Ogni comprensione è interpretazione

di Rinaldo Riccio

L’ermeneutica contemporanea trova in Gadamer la figura di maggior rilievo. A partire dall’idea heideggeriana della comprensione come elemento costitutivo dell’esistenza, egli sviluppa una teoria dell’interpretazione che non vuol essere soltanto un discorso tecnico sulle modalità del comprendere ma anche una teoria generale sull’uomo e sull’Essere. L’intento dell’ermeneutica filosofica di Gadamer è di mettere in luce le strutture trascendentali del comprendere poiché è attraverso di esse che si determina la comprensione. E chi comprende è l’Esserci. Ciò che comprende va oltre il compreso. Ciò che si comprende non è compreso solo attraverso il comprendere ma è già, in parte, compreso nel comprendente (trascendenza). Questo impianto concettuale nasce ed evidenzia la convinzione di Gadamer della inadeguatezza del moderno concetto di metodo per spiegare il procedimento proprio delle scienze dello spirito e la loro specifica esperienza di verità.

In Verità e metodo, Gadamer cerca di rispondere alla domanda su come sia possibile il comprendere, come comprendiamo e cosa. Ciò che costituisce il mio problema non è quel che facciamo o quel che dovremmo fare, ma ciò che, di là dal nostro volere e dal nostro fare, accade in essi e con essi. E si interroga sul modo in cui è/può essere possibile esplicitare concettualmente il senso di quella precomprensione originaria che Heidegger ha definito ‘struttura di anticipazione della comprensione’, per cui l’interpretante può accostarsi all’interpretato solo sulla base di precomprensioni o pregiudizi.

Il comprendere perciò non è più uno dei possibili atteggiamenti che fanno parte della prassi vitale del soggetto ma si rivela come il modo di essere dell’esistenza come tale.

Ripartendo dal titolo stesso dell’opera Verità e Metodo, che ne rappresenta un manifesto, Gadamer si domanda se la nostra pretesa alla verità contenga in sé, in assoluto, una qualche legittimità, se cioè la finitezza costitutiva della nostra comprensione renda per noi in assoluto possibile l’accesso alla verità. La nostra comprensione è vera o è verità? È vero ciò che comprendiamo? Cosa posso comprendere?

La dimensione del linguaggio

L’ermeneutica diviene una disciplina filosofica solo in quanto risale alle condizioni di possibilità della comprensione e dell’interpretazione, indirizzandosi verso la dimensione linguistica dell’esperienza. L’accesso al comprendere in Gadamer ha radice nell’ambito linguistico, e pone proprio il linguaggio al centro dell’interrogazione filosofica, «L’Essere, che può venir compreso, è linguaggio.» (Gadamer, Verità e medoto) Ogni esperienza ha una dimensione linguistica e la linguisticità attraversa ogni esperienza possibile, «L’anticipazione di senso che guida la nostra comprensione di un testo non è un atto della soggettività, ma si determina in base alla comunanza che ci lega alla tradizione. […] in continuo atto di farsi.» Gadamer, Op.cit.) Il secondo Heidegger (che in Essere e Tempo asserisce che I significati sfociano in parole) e Gadamer convergono nel pensare al linguaggio come casa dell’essere, e se il cammino del pensiero è eminentemente interrogazione del linguaggio con il linguaggio, tale interrogazione avviene sempre in direzione di quello che rimane non detto, impensato, nascosto. Se il linguaggio è il luogo primario della manifestazione dell’Essere e, dunque, della manifestazione della verità, tale manifestazione porta con sé la possibilità di un oblio, di un’ombra del pensiero che lo stesso Heidegger, con Gadamer, intende indagare.

Pre-comprensione

La condizione ontologica dell’interpretans pare complessa perché promana da una situazione, originaria, che non è in grado di padroneggiare. Ne deriva il controsenso relativo a un concetto di filosofia come scienza chiaramente inattuabile. L’Esserci è affidato alle possibilità limitate della comprensione, e la stessa comprensione richiede necessariamente di essere mediata da un’interpretazione. Quest’ultima poi e si trova sempre nel mezzo di una conversazione già iniziata, «L’ermeneutica non conosce un problema del cominciamento.» (Gadamer, Op.cit.), all’interno della quale ci si può tutt’al più cercare di orientarsi e di unire anche la propria voce a un dialogo che sempre lo precede: «I pregiudizi e le tendenze che occupano la coscienza dell’interprete non sono qualcosa di cui egli possa liberamente disporre. Egli non è in grado, di per sé, di separare preliminarmente i pregiudizi produttivi che rendono positivamente possibile la comprensione da quelli che invece la intralciano e portano al fraintendimento.» (Gadamer, Op.cit.) Una fondazione in termini scientifici di una ermeneutica filosofica pare insormontabile e ogni comprendere che si dispiega tra soggetto e oggetto si articola in uno spazio già pre-compreso, guidato da pre-giudizi, che sono espressione evidente della stessa costituzione storica dell’interprete e considerati da Gadamer come qualcosa di non necessariamente negativo. Rappresentano come tali una struttura fondamentale del processo interpretativo. Si fluttua ermeneuticamente tra prossimità ed estraneità verso l’oggetto conoscente. Appartenenza e distanziazione si alternano. La estraneità tra interpretans e interpretandum, sottolineata dalla distanza temporale, è dovuta all’alterità dell’interpretandum, che non è differenza, ma diversità. Secondo Gadamer, l’ermeneutica deve dare ragione del carattere insormontabile dei pregiudizi, deve intraprendere una critica dell’ideologia pur sapendo di non poterla mai definitivamente compiere.

