiato per sempre il suo pensiero e la sua scrittura.

 C’era una pietra c’era una pianta di digitale ai piedi della bambina e un’ape che sonnecchiava all’intorno, e ancora oggi posso ricordare l’immediata consapevolezza dell’inclusione di ciascuno nel tutto — io e loro e loro in me e tutti noi racchiusi in una calda e lucente bolla di vita[…]
Non ho mai saputo quanto sia durato questo momento ineffabile. Si è rotto come una bolla al canto improvviso di un uccello, il vento soffiava il mondo era lo stesso di sempre, solo mai del tutto uguale. L’esperienza così vissuta è stata la sola realtà costante della mia vita.

M. Austin, Earth Horizon (1932), University of New Mexico Press, Albuquerque 1991, p.371

Fiori Vivi segnala e ringrazia:

Il Parco archeologico dell’Appia antica per averci mostrato oggi il fiume Ammone.

Foyles Bookshop

(107 Charing Cross Rd, London), per averci illustrato la bellissima sezione dedicata alla Natural History Essays, ovvero a quella parte della ricerca diretta alla descrizione degli elementi vitali e della struttura sociale delle varie specie. Questa disciplina incrocia ambiti differenti, come le scienze naturali, la biologia, la botanica, la zoologia, la paleontologia e la geologia. Ma la libreria Foyles ha voluto inserire anche testi che riguardano la letteratura legata alla Natura in generale. Questi libri mappano le connessioni intime tra il mondo umano e quello naturale. I naturalisti letterari trascendono i confini politici, le preoccupazioni sociali e gli ambienti storici; parlano a nome di quelle che Henry Beston chiamava le ‘altre nazioni’ del pianeta. Il loro messaggio acquista più peso e urgenza man mano che i luoghi selvaggi diventano sempre più scarsi.

La libreria Le Storie, in cui poter trovare tutti i libri, nuovi e usati, di cui parliamo.

Per questo primo numero, Stefania Stefanini, libraria e poetessa, ci suggerisce Caterina Kolosimo, Il libro della piante magiche, Mondadori 1977.

Per duemila cinquecento anni ero stato spettatore silenzioso e immobile degli eventi umani: le stagioni si erano susseguite alle stagioni, portando cambiamenti sconvolgenti, e lui aveva osservato tutto con l’occhio del vecchio saggio, senza giudicare, accettando ogni cosa passivamente: la natura segue il suo corso, coinvolge uomini, animali e piante in un disegno che non si può ostacolare.

NATURA IN CITTÀ: dalla concettualizzazione alla collettiva fotografica

La relazione tra Natura e contesto urbano ha subito nel tempo innumerevoli cambiamenti, e ciò che prima si presentava come una semplice contrapposizione dialogante, si è trasformata in una lotta. L’urbanizzazione continua e il suo impatto sulla natura influenzano l’ambiente e le persone che lo abitano.

Nel tempo

All’inizio infatti lo spazio della natura nella città storica era circoscritto e non investiva il tessuto urbano. Nell’antica Roma per esempio i boschi, le passeggiate, i giardini e gli horti erano subordinati a edifici pubblici. Solo successivamente tali zone verdi cominciano ad assumere un ruolo autonomo. Durante le grandi trasformazioni del settecento e dell’ottocento, con la rivoluzione industriale e la crescita demografica esponenziale, muta l’assetto della città, si cancella la separazione tra dentro e fuori le mura storiche e si rende necessaria una pianificazione. Solo in tale contesto infatti la natura diviene elemento di organizzazione urbana e il verde, oltre alla sua funzione estetica, comincia ad assumere finalità differenti: tecnico-funzionali e sociali.

Oggi si assiste a un ulteriore passaggio critico, in cui la natura, dopo anni di suo utilizzo forzato come fosse un oggetto d’arredo, si ribella alla città e si re-impone con le proprie dinamiche e i propri sconfinamenti. La necessità infatti è quella di ricreare un nuovo mondo urbano in cui far convergere aspetti contraddittori. Da un lato infatti la natura è oggi parte fondamentale della pianificazione edilizia, in cui parchi, giardini, zone verdi vengono costruite ad hoc per la città che si espande verso le periferie nel tentativo di inglobarle e colonizzarle; sparisce la natura naturans e se ne sostituisce una differente. Dall’altro la natura sconfina, riappropriandosi del proprio spazio, delle proprie dinamiche, non ordinabili secondo i dettami della costruzione cittadina.

Una riflessione collettiva

Per riflettere su queste tematiche ci siamo affidati all’arte, alla fotografia nello specifico, indicendo il primo concorso fotografico in collaborazione con la libreria-casa editrice Le Storie, da sempre sensibile a tematiche socio-culturali. La fotografia infatti gioca un ruolo attivo nei processi di trasformazione del terreno urbano, rivelando verità nascoste e ritrovando un ordine all’interno del caos. La narrazione fotografica diviene testimonianza attiva di un rapporto mutato tra natura e città, nonché metafora del ruolo attuale dell’uomo nel contesto vivente. Gli artisti che hanno partecipato al concorso hanno saputo raccontare, attraverso uno sguardo personalissimo, la mutata relazione tra artificio, natura e socialità, concorrendo tali elementi tutti a creare il tessuto comune del nostro vivere e invocare una nuova consapevolezza circa gli spazi che abitiamo.

