Il segreto di Irene di Boston

di Marco Steiner, Emiliano Ventura

Le storie si scrivono e si riscrivono, partono dalla realtà per poi creare mondi altri, a volte sono solo frutto di immaginazione, altre motivo di trasformazione del sé. E proprio l’evoluzione dell’identità, la sconfitta e la rinascita sono temi che, come un segreto celato, Marco Steiner descrive attraverso la storia di un uomo, Corto Maltese e di un suo dialogo, impossibile, con un Veliero.

E.V Emiliano Ventura   M.S Marco Steiner

E.V «Marco Steiner ha iniziato il suo cammino artistico con Hugo Pratt, ma negli ultimi anni la sua letteratura ha preso una direzione totalmente autonoma rispetto all’origine con Corto Maltese, per affrontare tematiche sicuramente importanti, problematiche, decisive, anche inerenti la psicologia, come ne Isole di ordinaria follia. Un nuovo percorso originale e autonomo. Ma parliamo di Corto Maltese e Irene di Boston, storia di un appuntamento quasi impossibile. In questo caso Steiner torna a un argomento a lui molto familiare, che in qualche modo lo coinvolge e riconnette ai suoi inizi. In questi giorni ho riletto un altro testo, La ballata del mare salato di Hugo Pratt, un testo del 1995, in realtà è la traduzione letteraria del medesimo fumetto, da cui traggo considerazioni sempre diverse. Non svelo nulla di nuovo se vi dico che questo testo lo ha scritto Marco Steiner, con la supervisione di Pratt stesso, che cominciava già a non star bene; c’era questa collaborazione ma di fatto il romanzo è una delle prime cose scritte da Steiner. Vorrei spiegare però perché è importante. È vero che il romanzo è la riduzione del fumetto La ballata del mare salato, ma ha la caratteristica di avere un primo capitolo che pare evidentemente estraneo al corpo della narrazione di Pratt, e appartiene totalmente a Steiner. Qui Corto Maltese è un bambino di dieci anni, si trova a Cordova, passeggia per le strade, ascolta una canzone della Petenera che si dice porti sfortuna, torna a casa dalla madre, insieme a un’altra gitana si leggono le carte, la donna si rende conto che il piccolo non ha la linea della fortuna sulla mano, il piccolo Corto va in camera e se la incide da solo col rasoio. Questa è ovviamente la vulgata di Corto Maltese, ma questo primo capitolo è estraneo alla narrazione di Hugo Pratt e, in un certo senso, proprio per questo rende il romanzo così bello. Il capitolo spicca come fosse un diamante rispetto alla narrazione, come un corpo che svetta ascrivibile alla mano di Steiner distante da Pratt. Questa caratteristica di avere un capitolo che spicca sul resto, come una pietra preziosa, l’ho trovato solo in un altro testo, Fight club di Chuck Palahniuk che nel settimo capitolo presenta il racconto originale su cui lui costruisce tutto il romanzo. Nel capitolo di cui ci stavamo occupando invece la particolarità è proprio il racconto dell’infanzia di Corto Maltese, in una modalità in cui Pratt non l’aveva mai raccontata, non con quei dettagli. 

