Scena corsara. Intervista a Paola Scotto di Tella

In un freddo pomeriggio di inizio anno conosciamo Paola Scotto di Tella, attrice di teatro, regista, formatrice e drammaturga. L’avevamo già seguita in alcuni suoi lavori, interessandoci soprattutto a uno spettacolo, Quelle sere al Biondo Tevere, in cui aveva mescolato con maestria brani di Pierpaolo Pasolini, articoli di cronaca e canzoni legate al mondo pasoliniano. Ma procediamo con ordine e proviamo a conoscere questa poliedrica artista.

La ringrazio Paola per averci concesso questo dialogo. Vorremmo iniziare chiedendole come sia arrivata al teatro, se ha avvertito da subito una connessione o se invece è approdata a esso come una scoperta successiva.

P.S.DT «Ho avuto da sempre una passione per le storie, mi piaceva metterle in scena. Ricordo di aver iniziato sulla spiaggia da piccola, con le mie amiche bambine e i romanzi di Salgari. Penso che venga proprio da questi primi esperimenti la passione che ho di riadattare testi altrui. Solo in un caso, almeno fino a ora, ho scritto tutto dal nulla. Era un testo storico sulla rivoluzione francese dal titolo 1789 Lumi di Francia

Lei conosce il teatro sotto molteplici sfaccettature, oltre che scrittrice e drammaturga è anche insegnante di teatro; è arrivata a ricoprire questi diversi ruoli gradualmente?

P.S.DT «Si, ci sono arrivata nel tempo. Io in realtà ho avuto una formazione presso una scuola riconosciuta. Poi a 24 anni ho incontrato un collega, Giovanni Nardoni, con cui ho lavorato per un lungo periodo, ricordo che cominciammo anche a fare i laboratori nelle scuole. Lui aveva già maturato esperienze di regia e aiuto regia, mentre io lo assistevo, poi successivamente ho trovato una mia strada, un mio modo di procedere attraverso le mie corde e i miei colori. Dopo 28 anni ci siamo divisi, quindi quello verso la regia, in un certo senso, è stato un percorso indotto, ci sono arrivata lavorando con i ragazzi e poi sviluppandola ulteriormente. Dal 2018 porto infatti avanti da sola la compagnia ‘La scena corsara’.»

Ma il nome della compagnia è da attribuire alla sua passione per Pasolini?

P.S.DT «In parte sì, ma anche perché ho sangue marinaro per via dei miei nonni.»

Portare avanti una compagnia teatrale è un’impresa temeraria, immagino che da quando sia lei a tirare le redini l’abbia reimpostata con il suo stile.

P.S.DT «Esattamente. E sta prendendo sempre più forma. A me piace molto mescolare il teatro con altre forme espressive, soprattutto con il movimento, con la danza, e noto che in Italia invece è difficile trovare lavori del genere.  Trovo interessante per esempio mischiare la prosa con la musica dal vivo.»

Al di là dello specifico ruolo che ricopre a teatro, esiste però dentro di lei un filo conduttore, una ricerca, una tensione che ne accomuna le diverse espressioni?

P.S.DT «Sì, come accennavo anche prima, la ricerca di una congiunzione, il tentativo di inserire all’interno della prosa dei movimenti danzati eseguiti dagli attori. In passato ho anche lavorato proprio con dei coreografi che montavano le sequenze. Ricordo ad esempio un Edipo Re fatto in questo modo, fortemente legato all’elemento corporale.»

Il suo ultimo spettacolo era su Pasolini che, insieme a Moravia, può essere considerato il padre del teatro della parola. Vedendo invece il suo adattamento abbiamo notato che la componente fisica fosse importante, che ci fosse un movimento nonostante fosse una lettura di brani e reinterpretazione degli stessi. Che relazione vede lei Paola tra il corpo e la parola?

P.S.DT «Lentamente, ma è stata una evoluzione naturale più che una scelta ragionata, mi sto allontanando dal teatro di parola. Guardo con occhi diversi certi spettacoli. Non amo molto i monologhi, gli spettacoli con un solo attore, che oggi sono molto diffusi purtroppo anche per motivi economici. È sempre più difficile avere spettacoli con più attori e musicisti. Per esempio quello su Pasolini che menzionavamo è molto costoso perché prevede cinque elementi in scena. Si può fare con quattro al limite, ma è comunque pensato per essere a dimensione corale. L’abbondanza di spettacoli-monologhi che abbiamo in Italia è dovuto in parte proprio alla mancanza di fondi. A me come attrice invece piace molto lavorare insieme ad altri attori. Una sola volta ho recitato un monologo, ma era un lavoro che non avevo né prodotto, né scritto io, ed è stata un’esperienza bellissima ma anche stranissima. Anche stare in camerino da sola mi appariva diverso, sono sempre abituata ad avere gente intorno. A me piace vedere in scena cosa avviene tra gli attori, sia quando lo spettacolo lo dirigo che quando ne rendo parte come attrice. Quando nei monologhi c’è così tanta parola qualcosa mi pare venir meno; nonostante ci siano brani bellissimi da interpretare, l’azione tra parola e corpi è qualcosa di diverso. Pasolini era un poeta prima di essere un drammaturgo, vedeva tutto da quella prospettiva. Il cinema, la sceneggiatura sono venuti dopo, con un linguaggio diverso. Io di questo grande autore ho analizzato una certa parte del suo lavoro, sono partita dai romanzi, in particolare da ‘Una vita violenta’, che ho preferito a Ragazzi di vita la cui frammentarietà rischia di far perdere emotività al lettore/spettatore. Una vita violenta è una ‘botta’, è un testo potente, contiene qualcosa che trascina, e che perdura anche nella stessa sceneggiatura del film. Per questo ho voluto intitolare il mio lavoro Quelle sere al biondo Tevere. Sfiorando Pasolini, per sottolineare il richiamo alla parte per me più luminosa della storia di questo grande autore. Lui arriva a Roma da esiliato, per via di un problema di atti osceni è costretto a lasciare la scuola e ad andare lontano; e conosce la miseria, nonostante venga da una famiglia borghese. E proprio in questo momento doloroso scopre una Roma incantata, che lui stesso definisce come una ‘attrazione iridescente’. In quel periodo storico, a Roma, il suo genio esplode e da Mamma Roma inizia la sua felice avventura cinematografica.» 

