Responsabilità. Festival Treccani della lingua italiana

Con interventi di Raffaella Scarpa, Carmen Lasorella, Lorenzo D’Avack

Il 24 e 25 maggio piazza Sauli, in zona Garbatella a Roma, ha ospitato la VIII edizione del Festival Treccani della lingua italiana, ideato appunto dalla Fondazione Treccani Cultura, con la collaborazione dell’Università di Roma Tre e l’VIII Municipio di Roma. Un appuntamento, ormai annuale, pensato per promuovere la riflessione di ognuno di noi su tematiche centrali per la vita e l’impegno politico-sociale.

La parola attorno a cui si è costruito il dialogo quest’anno è responsabilità.

Responsabilità (ant. risponsabilità) s. f. [der. di responsabile, sull’esempio del fr. responsabilité, che a sua volta è dall’ingl. responsibility]. – 1. a. Il fatto, la condizione e la situazione di essere responsabile. 2. La dote e la caratteristica di essere responsabile, di comportarsi responsabilmente.

In generale la responsabilità potrebbe essere definita come la capacità di dare una risposta o di essere chiamato in causa per le proprie azioni e le conseguenze che ne derivano. Per tale motivo questo concetto diviene centrale non solo verso se stessi ma verso la comunità. La nostra condizione di individui, in un sistema globalmente interconnesso, richiede una riflessione profonda sulle azioni e sulle conseguenze che esse apportano nelle relazioni. I grandi mutamenti contemporanei e la situazione di conflitto che il nostro mondo sta vivendo richiamano a una riflessione ulteriore non solo sulle cause ma anche sulle responsabilità che ognuno di noi ha e potrebbe avere. Per parlare di responsabilità inoltre risulta necessario comprenderne la ricchissima portata semantica, che spazia dalla dimensione morale e filosofica, fino a quella prettamente giuridica e sociale.

Gli interventi che si sono susseguiti in queste due giornate hanno indagato il tema sotto differenti profili (storico, artistico, letterario, linguistico), dimostrando però tutti un dato comune: la necessità di un richiamo alla nostra azione responsabile, come forma di spinta etica, di dovere civico e perciò politico. 

Proponiamo qui di seguito alcuni passaggi di tre interventi molto differenti tra loro, capaci di mostrare la varietà e complessità che il tema della responsabilità gioca nel nostro quotidiano.

Riflessioni su una lingua etica per la contemporaneità

Raffaella Scarpa

«La questione cruciale della contemporaneità è il rapporto tra responsabilità e linguaggio che si risolve in una questione preliminare, ovvero quanta coscienza abbiamo della lingua che parliamo o scriviamo e dei suoi effetti su di noi, sugli altri e sul mondo?»

Per la Prof.ssa Scarpa quindi il linguaggio quotidiano, ha un potere non solo nella comunicazione consuetudinaria, ma estende la propria portata nel mondo etico e morale. Centrale risulta perciò la coscienza linguistica, ovvero la consapevolezza circa la lingua che parliamo e scriviamo.

«Quando parliamo di lingua italiana […] sentiamo ripetere alcune questioni: da una parte il collasso delle competenze linguistiche. La lamentatio che non passi un bel momento, che le generazioni giovani hanno una struttura lessicale e della lingua sempre più povero, che l’uso della lingua è progressivamente impoverito e depauperato. Un altro tema è la demonizzazione dei forestierismi, in particolar modo dell’inglese. La nostra lingua compromessa da un uso esorbitante di terminologia straniera. Un altro elemento che torna nel dibattito pubblico […] è l’effetto delle lingue mediatiche sull’italiano parlato così come l’intelligenza artificiale, poi le questioni del genere, e il rispetto dell’appartenenza agli orientamenti sessuali. […] Approccio di stati d’allarme, denunce e proclami, con un minor impegno nella ricostruzione delle motivazioni, come se alla lingua si dessero delle indicazioni, non delle terapie. […] A tutti questi temi, importanti, non si affianca però quello che per me invece è il tema dei temi, ovvero la coscienza linguistica, ovvero l’annientamento, il crollo della percezione dell’oggetto lingua nelle nostre mani, attraverso un suo disconoscimento radicale. […] Con molta disinvoltura usiamo la lingua italiana nella comunicazione quotidiana, senza aver contezza di che strumento di straordinaria potenza abbiamo nelle nostre mani. Potenza che si può volgere in senso positivo e in senso negativo, uno strumento neutro che per essere usato con perizia occorre conoscere.

