Quer pasticciaccio brutto de la targa

Lo scrittore e critico letterario Dario Pontuale ci conduce per un quartiere storico di Roma che, nel testo simbolo di Carlo Emilio Gadda Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, ne diviene teatro di posa. Quando Gadda comincia a scrivere il libro, nel ’45, pur essendo stato a Roma dal ’31 al ’33, si documenta sui libri del touring club, consegnandoci tra le righe della vicenda una guida vera e propria della città.

Via Merulana: Riattivando in parte un tracciato di epoca classica, Gregorio XIII aprì questo rettilineo tra S. Maria Maggiore e S. Giovanni in Laterano, lasciandone il completamento a Sisto V. Subito all’inizio della caotica arteria (è uno dei più importanti assi viari del tardottocentesco quartiere dell’Esquilino), leggermente appartato, è l’arco di Gallieno (che in realtà è la porta Esquilina delle mura Serviane ricostruita in età augustea e dedicata a Gallieno nel 262). Lungo la via, si incontrano il palazzo Brancaccio, il teatro Brancaccio e l’auditorium di Mecenate. Inevitabile associare il nome della via al “Pasticciaccio brutto” di Carlo Emilio Gadda. (Touring club italia)

Via Merulana 219. Quer pasticciaccio brutto de la targa

di Dario Pontuale

Eravamo rammaricati nel veder tanti turisti camminare con il naso all’insù per la strada e infine andarsene mogi. Restavamo dispiaciuti nell’osservare molti appassionati passeggiare lungo la via alla ricerca di un’indicazione introvabile poiché inesistente. Li vedevamo andar via con facce perplesse, piene di dubbi e interrogativi. Procedevano per un po’ su e giù per il viale, poi stanchi e sconsolati abbandonavano la ricerca. Qualcosa li accomunava tutti, però, avevano in mano un libro, un libro con le pagine consumate dalla lettura e che riponevano nella borsa con la stessa delusione di un innamorato non corrisposto. Un libro che nel titolo, non casualmente, riportava proprio il nome di quella via in centro così tanto trafficata: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Un titolo diventato storia e leggenda al contempo, insieme tradizione e avanguardia.

E un “pasticciaccio brutto” lo stava diventando per davvero. Ci si domandava come fosse possibile che a Roma, città zeppa di iscrizioni, lapidi e targhe, non apparisse un’indicazione qualsiasi a ricordare un libro celeberrimo.

Un’opera dalla quale nacque, nel 1959, un film diretto e interpretato da Pietro Germi, intitolato Un maledetto imbroglio e distribuito dalla Cineriz.

Sembrava una situazione inspiegabile, specialmente, in una metropoli nella quale a ogni angolo di palazzo compare un’iscrizione, in una città in cui fin dai tempi antichi tutto si commemora incidendolo su qualcosa. A Roma il numero delle iscrizioni, lapidi e targhe affisse é secondo soltanto alle buche, perciò risultava veramente incomprensibile quanto un capolavoro ambientato durante i primi anni del fascismo, e sceneggiato tra i sampietrini vicini al Colosseo, rimanesse dimenticato per troppi decenni.

Un’opera firmata dal milanese Carlo Emilio Gadda, cominciata quando ancora abitava a Firenze e pubblicata a puntate, con scarsa fortuna, nel 1946 sulla rivista Letteratura. Un romanzo che conosce il meritato successo, fortunatamente, ben undici anni dopo quando l’autore, sbarcato nell’Urbe come giornalista in Rai, s’imbatte nel famoso editore Livio Garzanti. Un’opera entrata nella narrativa novecentesca grazie a uno stile che mescola lingua nazionale, dialetti, gergo; una trama ricca di situazioni e personaggi; un intreccio poliziesco, non solamente, che mostra una Roma durante il tempo delle camicie nere.

Considerando tanta “grande bellezza” letteraria, allora, ci si interrogava su come fosse possibile che le gesta dello scaltro commissario molisano Francesco “Don Ciccio” Ingravallo, la sfortuna della derubata vedova Menegazzi, oppure il cadavere della povera signora Balducci potessero essere così brutalmente trascurate. Ce lo chiedevamo noi assieme agli sconsolati turisti e appassionati lettori che davanti al famoso 219, il civico del “Palazzo degli ori” luogo dove si svolgono molte delle oscure vicende, non trovavano un’iscrizione, una lapide, una targa, nemmeno una scritta di gesso sul muro. Nulla di nulla.

Fortunatamente la lacuna é stata colmata, il debito dopo anni ha trovato ricompensa grazie all’impegno degli Iosa, una famiglia dalle antiche radici romane e romanesche, che esattamente al 219 apre bottega, nel senso più sano del termine, già da qualche generazione. A chiamarli in causa, a sancirne la stirpe letteraria, ci pensa lo stesso Gadda che, in una delle tre diverse stesure dell’opera, durante le indagini di Don Ciccio, riferisce proprio di una tappezzeria. Dopo oltre settant’anni, prevedibilmente, qualcosa nell’architettura del palazzo è cambiata, infatti è stato chiuso l’accesso al cortile, spostato l’ingresso del “Palazzo degli Ori” al civico 215, mentre al 219 è rimasto il locale ancora occupato dal negozio di tessuti degli Iosa. Quello che più conta, però, é la traccia di memoria deposta per i posteri sopra a quel lembo di marciapiede a lungo trascurato. Ci hanno pensato gli Iosa a “marcare il territorio”, affannandosi affinché in quei pochi metri di asfalto campeggi chiara una targa ben avvistabile perfino dai passanti più distratti. Da qualche settimana Roma ha una nuova targa, finalmente, e può vantare un motivo in più per ammirarla, un motivo in più per difenderla dall’incuria.

Anche l’ingegnere e scrittore Carlo Emilio Gadda forse ne sarebbe stato orgoglioso, noi romani lo siamo di certo, profondamente convinti, per una volta ancora, che Verba volant, scripta manent.

Quer gran palazzo der ducentodicinnove nun ce staveno che signori grossi: quarche famja del generone: ma soprattutto signori novi de commercio, de quelli che un po’ d’anni avanti li chiamaveno ancora pescicani. Er palazzo, poi, la gente der popolo lo chiamaveno er palazo dell’oro. Perché tutto er casamento insino ar tetto era come imbottito de quer metallo…. Una di quelle grandi case dei primi del secolo che t’infondono solo a vederle, un senso d’uggia e di canarinizzazione: be’ il contrapposto netto del colore di Roma, del cielo e del fulgido sole di Roma.

Il palazzo dell’Oro, o dei pescicani che fusse, era là: cinque piani, più il mezzanino. (C.E. Gadda)

Fiorivivi ringrazia

Dario Pontuale: scrittore, critico letterario, bibliotecario. Per i suoi bellissimi lavori rimandiamo al sito www.stradariopontuale.com

La famiglia Iosa

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