Ho voluto rileggere tutto il romanzo di Corto maltese e Irene di Boston, perché esso potrebbe idealmente inserirsi tra la fine del primo e l’inizio del secondo capitolo della Ballata del mare salato del 1995. So di chiedere al lettore uno sforzo di immaginazione, ma i due romanzi sono intimamente legati. Questo romanzo, Irene di Boston, potrei inserirlo tra il primo e il secondo capitolo della Ballata, Steiner scrive: “le storie possono anche essere riscritte”. Le storie non solo possono essere scritte, ma anche riscritte. I due romanzi si incrociano tra il primo e il secondo capitolo, poi però prendono due traiettorie completamente diverse. Il primo, la Ballata, è legato strettamente alla realtà, è basato su una cronologia storica, inizia il primo novembre del 1913, quando prende il via la prima avventura di Corto Maltese, prosegue con dati storici, il Pacifico della Prima guerra mondiale per esempio, rimanendo quindi su un piano di realtà. Nel secondo romanzo invece, che inizia più o meno allo stesso modo, viene ritratta l’infanzia di Corto Maltese, poi però prende una direzione che non è realistica, è riconducibile al fantastico e all’onirico. E la successione temporale non segue più un ordine cronologico, il tempo non ha più quella linearità. Sembra una nuova forma di scrittura, anzi, di riscrittura. Compaiono i personaggi del canone di Corto, ma in modo diverso, li ritroviamo in un altro tempo fatto di passato e futuro. Questa modalità di utilizzare il tempo, non cronologico, ricorda il romanzo di Raffaele La Capria, Ferito a morte. Inizia dalla seconda guerra mondiale ma poi gioca su più piani temporali, dagli anni ‘40 ai ’50 e ‘60. Il collegamento lo rintraccio in quanto entrambi i testi si fondano su una mitologia, quella del segno/cicatrice, evento che può incidere il destino di una persona. E il segno in questo caso è la linea della fortuna che Corto Maltese si incide da solo. Inoltre Corto è anch’egli ferito a morte, la sua vita e i suoi amori si nutrono di abbandono, sono tutti addii che restano come ferite. Nel romanzo di La Capria invece la mitologia è legata all’idea della bella giornata, e il segno è riconducibile alla grande occasione (mancata). La Capria, così come il protagonista, abitava a Palazzo Donn’Anna a Posillipo, un antico palazzo che si inserisce direttamente nel mare, come la prua di una nave. Quando si svegliava, ed era una bella giornata, il grafico del sole che si disegna sulla parete indica che avrebbe fatto pesca subacquea; in una di queste uscite incontra una carpa gigantesca che però gli sfugge, l’arpione la manca, il fatto gli rimane nella memoria come occasione perduta. Lo scrittore la mette in relazione con un amore giovanile, la ragazza con la coda di cavallo, che conoscerà a Posillipo ma che non riuscirà a conquistare, la grande occasione perduta che lo ferisce a morte per tutta la vita.

In qualche modo questi elementi, il tempo non cronologico, l’occasione mancata, la cicatrice, sono presenti anche in Irene di Boston, sia come struttura che come tematica. La prima cosa che volevo chiedere a Steiner è proprio su questa modalità di utilizzo del tempo non è lineare, hai avuto dei riferimenti, anche letterari? Perché hai deciso di costruire il tuo libro in questo modo?»

M.S «Da tanti anni ho una tradizione, quando sono nella fase embrionale di una idea di scrittura, io faccio delle cene con Emiliano Ventura e Antonio Dragonetto, uno psicologo. Leggo il mio capitolo e poi ascolto Ventura e Dragonetto che me lo spiegano, nel senso che sono capaci di allargare, anche grazie alla loro cultura, gli orizzonti visionari del mio libro. E lo stesso sta facendo ora Emiliano. Io su Irene di Boston non ho fatto alcun riferimento ad altri esempi letterari, però posso dirti che la mia storia di scrittura che parte con Hugo Pratt, è una storia di quasi trent’anni, dal 95 a oggi. E in trent’anni ci sono molti passaggi. Tu hai svelato che La Ballata del mare salato, in versione romanzo, ha una mia grande parte e il primo capitolo a cui fai riferimento nasce da una conversazione profonda, ma divertentissima, che feci con Hugo Pratt, e che vorrei raccontare.

A lui era stato chiesto all’epoca di riprendere le sue storie in forma di romanzo, pensò subito a La Ballata del mare salato, mi prese sotto braccio e mi disse: “questa volta mi aiuti tu, ne parliamo ma lo fai tu.” Quando ho cominciato a studiare, non a leggere, il fumetto, la cosa che gli dissi subito timidamente fu: “ma Hugo, come fa un romanzo a cominciare con Io sono l’oceano Pacifico… è visionario ma complesso iniziare proprio così la serie dei tuoi romanzi”. Lui mi rispose: “Allora facciamo una cosa diversa, so che ti piace il mare, viaggiare, allora prova a pensare cosa potrebbe accadere se uno sta sdraiato su quattro tavole in croce, legato, sul mare per tante ore. Sei disidratato, hai le labbra spaccate, le braccia bloccate, e vorresti morire piuttosto che continuare questa sofferenza infinita. Arrivano continuamente le onde e senti gli occhi incrostati di sale e non riesci neanche a vedere. Allora, – e vi dico che mi parlava in Veneto perché io ho delle origini simili – immaginiamo che Corto, incatenato sull’Oceano Pacifico, vede spuntare un raggio di sole e attraverso un flashback si rivede giovane. Comincia da qui a scrivere una storia.” Da lì iniziò questo primo capitolo a cui ti riferisci tu, stiamo parlando del 92-93, Pratt era ancora in vita. Ricordo che quando glielo lessi rimase molto contento e poi andò avanti tutto il resto, con parti ampliate, inserimento di riferimenti storici precisi, soprattutto della pirateria in epoca di guerra nel Pacifico. Aveva in realtà scelto un periodo incredibile per ambientare le sue storie.

