Emiliano Ventura
Isabella Vincentini
Marco Steiner
Antonio Dragonetto
Proponiamo un estratto de La misura della follia, un dialogo tra più autori, avvenuto a Roma presso la Libreria Le Storie. Da una intuizione dello scrittore Emiliano Ventura di voler porre a confronto testi diversi ma correlati, la poetessa Isabella Vincentini, lo scrittore Marco Steiner e lo psicanalista Antonio Dragonetto si sono interrogati su cosa significhi oggi parlare di follia, di salute e di poesia.
E.V «Questa sera vorrei proporre un confronto tra due testi: un’opera narrativa, il romanzo La nave dei folli di Marco Steiner e un’opera di saggistica, La misura del farmaco, della poetessa Isabella Vincentini.


Il motivo che mi ha spinto a fare questo raffronto è che le due opere presentano una rara curiosità, ovvero appaiono come il recto e il verso di un’unica tematica. Come se ci fosse la versione letteraria e la versione saggistica di un unico argomento: la salute.
Questa evenienza non è nuova nella letteratura, potrei fare una decina di nomi, però di solito è frutto del lavoro di un solo autore, come nel caso più famoso di Edgar Allan Poe. Quest’ultimo scrive la famigerata poesia The Raven, di cui però poi ne fa una versione saggistica; scrive infatti la Filosofia della composizione, in cui spiega le motivazione e le caratteristiche di quella poesia.
Ma qui non ci troviamo di fronte a uno stesso autore che scrive un testo poetico e poi fa un saggio sullo stesso, abbiamo infatti due autori diversi, con caratteristiche e percorsi differenti, che hanno fatto, senza alcun concerto tra di loro, due opere che sono una la parte letteraria, una la parte saggistica dello stesso argomento salute. Esso in realtà possiede uno spettro semantico molto ampio, che permette perciò che sia declinato in maniera diversa dai due autori. Per il romanzo di Marco la salute è declinata in forma di narrazione del sé, in termini foucaltiani, è una ermeneutica del pensiero. La nave dei folli è un romanzo incentrato su alcuni personaggi che si trovano nel manicomio di San Servolo e che iniziano un viaggio che è al tempo stesso narrazione. Una narrazione di sé che ha uno scopo salutare.
Il saggio di Isabella invece declina il tema della salute in modo diverso, sotto forma di misura, concetto ambivalente tipicamente greco.
Io utilizzo la categoria del farmaco per interpretare entrambi i testi.
Quello letterario di Marco, in cui il farmaco è la scrittura. Viene richiamata la tradizione platonica del Fedro, dove la scrittura si presenta come un farmaco, un rimedio contro l’oblio e la dimenticanza. E proprio la scrittura, rimedio finalizzato alla salute del protagonista di Steiner, mantiene tutta la sua ambivalenza. Al contrario dell’oralità, una volta interrogata essa non risponde.
Anche nel saggio di Isabella la categoria interpretativa è quella del farmaco, sempre di tradizione greca, che agisce sull’individuo senza l’intervento della chirurgia, senza la mano esterna. Basandosi sul principio greco che l’organismo ha in se stesso le capacità di poter riportare il patologico al fisiologico, torna centrale il concetto di misura. Ristabilendo determinate condizioni fisiche, si può tornare a uno stato di salute.»
Entrambi i testi, elaborati in maniera indipendente uno dall’altro, sono interpretabili attraverso la categoria del farmaco che ci mostrerà come la salute mentale e più in generale lo stato psichico, facciano parte della tradizione filosofica della cura del sé, dell’anima, della dietetica. Tutto verrà a suo tempo chiarito passando, secondo il percorso pensato da Emiliano Ventura, dal romanzo, al saggio e alla psicanalisi.
