di Gilda Yoko Diotallevi
Libereso Guglielmi, naturalista, scrittore, disegnatore, nasce a Bordighera il 20 aprile 1925 e passa tutta la sua vita a contatto con la natura. Fin da piccolo vive in simbiosi con essa, ne percepisce la parte selvaggia e ‘panteistica’, per poi passare a conoscerla in modo sistematico. Studia, si perfezione, indaga ogni nuovo sistema, per ridare alla sua conoscenza non una accezione puramente scientifica, ma un livello di consapevolezza maggiore.
«A me non piace dirmi botanico; se mi dici giardiniere io sono felice.»
Cresciuto in una sorta di colonia agricola di natura anarchica, segue il padre sulle montagne, lavora con lui negli orti, comincia a conoscere piante e giardini. «A dodici anni avevo cominciato con mio padre- le basi- e da allora non ho più finito.»
Poi un incontro che segnerà l’inizio della sua carriera, quello con Mario Calvino, il padre di Italo. «Io sono stato per lui un po’come un figlio, perché i figli se ne fregavano della botanica, e io invece la mattina partivo con lui, passavo davanti a casa mia e andavamo su a San Giovanni, una piccola borgata di montagna dove lui, in mezzo agli uliveti, aveva creato un grande giardino, uno dei più bei giardini botanici che esistesse. […]io sono sempre vissuto così: tutte piante nuove, sempre esperimenti; ogni giorno…»
Proprio da Calvino riceve una borsa di studio da giovanissimo che gli permetterà di formarsi, imparare un metodo «Io sono nato ricercatore, con Calvino, ho nella testa proprio la ricerca» e avere competenze tali da portarlo a lavorare all’estero. In Inghilterra, mentre era assistente capo giardiniere al giardino botanico di Myddelton house studierà farmacognosia, conoscerà sua moglie, girerà ancora l’Italia, per ritornare poi nella sua città natale. E al di là delle avventure e degli incontri incredibili che Libereso farà, ciò che colpisce di lui è la sua filosofia. Attraverso le sue parole si evince come quel rapporto personale che ha fin dalla sua infanzia stretto con la Natura, gli abbia permesso di avvicinarla, di saperla ascoltare. «Vivendo a contatto con le piante, anche io sono una pianta. […] per me, Dio è il Sole.»
«Il vecchio Calvino, sai, a me ci teneva perché diceva che io ero molto vicino alla terra, perché mio padre mi ha sempre insegnato ad amare la terra come una madre. Madre natura era la prima madre…»


Come un diario
I discorsi con Libereso, i suoi racconti, sono un susseguirsi di immagini precise di piante e fiori. Attraverso di esse ricostruisce la sua vita, e ricompone i suoi ricordi. E così per parlare dell’estate in cui nel 1940 iniziò come giardiniere a villa Meridiana, descrive il Calochortus, una pianta gialla, che gli Incas chiamavano Fiore-farfalla. O per descrivere la sua infanzia visualizza castagne, fichi, mandorle che raccoglieva al mattino presto nel bosco in tempi di guerra. Come un diario privato fatto di immagini botaniche, Libereso pensa, ricerca e disegna piante come fossero mappe di una vita intera.