Prendendo spunto da questo spettacolo su Pasolini, che si basa su un suo lavoro di scrittura e adattamento di testi dell’autore in un andamento circolare (che partendo e concludendosi su articoli di cronaca viene al centro animato da bravi e canzoni citate da Pasolini stesso), cosa rappresenta più in generale per lei l’atto creativo? Si dice che esso si componga di diverse fasi, da quella mentale, visiva, organizzativa, fino ad arrivare a quella di verifica, per poi culminare nell’illuminazione. Lei come si orienta a riguardo?

P.S.DT «Per me è sempre qualcosa di diverso, non ho un approccio univoco, perché una eccessiva metodica falserebbe quella immediatezza che ricerco. Istintivamente penso per immagini, una scena la vedo proprio, anche perché è ciò che lo spettatore affronta, un teatro per immagine. Qui si apre anche una riflessione ulteriore, perché noi proveniamo da una cultura basata sull’immagine che oggi rischia di essere così eccessiva da essere subliminale. Però la scena va vista prima che sentita, non è soltanto voce, è anche luce, colore e musica.»

E quando deve affrontare uno spettacolo di cui non solo è la creatrice e la regista ma anche una interprete, come vive questa sua duplice e triplice veste?

P.S.DT «È faticoso stare dentro e fuori la scena. Sono ritmi differenti. Lo spettacolo su Pasolini in realtà è un reading non reading, in quanto a un certo punto si abbandonano i leggii. Anche il modo in cui è nato è particolare, perché un suo piccolo seme è venuto alla luce dieci anni fa da una performance sul Forte Ardeatino. All’epoca su questo luogo storico non c’erano grandi notizie e io cercai di parlarne attraverso colui che ha mostrato al mondo la periferia romana. Nel 2012 non era ancora esploso l’interesse del cinema e della televisione su questi argomenti. Io e Giovanni Nardoni realizzammo questo reading tratto da Una vita violenta; era una cosa semplicissima, ci accompagnava alla chitarra Bernardo Nardini, un musicista che lavora sempre con me. Successivamente in ricorrenza del centenario della nascita del poeta, presso l’associazione La Villetta che tuttora frequento molto e in cui faccio volontariato, sono stata inserita in un progetto che era destinato all’Estate Romana. Chiamai Bianca Maria Castelli e il gruppo musicale Acoustic Lane (Claudio Bevilacqua, Enrico Mossena e Roberto Capacci), con cui collaboravo da tempo, e abbiamo dato vita alla prima versione dello spettacolo che portiamo in scena oggi. Nel tempo ha cambiato anche forma in funzione dei luoghi in cui ci siamo esibiti, cambiando veste e strutturandosi più come un vero spettacolo; lo si può vedere anche dagli abiti di scena, tutti argento e nero, che somigliano sempre meno a quelli dei concertisti (tipici appunto dei reading). Mi sarebbe piaciuto presentare me e la mia compagna in scena come due angeli neri che riscoprono la stele di Pasolini, mi ero immaginata il tutto ancora più coreografico, ma appunto dipende sempre dai luoghi in cui poi lo spettacolo viene rappresentato. In un teatro piccolo c’è uno spazio diverso, ridotto. Al contrario che in passato, con molta difficoltà, sto cercando negli ultimi tempi di muovermi verso spettacoli agili, che possano adattarsi a differenti messe in scena. Per esempio quello che sto provando ora, che si basa su Furore di Steinbeck, una delle mie prime regie con tre attori e un musicista/personaggio, nasce per essere rappresentato ovunque, è quasi teatro di strada. Ciò che mi spinge in questa direzione è la necessità di evitare che lo spettacolo si chiuda troppo in se stesso e rischi di rimanere lì.»

Ha sostenuto di amare quella magia che si crea tra gli attori, immagino valga anche quando lavora con la coprotagonista di Quelle sere al Biondo Tevere, Bianca Maria Castelli.

P.S.DT «Il mio sodalizio con Bianca Maria parte da molto lontano, abbiamo infatti iniziato insieme da ragazzine partecipando a un corso di teatro con Daniela Petruzzi e seguendo poi la scuola riconosciuta con Lydia Biondi. Successivamente le nostre strade professionali si sono separate, lei ha lavorato in grandi teatri con Rossella Falk, e poi ha scelto un percorso nel teatro canzone. Nel privato ci siamo sempre frequentate e dopo tantissimi anni abbiamo fatto insieme una piccola cosa, era l’inaugurazione della Consulta femminile dell’XI Municipio e abbiamo rappresentato uno stralcio di Yerma di Garcia Lorca con la partecipazione di tre mie allieve. Dopo qualche anno abbiamo messo in scena Prima dell’alba scritto e diretto da Bianca Maria, con la partecipazione di Claudio Bevilacqua. Era la storia di due artiste del varietà durante la seconda guerra mondiale, un testo molto interessante dal punto di vista della memoria storica, descriveva un ambiente e un mondo che oggi sono spariti. Da quel momento abbiamo ricominciato a lavorare insieme.»

Jacques Copeau, figura cardine del teatro del Novecento, sosteneva che Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono ferite, dove ci sono dei vuoti. Lei è d’accordo?

P.S.DT «Questa affermazione si può riferire sia al ruolo dell’attore che a quello dello spettatore. La scelta del teatro come forma espressiva è spesso dovuta a una rivalsa, nasce nell’intimo di persone che hanno bisogno di essere ascoltate e viste. Per me è stato così. Poi si cambia, questa motivazione è infatti più legata al primo impulso dell’adolescenza, poi subentra altro. Ma anche chi assiste al teatro sente spesso un vuoto e vuole ricercare qualcosa che lo colmi. Più in generale bisogna che ciò a cui si assista sia capace di arrivarti, se ti smuove qualcosa nella pancia vuol dire che c’era un bisogno. Anche se raramente, succede che un lavoro rimanga nella memoria: è la magia del teatro, la capacità di far risuonare qualcosa dentro.»

Il teatro appunto è capace di scavare nel profondo, c’è qualcosa di questa sua attitudine che la spaventa?

P.S.DT «Certo. In Quelle sere al Biondo Tevere ho rischiato di essere troppo coinvolta per far bene il mio lavoro. Il romanzo Una vita violenta è legato alla mia vita, l’ho letto a sedici anni. Appena arrivata a Roma trovo questo libro in cui compariva uno strano idioma, Pasolini fa parlare in dialetto i suoi protagonisti. E poi scoprii Roma negli anni’80, proprio come fece lui nel ‘57, tanto che le sue descrizioni risuonavano in modo particolare in me. Spaventa il fatto di dare qualcosa che cada nel nulla, che riguardi te stesso così tanto ma che poi non arrivi al pubblico.»


