La vecchia sede della libreria indipendente di Garbatella Le Storie, è il luogo eletto per l’incontro con una personalità eclettica: Sarah Mataloni, scrittrice, attrice e registra teatrale. Abbiamo conversato con lei e riflettuto sul ruolo del teatro, sempre vivo eppure sempre diverso.



INTERVISTA
Pur essendosi sempre dedicata a diverse forme espressive, quando, nello specifico, si è accostata al teatro?
S.M «Al teatro mi sono avvicinata davvero presto, una ventina d’anni fa, perché ho scoperto un laboratorio teatrale condotto da una insegnante molto brava, Fabiana Gariglio, che in qualche modo mi ha risvegliato il desiderio di ritrovare il contatto con me stessa e di esplorare un mondo interiore che la nostra quotidianità di solito ci fa seppellire. Almeno in alcuni aspetti. Quindi grazie a lei ho scoperto questa passione e poi, ovviamente, ho continuato la mia formazione con Paola Scotto Di Tella, che mi ha diretto in alcuni spettacoli, come la Casa degli Spiriti (di cui ha curato la regia e l’adattamento dal romanzo di Isabelle Allende) o più recentemente, Centocinquanta Rossetti (di cui ha curato l’adattamento teatrale dall’omonimo libro di Emiliano Clementi). Poi ho seguito diversi laboratori, fino a fondare io stessa una compagnia teatrale insieme a una mia collega, Lavinia, incontrata durante questo lungo percorso. Proprio con lei, per otto anni, abbiamo portato avanti diversi spettacoli romaneschi, scritti e interpretati da noi.
Da qualche anno sono concentrata maggiormente sulla scrittura, ma ho sempre mantenuto un legame con il palcoscenico.»
Secondo lei il teatro è una esperienza collettiva o è sempre e innanzitutto una esperienza intima, personale, con se stessi.
S.M «Parlo della mia esperienza personale ovviamente, e questa comincia sempre con una dimensione privata, perché c’è qualcosa che cerci di ‘contattare’ dentro di te. Cerchi un contatto con le emozioni nascoste o sepolte da tempo e con il dolore, con quei punti oscuri che ognuno di noi ha, e in questo senso l’esperienza è individuale. Poi, l’esperienza diventa collettiva quando tutte queste sfumature si incontrano con un gruppo e con la costruzione dello spettacolo stesso.»
A proposito di compagnie teatrali. A un certo punto decide di fondare proprio la sua.
S.M «Si, anche se sarebbe più corretto scrivere ‘fondiamo’, perché siamo in due, oltre a me c’è Lavinia Lalle. La compagnia si chiama l’Eco dei Sampietrini, incentrata principalmente su spettacoli in romanesco. Siamo attive dal 2013. Abbiamo realizzato due spettacoli in particolare, il primo, Roma: tra storie, canzoni, vizi e passioni ha girato per tanti teatri romani ma non solo, abbiamo girato l’Italia. Poi abbiamo rispolverato i classici, Cechov, ma in maniera originale, perché abbiamo lavorato su scritti dell’autore russo meno noti, come per esempio Nella Dacia, e ci siamo cimentate in diversi ruoli, come la regia. Ho voluto rischiare, era il momento, perché ne ero coinvolta ed ero particolarmente curiosa di capire come costruire uno spettacolo da un punto di vista diverso da quello in cui ero abituata a guardare il testo e a cercare l’interpretazione. Mi piaceva tantissimo studiare il rapporto che si sarebbe creato con l’attore, l’idea di tirar fuori il meglio dagli interpreti.»

Nella elaborazione dei vostri testi, non mi riferisco ai classici ovviamente ma alle altre partiture, ha contribuito anche alla fase della scrittura?
S.M «Sì, e ricordo con entusiasmo l’inizio della scrittura di Roma: tra Storie, passioni, vizi e canzoni e di Pasquinate Moderne. Erano testi che presero forma attraverso continui passaggi tra me e Lavinia, mia compagna anche di scena. Ognuna di noi alimentava e integrava la parte scritta dall’altra, fino a raggiungere un equilibrio e un testo che fosse uniforme. Per gli attori abbiamo anche fatto diversi casting: avevamo le idee precise sui ruoli grazie al lavoro di scrittura e quindi siamo riuscite a mettere in scena il nostro lavoro agilmente.»
Come è stata Sarah questa esperienza, intendo il passare dalla scrittura di un libro, il cui processo creativo che utilizza è personale, privato, a questa forma altra, a due voci? Non è sempre facile adattarsi ai processi creativi degli altri, ai loro tempi, al loro stile narrativo.