M.S «Come scrittore e come autore dell’opera La nave dei folli, nata in maniera spontanea e naturale nella mia testa, sono costretto a dire qualcosa, anche se questa sera avrei preferito ascoltare, seguire in silenzio il viaggio letterario che due menti come quelle della Vincentini e di Dragonetto possono fare e che non è comune. Io ho viaggiato tantissimo nella mia vita e ciò che meglio lo sintetizza è il regalo che il viaggio stesso porta con sé: gli incontri. Uno di questi è stato con Gianni Berengo Gardin, un grandissimo fotografo.
Ci siamo incontrati a Venezia, per via di un lavoro che stava facendo, seguendo la bellezza della città, le presentazioni piene di luce al Caffè Florian e una storia magica di Hugo Pratt. Al ritorno, in treno, ci siamo parlati e lui mi ha espresso il desiderio di lavorare ancora insieme a me e a Marco D’Anna, l’altro fotografo che ha viaggiato sempre con me. Io gli ho risposto: “Gianni, a me però piacerebbe avere un altro tipo di sguardo. Ho scritto di viaggi, di Corto Maltese, del gentiluomo di fortuna, di bellezza, ma ora sono interessato alla parte oscura della vita, di me stesso e degli incontri.” Allora mi disse di aver fatto un lavoro sui manicomi, con una semplicità tale, come se stesse parlando di uno dei tanti suoi lavori. “Sarebbe interessante andare a vedere cosa è successo nei manicomi di San Servolo e San Clemente”, rispettivamente manicomi maschili e femminili.
Oggi nell’isola dove sorgeva San Clemente c’è, in chiara evoluzione dei nostri tempi, un hotel a cinque stelle, invece nell’isola di San Servolo c’è un polo ricettivo per studenti ma soprattutto c’è il museo della follia.
Sono andato all’interno di questo manicomio guidato da Antonio Dragonetto, che aveva preparato l’arrivo di un fotografo, e mi sono ritrovato di fronte alle schede di ammissione, di entrata, uscita di questi “pazzi”. Questo manicomio è uno dei più antichi, nato nel 1727 e chiuso il 13 agosto 1978. I registri andavano da quelli più vecchi, scritti con calligrafie meravigliose, ai registri più sintetici in cui c’erano diagnosi battute a macchina. Io di formazione sono medico e quindi ho capito la pochezza delle parole che riguardavano le diagnosi e i decorsi di questi disgraziati. Non so se mi è successa una specie di divinazione, ma inserito in quel contesto e circondato da quelle schede, ho scritto un primo libro, Isole di ordinaria follia, dove ho immaginato la voce di queste persone che avevano una diagnosi di entrata, una diagnosi di uscita o più che altro un certificato di morte alla loro uscita. Ricordo di una donna la cui diagnosi d’entrata era ‘ipomoralità costituzionale’. Questa ragazza, che aveva tentato il suicidio, era secondo i medici una puttana e in quanto tale malata, da dover essere curata. Questa ragazzina è uscita solo quando hanno chiuso i manicomi.»
A.D «In realtà una volta uscita è andata in una residenza protetta, perché a furia di elettroshock non era neanche più autosufficiente.»
M.S «Quel libro scritto, Isole di ordinaria follia, continuava a macerami dentro e in periodo di pandemia mi è venuto l’istinto del narratore che ha viaggiato con Corto Maltese. Mi sono domandato: “ma qualcuno non poteva riuscire a fuggire da quel manicomio?” Così mi sono inventato questa storia fantastica. Emiliano parlava di Poe e mi rende felice perché c’è una componente gotica in questa storia di fantasia, in cui un gruppo di malati assiste all’arrivo, in una notte con due lune, di un misterioso veliero. Sull’isola c’è anche un marinaio, altrimenti non sarebbe stata fattibile una ipotetica fuga di questi ricoverati in un manicomio protetto semplicemente dalle mura e dal mare. In teoria quindi sarebbero potuti andar via. E ho provato a pensare a questa fuga. Una fuga dalla normalità di giudizio, di comportamento, di diagnosi, di vita, di piattume, nel quale da sempre siamo inseriti. Questo libro è resistenza, rivoluzione, ricerca di rottura degli schemi e soprattutto di giudizio nei confronti dell’altro.»