La cosa del testo

Di fronte al peso del soggettivismo, la scelta dell’ermeneutica gadameriana è quella di spostare l’asse del discorso interpretativo dalla soggettività dell’interprete alla cosa del testo; nella teoria ermeneutica l’atto soggettivo non è quello che inaugura la comprensione ma, piuttosto, ciò che la conclude, l’atto terminale della appropriazione che fa propria (per il soggetto che interpreta) la cosa del testo, dispiegata dal testo stesso. La cosa del testo non diviene, nel processo di appropriazione, ‘cosa dell’interprete’ ma rimane in una sua peculiare distanza (temporale) e ciò fa sì che l’interprete, lungi dall’essere padrone del testo e del suo senso, si ponga sempre al servizio di esso. La distanza temporale non è come un abisso che ci si apre innanzi perché è riempita di altri eventi tra loro connessi e collegati al passato. La distanza storica è, in effetti, garanzia di comprensione in quanto ci aiuta ad allargare il nostro sguardo oltre l’attualità. Nella stessa appropriazione è, allora, implicita una sempre rinnovata distanziazione.

Pre-giudizio

«Ciò da cui il comprendere muove, è che qualcosa ci parla, ci interpella. Questa è la prima e suprema fra tutte le condizioni ermeneutiche. Sappiamo già che cosa, con essa, è richiesto: una fondamentale sospensione di tutti i propri pregiudizi. Ma ogni sospensione di giudizi, e quindi anche, e anzitutto, di pregiudizi, ha, vista logicamente, la struttura della domanda.» (Gadamer, Op.cit.) Per Gadamer tutto dipende dalla questione di riuscire a stabilire in modo corretto la fondazione della comprensione nella precomprensione. Sono i pregiudizi, come li definisce Gadamer, che in un contesto ermeneutico costituiscono anticipazioni di senso che guidano ogni nostro atto interpretativo; e che, però, possono rilevarsi corretti o sbagliati. E allora, il problema di una verità ermeneutica si rivela connesso alla possibilità di stabilire l’eventuale legittimità dei pregiudizi: «Chi vuole comprendere un testo, attua sempre un progetto. Sulla base del più immediato senso che il testo gli esibisce, egli abbozza preliminarmente un significato del tutto. E anche il senso più immediato il testo lo esibisce solo in quanto lo si legge con certe attese determinate. La comprensione di ciò che si dà da comprendere consiste tutta nella elaborazione di questo progetto preliminare…Chi cerca di comprendere è esposto agli errori derivati da presupposizioni che non trovano conferma nelle cose stesse.» (Gadamer, Op.cit.) Il progetto di legittimazione ermeneutico deve svolgersi esclusivamente all’interno dello stesso processo della comprensione poiché nella nostra finitezza non ci è dato di uscire dalla sua circolarità costitutiva.

Gadamer si muove nella direzione di una rivalutazione del pregiudizio, che come anticipato, non è necessariamente negativo. Il pregiudizio è un giudizio che viene prima e condiziona il giudizio e lo fa partendo dal significato originario, latino, del termine: praejudicium, che significava un giudizio formulato preliminarmente dal giudice e che consisteva nell’accertare i termini esatti della situazione prima di pronunciare la decisione finale. Pregiudizio non significa affatto giudizio falso. È un concetto che può rimandare a eventi positivi o negativi. In generale, i pregiudizi sono costitutivi della nostra storicità, rappresentano quel complesso orizzonte dei significati trasmessi entro cui ci muoviamo. per cui non possono essere semplicemente eliminati ma devono piuttosto essere messi in questione e valutati in base alla loro legittimità. I pregiudizi trasmessi dalla tradizione possono risultare legittimi. L’autorità della tradizione contiene dunque in sé la possibilità di essere positivamente depositaria di verità, pur non essendo, per Gadamer, criterio di verità. Un pregiudizio non acquista la sua legittimità per il fatto di essere un pregiudizio accettato attraverso l’autorità della tradizione. All’interno dell’essenziale finitezza della nostra capacità di comprendere possiamo affidarci ad alcuni indici di verità quali: la produttività della tradizione e, in particolare,della distanza temporale in relazione alla verità. Comprendere è sempre primariamente comprendere la cosa del testo e non l’opinione dell’autore. La comprensione può in assoluto avvenire in base a una certa comunanza tra i pregiudizi condivisi dall’interprete e quelli operanti all’interno di un determinato testo. La comprensione si gioca sempre all’interno di una polarità dialettica tra familiarità ed estraneità, condizione base, questa, del comprendere.  Il compito ermeneutico appare meno arduo nel caso in cui l’interprete e il testo siano separati dalla distanza storica e questo perché il trascorrere del tempo permette di distinguere tra le interpretazioni che hanno dimostrato una certa fecondità, che si sono imposte nel tempo, e le interpretazioni che non hanno invece retto alla prova del tempo.  Più volte Gadamer muove parole contro la tesi romantica di Schleiermacher, secondo cui la migliore comprensione è dovuta alla riproduzione, da parte dell’interprete, delle intenzioni inconsce dell’autore in quanto genio creatore.

