La vita va in scena. Intervista a Bianca Maria Castelli

É un primo pomeriggio di Settembre, quelli in cui a Roma l’aria conserva ancora la mitezza dell’estate. Dalle ampie vetrate della libreria Le Storie, che ci accoglie, filtra una luce satura che pare immergerci in una nuvola bianca. In questa cornice incontriamo Bianca Maria Castelli, un’artista affascinante che vive il teatro in tutte le sue forme: attrice, regista, scrittrice e non da ultimo cantante. Coltivando da sempre il desiderio di osservare gli altri, ha saputo trasformare la propria naturale inclinazione per la rappresentazione in una vera e propria passione e attività artistica. Bianca Maria infatti, attraverso scelte, dubbi e incontri significativi, ha esplorato le molteplici sfaccettature dello spettacolo, dando voce a storie, emozioni e personaggi. 

Ma come nasce davvero una vocazione artistica? Ne parliamo direttamente con la nostra ospite, ripercorrendo insieme a lei le tappe più significative della sua formazione e delle sue esperienze che hanno contribuito a definire il suo percorso artistico.  

Come nasce Bianca questa sua passione per il teatro e quali sono stati i momenti che l’hanno segnata?

B.M.C «A me ha sempre interessato il comportamento, così come mi è sempre piaciuto cantare e fare imitazioni. Alle medie ricordo che ci diedero un tema in classe su come ci saremmo immaginati da grandi. Una mia compagna scrisse di me che, visto che facevo le imitazioni dei professori, mi immagava come ‘un Alighiero Noschese in gonnella’…che figura con i Prof!  C’era sempre questa passione di rappresentare gli altri, le situazioni. Mi piaceva anche tanto cantare. Ricordo in bagno da bambina, il deodorante diventava il mio microfono, lo sciacquone erano gli applausi e cantavo, cantavo e mia madre mi chiedeva cosa stessi facendo! Crescendo, ero indecisa se diventare psichiatra o attrice. Appena diplomata chiesi consiglio allo sceneggiatore Biagio Proietti, che mi consigliò di iscrivermi a Medicina e magari provare con il teatro delle cantine che nei fine anni Settanta era molto diffuso; secondo lui quello non era un buon momento per l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Così mi iscrissi all’Università. Dopo pochi anni però, con l’arrivo di Aldo Trionfo, l’Accademia riacquistò nuovamente un grande prestigio, il teatro nelle cantine sparì e io a Medicina iniziai a studiare tantissimo perché gli esami erano molto impegnativi. Il desiderio del teatro però rimaneva vivo dentro di me e per capire se veramente avessi un’attitudine reale per la psichiatria avrei dovuto aspettare il sesto anno di Medicina, in cui effettivamente si sostiene quell’esame.  Era la fine anni Settanta, e io partecipavo a un collettivo femminista a Via del Governo Vecchio a Roma per protestare contro le energie nucleari. In quell’occasione conobbi Cristina Aubry, un’attrice molto brava oggi conosciuta per il suo talento, che mi invitò a Villa Celimontana in occasione del saggio finale dell’Accademia che lei stessa frequentava. Quando andai rimasi totalmente affascinata, tanto da entrai in crisi con Medicina e decidere abbandonarla. Ma in realtà questa decisione durò solo un giorno, perché mi resi conto che anche lì c’era un grande coinvolgimento affettivo. Eppure non ero felice, qualcosa sarebbe dovuto cambiare e cambiò. Ripresi Medicina ma avvertii la mia famiglia, molto perplessa, che avrei frequentato anche una scuola di teatro e…mi piacque tantissimo! Da lì è nata la mia vita binaria tra arte e scienza.