Dopo aver indagato cosa sia il farmaco della scrittura nel libro di Marco Steiner, Emiliano Ventura domanda a Isabella Vincentini cosa significhi invece per lei il farmaco della misura.
I.V «In realtà la misura è sempre stata la cosa più lontana da me. Tutte le cose su cui scrivevo, che mi appassionavano, e credevo mi fossero più vicine erano proprio l’opposto: si trattava di dismisura.
La misura del farmaco è una raccolta di saggi di oltre vent’anni. Ho conosciuto Emiliano in Università, perché entrambi frequentavamo il filosofo Mario Pernola e durante i convegni che abbiamo fatto insieme, ci scambiavamo saggi. L’idea di questo libro infatti è sua, io ho composto dei pezzettini e poi è arrivato lui a comporli, a dar loro forma. Vi leggo dei titoli: Dopo lo smembramento di Orfeo, che tratta del discorso sull’orfismo in poesia, Passione e poesia, I sogni della porta d’avorio, Quella specie di bacio che si riserva alle dee, tutto costruito sulla letteratura americana, sul mito, su Cristina Campo, su Odysseas Elytīs e molto c’è del mondo greco che ritorna in tutti questi saggi.
La cosa che mi ha sorpresa è che quando ho riletto i saggi, in vista di questa presentazione, ho ritrovato delle linee che si incontrano secondo l’argomento che stavo trattando. Ma l’unico di cui io non mi ero accorta era questo della salute e soprattutto della misura. Risfogliando il testo mi sono soffermata a sottolineare tutte le volte che nominavo senza saperlo l’argomento, dal concetto di salute partendo da Gadamer, mi riferisco a Dove si nasconde la salute, al concetto della grande salute in Nietzsche.»
E.V «In realtà Isabella sei proprio partita da Nietzsche.»
I.V «È vero Emiliano, perché feci la tesi su Nietzsche, per cui il mondo della follia apparteneva già a tutta una mia serie di letture e di studi. Ma non mi ero accorta che la direzione di questi saggi, in realtà di volta in volta specifici, si allargava e tornava sempre a questo concetto di farmaco, più che misura, nel senso greco. Perché nel senso greco il farmaco è diverso, è sempre antidoto e veleno, ma ciò che lo rende diverso è la natura, la physis. Per cui non è come per Orazio est modus in rebus, non c’è antinomia tra veleno e rimedio perché è la quantità ciò che produce la differenza.
Poi c’è tutto un discorso secondo cui non è solo il dato quantitativo, legato alla superficie, alla scienza, alla concretezza della tecnica, come è il nostro concetto di misura. Nella physis greca, c’è più il concetto di limite che di misura. Per cui i termini antitetici di veleno e antidoto si sfiorano, si toccano ma prendono delle accezioni completamente diverse. Il farmaco va letto nel senso greco, non come prodotto della scienza. Perché può essere tossico se non viene rapportato al concetto di limite e di quello che è il caso personale.
Riportando tutto al nostro tema della follia, nel libro affascinante di Marco c’è sempre questo discorso sul desiderio, sull’immaginazione, sul viaggio che non chiude l’orizzonte ma che porta verso un oltrepassamento delle situazioni. E qui torna l’ambivalenza del farmaco che se ricondotto al concetto greco di hybris, di arroganza, nel momento in cui oltrepassa il limite, la misura, potrebbe essere dannoso. Mentre però nella scienza questo è un dato esatto, due misure dello stesso campo, il pensiero decostruzionista di Deridda, e quello ermeneutico di Gadamer azzerano il discorso scientifico della tecnica e della misura, e prospettano una compenetrazione di misura e dismisura, perché a seconda della dose si può alternare sia il beneficio che il veleno. Tutto dipende da un concetto di limite rapportato sempre alla natura, alla physis, all’esistenza, alla vita. Quando i greci parlano di moderazione, di sophrosyne, si riferiscono a qualcosa di profondamente diverso dalla tecnica.
