#7 RUBRICA LIN
di Gilda Yoko Diotallevi
Il termine hortus, derivante dal latino, aveva per gli antichi romani un significato polisenso, potendosi riferire infatti sia a un piccolo appezzamento di terra coltivato per scopi pratici (il moderno orto), sia a un campo coltivato per scopi commerciali, come un frutteto o una vigna (il moderno podere), ma anche e non ultimo a un giardino di una villa. In quest’ultimo caso infatti l’hortus sarà sempre riconducibile a un terreno legato all’abitazione, distanziandosi dal fundus, ovvero da un appezzamento di terra separato dalle strutture abitative.
Storicamente è dall’età repubblicana che il primitivo concetto di terreno coltivato per necessità viene sostituito dall’idea di un giardino con fiori, piante e ornamenti di lusso. All’inizio infatti l’hortus, pur essendo un elemento sacro nella casa romana, era uno spazio destinato alla produzione di cibo e piante medicinali. Solo la successiva influenza greco-ellenica lo trasformerà in topia, ovvero in uno spazio puramente ornamentale, scenografico, seppur legato alla voluptas (al deliziare la vista) e all’otium (al riposo e ozio di natura letteraria). Nell’età classica poi la perfezione di certi orti romani, come quelli di Lucullo (che si fece costruire i famosi horti luculliani con padiglioni e giardini sul colle Pincio che vennero definiti le tranquille dimore degli dei) e Sallustio (con i suoi orti sallustiani vicini al colle Quirinale) divennero l’emblema e il termine di paragone per il futuro, mantenendo comunque una radice legata alla terra e alla coltivazione. Sarà infatti soltanto nell’età imperiale che si raggiungerà il culmine della loro magnificenza.

«Namque sub Oebaliae memini/me turribus altis, qua niger umectat flaventia culta/Galaesus,
Corycium vidisse senem, cui pauca relicti/iugera ruris erant, nec fertilis illa luvencis/nec pecori oportuna iuventis nec commoda Baccho.
Hic rarum tamen in dumis holus/albaque circum/ lilia verbenasque premens/vescumque papaver
regum aequabat opes animis, seraque revertens/nocte domum dapibus mensas onerabat inemptis.»
«Ricordo infatti che sotto le alte torri di Taranto, là dove il cupo Galeso bagna i biondi campi coltivati, io vidi un vecchio di Corico, che possedeva pochi acri di terra abbandonata, non adatta al lavoro dei buoi, né favorevole al pascolo del gregge, né idonea alla vite. Eppure costui, piantando rari legumi tra i pruni, e intorno bianchi gigli, verbene e l’esile papavero, eguagliava nell’animo le ricchezze dei re; e tornando a casa a notte fonda, copriva la tavola di cibi non comprati.»
Virgilio, Georgiche, Libro IV vv125-138
La grande importanza attribuita per i romani a questi giardini si deduce anche dal fatto che la loro cura assurse al ruolo di vera e propria arte, indipendentemente se si trattasse di spazi pubblici o privati, poderi o spazi verdi annessi alle loro abitazioni.
Cultus hortorum
Hactenus hortorum cultus, […] segniior hoc tauto scriptore
Fin qui la coltivazione dei giardini, […]un tema più modesto di un così grande scrittore (Virgilio)
Columella, De re rustica, Libro X, vv.433-434
La prima caratteristica che salta all’occhio in questi giardini è la volontà di ridescrivere il rapporto con la natura selvaggia; nonostante quest’ultima fosse solita prevalere, i romani cercarono di ‘vincerla’, di far perdere alle piante il loro aspetto naturale a favore della creazione di forme differenti. E in fondo è proprio questa idea che creerà la distanza tra hortus e topia. Non è un caso infatti che il termine utilizzato per riferirsi a colui che trattava l’arte del giardinaggio era topiarius, ovvero un giardiniere paesaggista, che aveva quindi il potere di trasformare il topos, il luogo.



Plinio nel suo Naturalis Historia, descrivendo l’attenzione che i romani riservavano agli orti, parla della moda dell’opus topiarium, ovvero dell’arte di potare piante, siepi e arbusti per ricreare figure geometriche, simulacri di divinità e paesaggi fantastici. Scolpire il verde serviva a rendere i giardini simili a stanze all’aperto, e a tal fine venivano utilizzati alberi e arbusti adatti, come il mirto, il cipresso, la quercia, il leccio, l’edera, l’alloro, che permettevano non solo di modellare forme coniche, piramidali e sferiche, o lettere indicanti le iniziali del nome del proprietario, ma anche figure zoomorfe e antropomorfe. Venivano poi coltivate molte piante aromatiche (pensiamo al rosmarinus officinalis, alla lavandula angustiofila, alla salvia officinalis o al thymus vulgaris) che si prestavano alla potatura ma soprattutto al conferimento di profumo ai giardini. Mentre i viali venivano tracciati da cipressi, che avevano anche la funzione di riparare i giardini dal vento. A corredare la bellezza di questi luoghi anche portici, criptoportici, esedre, fontane, piccoli templi ma soprattutto gli euripi, ovvero rivoli d’acqua che scorrevano da serbatori posti in alto e che confluivano con cascatelle lungo i viali, spesso accompagnati da vasi, scalini e canaletti. Nell’arte degli orti romani infatti si diffondono i nemora tonsilia, ovvero i boschi potati, culmine delle opus topiarium, in cui il giardino diviene una estensione architettonica dell’abitazione stessa, concepita per il riposo e la contemplazione. Questi boschetti non avevano per i romani solo una funzione decorativa ma rappresentavano, attraverso una progettazione basata su criteri architettonici, la tensione a instituire un ordine morale (humanitas) al caos selvaggio della natura. Anche gli etruschi legarono l’amore per gli orti a funzioni differenti, tanto che perfino le loro necropoli rupestri erano composte da alberi, aiuole e fiori che giardinieri qualificati sistemavano regolarmente.
Una tale evoluzione di quest’arte andò avanti per molto tempo, fin quando l’approssimarsi della caduta dell’Impero Romano d’occidente, il decentramento degli organi di governo e lo spopolamento delle città non ne cambiarono le sorti. Il V sec. d.C. infatti segna la definitiva distruzione degli orti e dei giardini romani, per la cui rinascita si dovrà attendere il Medioevo. Essi però cambieranno drasticamente forma e funzione, lasciando il posto solo a coltivazioni necessarie per scopi alimentari e pratici; molti di essi confluiranno negli hortus conclusus, ovvero in orti medicinali (chiostri chiusi) situati soprattutto nei monasteri e nei conventi. Si trattava di zone verdi di piccole dimensioni, dove i monaci coltivavano piante e alberi per scopi alimentari e medicinali, senza alcuna aggiunta artistico-decorativa. La simbologia di tali spazi era talmente rilevante che nel campo dell’arte sacra essi verranno utilizzati per raffigurare il paradiso terrestre e la verginità di Maria.
Hortus conclusus soror mea, sponsa, hortus conclusus, fons signatus /Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. (Cantico dei cantici 4,12)