Oggi sono una psichiatra, sono un’attrice e anche una interprete, infatti canto da oltre venti anni in una band, gli Acoustic Lane, con i quali ho portato in teatro numerosi spettacoli con la musica dal vivo. Non ti nascondo che è stato davvero faticosissimo, ho studiato tanto in entrambi gli ambiti professionali, ma in qualche modo sono due aspetti che possono integrarsi tra loro. La psichiatria lavora sulla disfunzione e sul suo superamento o quantomeno su una stabilizzazione clinica. Il teatro affronta il personaggio e il suo modo di essere per quello che è: in fin dei conti il nucleo è sempre il comportamento. Questo per me è molto affascinante. Sia l’arte che la scienza ti aiutano a superare i pregiudizi. Ho lavorato anche in Carcere ed è fondamentale l’ascolto della persona e l’accoglienza del suo malessere con la cura. L’attore, invece entra nel personaggio, anche qui senza giudizio ma vivendolo completamente. Quando ero specializzanda in psichiatria ho avuto delle esperienze teatrali professionali bellissime. Ho lavorato nella Compagnia di Rossella Falk del Teatro Eliseo, tutti grandi attori e grandi professionisti, con una lunga tournée nazionale e non solo. Dopo la specializzazione in psichiatria ho cominciato a produrre i miei spettacoli con la musica dal vivo. Ho cercato di portare il teatro anche in carcere, così come nei Centri di Salute Mentale, nei Serd e nei Servizi Asl Disabili Adulti, dove lavoravo come psichiatra. Sono state delle esperienze veramente preziose per tutti, e io ho ricevuto indietro tanto.»

A tal proposito vorrei riportarle una frase di Deleuze Non si scrive con le proprie nevrosi. La nevrosi, la psicosi non sono passaggi di vita, ma stati in cui si cade quando il processo è interrotto. L’artista invece è un medico di se stesso e del mondo. Pensa davvero Bianca, anche rispetto alla sua esperienza sul campo, che il teatro possa essere curativo per l’individuo?

B.M.C «Il teatro può essere una grande fonte di insegnamento e di raggiungimento di stati di consapevolezza, anche dei propri stessi limiti. Quando devi interpretare un personaggio che è molto diverso da te, o che nella tua vita di tutti i giorni non accetteresti, con il teatro puoi permetterti di esplorare quelle emozioni. Offre tanto anche allo spettatore. Pensiamo alla tragedia greca che ha sempre avuto un fine catartico. Assistere, per esempio, alla rappresentazione di una madre omicida dava la possibilità di sperimentare una dimensione emotiva estrema, patologica. E una violenza così diretta e cruenta annichiliva, ma nello stesso tempo permetteva di allontanava da essa, ricercando interiormente qualcosa di opposto alla violenza. I sentimenti provati dagli spettatori erano forti, quasi traumatici, quindi dopo la tragedia per alleggerire gli animi da quel dolore vissuto si rappresentava una commedia e si ritornava a casa con un arricchimento interiore. È per questo che prediligo il tragicomico, perché assomiglia alla vita. Anche nelle situazioni più drammatiche può emergere qualcosa di diverso, di leggero, un sorriso che nasce dalla speranza, dall’istinto e dalla voglia di vivere.  L’umorismo può essere una risorsa, perché i problemi ci sono ma saperli affrontare da una prospettiva diversa può aiutare tanto.» 

Con la redazione di Fiori vivi ho assistito a due spettacoli Quelle sere al biondo Tevere. Sfiorando Pasolini e In Viaggio con Madonna di cui lei è coautrice del primo e autrice del secondo. In entrambi i casi ho notato proprio una modalità comunicativa in linea con quanto ha appena sostenuto: il tentativo di tenere insieme la parte più drammatica, più cruda insieme a una nota diversa, più comica. Si potrebbe sostenere che in certo senso questa sia la sua cifra stilistica?

B.M.C «Sì, proprio così. Una fonte di ispirazione è la vita che mi circonda. Io sono sempre in ascolto, rubo anche con gli occhi, ma non lo faccio per giudicare, mi viene naturale. Ascolto e osservo le persone, ascolto i loro discorsi in metropolitana, per la strada, al mercato, ovunque. Mi colpiscono i gesti, le espressioni del volto, il modo di parlare, di ridere…tutto. Certi racconti di vita di persone sconosciute sono diventati a loro insaputa, spettacoli teatrali!»

