La ribellione nel giardino

#2 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Manifesto ribelle per giardinieri

Jorn de Précy rappresenta, anche a distanza di anni, una figura misteriosa, un filosofo giardiniere che visse come tale nella tenuta di Greystone. Poco si sa di lui, ma il suo pensiero è racchiuso in un unico libro The Lost Garden del 1912, che continua a incantare per la forza delle sue parole e la lungimiranza delle sue riflessioni. Il sottotitolo di questo breve trattato è indicativo: Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi e giardinieri, e condensa l’essenza stessa della filosofia dell’autore. Alle barbarie e all’alienazione della vita ci si può opporre, non solo con una teoria o una ideologia, ma con una pratica, un’azione, che nel caso di de Précy può essere definita una utopia concreta.

Io non raccomando che una forma di ribellione: il giardinaggio. Fate giardini, naturalmente, luoghi indomiti, fuorilegge. […] Tracciate il vostro disegno sulla faccia della Terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. E proteggete anche quelli che restano e resistono, i vecchi luoghi abitati dalle piante che arrivano da lontano e continuano a sognare, nonostante l’insano baccano che li circonda. Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. Ciò facendo, affronterete le forze contrarie che oggi sembrano più potenti che mai. Non opporrete al sistema vigente un’ideologia o un progetto politico, ma un semplice luogo con i suoi semplici valori. […] la natura vi offre questa possibilità. Sicuramente non sarete soli in questa “battaglia”.

La battaglia che dobbiamo compiere non è solo quella di rispettare l’ambiente, ma anche noi stessi. Fare giardinaggio è un’operazione politica, che rinnova il senso dell’esistenza. L’uomo, secondo l’autore, ha dichiarato guerra alla vita, e il distacco dalla natura è conseguenza della nuova civiltà industriale, materialista, che spinge inesorabilmente al progresso, rendendo così la Terra e la vita dell’uomo sempre meno possibili. La società moderna, occidentale, sottrae sacralità alla natura, lasciando in tal modo dietro di sé la poesia, la libertà, la felicità profonda, semplice dell’esistenza.

Anche quando tutto ci spinge in avanti e la meccanicità della quotidianità ci distrae, il luogo ci radica nel presente, nel qui e ora. Ci mostra il vero tempo, quello della continua trasformazione di un eterno presente. Controcorrente, anacronistici rispetto al progresso, se i giardini resisteranno, essi saranno il simbolo, il luogo del dissenso. Manterranno viva la speranza che un dialogo con la natura possa ancora salvarci.  «Nel grande deserto che è diventato il mondo degli uomini, non ci resta che il giardino!»

Il faut cultiver notre jardin

La vita è irta di spine e non conosco altro rimedio che coltivare il nostro giardino. (Ottobre 1769)

Se per alcuni il giardino è luogo di contemplazione e riflessione, per Voltaire esso invece è emblema dell’azione. Il suo giardino di Ferney era infatti per lui una metafora al pragmatismo, una chiara manifestazione dell’importanza della responsabilità. Se il mondo era infatti frustrato da decadimento, miseria e cinismo, la natura richiamava alla cura, al miglioramento del nostro destino, consegnando a noi stessi e agli altri luogo migliore di quello che abbiamo trovato.

A poco, secondo il filosofo, sarebbero servite le costruzioni intellettuali, la stesura di sistemi filosofici se non si fosse partiti dal sé, dalla volontà di migliorare ciò che possiamo influenzare: le relazioni, i figli, le città, i cortili. Prendersi cura della comunità, dello Stato, corrispondeva a farlo con il proprio giardino. «Per lui giardinaggio e riforma illuminata erano parte di uno stesso progetto» e coltivare il proprio orto equivaleva ad agire sul presente, a rendere migliore il mondo nel concreto. Lo stesso entusiasmo che dimostrava nella critica alla società, nelle riforme giudiziarie e nella enucleazione di diritti umani, lo dimostrava nella sistemazione dei suoi campi: prosciugò paludi, rese fertili i campi e li mise a cultura, e piantò una vigna.