E poi con il passare del tempo maturano molte cose, per esempio ho fatto il ghostwriter per il libro Avevo un appuntamento, nel quale Pratt ha fatto un viaggio, in realtà era il viaggio dei suoi sogni. E non so se Hugo fosse un po’ un mago o uno che vedeva il suo futuro, ma fece questo viaggio alla ricerca dei suoi sogni nel 92-95, tre anni prima di morire. E quindi si recò sul Pacifico a rendere omaggio alla tomba di Robert Luis Stevenson, è andato a vedere l’isola in cui W. Somerset Maugham aveva scritto Rain e poi è andato a rendere omaggio a un relitto di un veliero distrutto che era lo Yenkee, a seguito di una storia che aveva letto sul National Geographic. Lui è andato lì perché voleva appoggiare le mani su questo veliero, c’è una foto bellissima che lo ritrae in quel momento, scattata dalla sua collaboratrice Patrizia Zanotti; lì mi raccontava: “vedere la luce del tramonto su queste lamiere arrugginite è stato un sogno per me”.

Quindi, per tornare alla tua osservazione, non ho presente quel testo che hai citato di La Capria, ma mi sono arrivati degli stimoli letterari, di viaggio, di tante cose che si sono mescolate. Ho letto tanto nella mia vita, a un certo punto mi sono ritrovato in Sicilia, nel 2011, a camminare su una spiaggia che si chiamava ‘A Valata’ a Pozzallo, allora non era il luogo finale di tantissime barche dopo i naufragi, ce lo dimostrano tante foto a riguardo che spaccano il cuore. In quelle zone, precisamente all’isola di Sampieri, ho visto anche dei cadaveri. Proprio su quella spiaggia, era Novembre, ho visto questo veliero distrutto, non ho pensato a quello che aveva fatto Pratt, ma quel veliero mi ha comunicato qualcosa. In me c’è stata un’evoluzione, forse prima esistenziale che letteraria, una predisposizione, che mi ha insegnato Hugo Pratt, e che si è concretizzata viaggiando a lungo con un fotografo come Marco D’Anna. Anche l’incontro con Gianni Berengo Gardin, ha affinato un’attenzione particolare alle immagini suscitate da un oggetto, da una visione, da un particolare, di conseguenza ho sviluppato delle “antenne” che stanno in allerta e fanno collegamenti non logici ma immaginari. Mi piace scrivere questo genere di cose e viaggiare, Hugo Pratt è solo uno degli elementi, come da piccolo fece Salgari, che ha allargato il mio immaginario. Quando succede questo è facile cogliere delle particolarità. I riferimenti non vengono intellettualmente dall’aver letto qualcosa di altri, ma vengono spontaneamente. E allora io spero sempre che tutto ciò si senta nei miei testi, credo sia questa la linea narrativa che tu da un bel po’ cogli, e al tempo stesso stimoli. Il miglior complimento che sento di aver ricevuto da te è quando dici che la mia letteratura trascende i vari generi letterari.»

E.V «E infatti è difficile definire il genere letterario a cui appartiene questo tuo libro. Se si osserva l’impaginazione risulta chiaro, si passa da una pagina che verticalmente riporta le parti in poesia a un’altra, completamente diversa, con la prosa disposta orizzontalmente. Non sto dicendo che è un libro di poesie ma che è una prosa che viene definita in un contesto fantastico, onirico, che per sua natura non può seguire, ovviamente, un percorso lineare come una prosa normale. Essa tende alla verticalità della poesia, ed è uno dei motivi per cui dico che tu trascendi i generi, non è propriamente un romanzo, non è propriamente un poemetto, non è un racconto, non è un monologo teatrale, ma probabilmente è tutto questo insieme. Come gran parte di tutti i tuoi lavori, in particolare gli ultimi, in Irene di Boston il contesto onirico-fantastico è preponderante. Una delle caratteristiche che maggiormente apprezzo in Marco è la sua capacità di saper creare dei personaggi femminili meravigliosi, e non è certo scontato che un uomo sappia creare un personaggio femminile così credibile. Poi sa far parlare perfettamente gli animali, altra capacità rara. In questo caso ha creato una personificazione di un oggetto materiale, di un veliero, di un relitto di un veliero. E quindi vorrei chiederti chi è Irene di Boston