Ne La nave dei folli, ho trovato interessante che Dragonetto parli della statua presente sull’isola di san Servolo, Niobe. Essa, punita per la sua superbia e tracotanza, rappresenta il dolore, il pianto, ma anche il rapporto che c’è tra punizione e misura.
Ma tutto il testo di Marco, con la sua scrittura a volta spezzettata e in versi che gli dona poeticità, propone un viaggio di immaginazione, visionario, che non è una fuga ma
un transito verso l’interezza (p. 136) un andare oltre la morte, verso l’altrove, i non luoghi, una seconda terra, un punto di fuga antiterra, oltre i confini, territori della fantasia, … siamo entrati nelle terre e nelle acque senza confine, noi riuscivamo a vedere ogni cosa dall’altro punto di vista.
Bellissimi anche i due personaggi femminili: Lilith, pura gioia, libera, esuberante, ed Elisa che invece era la donna che non riusciva ad amare.
Forse siamo riusciti a trovare una sintonia con Marco, anche perché io avevo scritto un primo libricino intitolato Diario di Bordo, poi un altro di saggi Varianti da un naufragio. Ho una passione smodata per il mare, forse perché sono nata a Rieti in mezzo alle montagne. Ci hanno unito i temi e un bagaglio che non conoscevamo. Ho scritto due libri sulla psicanalisi Lettere a un guaritore non ferito e Il codice dell’alleanza.



Condividiamo un retroterra di mare, psicanalisi, viaggio che ci ha spinto oggi a questo confronto.»
E.V «Queste due opere, sia il romanzo che il saggio, attraversano la tradizione culturale e poetica italiana e europea. Penso alla riduzione del Purgatorio di Dante che fece Mario Luzzi, che considerava come un sanatorio al polo nord per poeti e poeti amici. Come la poesia La notte lava la mente, in cui si tenta di alleggerirsi di tutte le problematiche. In qualche modo quindi il farmaco della scrittura è un topos letterario che ci appartiene culturalmente.»
A.D «Questa sera vorrei leggere qualcosa dei tre scrittori presenti, scrittori di prosa ma tutti, in maniera diversa, poeti. Anche se Marco fatica a definirsi poeta, poi lo è, come Berengo Gardin che non vuole essere chiamato artista e poi però ci propone un punto di vista solo suo.
Le parole del titolo di questo incontro serale, Misura della follia, racchiudono circa 3000 anni di storia su cosa sia la follia, la malattia, la sanità, la salute. E sembra che 3000 anni siano passati inutilmente perché noi di fatto siamo qui a discutere cose che a suo tempo erano già state dette da Ippocrate. Non è cambiato nulla.
L’altro passaggio è il tema della misura, la dannazione degli ultimi 150 anni del pensiero scientifico e psicologico occidentale. Ed è l’ossessione della misura l’origine del riduzionismo, della incapacità di comprendere… si misura ma non si capisce più nulla. Oggi poi il mito della misura sta esplodendo nei sistemi di intelligenza artificiale, che non sono null’altro che dei giganteschi pallottolieri velocissimi, che misurano tutto, fanno connessioni incredibili alla velocità della luce ma non capiscono, misurano. La follia esiste e nemmeno Basaglia ha mai detto il contrario, nonostante ciò che sostengono certi psudo basagliani che non hanno letto o capito il suo pensiero. Basaglia condannava i metodi punitivi e di reclusione, ma era un fenomenologo raffinatissimo. La follia esiste e ha varie forme, a volte storicizzate, pensiamo all’esempio di prima, l’ipomoralità costituzionale è la povera ragazza che si era ribellata al suo sistema.