S.M «Non è semplice, è vero, ma in Lavinia ho trovato un’eccezione, un’ottima partner, perché lei e io in qualche modo ci completiamo. Al mio approccio più istintivo della scrittura, che forse viene da ciò che sento al momento, lei contrappone una forma forse più elaborata. In un certo senso ci integriamo e dove una non arriva c’è sempre l’altra. Abbiamo maturato una forma rara di incastro nella scrittura, nello stile e nel processo di arricchimento artistico… Ed è chiaro che quando ci si capisce a questo livello tutto risulta poi più semplice. Lei, poi, ha fatto anche altre esperienze teatrali, mentre io mi sono maggiormente concentrata sul processo di scrittura. L’esperienza di diversi anni fa, la ricordo come un processo di incastro e di arricchimento perfetto.»
Spesso nei testi teatrali il ruolo della donna è centrale, e può sorprendere se pensiamo ad esempio al periodo storico delle tragedie greche. Secondo lei è vero che il femminile nel teatro è stato più che altro una forma catalizzatrice, uno specchio della realtà maschile del mondo?
S.M «Sì, però ora un pochino la situazione sta cambiando, anche attraverso il teatro. Si va verso una integrazione del femminile nei ruoli. L’ultimo spettacolo su cui mi sono concentrata è quasi interamente al femminile, ne abbraccia interamente il mondo, l’elemento donna in tutte le sue sfaccettature.»
A proposito di teatro al femminile, quale testo, che ha portato in scena, tratta specificatamente questo tema?
S.M «Recentemente ho scritto assieme a Lavinia Dialoghi cosmici, l’incontro tra Valentina Tereshkova, la prima cosmonauta che andò nello spazio nel 1963 e una donna dei nostri giorni, Giada, la ” classica” influencer. Due personalità agli antipodi che riescono a trasformare le loro differenze in un arricchimento reciproco. Il loro dialogo sarà fonte di crescita e di evoluzione per entrambe. È come un viaggio esperienziale di consapevolezza e crescita che passa attraverso le donne. Al momento ne abbiamo fatto un reading, ma abbiamo intenzione di strutturarlo al meglio e di portarlo in scena.»

A tal proposito Eugene Ionesco sostiene che «Il teatro è come un grande specchio che ci costringe a vedere ciò che preferiremmo non vedere.» Questo aspetto lo percepisci nel teatro?
S.M «Questo è vero sia a livello di introspezione personale, quando cioè ti trovi a lavorare su un personaggio, perché ti puoi imbattere in verità scomode con cui devi fare i conti, che in un certo senso devi abbracciare per il tuo lavoro sul personaggio. Ma è vero anche a un altro livello, ovvero rispetto alle verità che vedono gli altri, perché quando sei sul palco hai la tua percezione, ma il pubblico ne ha una diversa, ha la sua. Delle volte questi due sguardi si incastrano, altre volte no e anzi c’è proprio una percezione divergente e sei tu a dover trovare il filo e a cercare l’equilibrio. Ci sono delle volte in cui il pubblico ti dice “a me è arrivato questo”. E ti sorprende, perché invece tu avevi un’altra intuizione e intenzione. Allora ti chiedi come mai a quella persona sia arrivata questa diversa sensazione. Ad esempio la Maria del mio ultimo lavoro volevo portasse dolore, rabbia ma che trasmettesse anche tenacia, resilienza, forza. Se il pubblico vede solo la rabbia ti chiedi come mai, magari perché c’è una parte oscura che si è inserita e che tu non riesci a controllare. Essendo sempre uno sguardo vivo quello del teatro e sul teatro, può accadere e, in fondo, è anche la meraviglia del teatro.»
Visto che parlava di verità, secondo lei la verità è rappresentabile a teatro?
S.M «Dipende. Se penso alla verità come realtà oggettiva, e mi baso sulla mia esperienza, è proprio ciò che ricerco quando interpreto un personaggio realistico, punto a un tipo di verità che sia a contatto con il pubblico, che magari ricerchi proprio lo sguardo del pubblico e l’empatia. Ma poi c’è un altro tipo di verità: l’estraniamento. Io attore mi estraneo da me stesso per ricreare qualcosa, di vero perché lo sento come vero, però nella realtà non viene percepito come reale. Ci si sdoppia in questo senso.»
È interessante questa prospettiva dello sdoppiamento, perché a volte l’attore deve quasi eliminare sé stesso per far posto al personaggio, a una dimensione che magari non gli appartiene del tutto, però in qualche modo si incastra dentro di sé in un’altra dimensione.
S.M «Questo è un aspetto davvero difficile dell’attorialità. Quando devi abbracciare una parte, che magari hai, ma tiri fuori poco, che non vuoi vedere…»
Non è facile psicologicamente mostrare una parte che magari in nuce si ha ma non si vuole esternare perché mette in difficoltà, crea disagio. Non a caso si dice spesso che il teatro sia anche una forma di lotta, di agone non con il pubblico, con l’esterno ma soprattutto con se stessi.