Il suo coinvolgimento nella fase di scrittura degli spettacoli è avvenuto in modo spontaneo? Lo ha fatto anche per poter rappresentare meglio lei stessa?

B.M.C «Scrivo per esprimermi e anche per scoprire qualcosa di me, è una   ricerca, uno studio, un viaggio che non sai dove ti porterà, non a caso molti miei spettacoli hanno la parola ‘Viaggio’ nel titolo. Nello mio spettacolo In viaggio con…Pasolini ho esplorato il suo pensiero sul potere della società dei consumi e la sua produzione musicale che conoscevo solo superficialmente. Ho scoperto un mondo, il mondo di Pasolini, ed è stato commovente. Ci tengo tantissimo a questo mio spettacolo che spero un giorno di poter riprendere.»

Ci parli meglio di questo suo lavoro su Pasolini che si basa su una parte letteraria e una legata alla musica appunto.

B.M.C «Ho voluto riprendere il suo pensiero, però in forma diretta, non come reading. Così dico al pubblico: “Tutto ciò che sentirete saranno parole e canzoni di Pier Paolo Pasolini.” Il suo messaggio è potente, e poi quelle sue ultime parole: Siamo tutti in pericolo. A ripensarci mi fa venire ancora i brividi, soprattutto oggi con ciò che stiamo vivendo,  circondati da guerre.»

Un altro aspetto particolare della sua carriera Bianca è che lei canta da tanto tempo.

B.M.C «Per diventare un’attrice ho studiato tanto e lo stesso è stato per il canto. La scuola di teatro biennale a numero chiuso patrocinata dalla Regione Lazio, MTM con la direzione artistica di Lydia Biondi e con il grande maestro e poeta Argo Suglia. E poi ho avuto l’onore di incontrare e di perfezionarmi con meravigliosi docenti e artisti professionisti del settore come: Marisa Fabbri, insegnante dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica, grande attrice e grande conoscitrice della tragedia greca, Angelo Corti per la Commedia dell’Arte, Dominique De Fazio e Francesca De Sapio dell’Actors Studio, per il metodo Stanislavkij e il metodo Strasberg, Beatrice Bracco per il metodo Stanislavskij e il metodo Grotowski. E poi più di recente: Fausto Paravidino, Elvira Frosini, Daniele Timpano, Marcello Cesena. In realtà non si finisce mai di studiare, pensa che due anni fa ho seguito un corso di scrittura relazionale con Cristina Biasini, filosofa e sceneggiatrice, che mi ha aiutato molto nella scrittura dei miei ultimi spettacoli. Avevamo un compito particolare “Raccontami la mia storia”, in cui io dovevo scrivere su un compagno del corso che a sua volta avrebbe dovuto scrivere su di me immaginando cosa l’altro avrebbe fatto o detto. È un esercizio di immedesimazione molto potente. Quando Ulisse ritorna a Itaca e sente la sua storia raccontata da altri, piange. Forse ancor più si diventa consapevoli di se stessi attraverso lo sguardo esterno dell’altro. Ricordo come importante, facendo un passo indietro nel tempo, anche il corso di canto all’Università La Sapienza con Edda dell’Orso che scelse dieci tra ragazze e ragazzi su duecento provinanti ed ero nei dieci, fu fondamentale per lo studio della respirazione. E in ultimo, sempre nel canto, le preziose lezioni della cantante lirica Elisabeth Aubry.»

Nello spettacolo In viaggio con Madonna c’è un po’ la sintesi di questi due codici espressivi: c’è la commedia, il realismo del racconto e il canto.

B.M.C «Questa è proprio la caratteristica dei miei spettacoli; c’è sempre una verità e la musica dal vivo che accompagna e sostiene la recitazione.»