M.S  «Qui scendiamo nel particolare e sul metodo di lavoro che ho imparato da Hugo Pratt. Prima c’è la parte poetica, ho accennato che ero su ‘A Valata’ nel 2011, quando vedo questo veliero bello, elegante, con la scritta Irene of Boston 1914, i legni erano massicci, importanti. Io ho una certa conoscenza di barche e guardando la prua ho pensato che fosse inglese, di quelle che si usano per i trasporti. Avevo la fortuna di essere lì con un amico molto ben addentrato sulle storie siciliane e mi ha detto: “Lo sai che questa barca secondo me è quella che un mio amico ha studiato, lui è un architetto, e di cui ha fatto dei disegni? Lo contatto e te lo faccio sapere”. Comincio a studiare la storia di questo veliero del 1914 e dopo pochi giorni ho saputo chi era stato l’ultimo proprietario. Giuseppe Corallo, questo il suo nome, ci dice di aver fatto il viaggio più bello della sua vita su questa barca: “Mi trovavo dalle parti di Marina di Modica. Questa barca è naufragata nel porto di Augusta perché ha preso uno scoglio di prua ed è affondata, e il suo proprietario è morto. C’è stata una situazione delicata, indagini della polizia. Poi gli eredi del defunto non l’hanno voluta riparare, quindi è stata messa in un cantiere ed è stata messa in vendita a quattro soldi, era infatti una barca danneggiata. Io – continua Giuseppe – avevo un nonno mastro d’ascia che mi dice di portala da lui a Pozzallo per sistemarla. Questo fu per me un viaggio stupendo, la faccio rappezzare a prua, prendo un peschereccio, la rimorchiano e mi metto lì sul peschereccio con le sigarette, la birra e la barca che mi seguiva; sembrava che se ne andasse da sola”. Io me la immaginavo che ondeggiava un po’, trainata dal peschereccio e lui che si beveva la birra. Arriva a destinazione, iniziano a scartavetrarla e cosa succede? La storia classica italiana, il nonno muore e quindi Giuseppe non ha i soldi per riparare la barca, i cantieri navali del posto gli dicono che è una barca di interesse storico e che deve andare al comune di Pozzallo. Altri gli dicono al comune, no… devi andare alla regione, no… alla provincia… insomma passano gli anni mentre qualcuno fa i lavori, qualcuno spende i soldi per ripararla, fino a che crolla uno dei supporti e la barca si sfascia in mille pezzi. 

Alla fine quando l’ho vista era cosi. Senza che vi racconto tutta la storia dei cento anni che la riguardano (e che per altro ho documentato), c’è stato un periodo in cui dopo la guerra, negli anni ’50, viene acquistata da un Capitano di lungo corso che va in pensione, compra questa barca e fa un viaggio con la moglie e i due figli, parte da un porto della Cornovaglia, un grande porto, (tra l’altro il padre di Corto Maltese veniva dalla Cornovaglia) un viaggio di sette anni (si fa un viaggio di quasi tutto il mondo).  C’ra qualcosa che non convinceve, perché se ti imbarchi da uno yatch club, da qualunque porto, quando ritorni rientri nello stesso posto da cui sei partito, perché invece quel Capitano è rientrato in un porto diverso, lascia la barca per scomparire? Allora faccio il prattiano, scrivo allo yatch club da cui era partito e mi dicono che la barca è lì, è dei figli. Chiedo se possono mettermi in contatto con loro, mi dicono che non vogliono più parlare né della barca, né del padre. Allora qui ci sono due strade o fai il giornalista d’inchiesta, vai in Cornovaglia, ti informi di tutto, oppure fai Marco Steiner e ti inventi qualcosa, ecco che quest’uomo si è trovato in una situazione tipo Cuore di Tenebra, perché era entrato in un fiume, presumibilmente in Brasile, e da lì aveva trovato un lato oscuro, la sua vera natura, e una volta tornato a bordo non voleva più saperne né della famiglia, né dei figli, perché appunto ormai era entrato nel suo abisso.