S.M «È proprio vero. Io questo l’ho sentito molto in questo ultimo spettacolo, che iniziava con i miei 6 minuti di monologo, sei minuti di contatto con il pubblico, a cui mi rivolgevo. Il mio era l’unico personaggio che guardava il pubblico in faccia all’inizio e alla fine. È, ed è stato, un agone. Perché chiaramente il pubblico non parla, ma tu sei lì esposta e percepisci tutto. In effetti in quel momento sei gettato… nella gabbia dei leoni. Le critiche vanno accettato e devono essere costruttive, ma non possono diventare un tormento, un’ossessione. Si accettano, ovviamente, ma a un certo punto si mette una linea di demarcazione tra te e ciò che dicono di te.,. altrimenti la sensazione è di essere solo in pasto agli altri.»
Il suo punto di osservazione Sarah è particolare, perché lei è una scrittrice, e questa per lei non è una attività secondaria, e il teatro si basa proprio sul testo, sulla parola. Nel suo spettacolo precedente però, quello in romanesco, c’erano anche momenti di canto e, in un certo senso, di movimento. Mi piacerebbe sapere che rapporto c’è tra la scrittura teatrale e la performance in generale, e soprattutto cosa intende per movimento nel teatro.
S.M «Il teatro è collegato a tutte le altre arti performative, il canto, il movimento scenico soprattutto. Il personaggio non è solo ciò che dice la parola, è anche il movimento impercettibile dello sguardo, i piccoli tic che ognuno di noi ha. È tutto legato, perché quando sei un personaggio, lo sei davvero. Non puoi staccare il gesto dalla parola. Nello spettacolo a cui ti riferisci abbiamo aggiunto il canto perché rispolveravamo un po’ tutta la tradizione romanesca, come Roma forestiera, Vecchia Roma, o Sempre, interpretata da Gabriella Ferri, canzoni amate da tutti coloro che apprezzano la cultura popolare.
Il movimento scenico è talmente importante, centrale, e hai fatto bene a richiamarlo, che lo scorso anno ho seguito un laboratorio di teatro danza diretto da Paola Scoppettuolo. Mi sono cimentata in una sorta di coreografia, e mi ha fatto bene sperimentarmi anche in quello, mi sono ritrovata per la prima volta a dovermi muovere seguendo passi di una coreografia su un palcoscenico.»

Fermo restando che il movimento faccia parte del teatro, così come il non detto del testo letterario, come regista preferisce un tipo di spettacolo più statico, improntato su una unica scena, una scenografia minimalista oppure è a favore di una dimensione più caleidoscopica.
S.M «Sicuramente più dinamica, io sono a favore di una dimensione più aperta, più libera. Non anarchica ovviamente. Invece la dimensione statica permette meno al pubblico di immaginare, di vedere anche altro, quello che c’è oltre. Per dimensione dinamica intendo anche dal punto di vista della regia. Magari la scenografia può essere anche scarna, essenziale, però ci deve essere quel quid, un qualcosa che faciliti allo spettatore il sogno. Allora lì c’è la vera magia.»
Quando deve interpretare un ruolo, si trova più a suo agio con qualcosa che ha scritto, o che comunque ha collaborato a scrivere lei, oppure preferisce lavorare su un soggetto, uno scritto classico già edito.
S.M «Nei miei spettacoli c’è sempre comunque una rielaborazione, anche dei testi classici. Sicuramente ciò che è scritto da me lo sento maggiormente, più che altro perché lo interiorizzo prima, da un certo punti di vista parto avvantaggiata. Però il sentire, l’interiorizzare qualcosa scritto da una altra persona o magari che ti è estraneo anche nel modo di concepire la scrittura, ti permette fin dall’inizio di trovare pregi o difetti, parti oscure e non, i bilanciamenti del testo. E quindi è come se allenassi cuore e mente ad andare più in profondità e da subito. Quello che hai scritto tu è come già interiorizzato e in un certo senso lo dai per scontato, anche se non dovresti.»
Questa fase antecedente allo spettacolo, la prima parte in cui si legge e interiorizza il testo, pensa sia solo una preparazione alla forma d’arte o anche una forma di cura del sé.
S.M «È esattamente entrambe le cose. Una forma d’arte e una cura del sé. È chiaro che poi gli aspetti si intrecciano e si aiutano a vicenda. La scrittura è antecedente, ma poi c’è la lettura davanti ad altre persone, l’altro attore, l’aiuto regista, il regista e chi in un modo o nell’altro abbraccia quel testo. E lì è il bello perché entra in scena una sfida ulteriore, prima con me stessa quando il testo lo scrivo, ma poi con gli altri quando si approcciano al mio testo.»
