Pietralata Post-Pasoliniana

di Angela Colace e Francesca Consoli

Pietralata è un quartiere periferico romano, sorto su un antico e vasto latifondo, da cui prende il nome latino (prata lata, grandi prati). Un luogo importante, simbolo della resistenza romana nel periodo della seconda guerra mondiale, che la nostra memoria storica lega inevitabilmente all’epica pasoliniana del sottoproletariato di Ragazzi di vita e di Una vita violenta. Nonostante infatti il quartiere sia stato raccontato in altri libri, pensiamo a La Storia di Elsa Morante o ai Racconti romani di Alberto Moravia, e abbia fatto da scenario a innumerevoli film, primo tra tutti l’Onorevole Angelina di Luigi Zampa, dobbiamo a Pasolini l’aver suggellato nel nostro immaginario la sua visione di tragicità e bellezza. 

Una vita violenta

di Angela Colace

Una vita violenta è unanimamente riconosciuto dalla critica come uno dei romanzi più importanti del dopoguerra italiano. Il suo autore, Pier Paolo Pasolini, ha subito e subisce tutt’ora, ragionevolmente o meno, un giudizio che travalica i confini della letteratura e riflette la percezione morale del lettore e, soprattutto del non lettore. Non è raro che i più crudi giudizi morali, non quelli sorretti da un percorso logico e comparativo, ma quelli più prossimi alle ordalie divine, siano spesso propri dell’incolto. Certo è che, attraverso le sue opere, Pasolini ha aperto uno squarcio sulla vita, impietoso e attuale, che nonostante sembri radicato nella realtà italiana e romana in particolare, è privo di una reale collocazione spazio-temporale e, ancora oggi, riflette la condizione dei tanti individui che vivono ai margini delle città e della società, imprigionati non solo dalle condizioni di povertà economica, ma soprattutto umana e psicologica. Una vita violenta è proprio questo, un’opera amara e dura sulla condizione umana.

Dura è la città di Roma, che ne è una coprotagonista e che ci appare diversa da quella che tutti conosciamo. La ritroviamo soprattutto nella descrizione delle strade che Tommasino e gli altri percorrono in lungo e in largo, dalle malfamate, assolate o fangose periferie, al centro, brulicante di ragazzi di vita, ruffiani, individui preda dei propri istinti e desolazioni, prostitute disfatte, erano tracagnotte tutte e due, con la pancia che parevano incinte, le cianche corte e grosse, due facce nere e pelose con la fronte bassa da scimmie e la borsa in mano.

I luoghi descritti da Pasolini sono fin dall’inizio una presenza costante, quasi un personaggio che si aggiunge agli altri, a «Tommaso, Lello, il Zucabbo e gli altri ragazzini che abitavano nel villaggetto di baracche sulla Via dei Monti di Pietralata».

Non vi è traccia della magnificenza architettonica della città o degli altri suoi abitanti, se non per qualche fugace descrizione, capace di far apparire i protagonisti del libro ancora più soli ed emarginati. Eppure questi ultimi, come la loro stessa realtà, sono una presenza inevitabile e strisciante che travalica i confini delle periferie e delle baracche e alberga nella stessa miseria umana.

Duro è il cielo che, impietoso, rende rovente le lamiere dei tuguri di Pietralata o che le trascina nel fango con i materassi, le scarpe rotte e la disperazione di chi perde tutto senza che, in verità, possegga nulla. Un cielo di piombo, vischioso, di catrame che riflette la genesi dell’opera

«La trama di Una vita violenta mi si è fulmineamente delineata una sera del ’53 o ’54… C’era un’aria fradicia e dolente…Camminavo nel fango. È lì, alla fermata dell’autobus che svolta verso Pietralata, ho conosciuto Tommaso. Non si chiamava Tommaso: ma era identico, di faccia, a come poi l’ho dipinto…Come spesso usano fare i giovani romani, prese subito confidenza: e in pochi minuti mi raccontò tutta la sua storia». (P.P. Pasolini, Le belle bandiere, 1966).

Dura è la gelosia che consuma i giovani protagonisti che, già sui banchi di scuola, imparano “la vita” e si contendono le attenzioni del froscio!, del sor maè.

Dura è l’immagine di Tommasino con il sudicio colletto della camicia indossata per una settimana e stretto in una logora lingua di cravatta viola.

Ma duro è, soprattutto, l’epilogo.

Tommasino muore. Una morte riassunta in poche parole. Tanto si è raccontato della strada, della vita, delle vicende umane, al punto che talvolta ci si è persi nel dialetto romanesco, quanto poco è stato concesso all’ultimo respiro del protagonista tossì, tossì, senza più rifiatare, e addio Tommaso. Una fine così rapida, seppur figlia di un gesto eroico, che ammanta immediatamente di morte l’intero romanzo. Non conosciamo il perché di un epilogo così triste e brusco, ma, indubbiamente, Pasolini ha risolto in poche parole la triste vicenda umana, la resa, la disfatta del suo protagonista, vinto dalla vita, come un incipit al contrario, perfetto nella sua sintetica drammaticità. Perché per i perdenti delle desolate borgate, che si affannano senza scrupoli per una piotta in più, non c’è redenzione se non nella morte. Rimane solo Tommasino, rimane solo il cadavere di un ragazzo di vita.

Da Pasolini ai giorni nostri

di Francesca Consoli

Il testo di Pasolini rappresenta, al di là del suo valore letterario, una forma di memoria storica di un quartiere che nel tempo è cambiato considerevolmente. Nonostante infatti mantenga sempre una sua precisa identità, lo spazio ha subito trasformazioni sostanziali. La campagna romana che circondava Pietralata e che ricordava l’originario latifondo agricolo, così come quell’inizio di città fatto di fango e lamiere, è oggi in gran parte ricoperta di cemento, rendendo difficile rintracciare l’ambientazione descritta da Pasolini.

«Dove il camion s’era fermato, poco prima di entrare in borgata, c’erano da una parte e l’altra della strada distese di campi che dovevano esser di grano, ma ch’erano tutti pieni di fratte, buchi e canneti» (Una vita violenta, op.cit.)

Sicuramente le lente, ma invasive, modifiche che dagli anni ’50 si sono susseguite fino agli anni ’70 hanno contribuito al suo cambiamento, ma saranno gli anni ’90, con l’inaugurazione della linea B metropolitana e successivamente l’apertura della stazione ferroviaria Tiburtina, a stravolgere la fisionomia dell’intero spazio. Si è infatti posto fine a una specie di isolamento a cui Pietralata, così come molte borgate romane, era stata condannata.

Oggi convivono, in una sorta di paradosso, alcune baracche adiacenti a edifici industriali, antiche attività commerciali che la sera lasciano campo libero a locali notturni.

Esiste una emarginazione di tipo differente, una forma di abbandono da un lato, ma anche una spinta costante al ripristino dell’attività industriale, visibile attraverso la sua stessa architettura degli spazi.

E in certi tratti, soprattutto a ridosso dell’Aniene, è ancora possibile immaginarsi Tommasino camminare per la sua periferia.

Bibliografia di riferimento:

P.P PASOLINI, Le belle bandiere, 1966.
P.P PASOLINI, Una vita violenta, Garzanti, Milano 2001.
Per le foto, F.CONSOLI, Pietralata Concept, Settembre 2020.

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