Pensa che esista una responsabilità verso il pubblico?

P.S.DT «Quando il pubblico ti segue in sala hai la responsabilità di prendere la sua attenzione. Lo spettatore paga il biglietto, esce di casa, ti offre il suo tempo e tu dovresti donare qualcosa. Anche se non sempre si deve trasmettere un messaggio, se c’è qualcosa che tu vuoi far arrivare, lì la tua responsabilità è riuscire a trovare il linguaggio giusto. L’opera di Pasolini per esempio è un’opera di nicchia, descrive il sottoproletariato ma non comunica con esso. Quelle sere al biondo Tevere voleva essere invece per tutti, l’ho pensato in questo modo, anche perché la musica è un veicolo più veloce, arriva prima della parola.»

In quello spettacolo infatti era stato ammirevole l’equilibrio che avevate creato tra la parola e la musica, era costruito bene.

P.S.DT «Avevamo scelto anche dei brani tratti da Mamma Roma, che forse è il film meno di nicchia di Pasolini, capace di arrivare a tutti. Forse perché c’è la Magnani, forse perché è una storia che ti prende di pancia. Nei romanzi è tutto più complesso, perché Pasolini ha descritto una popolazione con cui non ha davvero comunicato. Lui in realtà era un aristocratico, aveva un rapporto un po’ mercenario con questa popolazione da cui era circondato anche per interesse.»

Con questo vuole dirmi che preferisce lavorare su testi che riescano a priori a essere maggiormente comunicativi?

P.S.DT «Con Quelle Sere al Biondo Tevere ho cercato un linguaggio che potesse arrivare a tutti, anche se ovviamente ognuno poi ha delle chiavi e dei piani diversi di interpretazione. Però per me il teatro non deve essere elitario. Prima citavi Alberto Moravia, la sua prima produzione letteraria si basa su una scrittura più lineare e diretta, poi anche lui si è spostato in una direzione maggiormente sessualizzata. Ma i primi lavori, come Gli indifferenti, che è un vero capolavoro e può leggerlo anche un quindicenne o Le ambizioni sbagliate che è meno conosciuto ma davvero bello, hanno un linguaggio molto più diretto rispetto a Pasolini, su cui si deve lavorare di più per renderlo adatto a tutti.»

É bello che lei abbia mantenuto questo sguardo appassionato, molti artisti nel tempo assumono una posizione molto più cinica.

P.S.DT «La mia è una posizione di ricerca, sono molto curiosa di ciò che mi circonda, vedo tanti spettacoli, ma è difficile che qualcosa mi prenda davvero sul lato emotivo. Può anche non accadere subito, ma se ha un valore te lo ricordi, c’è qualcosa che ti riporta in quel luogo emotivo. La maggioranza degli spettacoli, seppur belli non ti prendono.»

E secondo lei ciò è dovuto al fatto che non ci sia una grandissima qualità?

P.S.DT «No, è come se la mente avesse preso più spazio, troppo spazio rispetto al lato emotivo, e così anche di fronte a lavori di altissimo livello non si provasse più quella energia che ti inchioda alla poltrona.»

Trovo interessante che lei attribuisca un peso anche alla capacità di fruire del teatro. Non capisco però se pensa che ciò avvenga perché lo spettacolo è costruito con meno empatia verso il pubblico o se sia il pubblico stesso ad aver perso questa capacità di immergersi e farsi trasportare dall’istinto.

P.S.DT «Non dipende dal pubblico, e questa mia impressione è condivisa anche da tanti miei colleghi. Dipende da come viene messo in scena uno spettacolo. Forse è un periodo di transizione del teatro. Lo scorso anno ho visto qualcosa di molto poetico, uno spettacolo di circo-teatro ispirato a Il mago di Oz, era uno spettacolo senza parola che comunicava emozioni intense.  La maggioranza degli spettacoli oggi utilizza il video, lo uso anche io, però quando posso cerco di evitarlo. A volte mi sembra che sia quasi un modo per cercare di coprire dei vuoti, quando invece dovrebbe solo essere un modo di raccontare alternativo. Nonostante sia molto bello da vedere, si corre il rischio che diventi tutto troppo mentale. Anche da un punto di vista tecnico è difficile da gestire, se l’attore interagisce con il video è complesso rivederti quando provi.»

Come formatrice invece, quale è la sua esperienza?

P.S.DT «Io ho lavorato tantissimo con gli adolescenti e la parte più interessante è assistere alla loro crescita artistica, al loro cambiamento. Ho tenuto per sette anni un laboratorio teatrale in un liceo classico e alcuni ragazzi che ho seguito hanno scelto il teatro come professione. Un mio ex allievo, Francesco Martino ha appena recitato con Sorrentino, un altro, che mi considera un po’ la sua madrina, ha creato una sua scuola e in qualità di Preside ha introdotto il teatro dalle elementari al liceo come materia obbligatoria come in America. Ma mi trovo bene anche con gli adulti, proprio adesso sto tenendo un corso al teatro Garbatella con un gruppo misto che va dai 17 ai 48 anni. All’inizio è stato un po’ complicato gestire un gruppo così eterogeneo, ma poi abbiamo trovato un equilibrio e adesso stiamo lavorando con molta allegria e creatività.»

Concluderete con uno spettacolo?

P.S.DT «Si, mercoledì 10 giugno al Teatro Garbatella. Si chiama Dancing Paradise ed è tratto da svariati testi di Tennessee Williams.»

Nei lavori che lei riadatta vuole che sia rispettato il testo originale o in scena permette che si modifichi qualcosa?

P.S.DT «Mi piace lavorare al testo anche con gli attori, perché una parola può avere un senso nell’azione e l’azione può modificare la battuta, sempre ovviamente rimanendo nella linea narrativa di ciò che si sta rappresentando.»

Per concludere, c’è qualcosa che vorrebbe ancora rappresentare?

P.S.DT «In questo momento è qualcosa di accennato, vorrei fare qualcosa che utilizzi i canti popolari del lavoro, sento dentro di me questo desiderio crescere come un piccolo seme, ma nel concreto devo averlo sepolto perché sono presissima dal presente e dai progetti che cerco di portare avanti. Oltretutto la burocrazia sta massacrando il nostro lavoro, quindi purtroppo la gestione amministrativa della Compagnia mi occupa molto tempo. Per ora mi concentro sul presente, poi il resto verrà al momento giusto.»