«Sono le piccole cose che creano il mondo, non è il grande, il grande sai è una cosa che ingombra, invece la piccola cosa è dentro tutto però ingrandisce.»
Attraverso le metafore delle piante, il loro funzionamento, Libereso studia se stesso e la natura umana. Come un infinito esperimento sui meccanismi nascosti, partendo dal seme, dal piccolo, sviluppa il pensiero complesso, interiorizzando il processo e assimilandolo ai sentimenti umani. Per lui tutto deve partire dalla libertà, dalla possibilità. E l’osservazione attenta della natura gli permette di andare a fondo alle cose, oltre la superficie, lì dove il terreno cambia aspetto ma sempre per un motivo preciso. La dimensione panteistica che sentiva da piccolo giocando per le montagne e i fiumi l’ha influenzato a tal punto che la sua stessa capacità di pensiero presuppone lo spazio, l’apertura.
Io credo che l’uomo deve avere un pensiero enorme, una grande vastità di pensiero, per girare, spaziare, vero? E non avere paura, perché se tu hai paura di quello che puoi incontrare nei tuoi spazi, sei finito.
Il valore del giardino
Per me il giardino è parte di noi, e dunque dovrebbe essere parte della natura[…] il giardino deve essere uno spazio dove tu trovi tutto, dove c’è l’armonia della natura…senza allontanarsi troppo da essa. …per me il giardinaggio è parte della natura.
Preziosa questa sua prospettiva di sentirsi parte stessa della natura. Come un elemento naturale, sottoposto a processi chimici, l’uomo cresce e si espande, non in maniera predatoria ma come sviluppo della sua stessa identità. Non diminuisce certo il valore dell’umano se esso si riposiziona in una dinamica ecologica. Anzi, sostiene più volte Libereso, proprio in questa maniera l’essere umano riesce a pensare. Il giardinaggio è parte della natura, e l’uomo può sentirlo.
Per quello che sono vegetariano, perché vivendo a contatto così con le piante, anche io sono una pianta.
E l’accoglie pienamente, in ogni suo aspetto, così come accoglie la vita stessa.
Io pianto con le mani… Io cerco il contatto: sentire la terra, io sono figlio della terra, figlio del sole, figlio dell’acqua, non ne ho repulsione come qualcosa di sporco… io sono parte della terra e poi tornerò alla terra.
Ma prima di quel momento, come un continuo esperimento, la vita deve essere vissuta, scoprendone sempre aspetti nuovi e soprattutto espandendo se stessi oltre la singola contingenza. E così, nonostante In complesso il mondo è tutta una cosa che devi scoprire, e più scopri, più ti accorgi di non avere scoperto un accidente, è pur vero che noi, come piante, ogni giorno assistiamo un cambiamento, a una variazione dovuta da fattori esogeni ed endogeni. Ogni giorno nasco, ogni giorno muoio. Domani non sono più io, sono un altro e sono felice di esserlo.
Quello che io ho cercato di fare è rubare il più che potevo alla vita… tutto quello che fai deve essere diverso da quello che hai fatto il giorno prima. Io nasco e muoio ogni notte, all’indomani mattina rinasco, ma per rinascere devi avere qualcosa di nuovo. Non si può vivere in un mondo che hai già vissuto, così io me lo creo o me lo cerco.


La prospettiva di Libereso è quella dello yogi, che non si assoggetta a nulla. Quando per lui lo spirito comanda la materia allora non sei più schiavo di nulla. Ma ciò che più affascina delle sue idee è il fatto che per lui la forma è l’anima. Spesso vediamo distorto, riflesso in uno specchio e le pianti ti insegnano di come invece gli elementi vitali, come l’acqua, il sole, il nutrimento cdella loro anima incida sulla loro forma.
Io penso che ogni tanto tu dormi e c’è un seme che ti casca vicino ed è un pensiero nuovo che nasce. Non c’è nulla che sia più bello di un’altra cosa, il valore dell’uomo è quello di trovare nel nulla le cose belle. In complesso il mondo è tutta una cosa che devi scoprire, e più scopri, più ti accorgi di non avere scoperto un accidente.
Gilles Clémens
Sebbene siano uomini molto differenti tra loro, la filosofia del giardino di Libereso ricorda molto da vicino un altro pensatore della natura : Gilles Clément. Biologo, entomologo e paesaggista, nonché autore di saggi, Clément teorizza ciò che invece Guglielmi racconta e trasmette attraverso la sua esperienza diretta. Eppure in modo sorprendente condividono i punti cardine delle loro visioni: per entrambi il giardiniere non è mai un dominatore della natura, è prima di ogni altra cosa un osservatore attento, capace di accompagnare il “volere” delle piante stesse, la cui crescita e il cui sviluppo a volte selvaggio rappresenta una risorsa sia dal punto di vista della bellezza che della biodiversità.
«Faire le plus possible avec, le moins possible contre.» «(Fare il più possibile con la natura, il meno possibile contro di essa.)
Libereso infatti, dall’umiltà della sua posizione di uomo vicino alla natura, con il suo approccio diretto e viscerale con la terra ha anticipato, attraverso la pratica, molte idee oggi considerate innovative, segnando un dialogo inatteso tra la tradizione italiana del giardino e le nuove prospettive del pensiero paesaggistico contemporaneo. Proprio nell’opera più famosa di Clément, Il Giardino in movimento, pare echeggiare la voce solitaria di Libereso quando parlava tra sé e sé immerso per ore nell’osservazione della natura. Nel testo infatti viene proposta una visione del giardino come di un organismo vivo, in continua trasformazione, in cui il giardiniere interviene con operazioni minime, sfruttando quelle risorse biologiche, quelle energie già presenti nel luogo.