Quali sono gli elementi che hanno portato a questa neutralizzazione della coscienza di cosa sia la lingua nelle nostre mani. Per ora siamo ancora immersi nella cosiddetta società della comunicazione, passa il concetto che la lingua serva per comunicare. Riverbero dell’idea […] fortemente normativa della lingua (come Il torto è il diritto del non si può come diceva Daniello Bartoli). Dall’altro il fatto che la lingua sia un mezzo per trasmettere informazioni ci fa percepire la lingua come uno strumento neutro […] Nessuno ci racconta e istituisce nell’immaginario collettivo l’idea di lingua come strumento d’azione, cosa che invece è. Serve per cambiare la realtà, per far accadere cose nel mondo, […] generiamo cose, ovvero civiltà, effetti sulla realtà. La lingua è quindi una testimonianza di qualcosa, del soggetto che parla o che scrive, la natura delle cose del mondo, la storia. Fortini infatti diceva sempre che un uomo libero si riconosce da come chiede un bicchiere d’acqua a un cameriere. (Il modo in cui ci rivolgiamo a un’altra soggettività, lì dove l’altro non è sulla stessa linea ma sottoposto a noi, […]lì attraverso la lingua dimostriamo la nostra dimensione morale.) Fortini, come anche Pasolini, ma lui in maniera decisamente più militante, sottolineava che non ci vuole molto a capire di che pasta etica è fatta una persona, basta andare a un bar e osservare come si comporta chi pensa di avere a che fare con un suo sottoposto. Rispetto all’alterità attraverso toni, ritmo, volume, intonazione, scelta del lessico e della sintassi, meccanismi allusivi, ironia, ovvero elementi puramente linguistici e non di contenuto, noi poniamo l’altro in una posizione che può essere appunto dell’etica del soggetto e dell’alterità, oppure no.» 

L’assoggettamento attraverso la lingua, la lingua nei contesti di abuso domestico ha una importanza fondamentale, ma non perché offende o aggredisce, ma perché arriva a un livello tale di ricostituzione di una realtà alternativa e inesistente che mette la donna vittima di violenze in una posizione di chiaro assoggettamento in qualsiasi scambio quotidiano.

Quindi la lingua non è uno strumento di potere, è il potere stesso nella vita quotidiana.

Lo aveva perfettamente compreso Foucault quando diceva che chi vuole controllare gli uomini e le donne controlla in primo luogo il linguaggio. Perché controllare come la gente parla e soprattutto controllare la non coscienza linguistica, di parlanti e scriventi, significa fare una operazione di potere all’origine. L’immoralità della lingua non si vede chiaramente, […] la vera violenza linguistica è mite e passa sempre sotto traccia, quindi una educazione alla fortificazione della coscienza linguistica sarebbe centrale […] se ci fosse una educazione alla coscienza di questo mezzo straordinario (organismo vivo e poroso), scopriremmo la verità che è visibile attraverso gli indicatori linguistici e saremmo in grado di capire quando qualcuno ci sta truffando, ma è anche un indicatore di civiltà. Se fosse promossa una cultura della coscienza critica rispetto al linguaggio, parimenti alla cultura dell’uso delle grammatiche, attiveremmo automaticamente quelli che chiamo i sensori linguistici, alzeremmo i livelli di attenzione. Siamo in tempo di inconsapevolezza e passività nei confronti del mezzo che abbiamo per le mani, mezzo in cui siamo immersi peraltro quotidianamente.

La lingua è la nostro campo perenne di militanza attiva, ma questo non si dice mai.

Cambia tutto, perché non cambi niente? La responsabilità del giornalista

Carmen Lasorella

L’appassionato discorso della giornalista Carmen Lasorella parte dalla sua esperienza di inviata di guerra, per concentrarsi sulle criticità di un lavoro che sempre più vede il linguaggio, in realtà centrale, ridursi, valere sempre meno. La missione del giornalista senza il rischio insito nella responsabilità si annulla, perde di valore, si annienta.

«Questo è sicuro, la responsabilità ha un prezzo. Ma ci sono altre parole legate a responsabilità, da un lato la fiducia, (i cittadini hanno fiducia del sistema, del paese che deve garantire i diritti e le opportunità?), dall’altra l’indifferenza. Come mai il mestiere del giornalista sembra così annacquato? Il mestiere del giornalista e la sua responsabilità si respira nella formazione. Perché è legata alla conoscenza e alla coscienza. Posso avere la coscienza di dirlo a prescindere dal mio credo politico? Io avevo come modello Terzani, volevo fare il suo mestiere, viaggiare, ma non per il piacere di spostarmi ma perché mi piaceva toccare i fatti.  E i fatti vanno raccontati con le parole giuste, il papa ha detto disarmiamo le parole. […]

La responsabilità oggi è ancora più complicata perché deve attingere a tanti fonti, non solo quelle contigue ai fatti, ma anche quelle che passano nella blogosfera, facendo una selezione, cercando di arrivare alla radice. Informazione viene dal latino informatio, ovvero do forma, costruisco attraverso la conoscenza. Ma questo termine si confonde con informatica che invece viene da information automatique un insieme di dati messi insieme. La distanza è abissale.»