Dario Bellezza. In morte di Pasolini

di Emiliano Ventura

«Dio! Non attendo che la morte.
Ignoro il corso della Storia. So solo
la bestia che è in me e latra».

Nel panorama letterario italiano il 2025 è stato l’anno della ricorrenza di Pier Paolo Pasolini, la cui morte, in questi cinquant’anni, è divenuto un autentico genere letterario. Tra indagini poliziesche, inchieste giornalistiche, memorie di mediocri protagonisti, gli scaffali di librerie e biblioteche si sono sovraffollati di titoli, non tutti pregevoli. Perché tornare allora su tanta noia mortale? Perché qualcosa di buono c’è, anzi spicca un gioiello! Il poeta Dario Bellezza che parla del suo amico assassinato, il saggio ovviamente non è una novità ma una nuova edizione; il poeta romano è scomparso proprio il 31 marzo del 1996.

«Non sarai tu ad uccidermi, faccia d’angelo,

ragazzino inquieto e imberbe fuggito da casa

chiuso involucro di ardore maschile diretto

male, non certo allo scopo di procreare. Non

sarai tu ad uccidermi per una semplice ragione:

l’assassino me lo voglio scegliere da solo.»

(D. Bellezze, Invettive e licenze)

A Pasolini

La nuova edizione del lavoro di Bellezza si intitola In morte di Pasolini, e comprende in un unico volume i due saggi che il poeta dedica all’amico scomparso, Morte di Pasolini (1981) e Il poeta assassinato (1996).

È bene specificarlo fin da subito, Dario Bellezza ha scritto il libro più bello su Pasolini, supera sia la biografia di Enzo Siciliano (Vita di Pasolini) che quella di Nico Naldini (Pasolini, una vita); certo sono lavori con intenti diversi, ma Bellezza riesce a esprimere una qualità poetico-letteraria capace di rendere un lavoro saggistico prossimo alla letteratura. Solo un poeta possiede quella prosa che è qualcosa di più e qualcosa di meno della letteratura; penso alla prosa di Umberto Saba in Ernesto o ai romanzi di Alvaro Mutis. In fondo egli è poeta e prosatore, autore di romanzi raffinati e pièce teatrali, e, come detto, di due testi saggistici sulla morte di Pasolini. Non è per nulla scontato che un poeta sia capace di usare diverse modalità di scrittura, e riuscire con qualità in ognuna di essa. A trent’anni dalla morte si sono un po’ perse le tracce di questo autore, colui che Pasolini definì il migliore poeta della sua generazione. Unico poeta autenticamente maledetto, segnato dalla relazione con la morte che riscontra negli amici letterati e poeti con cui si forma.

Egli è poeta del corpo e della morte, è difficile trovare parole più ricorrenti nelle sue opere, tuttavia non emerge alcuna trascendenza, semmai l’esperienza vissuta dal corpo che cade nella morte, presenta i tratti della memoria, unica condizione che resta.

In Morte di Pasolini Bellezza parla più di sé che del poeta brutalmente ucciso, solo che parlare di sé vuol dire raccontare Pasolini, data la loro amicizia: quella morte segna profondamente il giovane Dario. Proprio per questa prossimità personale aveva desistito dalla scrittura, l’intento originario era infatti di non scrivere sul suo amico e maestro; le cose cambiano dopo il 1978 con la pubblicazione sull’Espresso delle foto del cadavere di Pasolini in obitorio. I segni di quella violenza impressi sul corpo scioccano Bellezza, e non solo, da lì la decisione di dire la sua che porterà a scrivere e pubblicare il libro nel 1981.

Inserito fin dalla fine degli anni ’60 nella società letteraria romana, Bellezza soffre la perdita degli amici che di fatto rappresentano il suo mondo, la sua stagione migliore, così lentamente scompare un’epoca; Pasolini, Penna, Morante, Rosselli, Moravia, se ne vanno uno dopo l’altro, lasciando il giovane poeta a fare i conti con quelle relazioni, più o meno litigiose. Per questo Morte di Pasolini è un libro di e su Dario Bellezza, su quella stagione che parte dalla fine degli anni ‘60 e arriva agli inizi degli ’80: “il momento di Bellezza”, un poeta che reca tracce di maledettismo.

Ma i libri su Pasolini sono due, il primo, come detto è Morte di Pasolini, diciamo così scritto ‘a caldo’, sull’onda emotiva della morte e della pubblicazione delle foto del cadavere massacrato. Il secondo è Il poeta assassinato, frutto di una più lunga elaborazione in cui vengono rivisti alcuni assunti e conclusioni del primo libro, questo esce nel 1996, l’anno della morte di Bellezza.

Una lunga tanatologia

Tornando al 1981 l’attenzione va posta non sul poeta ma sulla sua morte, è questo il grande tema di Bellezza, anche nelle poesie (Morte segreta, 1976), la sua opera è una lunga tanatologia.

«Ma era la sua morte ormai che m’intrigava orrendamente: e questa morte poneva tutto il resto in secondo piano: l’amico, le sue opere, la passata ammirazione: Perché era la morte, quella morte così maledetta, che m’intrigava e m’intriga, più che lo scrittore o il poeta.» (Ivi, p.39)

È un meraviglioso affresco della Roma intorno alla metà degli anni ’70, Bellezza racconta e ricorda come ha appreso la notizia della morte (più della vita è la morte ad imprimersi nella memoria collettiva, il giorno della morte di J.F.K., di Aldo Moro, l’11 settembre, ognuno di noi sa cosa faceva nel momento di quella notizia). Sono i giorni del processo a Pino Pelosi, al Tribunale dei Minori a Roma sul Lungotevere, vicino all’abitazione del narratore stesso, residente all’epoca a via delle Zoccolette. Pino, detto “la rana”, unico processato per la morte del poeta, e poi i giornalisti, gli avvocati: «e allora entravo nel bar dove stazionavano in cerca di notizie e pettegolezzi e immagini da carpire per il solito ‘colore locale’ sia giornalisti che fotografi, e rimuginavo sul mio antico, non certo morto con la sua morte, rapporto con Pier Paolo, poeta giovane con poeta anziano.»(Ivi, p.49)

Questo rimuginare lo porta a fare un incontro casuale in spiaggia, a Torvaianica nel 1978, con il fotografo che ha ritratto Pasolini nudo nella torre di Chia, fotografie che avrebbero dovuto far parte di Petrolio: «Passai, nella lurida spiaggetta zeppa di cartacce, bottiglie dell’odiata Coca-Cola, colma di piccoli borghesi […] davanti a tre giovani nudi sulle loro stuoie civettuole. Ne riconobbi uno.» (Ivi, p.40), era Dino Pedriali, il fotografo.