Hortus Botanicus
Il passaggio dal semplice orto all’hortus botanicus ha sicuramente ragioni storiche, ma anche culturali. Se già all’inizio nell’antica Roma vi era una parte dei terreni dedicata alla sussistenza, ovvero alla coltivazione di piante edibili da frutta e verdura, la caduta dell’Impero e la scarsità delle risorse ridisegnerà la percezione di ciò che poteva definirsi utile e bello. Le grandi ville con giardini, così come i loro sistemi di irrigazione, andarono distrutti confluendo in piccoli spazi all’interno di mura protette, tipiche dei monasteri. Qui, nel cosiddetto hortus conclusus, chiuso (recintato secondo la traduzione letterale), nacquero delle sezioni dedite alle piante curative e medicinali, al medicamentum simplex, da cui deriva il nome di orto dei semplici, l’antesignano dell’orto botanico. Questo perché alla sua funzione primaria di coltivazione per scopi medicamentosi si affianca il desiderio e la pratica di studio delle proprietà e degli usi delle piante e dei fiori.



Ma da dove realmente possiamo dire che l’orto botanico abbia preso vita? Molti studiosi fanno risalire la sua origine, seppur con caratteri difformi, alla celebre sala scolpita all’interno del tempio di Karnak a Luxor (XV sec. a.C.) Si tratterebbe della più antica testimonianza di catalogazione botanica al mondo, legata ad aspetti religiosi dell’Antico Egitto. I rilievi infatti servivano a mostrare la forza creatrice del dio AmonRa e della sua potenza generatrice. Sulle pareti del santuario sono scolpite circa 275 piante, spesso accompagnate da didascalie indicanti il nome e la provenienza come un catalogo scientifico ante-litteram. Colpisce la precisione dei dettagli, la presenza di piante esotiche, nonché la valenza simbolica di alcune specie. Il loto e il papiro ad esempio vengono scolpite in versione stilizzata, come a sottolinearne il valore sacro e l’origine divina della vegetazione.
In Italia dalla produzione alimentare tipica degli orti romani, si è perciò passati alla conservazione e preghiera del monachesimo, fino alla nuova rivoluzione del Rinascimento. Questo periodo infatti non solo tornerà all’arte topiaria romana classica, riprendendone le tecniche artistiche e l’indiscusso valore filosofico di ricostruzione dell’armonia tra ordine e bellezza estetica. Ma segnerà soprattutto il passaggio dall’arte alla ricerca scientifica. Se infatti già gli orti medioevali si erano dedicati allo studio delle piante, anche attraverso l’istituzione per tali scopi di biblioteche ed erbari, nel rinascimento la ricerca si fa sistematica, studiando accademicamente i principi attivi e curativi delle piante.
Gli orti botanici universitari
Il passaggio dalla semplice coltivazione e dalla visione simbolico/celebrativa a un approccio classificatorio di tipo scientifico è rintracciabile nel IV sec. a.C., con Teofrasto. L’Historia Plantarum è infatti da considerarsi il primo vero trattato sistematico di botanica. Le piante infatti furono divise in gruppi e analizzate da un punto di vista morfologico e delle possibili proprietà officinali. Teofrasto, allievo di Aristotele, ereditò da esso il giardino del liceo di Atene, in cui fu istituito il primo centro didattico e di ricerca, soprattutto di piante cosiddette officinali. Nel tempo questa tendenza si è andata rafforzandosi, facendo confluire il tutto in studi di tipo propriamente accademico. La lunga tradizione delle Università ha permesso e protetto la conservazione di specie rare e la ricerca sistematica dei processi nascosti nelle piante, dando vita al rinnovamento di studi medico-botanici. L’orto botanico dell’Università di Pisa, fondato nel 1543, quello ancora più famoso dell’Università di Padova del 1545 che ancora sorge nella sua sede originaria, sono solo alcuni fulgidi esempi di come l’arte romana degli orti si sia nel tempo evoluta. Proprio grazie ai centri di ricerca accademici è possibile oggi la conservazione e l’identificazione di specie rare e antiche, nonché l’evoluzione degli studio sulle biodiversità vegetali.