La responsabilità della ricerca

Lorenzo D’Avack

«Quando parliamo di ricerca abbiamo una infinità di temi: la gratuità, l’eticità, gli aspetti giuridici, la sperimentazione […] anche se centrale rimane la responsabilità, che in questo caso si declina nel senso dell’integrità della ricerca stessa.

In epoche passate a Galileo e Newton dobbiamo immaginare le sperimentazioni fatte senza strumenti alcuni e che questa loro personale ricerca non corrispondeva a nessun principio di integrità. Molto spesso si avvalevano di strumenti legati alla loro immaginazione. E poi non avevamo la possibilità di riscontrare che i dati forniti potessero essere scientificamente validi, ma l’intuito di questi geni compensava ampiamente certe carenze. Il primo filosofo scienziato che si è preoccupato dell’integrità della ricerca è stato Charles Babbage che lavora, pensa e immagina le sue sperimentazioni intorno al 1831. Si comincia a preoccupare, diversamente dagli altri, che la ricerca risponda a dei criteri di correttezza. “Bisogna evitare, nell’ambito della ricerca scientifica qualsiasi forma di falsificazione. Che si verifica quando si danno elementi favorevoli alla propria tesi e si escludono quelli generalmente negativi” […] l’addomesticamento dei dati è una forma di inganno che serve a rendere le proprie aspettative il più possibile accettabili, quando vi potrebbero essere invece situazioni non proprio certe. L’allarme per il ritocco, il lavoro di maquillage che si compie sui dati per farli apparire più sicuri di quanto non siano, oggi […] è venuto meno, si assiste a una forma di indebolimento nei confronti dell’integrità della ricerca. Uno dei motivi è che essa viene portata avanti non solo da istituzioni pubbliche ma anche da industrie o strutture private che fanno ricerca che quasi sempre vogliono ottenere risultati che si traducono in vantaggi economici. E allora si ha un po’ l’impressione che la scienza in qualche modo venga manomessa a favore della parte strettamente economica. D’altra parte la ricerca privata ha la sua importanza di essere, tanto quella scientifica svolta da istituzioni pubbliche. L’ altra ragione è che quando parliamo di risultati di ricerca scientifica siamo obbligati a pubblicare i risultati su riviste scientifiche (referee: equipe di scienziati che valutano la validità della ricerca). Il rischio è che da un certo lasso di tempo una maggior parte delle sperimentazioni vengono pubblicate su riviste che di scientifico non hanno molto poco. A volte i ricercatori addirittura pagano per vedere le loro sperimentazioni pubblicate e questo è un evidente indebolimento della correttezza.

[…] ecco perché tornano centrali i comitati etici, così come la registrazione di una sperimentazione in prospettiva: prima di iniziare si stabilisce che vi sia un comitato, una commissione in grado di valutare se sia opportuno o no portare avanti quella ricerca, se sia innovativa, se non violi i principi etici in linea con speranze e aspettative dei pazienti stessi. I regolamenti e linee guida da noi sono in ritardo, ma dal 2015/2016 ci avvaliamo di quelle tracciate dal CNR, dalla società Veronesi, che aiutano nel valutare la rispondenza o meno di una ricerca ai criteri di garanzia. La registrazioni quindi è legata ai comitati etici presenti in tutte le strutture universitarie, aziendali e in molti centri di sperimentazione (l’Università di Roma Tre ne ha uno per esempio), ma ancor più sono utili dove ci sono ricerche mediche. Capita infatti di dare indicazioni ai ricercatori, in modo che possano meglio approcciare alla sperimentazione, riportando così al centro l’integrità, e quindi la responsabilità.»

Fiori vivi ringrazia

Fondazione Treccani (e tutti i ragazzi che ne fanno parte e ci hanno accolto) https://www.treccani.it/fondazione/ Massimiliano Fiorucci (Rettore di Roma Tre) Massimo Bray, Amedeo Ciaccheri, Giancarlo Righini e Maya Vetri; Le Storie libreria e casa editrice (per averci ospitati); Lorenzo D’Avack, Carmen Lasorella e Raffaella Scarpa (per le loro parole ispiranti); Marco Gervasio; Gilda Yoko Diotallevi per aver seguito l’evento e tutti coloro che ci sono venuti a trovare.