Procede a una sorta di interrogatorio moraviano sul perché delle foto, su Pasolini, su quell’ultimo fine settimana a Sabaudia. Il fotografo afferma che Pasolini era disperato, e anche spaventato, in linea con quanto sostenuto da altri amici come Sandro Penna, il matrimonio di Ninetto lo aveva gettato in una cupa e profonda disperazione. Da lì l’incontro con Pino Pelosi, avvenuto mesi prima della morte, un ragazzo dai tratti così simili a Ninetto. Anche Bellezza conviene che Pelosi e Pasolini si conoscessero da tempo e non da poche ore, prima di quella sera dell’Idroscalo. «Quel luogo, il “Buco” era gioiosamente, sinistramente pasoliniano: riviveva lì, in una Roma ormai abbandonata da Dio, immersa nella Nuova Preistoria, impoetica, impura, piena di ministeriali, consumismo, cinematografari e televisivi volgari, ancora l’aria solare e beata degli anni cinquanta: l’epoca favolosa dei ragazzi di vita.» È una pagina questa, in cui Bellezza incontra Pedriali sulla spiaggia di Torvaianica, di squisita prosa letteraria infarcita di luoghi e personaggi pasoliniani, come la baracca sulla spiaggia de “Er Zagaja”, vivandiere che conosceva Pasolini dagli anni ’50. «Er Zagaja era un “rudere”, un reperto pasoliniano in un’oasi di oscena modernità: lì al “Buco” erano apparsi i primi nudisti che Pasolini odiava.» (Ivi, p.42)

È bene ricordare che nel momento in cui Bellezza scrive, tra il ’78 e l’81, il romanzo postumo Petrolio, non è stato ancora pubblicato; solo gli amici e qualche giornalista ne conosce l’esistenza, non certo il grande pubblico: il romanzo verrà edito nel 1992, diciassette anni dopo la morte, un tempo incredibilmente lungo per una cura filologica o per tempistiche editoriali.

Bellezza continua a raccontare le motivazioni del suo scrivere:

«Mi sono ritrovato a vivere questo episodio proprio mentre riprendevo a scrivere la prima parte di questo mio libro che riguardava proprio le foto atroci del suo corpo nudo e cereo dentro la camera mortuaria: foto certo ben più terribili di quelle scattate da Pedriali un mese prima della sua morte nel privato di Chia, dove sorgeva il suo castello dantesco.»(Ivi, p.44)

Il castello dantesco non è altro che la torre di Chia, un rudere restaurato pochi anni prima nell’alto Lazio, non lontano dal Bosco sacro di Bomarzo, luogo in cui il poeta si rifugiava per scrivere proprio il suo ultimo lavoro. Bellezza mostra la propria tanatologica, assegna alla morte un ruolo centrale e significante, essa partecipa e giustifica l’opera stessa del poeta, così come aveva affermato anche Pasolini, la morte come montaggio della vita: «Che i morti seppelliscano i morti, ed un poeta morto alla vita può seppellire un poeta morto alla morte» (Ivi, p.69), che altra poetica può esprimere un poeta morto alla vita se non una tanatologia antropologica? Questa lo porta a rievocare nomi illustri come Oscar Wilde, recluso per due anni per ‘sodomia’ e di fatto condannato a una morte lenta, e Johann Winckelmann, lo storico dell’arte ucciso in un albergo di Trieste da un giovane cuoco; secondo alcuni per un approccio erotico tra i due sfociato nell’accoltellamento dello storico dell’arte. In questo modo Bellezza inventa una modalità omicidiaria tipica della diversità, costruendo una categoria che non esiste in realtà ma solo nella mentalità che formalizza normalità e anormalità a tavolino, per dirla con Canguilhem Il normale o il patologico: in questo caso il patologico appartiene a chi applica la violenza omicidiaria, non a chi la subisce.

In un punto però Bellezza è nel giusto: «La laica razionalità riduce la morte di Pasolini ad un evento senza mistero»(Ivi, p.68), ridurre a cronaca quella morte così rappresentativa della strategia della tensione, ne disarma la portata simbolica. Quel corpo offeso, pestato e depistato, sta a significare e a iscrivere quell’omicidio nella dinamica politica degli anni ’70, sembra un corpo uscito dalla strage di Brescia o di Bologna, non è ‘un fattaccio erotico’, ma un elemento riconducibile alle stragi pubbliche di quell’epoca. Secondo Bellezza la morte e l’assassino del poeta friulano sono troppo ‘pasoliniane’ per non essere state cercate, immaginate, inconsapevolmente orchestrate dall’eros disperato ed estremo di Pasolini stesso: «L’eros pasoliniano si accende solo in queste situazioni di pericolo.». Ipotesi sostenuta con forza anche da Giuseppe Zigaina (sono molti i libri che dedica alla morte del poeta), egli vi scorge un martirio volontario, una sigla finale in cui il poeta si fa uccidere per testimoniare il ruolo di vittima sacrificale; Pasolini sarebbe stato il regista della sua fine e la sua opera una sorta di sceneggiatura in cui questa veniva rappresentata (e profetizzata). A Bellezza riesce di tenere questa ipotesi legata al trauma personale mentre Zigaina ne fa una realtà in atto, voluta e cercata.

Avvalendosi di alcuni testi poetici e narrativi pasoliniani, egli poeticamente crede (tenta di credere) che il poeta avesse immaginato, e previsto, la propria morte:

«Io me ne starò là/

sulle rive del mare/

 in cui ricomincia la vita/

solo, o quasi, sul vecchio litorale, tra ruderi di antiche civiltà/

Ravenna/

Ostia o Bombay è uguale».