Ora questa storia costituisce una parte noir del libro, ma Irene di Boston ne contiene altre. Il nostro veliero infatti è stato creato in un cantiere inglese, banalissimo, di quelli che stavano dentro un fiume, in una città grigia e fumosa, perché c’erano dei depositi di carbone e il cantiere faceva chiatte da trasporto. Però un giorno un mastro d’ascia si inventa questo veliero, da lì nasce la fantasia che mi ha dato modo di raccontare questa storia con un taglio particolare. Ho immaginato quest’uomo che in sogno decide di fare questo veliero, una volta finito lo deve varare. Sta per farlo, in questa città con un po’ di pioggia, un po’oscura, prende una bottiglia di vino, era povero e non era un armatore, quindi prende la prima bottiglia di vino rosso, sta per romperla, ma vede sua figlia e vuole che sia lei a vararla. La bambina si avvicina alla barca, ma per lei, rompere la bottiglia sulla nave sistemata dal padre è un gesto di disprezzo, non riesce a farlo, allora arrossisce, si sporge e dà un bacio alla barca. A quel punto, nel terzo punto narrativo del libro, ho immaginato questa bambina che trasmette lo spirito femminile, un’aura creativa alla barca che da quel momento “vive”. E così nasce il dialogo possibile, o quasi impossibile, con questo personaggio che si ritrova su una spiaggia deserta e rievoca, come ha detto Emiliano, il primo naufragio in cui Corto Maltese viene salvato da Rasputin. In questo caso, in un gioco letterario, non viene salvato fisicamente da un uomo, da un pirata che lo avvia all’avventura, ma viene salvato da uno spirito femminile. Perché quando si nasce o si rinasce c’è sempre di mezzo una donna, allora se Corto Maltese naufraga perché non c’è più il suo autore e trova questo veliero, può continuare a vivere solo in virtù di uno spirito generativo. Una frase del libro è infatti Cosa rimane quando tutto sembra finire? La fantasia, l’immaginazione che può spingerci oltre.»

E.V «Nel romanzo Corto Maltese, ma in un punto mi sembra anche Rasputin, è come se fossero dei personaggio che abbiano perduto l’autore. E questa condizione ondivaga è riconducibile al concetto di impossibile e quasi impossibile. Da amante di Pratt, quando è venuto a mancare, ero convinto che non avrei letto più nulla su Corto, poi Marco ha cominciato a scrivere i primi romanzi, allora ho capito che invece sarebbe stato possibile. Lo dico sempre a Steiner, lui mi hai fatto passare dall’impossibile allo straordinario. Era impossibile che io leggessi nuove cose su Corto Maltese, mentre ora asserisco che è straordinario che io possa ancora leggerlo! Declino al positivo (extra-ordinario) quello che prima era solo negativo (non-possibile).Qualcuno ha detto che “chi si incontra in un sogno ha un appuntamento nella realtà”. Che appuntamento hanno nel tuo romanzo Irene, un veliero, e Corto Maltese, un marinaio?»

M.S «Prendo la risposta da un’angolazione diversa. Se c’è un autore che considero il padre della letteratura è Borges, e il concetto labirintico delle sue storie, in maniera letteraria-filosofica, si rispecchia con la metodologia narrativa di Hugo Pratt. Perché ci sono dei continui passaggi da una situazione di realtà a una situazione di sogno. Moltissime storie prattiane vengono ironizzate, o in cui ci sono momenti di difficoltà superati grazie a un sogno. Corto Maltese sogna e parla con un corvo, surreale ma possibile, fuori dal tempo. In questa storia in particolare c’è la capacità di un personaggio di avere una vita propria. Da coloro che conoscono il personaggio di Corto Maltese, è stato detto che qui sembra che sia diventato un personaggio vivo, ha conquistato una sua autonomia. “Quando inizio a disegnare Corto – diceva Pratt – inizio sempre dagli occhi, ci guardiamo e inizia la magia”. Io non disegno ma una delle situazioni in cui a volte mi trovo è quella di andare avanti senza ragionare, entrando nello spirito e nella psicologia di quel personaggio.