La follia esiste, forse e dico forse, può essere misurata ma non con i sistemi tecnici, non con test e controtest o peggio ancora con i vari DSM o ICD, armi improprie in mano agli psichiatri e agli psicologi, che pretenderebbero di classificare la salute e la malattia semplicemente su una sommatoria di sintomi. Per cui se hai sintomi 1/3/ 5 e da più di 6 mesi, sei in questa casistica. Ecco questo approccio con la sofferenza mentale, la malattia, la follia è la modalità delirante della tecnica perché permette di misurare ma di non comprendere.
I tre scrittori presenti questa sera, ognuno a modo loro, ci hanno proposto un farmaco, non venefico, che è la poesia.
Mi ricordo che negli anni’80 sull’Espresso comparve un articolo di un tizio che aveva creato un sistema per cui si potevano comporre in automatico delle poesie selezionando stili, riferimenti.
Ecco no. La poesia è un’altra cosa, deriva dal verbo Poiéin , in greco fare, ma un fare creativo, non è la politica del fare degli artigiani seriali. Poiéin, significa creare e creare da ciò che non è, perché non esiste, creare qualcosa che è una nuova realtà, una nuova immagine, una nuova sonorità, un nuovo senso. La poesia è la cura e il farmaco che permette di uscire da quella che è la vera essenza della malattia mentale: l’annullamento. Fare di ciò che è ciò che non è.
L’annullamento fa ammalare le persone, nei rapporti la violenza psicologica è quella di non vedere l’altro o vederlo per come non è. La poesia, l’immaginazione, come atto creativo, ci permette di fare un percorso inverso, cioè trasformare ciò che non esiste in qualcosa che è.
C’è qualcuno che conosco che ha scoperto la bellezza di smettere di fare rumore, di ascoltare la musica e in ciò ha compreso di poter scrivere poesie. Chi ci ospita (Stefania Stefanini) mi ha fatto leggere una sua poesia da E ti immagino ancora lì, in cui si parla del “dar voce al silenzio”. Il silenzio è ciò che non è, dare voce al silenzio è l’atto creativo di scrivere. È vero, la cura e il farmaco della follia è la poesia, in senso lato, è questa opera di trasformazione che prende ciò che non è e lo trasforma in qualcosa che finalmente è, lo trasforma in qualcosa di bello.
Conosco un’altra persona che prende dei legnacci vecchi e fa delle sculture che raccontano storie. Non sono solo sculture, raccontano storie.
Faccio lo stesso nel mio lavoro di psicoterapeuta, da qualcosa di grezzo che è il dolore, le contraddizioni, i vuoti dell’esistenza che le persone mi raccontano, io cerco leopardianamente di guardare oltre, di immaginare e di vedere l’invisibile. Arriva una persona, magari lacerata, magari sofferente che dichiara di stare male e cerco da subito di vedere oltre e di immaginare quello che potrebbe essere, il mio lavoro è tutto sull’invisibile, su ciò che non c’è.»
E.V «Ma Antonio, chi è il guaritore ferito? Presente in entrambi i testi di cui parliamo questa sera.»
A.D «La risposta la prendo da un altro libro della Vincentini (Lettere a un guaritore non ferito)
Per questo andai ad est dell’Oronte, non per guarigioni miracolose o profezie ma per chiedere consiglio a Simeone e agli Stiliti, sulla conoscenza dei segreti del cuore. E tu che più di ogni altro sei a conoscenza di tutti i miei segreti, tu lo capisci il cuore?”
L’altra cosa riguarda Steiner. Gli psicoanalisti non amano parlare di terapia e di cura ma parlano di analisi, non parlano di pazienti ma di analizzandi. Lo psicoterapeuta, che è più un uomo di campagna, magari di formazione psichiatrica come nel mio caso, parte dal presupposto che c’è una malattia, ma c’è anche una cura. Proprio qui risiede la novità del libro di Marco, la guarigione.