(P.P. Pasolini, Poesie in forma di rosa)

Anche per Enzo Siciliano non si comprende fino in fondo la morte di Pasolini se non si conosce l’eros dello stesso. Quel suo andare a caccia di ragazzi, quel suo provocare, spingere all’estremo una disperata vitalità per i corpi di giovani che non poteva amare ma solo possedere, l’amore l’aveva profuso e riservato tutto alla madre. Caproni, Penna, Moravia, Gadda sono tutti testimoni delle sue fughe notturne al Colosseo o di fronte la stazione per raccattare un amore mercenario, consapevole del pericolo amava i delinquenti che aveva descritto nei romanzi; Sandro Penna dirà: “Tanto va la gatta al lardo…”. Penna e Pasolini sono amici da molti anni, compagni di scorrerie notturne alla ricerca di ‘ragazzi’, il primo si dirà convintissimo della colpevolezza di Pelosi, tranne per il fatto che Pasolini abbia aggredito per primo, per il resto è convinto dalle dichiarazioni del ragazzo.

L’analisi di Bellezza sulla poesia e la mitologia pasoliniana è rivolta a metterne in luce l’amore per l’umile Italia del dopoguerra, per una cultura contadina e maschilista in cui l’eros pasoliniano trova la sua naturale espressione (un punto debole del libro è la parte in cui immagina un Pelosi campione di arti marziali e potenzialmente letale per giustificare le lesioni sul corpo del poeta). Una dolorosa nostalgia pervade le opere del maturo poeta, il suo bisogno di rincorrere e cacciare i suoi ‘pischelli’ comincia a essere impedito dalla ‘mutazione antropologica’ degli italiani, per quel livellamento di cultura e costumi tipico della democratica e consumistica Italia del ‘Dopostoria’. Vedeva attuarsi la perdita dei valori della sua giovinezza, invecchiare lo faceva soffrire molto, con Moravia avevano deciso di andare in una clinica di un paese dell’Est per ringiovanire; così come lo aveva segnato moltissimo il matrimonio di Ninetto Davoli, fu una ferita insanabile, il momento di maggior crisi esistenziale e sentimentale, un trauma che provoca anche la rottura dell’amicizia con Elsa Morante. È vero che Pasolini era disperato, ma come afferma egli stesso, «sono un uomo disperato ma pieno di progetti», e tra questi Salò, il film che stava finendo, e poi Petrolio un romanzo voluminoso a cui lavorava da anni. Non aveva alcuna intenzione di morire ma di continuare a esprimersi, pregustava lo scandalo che il film avrebbe provocato, «sarà un guerra», avvisando così i suoi collaboratori.

In definitiva: «Il mio Morte di Pasolini, pur con gli errori finali sull’interpretazione della sua morte, era un po’ questo, ma il libro che ho scritto in seguito Memoria del poeta assassinato (cfr. Il poeta assassinato), vorrà esserlo ancora di più, su lui, sui suoi amori, sulla sua morte». ( D. Bellezza, In morte di Pasolini, p. 23) E così, questo primo saggio su un’idea di morte, si chiudeva con la convinzione che Pelosi fosse l’unico responsabile dell’omicidio. Bellezza non riesce però a liberarsi di quella tragica fine del suo amico.

«Non morire è un passo accorto

Che puoi fare per coraggio

Se morte è tutto, e nulla

È la vita.»

(D. Bellezza, Invettive e licenze, ora in Il pubblico della poesia, p. 71)

Il poeta assassinato

Lavoro tutto il giorno come un monaco e la notte in giro, come un gattaccio in cerca d’amore… (P.P.P. Pasolini, Bestemmia)

Abbiamo visto la tesi scritta a ‘caldo’ nel 1981 dal giovane poeta romano, anni dopo rivede le proprie posizioni scrivendo un secondo saggio Il poeta assassinato, anche perché nel frattempo ha studiato, ha letto bene le carte processuali: «Ero consapevole, sapevo dopo aver letto fino in fondo gli atti del primo processo all’assassinio di Pasolini, che prima o poi avrei dovuto scrivere un altro libro testimonianza sulla morte sempre più misteriosa. Mi arrivavano messaggi, nei sogni, messaggi cifrati da indagare.»D. Bellezza, Il poeta assassinato. Una riflessione, un’ipotesi, una sfida sulla morte di Pier Paolo Pasolini)

Ha cambiato idea Bellezza, a distanza di più di quindici anni, e dopo la pubblicazione di Petrolio le cose sono cambiate, per il poeta romano: «Ma al contrario di quello che ancora andava scrivendo Nico Naldini, il cugino di Pasolini, convinto che Pasolini sia stato ucciso dal ‘marchettaro’, io credo che Pasolini si sarebbe difeso, e forse avrebbe fatto secco Pelosi […] dubito anche che Pelosi abbia condotto l’auto sul corpo di Pasolini per schiacciarlo.» (Ivi, p.173) Bellezza confessa di sentirsi un verme davanti alla memoria del poeta morto, tuttavia non riesce a trovare il coraggio di ritrattare l’ipotesi del primo libro, inoltre lo raggiunge la voce che a Pelosi il libro è piaciuto. «L’incantesimo si è rotto, e io che non mi sono rassegnato alla sua scomparsa ho scritto questa lunga prosa riparatrice, ora che la morte mi minaccia e potrei non più scriverla.» (Ivi, p.174)

È un libro completamente diverso dal precedente, quel lirismo poetico, quella Roma rimpianta, così come gli amici perduti, cede il passo a un’ambiente più realistico; la questura, i servizi segreti, la criminalità politica, la prostituzione maschile e le sue regole. È un Bellezza più cupo e spaventato, anche perché è ormai malato, ha preso l’HIV che lo sta conducendo verso la fine, è incalzato dalla volontà di riparare quanto detto nel primo libro. Dalle poesie le citazioni si spostano agli articoli del Corriere della Sera, all’immancabile “Io so” (Che cos’è questo Golpe). È bene ricordare che Bellezza scrive tra la fine del ’94 e il ’95, prima ancora che uscisse il film di Marco Tullio Giordana Pasolini un delitto italiano, per noi oggi queste sono cose acquisite, sentite e risentite, all’epoca suonano ancora nuove al grande pubblico.