Nei due libri che hai citato prima, Isole d’ordinaria follia e La nave dei folli, ci sono personaggi di varie epoche e generi, raccontare la loro storia in contemporanea è come aver fatto un master di scrittura creativa immergendomi, e immedesimandomi, in ognuno di loro. E questo libro è la summa di tutto quello che è derivato dal mio conoscere Hugo Pratt, il mio viaggiare (per scrivere le prefazioni per Hugo Pratt ho viaggiato per 15 anni); cento anni dopo il non passaggio di un personaggio che non esiste. Il gioco della fantasia si espande, è un dono che la vita mi ha dato e che ho cercato di concentrare in questo libro. Però mi è venuto spontaneamente. E la posizione visionaria di Emiliano Ventura, di vedere questo mio lavoro come un secondo volume tra i quelli di Pratt, lo rende un vero conoscitore del genere.»

E.V «Marco si è lanciato in una grande operazione, la stessa sottrazione di fisicità che Hugo Pratt ha fatto dei disegni di Corto Maltese. All’inizio infatti le tavole sono molto realistiche, per quanto riguarda il tratto dei vari disegni, per passare poi a un personaggio quasi onirico, il tratto è molto essenziale, quasi stilizzato. Passando da un piano di realtà a uno di idealità.

E Steiner in questo romanzo ha lasciato completamente il piano di realismo per andare in una condizione ideale, fantastica, rendendo anche i tratti fisici estremamente stilizzati, in questo tempo sospeso che va veramente in avanti e in dietro, tipico della tradizione sudamericana.  Come ho già detto credo che questo romanzo, e per me è un complimento, sfugga completamente a qualsiasi tentativo di definizione, non è un romanzo, non è un poemetto, non è un monologo teatrale ma è un po’ tutto questo. La frase più forte è contenuta all’inizio del libro, ovvero che Le storie si possono anche riscrivere, ti sei aperto alla possibilità e hai scritto a margine del canone di Corto Maltese, come i copisti medievali, con una leggerezza e una fantasia più marcata di quanto non sia il Corto di Pratt.»  

M.S. «C’è una frase nel libro che lega questa spiritualità femminile di Irene di Boston, quindi di un oggetto creato da un artigiano con una grande passione e un personaggio come Corto Maltese, creato da un artista che ha infuso in lui qualcosa che lo fa vivere anche dopo 50 anni.

Ogni oggetto che assorbe un’ inquieta passione, conserva il germoglio di un’anima, l’energia di un profumo, è impalpabile, è pronto a disperdersi nel vento ma è forte come un legame.

In questa frase c’è il senso del legame, e si manifesta quasi magicamente tra un marinaio e un veliero. Chi ama il mare, chi ha un po’ di dimestichezza, sa che ogni barca ha un rapporto fisico, con il suo marinaio, con una persona fisica. Esiste un dialogo, e ci sono le barche nervose, le barche dispettose e quelle più calme. E mi sembrava giusto che un marinaio come Corto Maltese trovasse in questa barca un sentimento. Tutto torna poi con il carattere di Corto che ha un rapporto problematico con l’amore impossibile.»

E.V «Quindi Irene di Boston potrebbe essere un eterno femmineo, non identificabile con una persona ma con una idea del femminile, a livello antropologico?»

M.S. «Assolutamente sì. Antonio Dragonetto mi dice sempre di enfatizzare il ruolo importantissimo che svolge Irene di Boston, perché quello spirito femminile è quello positivo, generativo, naturale e naturalistico. Come una pianta che attraverso il vento semina germogli, che a volte crescono a volte no, preservando comunque un istinto di prosecuzione naturale. E quindi per Corto Maltese, aver colto questo germoglio è stato come bere dal calice del Graal, non come immagine mitologica ma realistica.»

Fiori vivi ringrazia: Marco Steiner e la sua capacità di incantare, Emiliano Ventura per l’analisi, la capacità critica e la cultura letteraria, Patrizia Zanotti per l’eleganza e il talento. Ringraziamo inoltre la Libreria Le Storie per aver reso possibile questo disvelamento, apparente, del mistero di Irene di Boston.

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