Come vive questo binomio?

B.M.C «Benissimo! La musica accompagna la nostra vita, è complicato per tutti vivere senza, per me poi è vitale, è il suono stesso della vita. In fondo anche la parola è un suono.»  

Quindi per lei è una forma di narrazione.

B.M.C «Esattamente, infatti la selezione dei brani musicali nei miei spettacoli segue una logica ben precisa, c’è un collegamento, una connessione tra il pezzo recitato e la parte cantata.»

Volevo tornare a citare proprio lo spettacolo In Viaggio con Madonna, il cui sottotitolo Vite disperatamente vissute sembra racchiudere perfettamente la sua idea: l’unione della vitalità e della tragica realtà.

B.M.C «Uno dei monologhi di questo spettacolo è autobiografico. Ho due figli maschi, gemelli, e quando avevano quattro anni mi sono avventurata con loro in un viaggio organizzato a dir poco bizzarro, forse la parte più comica dello spettacolo. Gli altri monologhi invece sono storie che ho letto o che mi hanno ispirato. Anche in questo caso la musica non è un accompagnamento ma è narrazione. Quindi sì, c’è la vitalità, ma anche la parte tragicomica della vita vera.»

Nei suoi spettacoli lei si esibisce sempre con gli Acoustic Lane, ed è bello lo scambio che avete sul palco. Quanto è organizzato e quanto è frutto anche di una improvvisazione di persone che lavorano insieme da anni?

B.M.C «Con Claudio Bevilacqua, chitarra e voce, Roberto Capacci, percussionista e batterista ed Enrico Mossena, chitarra, ci vediamo regolarmente per provare una volta a settimana e quando abbiamo uno spettacolo, ci vediamo tutti i giorni. Provando insieme nascono idee e progetti. Siamo un gruppo molto affiatato, lavoriamo insieme da tanti anni e ci vogliamo bene. A loro piace molto questa incursione nel teatro con la musica che per me è essenziale. Loro sono dei grandi musicisti ed è molto bello lavorare insieme. Nonostante questo affiatamento proviamo sempre tutto.

Preferiamo il cantautorale italiano, sempre un po’ teatrale ovviamente. Mi vengono in mente Battisti o Ivan Graziani, che abbiamo rivisitato a modo nostro, e poi ci piace muoverci verso sonorità jazz blues.»

Tra tutti gli spettacoli di teatro, non solo scritti e diretti da lei stessa, ma anche a cui ha partecipato, ce n’è uno che le è rimasto impresso nel tempo?

B.M.C «Certo, Amanda Amaranda di Peter Shaffer con la regia di Antonio Calenda con la grande Rossella Falk, con Marina Confalone, altra attrice di grande spessore, con Luigi Pistilli, grandi attori di teatro che ne hanno fatto la storia. È stata una esperienza incredibile, una lunga tournée, come ho già detto, per tutta l’Italia fino a Lugano. Lavorare con la Falk è stato un grande privilegio. Ricordo ancora il mio provino. Il mio amico attore Walter Mramor mi disse che al Teatro Eliseo avrebbero fatto dei provini per il ruolo di una segretaria in Amanda Amaranda. Andai in teatro e consegnai curriculum e foto senza grandi aspettative. Dopo tre giorni trovai nella segreteria telefonica un messaggio di convocazione per il giorno successivo alle ore 16 al Teatro Eliseo. I provini furono diversi, alla fine rimanemmo in due per quello finale su parte. Ricordo ancora quando comparve Rossella Falk con il copione…panico! Io avevo un apparecchio fisso ortodontico e pensavo: “con questa ferraglia non lavorerò più per tre anni, porca miseria”. Era un ruolo comico che prevedeva una grossa risata di questo personaggio. Io vado sul palco e rido con questo apparecchio. La Falk in seguito mi disse: “Bianca, io ho voluto te, perché sei stata l’unica che mi ha fatto ridere”! Gli altri dello staff gli dissero: “Ma signora Falk, ha visto che la ragazza ha la macchinetta ai denti? Quello è fisso non si può togliere!” e lei:” Ma quale apparecchio? Ah, quello? Ma non importa…anzi meglio, è più comica!”. E così iniziò la mia avventura nel teatro con la T maiuscola e lì capii che quella era davvero un’altra mia strada da percorrere.»