Dal mito alla realtà

Se nel primo saggio la causa dello scritto era riconducibile alla pubblicazione delle foto del cadavere di Pasolini, in questo secondo libro la scusante assume una chiave onirica. Si deve infatti a un sogno che Bellezza fa in cui Elsa Morante, e lui, vedono un giovane Pasolini presso la basilica di San Paolo. Se il primo saggio è ancora ricco di amore per il poeta più grande, in questo secondo lavoro i sentimenti cambiano e assumono contorni meno piacevoli, tutta la prosa è segnata da una inevitabile decadenza e perdita come se nemmeno il ricordo potesse portare lenimento a questo poeta ormai malato e prossimo alla morte. Sembra inseguito da un’erinni che lo spinge a dire ciò che non aveva espresso nel primo libro, lì dove domina un’idea di morte lontana però dalla realtà dei fatti. Ora è la cruda realtà ad imporsi a Bellezza, una realtà carica di cronaca giudiziaria e di criminalità romana e non solo; e allora si domanda il poeta come mai all’epoca ha evitato questi documenti? «… perché come Nico Naldini, avevo paura della dura verità: l’agguato, il complotto, o l’orgia sessuale degenerante in furto e morte del peccatore.»(Ivi. p.204)

Paura certo, anche perché frequentavano gli stessi ambienti, sentimento che può portare anche a prendere delle distanze, a riflettere, a valutare meglio l’epoca che si sta vivendo, un’Italia in cui le stragi e gli omicidi politici si susseguivano. Il Dario Bellezza che scrive Il poeta assassinato è diverso da quello che ha scritto Morte di Pasolini, noi lettori ce ne accorgiamo bene dal tono e dal registro diverso dei libri, lirico il primo, cupo e realistico il secondo, ma lo sa bene anche l’autore: «In seguito rileggendo Morte di Pasolini freddamente sentii quasi un senso di vergogna: magari fossi rimasto a tale altezza d’amore per Lui – invece a furia di rimozione – oggi sento lontanissimo il suo messaggio, il suo corpo, il suo disgraziato destino.» (Ivi, p.213)

Era rassicurante accettare la versione ufficiale del Pelosi unico assassino per un fattaccio di sesso, lo ricorda bene Bellezza, descrive le sensazioni provate a Barletta davanti al TgRai che dà la notizia della morte; ricorda le discussioni con Penna e la Morante al Biondo Tevere, pochi mesi dopo la morte, i due sono allineati con la versione ufficiale e Bellezza non ha il coraggio di sollevare questioni: per gli amici di Pasolini quella morte faceva paura ma allo stesso tempo era rassicurante in quanto unicamente sua, l’unica possibile fine dettata dal suo eros: «quella versione dei fatti era inventata di sana pianta. Però era credibile; e smontarla sarebbe stato quasi impossibile.» (Ivi, p.215)Ed era talmente credibile che ancora oggi si fa fatica a smontarla, nonostante le tecniche investigative abbiano trovato altri DNA non riconducibili a Pelosi, nonostante le testimonianze e le scoperte: «Quella morte era troppo pasoliniana, per veramente assomigliargli, e poi Pasolini voleva, pur ossessionato dalla morte ancora vivere e operare, ma il nemico lo aveva fermato lì.» (Ivi, p.216)

Sembrano parole volte a una critica nei confronti dei vari Zigania, Naldini, Morante, Penna, Chiarcossi e via dicendo, nella sua assurdità quella morte era troppo sospettosamente pasoliniana per essere vera. Ripercorre, seppur brevemente, la storia della loro amicizia, dei suoi anni all’università, mentre Pasolini scriveva il PCI ai giovani, il lavoro svolto a casa Pasolini come segretario addetto alla corrispondenza, le cene con il gruppo di amici tra cui Moravia, Penna, Morante. Ci presenta la vita quotidiana del poeta nella casa all’Eur, a via Eufrate, con la madre e la cugina venuta dal Friuli. Soprattutto Bellezza ricorda come avesse mitizzato il poeta delle ceneri e come poi lentamente quella idealizzazione fosse venuta meno, il mito giovanile era diventato un esempio letterario, e infine un amico. A questo amico ha dedicato il primo libro (Morte di Pasolini) su cui scrive quella poetica idea della morte, con il secondo scritto (il poeta assassinato) si libera del mito, e in ultima analisi, saluta quella sua meravigliosa stagione giovanile con queste ultime parole: «Lui, per me, immerso ancora nell’adolescenza prolungatasi in giovinezza felice – dai vent’anni ai trent’anni sono stato felice, nonostante il mio amore non ricambiato per Elsa – era un Immortale.» (Ivi p.259) Il primo saggio ha meno relazione con la realtà dei fatti, ed è il più lirico e poetico, il secondo si avvicina molto ai documenti processuali e alla realtà omicidiaria ed è più cupo, se si vuole meno bello ma non vi sono dubbi, Dario Bellezza ha scritto i libri più belli su Pier Paolo Pasolini.

«È vacante

Il suo ruolo, e non facilmente sarà rimpiazzato.

La musica è sempre quella, ma a suonarla ci vogliono,

data l’esperienza babbea, più esperti suonatori»

(D. Bellezza, Invettive e licenze)

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

D. BELLEZZA, Invettive e licenze, Garzanti, Milano 1971.

D. BELLEZZA, Il poeta assassinato. Una riflessione, un’ipotesi, una sfida sulla morte di Pier Paolo Pasolini, Gli specchi Marsilio, Bologna 1996.

D. BELLEZZA, Morte di Pasolini, Mondadori, Milano 1995.

D. BELLEZZA, In morte di Pasolini, Rogas, Milano 2025.

A. BERARDINELLI-F. CORDELLI, Il pubblico della poesia, Nuova edizione, Castelvecchi editore, Roma 2015.

P.P. PASOLINI, Poesie in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964.

Pietralata Post-Pasoliniana

di Angela Colace e Francesca Consoli

Pietralata è un quartiere periferico romano, sorto su un antico e vasto latifondo, da cui prende il nome latino (prata lata, grandi prati). Un luogo importante, simbolo della resistenza romana nel periodo della seconda guerra mondiale, che la nostra memoria storica lega inevitabilmente all’epica pasoliniana del sottoproletariato di Ragazzi di vita e di Una vita violenta. Nonostante infatti il quartiere sia stato raccontato in altri libri, pensiamo a La Storia di Elsa Morante o ai Racconti romani di Alberto Moravia, e abbia fatto da scenario a innumerevoli film, primo tra tutti l’Onorevole Angelina di Luigi Zampa, dobbiamo a Pasolini l’aver suggellato nel nostro immaginario la sua visione di tragicità e bellezza. 