Ne La Nave dei Folli, che tra l’altro è un libro che si legge a più livelli, c’è poesia, ma c’è soprattutto la storia di una guarigione, di chi si trova ad affrontare la vita. E come è la vita? Non è facile, non è morfinica, non è il benessere becero. La vita è difficile, è affrontare i transiti, le giravolte, i giri di boa, è superare vecchie storie del passato. Ecco, nel libro di Marco c’è questo, è un libro sulla speranza, che è una certezza, come pure il dolore. Si fanno viaggi infiniti pieni di sofferenza, poi si vede la luce e si sta bene. Ma per arrivare a questo non serve una vita sotto morfina, non è neanche ciò che compare, ahimè, nella Costituzione americana, non è la felicità, ma la capacità di realizzare profondamente se stessi.»
I.V «Uscire dalla situazione e vedere un futuro, vedere la possibilità che ci sia qualcosa. Nel libro di Marco non c’è infatti solo l’uscita dalla segregazione, ma è un credere nei propri desideri, nella possibilità di vita.»
A.D «Emiliano ha parlato di salute, non ci eravamo messi d’accordo prima ma avevo segnato una suo componimento che parla proprio di questo, si intitola Salus

Malattia e cura, una sola presenza/fosti malattia perché hai istillato veleno nello status quo ante, e fosti cura provocando hic et nunc la salvezza./Non saranno altre vie sofferte, che sia pace, sia onesta, che sia adesso/ non resta che l’ultimo saluto, da questa ritrovata salute.
C’è un contrasto tra la visione platonica, dimensionale, in cui esiste la salute ed esiste la malattia e la visione categoriale aristotelica in cui c’è un continuum. Una cosa è certa, ciò che noi chiamiamo la follia creativa è la salute, perché un grande psichiatra mi ha detto: “Se ci fai caso i matti si assomigliano tutti, per questo poi fanno le categorizzazioni con il DSM e ICD, le persone che stanno bene, sono tutte diverse.”»
M.S «Vorrei leggere un breve passaggio tratto da La nave dei folli, di un dialogo tra il comandante della nave Indio e una donna, Elisa, una professoressa di lettere che non è mai riuscita ad amare, ma che in questo viaggio capisce il perché. È notturna la scena in cui parlano. Lei scrive molto spesso e lui la interroga su questo fatto.
[…] Ma scrivendo riesci a recuperare il tuo passato Elisa?
Mi guardò come non aveva mai fatto.
Mi aiutano le nuvole, quello che ho appena letto nell’aria e che riporto s questo quaderno è il passato; ma adesso aspetto il futuro, cerco la continuazione del viaggio, per questo sono a bordo con te e per questo ti sono e ti sarò per sempre grata.
E chi ti parlerà del futuro?
Le nuvole e il vento. Loro sanno ogni cosa, le nuvole volano alte, sono lontane ma osservano tutto; sono libere, per questo possono vedere anche quello che succede dall’altra parte, ma serve la musica di Petar per cogliere quella visione.
Elisa mi si accostò, la sentivo vicina, mi lascia andare.
Le nuvole sono libere nel vento, ma sento che questo immenso mare vorrebbe trascinarmi sul fondo, scivolo, cerco di allontanarmi dal dolore ma a volte mi assale il desiderio di lasciarmi andare Elisa. Io vago tra abissi e distanze.
Fai come me Indio, alza lo sguardo, non fissare il passato.
Raccontami il futuro che leggi fra le nuvole Elisa, ti prego, non smettere, continua a raccontare, porta anche me lassù con la tua poesia.
Mi sfiorò la spalla con la mano e provai un brivido di sollievo.
Ti parlerò del Dio vagante, Indio, lui ci aiuterà.
Ti ascolto.