Esiste qualche attore o autore che per lei rappresenta una qualche fonte di ispirazione?

B.M.C «Come attrice per me Anna Magnani è sacra. Quando la mia amica attrice e regista Paola
Scotto di Tella mi ha proposto nel suo spettacolo Quelle notti al Biondo Tevere. Sfiorando Pasolini di interpretare un pezzo di Anna Magnani tratto da Mamma Roma ho avvertito una grande soggezione e l’ho affrontato con un profondo rispetto. Altri grandi attori che mi vengono in mente sono Mariangela Melato, Marcello Mastroianni, Regina Bianchi, Eduardo De Filippo, Massimo Populizio, Maria Paiato, ma ce ne sono tanti! Anche tra i più giovani. Vado spesso al teatro Vascello a Roma dove assisto a spettacoli di tanti attori e autori emergenti molto interessanti! Come autori mi vengono in mente in ordine sparso, Eduardo De Filippo, Tennessee Williams, Cecov, Pinter, Becket…»

A me viene in mente Gaber pensando ai suoi spettacoli Bianca. La musica che non sia solo accompagnamento ma linguaggio.

B.M.C «Certo, Gaber, Iannacci, ma anche Maria Monti; grandi artisti che hanno dato un prezioso contributo al Teatro Canzone.»

Esiste tra tutte le varie forme espressive che ha esplorato qualcosa che accomuna tutto?

B.M.C «É come se avessi una pulsione continua verso la ‘rappresentazione’. Una necessità, quasi una forma ossessiva nella mente, di creare qualcosa. Ed è ciò che mi spinge sempre a dar vita a nuovi progetti.»

Quali sono oggi i suoi progetti.

B.M.C «Vorrei riportare in scena il mio spettacolo In viaggio… con Pasolini che ho ideato e di cui vado particolarmente fiera. Come avevo anticipato prima, lo spettacolo è composto sia dalle sue canzoni dedicate ai ragazzi di strada e alla gente che viveva ai margini della società, sia dal suo pensiero-condanna del potere della società dei consumi. Tale potere stratifica e schiaccia ogni cosa, spazza via le identità culturali appartenenti a ogni singolo paese o regione e tutto diventa omologato. Questa stessa percezione l’ho avuta questa estate quando sono stata a visitare Bratislava. Immaginavo di trovare una tipica città di frontiera, un po’ austriaca e un po’ polacca, invece ho trovato una realtà diversa. L’artigianato locale si confondeva con prodotti commerciali che trovi ovunque come magliette e portachiavi di varie squadre di calcio. In quel momento ho pensato tanto a Pasolini e a quanto fosse stato profetico.

Sto anche lavorando anche altri progetti teatrali, sono in fase embrionale ma già iniziano ad avere un proprio respiro.»

C’è altro che vorrebbe aggiungere Bianca?

B.M.C «Vorrei menzionare un’artista che da sempre collabora con i suoi dipinti alla scenografia dei miei spettacoli e alla realizzazione di tutte le mie locandine teatrali. Colgo questa occasione per ringraziare pubblicamente Paola Alviano Glaviano, pittrice di grande talento, un’artista con alle spalle un prestigioso Curriculum e importanti esposizioni sia in Italia che all’estero.»

Ci salutiamo, ma in mente continua a risuonarmi il sottotesto di questa intervista, ovvero che il teatro, quel piccolo spazio fisico, sa svelarci tanto di noi e della nostra anima.

Fiorivivi ringrazia:

La libreria e casa editrice Le Storie https://www.lestorie.it/

Gilda Yoko Diotallevi

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