Una vita violenta

di Angela Colace

Una vita violenta è unanimamente riconosciuto dalla critica come uno dei romanzi più importanti del dopoguerra italiano. Il suo autore, Pier Paolo Pasolini, ha subito e subisce tutt’ora, ragionevolmente o meno, un giudizio che travalica i confini della letteratura e riflette la percezione morale del lettore e, soprattutto del non lettore. Non è raro che i più crudi giudizi morali, non quelli sorretti da un percorso logico e comparativo, ma quelli più prossimi alle ordalie divine, siano spesso propri dell’incolto. Certo è che, attraverso le sue opere, Pasolini ha aperto uno squarcio sulla vita, impietoso e attuale, che nonostante sembri radicato nella realtà italiana e romana in particolare, è privo di una reale collocazione spazio-temporale e, ancora oggi, riflette la condizione dei tanti individui che vivono ai margini delle città e della società, imprigionati non solo dalle condizioni di povertà economica, ma soprattutto umana e psicologica. Una vita violenta è proprio questo, un’opera amara e dura sulla condizione umana.

Dura è la città di Roma, che ne è una coprotagonista e che ci appare diversa da quella che tutti conosciamo. La ritroviamo soprattutto nella descrizione delle strade che Tommasino e gli altri percorrono in lungo e in largo, dalle malfamate, assolate o fangose periferie, al centro, brulicante di ragazzi di vita, ruffiani, individui preda dei propri istinti e desolazioni, prostitute disfatte, erano tracagnotte tutte e due, con la pancia che parevano incinte, le cianche corte e grosse, due facce nere e pelose con la fronte bassa da scimmie e la borsa in mano.

I luoghi descritti da Pasolini sono fin dall’inizio una presenza costante, quasi un personaggio che si aggiunge agli altri, a «Tommaso, Lello, il Zucabbo e gli altri ragazzini che abitavano nel villaggetto di baracche sulla Via dei Monti di Pietralata».

Non vi è traccia della magnificenza architettonica della città o degli altri suoi abitanti, se non per qualche fugace descrizione, capace di far apparire i protagonisti del libro ancora più soli ed emarginati. Eppure questi ultimi, come la loro stessa realtà, sono una presenza inevitabile e strisciante che travalica i confini delle periferie e delle baracche e alberga nella stessa miseria umana.

Duro è il cielo che, impietoso, rende rovente le lamiere dei tuguri di Pietralata o che le trascina nel fango con i materassi, le scarpe rotte e la disperazione di chi perde tutto senza che, in verità, possegga nulla. Un cielo di piombo, vischioso, di catrame che riflette la genesi dell’opera

«La trama di Una vita violenta mi si è fulmineamente delineata una sera del ’53 o ’54… C’era un’aria fradicia e dolente…Camminavo nel fango. È lì, alla fermata dell’autobus che svolta verso Pietralata, ho conosciuto Tommaso. Non si chiamava Tommaso: ma era identico, di faccia, a come poi l’ho dipinto…Come spesso usano fare i giovani romani, prese subito confidenza: e in pochi minuti mi raccontò tutta la sua storia». (P.P. Pasolini, Le belle bandiere, 1966).

Dura è la gelosia che consuma i giovani protagonisti che, già sui banchi di scuola, imparano “la vita” e si contendono le attenzioni del froscio!, del sor maè.

Dura è l’immagine di Tommasino con il sudicio colletto della camicia indossata per una settimana e stretto in una logora lingua di cravatta viola.

Ma duro è, soprattutto, l’epilogo.

Tommasino muore. Una morte riassunta in poche parole. Tanto si è raccontato della strada, della vita, delle vicende umane, al punto che talvolta ci si è persi nel dialetto romanesco, quanto poco è stato concesso all’ultimo respiro del protagonista tossì, tossì, senza più rifiatare, e addio Tommaso. Una fine così rapida, seppur figlia di un gesto eroico, che ammanta immediatamente di morte l’intero romanzo. Non conosciamo il perché di un epilogo così triste e brusco, ma, indubbiamente, Pasolini ha risolto in poche parole la triste vicenda umana, la resa, la disfatta del suo protagonista, vinto dalla vita, come un incipit al contrario, perfetto nella sua sintetica drammaticità. Perché per i perdenti delle desolate borgate, che si affannano senza scrupoli per una piotta in più, non c’è redenzione se non nella morte. Rimane solo Tommasino, rimane solo il cadavere di un ragazzo di vita.

Da Pasolini ai giorni nostri

di Francesca Consoli

Il testo di Pasolini rappresenta, al di là del suo valore letterario, una forma di memoria storica di un quartiere che nel tempo è cambiato considerevolmente. Nonostante infatti mantenga sempre una sua precisa identità, lo spazio ha subito trasformazioni sostanziali. La campagna romana che circondava Pietralata e che ricordava l’originario latifondo agricolo, così come quell’inizio di città fatto di fango e lamiere, è oggi in gran parte ricoperta di cemento, rendendo difficile rintracciare l’ambientazione descritta da Pasolini.

«Dove il camion s’era fermato, poco prima di entrare in borgata, c’erano da una parte e l’altra della strada distese di campi che dovevano esser di grano, ma ch’erano tutti pieni di fratte, buchi e canneti» (Una vita violenta, op.cit.)

Sicuramente le lente, ma invasive, modifiche che dagli anni ’50 si sono susseguite fino agli anni ’70 hanno contribuito al suo cambiamento, ma saranno gli anni ’90, con l’inaugurazione della linea B metropolitana e successivamente l’apertura della stazione ferroviaria Tiburtina, a stravolgere la fisionomia dell’intero spazio. Si è infatti posto fine a una specie di isolamento a cui Pietralata, così come molte borgate romane, era stata condannata.

Oggi convivono, in una sorta di paradosso, alcune baracche adiacenti a edifici industriali, antiche attività commerciali che la sera lasciano campo libero a locali notturni.

Esiste una emarginazione di tipo differente, una forma di abbandono da un lato, ma anche una spinta costante al ripristino dell’attività industriale, visibile attraverso la sua stessa architettura degli spazi.

E in certi tratti, soprattutto a ridosso dell’Aniene, è ancora possibile immaginarsi Tommasino camminare per la sua periferia.

Bibliografia di riferimento:

P.P PASOLINI, Le belle bandiere, 1966.
P.P PASOLINI, Una vita violenta, Garzanti, Milano 2001.
Per le foto, F.CONSOLI, Pietralata Concept, Settembre 2020.