Il concorso Le Storie-Fiorivivi

I nove finalisti del concorso Le Storie-Fiorivivi, attraverso i loro scatti, hanno dato vita a una mostra collettiva in cui, con sfumature differenti, ci hanno svelato un rapporto difficile, contraddittorio e solo a volte compenetrabile tra natura e città. Il loro sguardo, scomponendosi in sfumature di senso differenti, ci obbliga a riflettere sul processo di interazione tra città, uomo e conservazione della natura, catturandone l’aspetto problematico ma soprattutto illuminando la poesia che il mondo rifrange.

Mostra fotografica: Natura in città

Gli artisti: EDOARDO AMATI, SPARTACO COLETTA, LUIGIA DE CRESCENZO, MILENA DE MATTEIS, BRUNO DI BENEDETTO, GABRIELE GALLETTI, FEDERICO MANCIOCCHI, BARBARA RUBINO, GIADA ZACCARDI

Ognuno degli artisti ha colto un aspetto del problema, ha focalizzato l’attenzione di tutti su un particolare, con creatività e talento. È stato davvero difficile il ruolo della giuria nel decretare i vincitori, perché tutti i lavori presenti alla mostra avevano una loro precisa identità artistica.

«Questa sera vogliamo omaggiare i fotografi. É stato difficile perché ogni foto dei finalisti regalava emozioni. Un piacere per gli occhi. È solo una classifica, nulla di più.» Francesca Consoli, presidentessa della giuria.

PRIMO CLASSIFICATO: Bruno Di Benedetto

“Colombi” Trastevere 1973

Un volo, un attimo, poi tutto cambia. Non sempre gradita, la presenza dei colombi nel centro storico di una grande città può avere, a volte, valenze estetiche e poetiche.

Motivazione: «Questa foto ha stimolato in noi giurati speranza. Con i suoi colombi Bruno Di Benedetto ci ha regalato un sogno, la speranza che anche in una città piena di cemento, ci sia ancora spazio per il volo di colombe, simbolo in questo scatto di apertura, di fantasia, dell’essenza della natura.» Francesca Consoli

SECONDO CLASSIFICATO: Barbara Rubino

Natura umana e frutta in città

Mercato di Al Salt (Giordania). Esiste una naturale necessità dell’uomo urbano, che vive tra asfalto e cemento, di avvicinare a sé i frutti della natura, per circondarsene, appagare i propri sensi, nutrirsene.

Motivazione: «Il lavoro di Barbara Rubino rispecchia molto la tematica del contest. Ci è piaciuta la simmetria, questo clima pacato e di tranquillità che trasmette la foto, non perdendo di vista la tematica della natura. Una foto piena di colori in cui la “natura” viene sradicata, le mele trasportate dal Südtirol alla Giordania, ma sapientemente organizzate dall’uomo, utilizzate per nutrirsene. La foto rileva un connubio e un equilibrio interessante.» Davide Terrana

TERZO CLASSIFICATO: Spartaco Coletta

Falsa relazione tra uomo e natura

Trastevere, Roma. La grande forza della natura consente alla pianta di crescere ricevendo un’acqua “virtuale”. Verità e artificio ridescrivono il rapporto tra natura e città.

Motivazione: «Abbiamo cercato di attenerci al tema, cercando di capire quale fossero le foto più aderenti al tema e quindi la selezione finale è stata frutto di un insieme di estetica e contenuto. Abbiamo scelto Spartaco Coletta, perché il suo scatto, evidenziando il connubio tra artificio e natura, espresso dalla pianta e dal murales, appare il più aderente al tema.» Flavia Sorato

Menzione speciale Roma: Gabriele Galletti

La natura in città: il presente

La natura in primo piano sembra voler ri-occupare la scena che le è sempre spettata, e che in passato è stata adombrata da ciò che oggi è archeologia urbana: il gazometro.

Motivazione: «A Gabriele Galletti va il premio speciale Roma, per aver saputo fondere con grande sensibilità la natura, il Tevere, e l’archeologia moderna, il Gazometro.» Sandro Diotallevi

Gli altri scatti della mostra

Edoardo Amati

City, water and fire

Reykjavik, ore 23.45. Nel momento che precede il tramonto estivo islandese, un fenomeno naturale inonda di fuoco e riflessi il tranquillo lago cittadino. La natura si illumina a dispetto della città.

Luigia De Crescenzo

Una “stanza” tutta per sé

Una lettrice nel Jardin Botânico de Lisboa, una dimensione quasi sospesa tra piante e vegetazione provenienti da quattro angoli del mondo, riparo dai rumori e dalle interferenze della vita cittadina

Milena De Matteis

Natura costretta

La foto fa parte di un unico lavoro fotografico volto a evidenziare il fragile equilibrio tra natura e paesaggio urbano. Una convivenza sempre più difficile in una città come Roma, dove la vegetazione è sempre confinata in spazi urbani sempre più angusti.

Federico Manciocchi

Eclissi animale

Il controllo della città sulla natura rappresenta un grave ostacolo, ma le superfici urbane non mutano le abitudini dei cacciatori notturni. Al di sotto di un raggio lunare, dettagli di entrambi i mondi.

Giada Zaccardi

Umana_mente

Un albero artificiale nel quartiere industriale Ostiense, a Roma, mostra come la natura in città non incontri più limiti. La riproduzione umana della natura si fonde e confonde col contesto urbano.

Fiori vivi ringrazia:

Le Storie libreria-casa editrice, per la collaborazione e per aver messo a disposizione lo Spazio espositivo. In particolare Stefania Stefanini e Alessandro Zangrilli.

I tantissimi artisti, professionisti e non, che hanno aderito all’iniziativa inviandoci i loro preziosi lavori, i nove finalisti, la giuria, i vincitori e tutti coloro che hanno visitato la mostra.