Un tempo fui fanciullo e fanciulla
E il demone che incrocia i destini
l’animo mi mutò in terra
E non pose nel cielo o la luna,
sede all’ampiezza dei sogni
Ma li condannò alla fuga.[…]
Queste parole mi colpiscono nel profondo Elisa. Non so perché, arrivano dalle tue labbra, dai ricordi del mio passato, dal vento che mi ha trascinato in giro per il mondo, da sogni troppo fragili, ma diventano immagini reali, proprio ora. Tutto si concentra in questo unico istante senza tempo. Le scriverò sul mio diario di bordo.
Grazie Elisa, tu sei capace di leggere tra le nuvole.
Ma cosa sono queste parole?
Sono le parole nuove Indio, sono versi che qualcuno scriverà e che io leggerò un giorno, sono le parole non dette, quelle ancora non pensate, sono la musica del vento e le nuvole me raccontano., vengono dall’altra parte del cielo, là dove tutto ha un’altra forma.
Ma come fai a leggere quello che è scritto dall’altra parte Elisa?
Te l’ho detto, serve l’ascolto profondo e la musica di Peter che apre queste soglie.
Anche tu ti senti fanciullo e fanciulla Elisa?
Certo, Indio, come tutti, noi non siamo mai soli, siamo molti, soprattutto quando perdiamo una parte di noi e quando perdiamo qualcuno che ci è molto caro.»
A.D «Questa è una specie di dedica che io faccio ai miei pazienti, perché sono le parole che ha scritto una di loro che ha ritrovato in qualche modo la voce.
Uno dei miei miti, lo psicanalista Emilio Servadio, scrisse il suo primo libro di poesia a ventinove anni poi non ha più scritto nulla, fino a che ha ricominciato, in nome di una donna, dagli 80 ai 94 anni fino a un mese prima di morire.
Sono nata già in gabbia, come certi pulcini di allevamento industriale. /Che stupore quella mattina di agosto, scorgerne a centinaia, liberi, nel soppalco del granaio. /Appena il tempo di cantare un pianto ed ecco che già serrarono i catenacci. Che non forzasse a uscire più./ Io li ascoltavo pigolare e mi pareva il canto della creazione./Per sicurezza ricevetti come ciuccio una mordacchia, così imparai presto a stare zitta./Mi sedetti tra loro e cantai e si confuse il pigolio in cielo come in terra./
Scambiai quella morte designata per una vita nascosta, lo feci alla spicciola, come si scambia una figurina a scuola e mi abituai presto a gioir piano, muovendomi appena per non disturbare./ Era il tramonto quando vidi la luce, e prontamente una nenia ripeté al mio tenero udito che quello era tutto il sole a mia disposizione./Dunque mi tenessi pure ogni altra fame, non mi informarono che c’era l’alba.
Ma sono cresciuta, adulta, addirittura antica ora, tanto mi ci è voluto a scardinare morsi e gabbie, non pigolo più, canto e cammino sicura fuori le mura e dentro./Mi nutro da me, becchettando briciole di gioia dal tramonto all’alba./Lo faccio ogni giorno, passando per la notte amante avvolgente./Lascio l’acqua al suo corso, chiamo vita la vita ed è quanto basta./Lo faccio nel mio nome e in quello di tutti quei pulcini.
Allora cosa è la salute, cosa è la creatività? È dire parole che prima non c’erano.»
I.V «Per concludere volevo riportare delle citazioni di alcuni poeti.
La follia è un’isola perduta nell’oceano della ragione. (Joaquim Maria Machado, balbuziente e da bambino anche epilettico)
Dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio, non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita. (Alda Merini)
Cosa farò, smisurata nell’impero delle misure? (Marina Cvetaeva)
La follia è la sorella sfortunata della poesia. (Eugenio Borgna)»

Fiori Vivi ringrazia:
Isabella Vincentini, Marco Steiner, Antonio Dragonetto, Emiliano Ventura per questo loro scambio letterario pieno di poesia e speranza.
Le Storie libreria, casa editrice, per averci accolto.
Andrea Ottaviani per il video e la registrazione dell’evento.