Azione e responsabilità, che muovevano la realizzazione dei giardini, erano le massime su cui costruiva la sua filosofia e la sua critica politica. Con conoscenza e abilità si costruisce un giardino e si affronta la vita. Solo in tale prospettiva si comprende il suo motto innanzitutto coltiva la tua vigna. Bisogna coltivare il nostro giardino – continua Candido –. La prossimità o il ritorno alla prossimità (il giardino, l’intimità) sono un cammini verso la presenza e il senso.

«Vi ho dato la forza per coltivare la terra e uno sprazzo di ragione per guidarvi; vi ho inserito nel cuore un elemento di compassione perché possiate aiutarvi l’un l’altro a sopportare la vita». (Trattato sulla tolleranza 1763)

CANDIDO: COLTIVARE IL PROPRIO GIARDINO

“So anche,” disse Candido, “che dobbiamo coltivare il nostro orto.” “Avete ragione,” disse Pangloss, “quando l’uomo fu posto nel giardino dell’Eden, ci fu posto ut operaretur eum, perché lo lavorasse; il che dimostra che l’uomo non è nato per il riposo”. “Lavoriamo senza ragionare”, disse Martino, “è l’unico modo per rendere sopportabile la vita.” Tutta la piccola compagnia approvò questa lodevole proposta; ciascuno si mise a esercitare i propri talenti. Il piccolo pezzo di terra fruttò molto. Cunegonda era, in verità, molto brutta; ma divenne un’ottima pasticcera; Pasquetta ricamò; la vecchia si occupò della biancheria. Persino frate Garofalo si rese utile; fu un ottimo falegname e diventò anche un galantuomo; e Pangloss diceva qualche volta a Candido: “Tutti gli eventi sono connessi nel migliore dei mondi possibili; perché se voi non foste stato cacciato da un bel castello a gran calci nel sedere per amore di Madamigella Cunegonda, se non foste capitato sotto l’Inquisizione; se non aveste percorso l’America a piedi, se non aveste assestato un bel colpo di spada al barone, se non aveste perso tutti i montoni di Eldorado, non sareste qui a mangiare cedri canditi e pistacchi. “Ben detto”, rispose Candido, “ma dobbiamo coltivare il nostro orto.” (Voltaire, Candide, ou l’optimisme.)

Guerrilla gardening

La relazione tra dissenso e giardino, viene oggi portata avanti da alcuni gruppi anarchici ambientalisti, che tentano di salvare luoghi verdi abbandonati della città praticando appunto un recupero verde, un giardinaggio che curi e ripristini tali spazi. Potrebbe definirsi come una forma di giardinaggio sovversiva, un’azione concreta contro il degrado. Il problema è che spesso tali gruppi non hanno il diritto legale alla coltivazione e i terreni abbandonati non sempre sono pubblici, ma anche proprietà private.

La nascita di tali movimenti è individuabile agli inizi degli anni settanta a New York. Nello specifico nel 1973 i green guerrilla, un gruppo organizzato da Liz Christy, iniziò a piantare girasoli nelle zone più trafficate, lanciò semi al di là delle recinzioni di lotti degradati e infine trasformò un’area abbandonata di Bowery Houston piena di detriti, seminando piante e fiori. In seguito a questo atto di protesta non violento, il 23 aprile dell’anno successivo, l’ufficio comunale per la preservazione e lo sviluppo dell’edilizia abitativa approvò la possibilità per il gruppo di affittare il luogo (Bowery Houston Community farm and Garden) per un dollaro al mese. Ma le operazioni di recupero degli spazi urbani si sono poi espanse anche in Inghilterra, dove nel 2000 comparve nella piazza del Parlamento la scritta La resistenza è fertile, e non ultime in Italia. Famosa è infatti la Squad Rebel, che a Lamezia Terme volle riportare il verde in città, piantando 10000 alberi. Lo scopo è stato anche quello di rinnovare il legame con la natura e la partecipazione comunitaria. Perché combattere il degrado urbano attraverso un atto di ribellione pacifico e concreto è un atto politico.

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