C’è un testo, un personaggio, un sentimento che vorrebbe rappresentare ma ancora non l’ha fatto.
S.M «Sì, la follia. Ne parlavo proprio con Lavinia questa mattina, anche perché il libro che sto scrivendo è incentrato non tanto sulla follia, quanto sulle dipendenze che sfociano nella follia. E in un certo senso è scritto per essere rappresentato anche a teatro. Quindi stavo pensando già ora, di farci anche una versione teatrale, proprio perché questo testo si presta molto. Mi piacerebbe rappresentare l’idea della perdita del controllo razionale, e vedere questo sentimento in scena. Ovviamente nelle sue varie forme, come l’ossessione per esempio, l’essere preso da un qualcosa da cui non riesci a liberarti e che poi diventa un trauma e dal trauma piano piano si rielabora in follia.»
Quando ha scritto questo romanzo aveva già in mente delle immagini, l’idea che sarebbe potuto diventare una sceneggiatura teatrale, oppure no?
S.M «Io alcune cose le vedo proprio. Vi racconto ciò che mi è accaduto questa estate. Ero su un autobus e mi sono messa a parlare, in modo del tutto naturale, con un ragazzo che mi raccontava che la madre era in una clinica per nuove dipendenze a Torino, perché attraverso lo shopping online si era giocata tutto il patrimonio familiare e loro erano rimasti da soli col papà. Una situazione tragica e anche un po’disastrosa da un punto di vista economico. Da questo racconto mi aveva colpito molto la questione delle nuove dipendenze. E nella mia mente sono cominciate ad apparire delle immagini, ho cominciato a fare dei sogni. A volte in me le idee partono proprio come dei sogni, ed è particolare, perché il sogno è qualcosa di non cosciente che elaboriamo in continuazione. Quindi partendo da una rielaborazione di immagini intrecciate del mio sogno sulle nuove dipendenze ho cominciato a costruire una trama, ho iniziato a buttare giù qualcosa di concreto e la storia si è costruita lentamente, un passo dopo l’altro. Ancora la sto perfezionando perché sono entrati in gioco personaggi secondari, sfumature umane diverse, perché mi ero concentrata sull’aspetto più crudo e profondo della follia e ho voluto invece aggiungere anche qualcosa di più leggero.»
Per concludere vorrei leggerle un’altra frase, questa volta di Tennesse Williams Il teatro è una forma di espressione che riesce a toccare le profondità più oscure dell’animo umano. E se vogliamo parlare di follia credo sia pertinente. Ma è anche il luogo dove il conflitto può venire risolto, sebbene raramente con una soluzione definitiva. Sottolinea come la soluzione non sia mai definitiva nella vita. Secondo lei il teatro riesce comunque a trovare il modo di risolvere quel conflitto? Non solo per chi lo fa ma anche per chi lo guarda?
S.M «La possibilità c’è, e dipende dal momento particolare che l’attore e lo spettatore stanno vivendo. Come dicevo prima, ciò che voglio esprimere penso di poterlo fare anche perché in quell’esatto momento lo sto vivendo, vivo una o più sfumature della follia. Magari chi mi guarda è in un momento diverso del suo processo evolutivo e quindi la legge anche in maniera differente. Gli arriva come allegria, eccesso, o come dolore profondo, quindi il processo può essere molto curativo, rigenerante, però non lo è mai in maniera definitiva, semplicemente perché anche l’essere umano non è mai definitivo, dipende dal momento storico che sta vivendo. Questa è anche questa la bellezza del teatro che è pura immediatezza.»
È il motivo forse perché continuiamo a vedere certi classici che già conosciamo a teatro o rileggiamo lo stesso libro nel tempo, perché quella soluzione non è definitiva.
S.M «L’altra sera parlavo proprio di questo con un caro amico. Appena uscito, nel 1999, avevo visto Una storia vera di David Lynch e lo avevo percepito in un certo modo. Mi aveva colpito e commosso soprattutto la storia, quella di Alvin Straight, un contadino dell’ Iowa che intraprende un viaggio su un trattore, un tagliaerba per andare a visitare il fratello malato. Adesso, con occhi più adulti, ne colgo sicuramente una profondità maggiore e maggiori sfaccettature, e qui parliamo di cinema. Nel teatro, ripeto, è ancora più percepibile perché subentra l’elemento dell’immediatezza.»
Non c’è niente di più della commedia e dei commedianti che rappresenti dal vivo e con maggiore immediatezza quelli che siamo e che dovremmo essere. Miguel De Cervantes