Per Gadamer la questione di una comprensione migliore va sempre e innanzitutto riferita alla cosa stessa, che cresce nel tempo attraverso il dialogo ininterrotto delle successive interpretazioni.

«Non esiste certamente alcuna comprensione che sia libera da ogni pregiudizio, per quanto la nostra volontà possa proporsi di sottrarsi, nella conoscenza, al dominio dei nostri pregiudizi. Dall’insieme della nostra ricerca è risultato chiaro che la sicurezza fornita dall’impiego di metodi scientifici non basta a garantire la verità. Ciò vale in particolare per le scienze dello spirito […] Che nella conoscenza propria di esse entri in gioco l’essere stesso del soggetto conoscente è un fatto che indica in realtà i limiti del “metodo”, ma non quelli della scienza. Ciò che non è dato dallo strumento del metodo, deve invece e può effettivamente essere realizzato attraverso una disciplina del domandare e del ricercare, che garantisce la verità.» Gadamer rivendica per l’ermeneutica una essenziale pretesa di verità. Se è illusorio pensare di poterci del tutto liberare dai nostri pregiudizi, al cui condizionamento la comprensione non può mai definitivamente sottrarsi, tuttavia l’ermeneutica, in quanto disciplina del domandare e del ricercare, ‘garantisce’ la verità ermeneutica. Questo perché l’ermeneutica non è un metodo in senso scientifico e la verità che si dischiude al comprendere del comprendente non è una verità di tipo scientifico.

 La domanda finale

In che senso, allora, l’ermeneutica in quanto disciplina del domandare garantisce la verità? E attraverso quali vie dovrebbe compiersi per Gadamer tale processo veritativo? Contro la concezione strumentalistica del linguaggio, che lo riduce a un sistema di segni attraverso cui esprimere un mondo pre-linguisticamente noto, Gadamer sottolinea l’intrascendibilità del linguaggio, affermando che ogni nostra esperienza si risolve in un incontro linguistico. È in questo incontro linguistico l’approdo alla verità. L’Essere stesso è linguaggio, e può essere compreso proprio in virtù della sua natura linguistica. Da ciò deriva la coincidenza di Essere, linguaggio e interpretazione, che suggerisce l’idea di un auto-disvelamento dell’Essere nel linguaggio e nell’interpretazione. La verità diventa così eventualità (possibilità) extra-metodica, «Il comprendere è possibile solo quando colui che comprende mette in gioco i suoi propri presupposti.» (Gadamer, Op.cit.) La struttura dialogica della verità attiene a una totalità di significati organizzati dall’uomo e in cui l’impresa conoscitiva che determina la verità è sempre veicolata dal linguaggio e dalla storia, i due termini che definiscono le caratteristiche essenziali dell’esistenza e della comprensione. I concetti di coscienza della determinazione storica e di fusione degli orizzonti escludono, tuttavia, la possibilità di un sapere assoluto. Gadamer dichiara che l’uomo non può mai trascendere i propri limiti e la propria storicità in direzione di un sapere totale e concluso in quanto il nostro sapere storico-ermeneutico è, e rimane, strutturalmente parziale e costitutivamente aperto, cioè inevitabilmente finito. Pertanto, pur essendo d’accordo con Hegel nel sottolineare la storicità del nostro essere, Gadamer condivide la rivendicazione di Kant sulla finitudine del nostro sapere.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

H.G. GADAMER, Che cos’è la verità. I compiti di un’ermeneutica filosofica, Rubettino, Roma 2012; Verità e metodo, Bompiani, Milano 1992.

G. RIPANTI, Gadamer, Cittadella Editrice, Assisi 1978.

G. SANSONETTI, Il pensiero di Gadamer, Morcelliana, Brescia 1988.