In altre parole Clément pare aver formalizzato ciò che Libereso aveva già incarnato nella sua pratica quotidiana. La sua anarchia botanica rifiutava il controllo ossessivo sulla natura, l’uso di veleni in agricoltura e il consumismo, che combatteva proponendo l’integrazione nell’alimentazione di erbe spontanee e fiori di campo ricchi di principi nutritivi. E prediligeva la crescita spontanea delle piante, anche di quelle che provenivano da continenti diversi, trasponendo nell’idea del giardino l’utopia di un mondo senza frontiere.
La tradizione esclude dal giardino tutte loe specie viventi, animali e vegetali, che sfuggono al controllo del giardiniere. L’avvento dell’ecologia sovverte questa visione. Per principio, si interessa alla natura nel suo insieme e non al giardino. Tuttavia, il giardino è fatto di natura. Uccelli, formiche, funghi, insetti e semi non riconoscono le frontiere che separano il terreno sottomesso a regime poliziesco e quello selvaggio. Per loro, tutto è abitabile.
Dai testi di Clèment si comprende come anche per lui il giardinaggio sia un atto politico, una forma di resistenza contro l’omologazione dell’ambiente e la riduzione della natura a capitale consumistico privatizzato e sterilizzato.
Piet Oudolf
Sorprende ancora oggi la conoscenza botanica enciclopedica di Libereso, di un uomo vissuto in simbiosi con la natura, la cui osservazione quotidiana e l’esperienza diretta lo hanno reso un narratore della natura capace di parlare il suo stesso linguaggio. Anche a confronto di molti paesaggisti e giardinieri contemporanei però è la sua visione filosofica a essere davvero sovversiva. L’educazione libertaria avuta fin da piccolo, la scelta di essere vegetariano e pacifista ha intessuto il lavoro con la vita, permettendogli di coltivare con rispetto. Non c’era dominio da esercitare, ma uno spazio vivo da cui imparare, favorendo le relazioni tra specie più ricche e piante spontanee, gli “inermi” come chiamava le erbe considerate infestanti, dando così spazio alla biodiversità. Su questo aspetto anche un altro pensatore si avvicina molto all’idea di Libereso, il famoso paesaggista olandese Piet Oudolf che costruisce i suoi giardini partendo dall’idea di comunità vegetale: le piante infatti non sono elementi isolati ma convivono, competono e si sostengono.


Le piante non sono oggetti singoli, ma esseri viventi comunitari che stabiliscono reti e strategie di sopravvivenza legate al luogo. Nel giardinaggio naturalistico non pensiamo più in termine di singole piante isolate messe vicine per decorazione, ma progettiamo comunità vegetali in cui i componenti di ogni specie – come crescono, come si diffondono e come muoiono – si sostengono a vicenda proprio come accade in un prato selvatico o in una prateria.
«In natura le piante non vivono mai da sole, isolate, ma in gruppi, in comunità, aiutandosi l’una con l’altra. Il prato inglese è una violenza, è come un condominio dove nessuno si parla. Un giardino deve essere un’associazione, una mescolanza dove ogni erba ha il suo posto e il suo compito.»









































































































































