L’Arte della ceramica. Intervista a Martino Cappai

di Giovanni Corrasi

Come Fiori Vivi, qualche giorno fa, siamo riusciti a intervistare Martino Cappai, un giovane artista sardo di talento che per anni ha vissuto in Giappone, dove è stato iniziato all’arte della ceramica. Le foto che accompagnano lo scritto ritraggono alcune sue opere e ci svelano i luoghi che più lo hanno segnato artisticamente.

Senza indugiare oltre, in questo afoso pomeriggio d’agosto, iniziamo con qualche domanda introduttiva. 

L’idea di questa intervista è nata dall’aver potuto apprezzare le tue creazioni ceramiche tramite canali divulgativi come Instagram, dove hai la tua pagina chiamata Maru-Yakimono. Intanto la scelta di questo nome, da cosa deriva?

Maru sarebbe il diminutivo in giapponese del mio nome, Martino. Termine a cui sono particolarmente affezionato in quanto rimanda al cerchio Zen chiamato Ensō (円相), simbolo sacro utilizzato in numerose opere calligrafiche come firma o soggetto stesso dell’opera ad indicare la ciclicità della vita, la forza, l’universo, l’armonia del vuoto e del pieno. Mentre Yakimono è uno dei nomi con cui i giapponesi indicano l’arte ceramica ovvero l’oggetto bruciato (yaki – bruciato; mono – oggetto, cosa). Ci tengo a precisare che in Giappone la ceramica è considerata la regina delle arti, la più antica, e tutt’ora occupa un ruolo di primaria importanza. Riviste mensili, trasmissioni televisive, materiale letterario, fiere e negozi specializzati si occupano costantemente di questa disciplina artistica tutt’altro che marginale, diversamente dall’Italia che la relega ancora, come fece il Vasari, ad Arte Minore. Tornando al Giappone, una casalinga di Kyoto o di Fukuoka, che normalmente utilizza in cucina le stoviglie, è perfettamente in grado di capire la qualità e la pregevolezza di un oggetto in terracotta quasi come un ceramista stesso. In Giappone le ceramiche hanno un loro mercato e un giro economico non indifferente. Esistono scuole, famiglie e tradizioni di ceramisti che da secoli si tramandano segreti e le cui opere sono battute all’asta. 

Fin dall’inizio, quindi, nell’arte della ceramica si nota una preponderante influenza della realtà giapponese, puoi dirci di più?

Io mi sono avvicinato alla ceramica proprio mentre ero in Giappone, nel periodo in cui vivevo presso una piccola isola nel Sud del Giappone, Yakushima, nella regione del Kyushu. Mi sono, infatti, ritrovato a gestire un laboratorio d’arte irregolare con malati psichiatrici occupandomi sia della parte laboratoriale sia di quella curatoriale della galleria, ospitata all’interno di questo centro chiamato Yaku-no-sato. In maniera alquanto casuale, mi è stato proposto di curare il settore ceramico del laboratorio previo un periodo di apprendistato presso i laboratori ceramici tradizionali, con forni a legna (Nobori-Gama), del Maestro Yamashita situati nella piccola cittadina di Ambo.

Il maestro Yamashita nel forno a legna noborigama, isola di Yakushima

In contemporanea ho avuto la fortuna di conoscere a Kamakura un grande artista italiano che da decenni opera in Giappone: Sergio Maria Calatroni. 

Kamakura

Con Calatroni ho avuto la possibilità di approfondire un universo magico fatto di silenzi, ascolti e riflessioni sulla potenza della natura giapponese, sugli input della tradizione e dell’innovazione, sulla bellezza dei materiali, sulla ricchezza delle forme e sulla filosofia Zen di cui è intrisa Kamakura.

Casa del maestro Calatroni e forno a gas presso la valle di Okoku-ji a Kamakura

I risultati sono stati davvero decisivi. 

Come descriveresti lo stile delle tue ceramiche?

Avendo appreso i rudimenti di questa disciplina in Giappone parto da basi estetiche che nulla hanno a che vedere con la tradizione occidentale, ma partono appunto da questo mondo estetico dell’Estremo Oriente: le cui forme, colori e materiali ho avuto il tempo di metabolizzare in anni di vita nel Sol Levante. È proprio una questione di introiezione delle immagini degli oggetti d’uso. Se dovessi fare un esempio, persino nei ristoranti o nei luoghi quotidiani si è circondati da tutta una miriade di forme e di contenitori a cui un occhio occidentale non è abituato. Lo stesso servizio di piatti che in Italia si compone tendenzialmente di pochi elementi, in Giappone viene triplicato o quadruplicato dal momento che un pasto giapponese è composto da numerosi “assaggi” e ognuno di questi ha il suo contenitore di diversa dimensione e fattura.

Ciò detto, l’esperienza tradizionale giapponese, in termini di arte ceramica, ha rappresentato un punto di partenza a livello di studi e di primi lavori dalla quale, però, mi sono allontanato immediatamente per intraprendere un percorso più intimo che riguardasse la mia persona, le mie visioni. In particolar modo, la carica dinamica al mio linguaggio è stata arricchita in maniera determinante dall’esperienza laboratoriale dell’Art Brut (n.d.a. movimento introdotto dal pittore Jean Dubuffet nel 1945, basato su una produzione artistica spontanea, realizzata perciò da autodidatti, pensionanti ospedali psichiatrici, psicotici, prigionieri…) facendomi scoprire tutto un ventaglio di grammatiche estetiche completamente aliene alla tradizione nipponica. Su tutte un procedere per automatismi, per ripetizioni decorative, poi l’uso del colore che cozza un po’ con gli stili ceramici più tradizionali: si pensi alle tazze della cerimonia del tè, con colori molto tenui e sfumati, affinché occhio e mente non si distraggano da un colore particolarmente acceso o non coerente con il contesto meditativo di questo rituale. 

La tua incursione nel mondo dell’Arte Irregolare deve essere stata davvero particolare. Raccontaci qualcosa di più a riguardo, ad esempio: concretamente in che modo sei stato influenzato da questa esperienza lavorativa e umana?

Devo tanto a queste persone speciali, al progetto laboratoriale di Yakunosato dove lavoravo, coì come devo tanto alle visite e frequentazioni dei grandi laboratori artistici giapponesi come Shobu Gakuen e Yamanami Kobo. Da loro ho imparato l’importanza di inseguire un’idea, l’ostinazione su un determinato linguaggio espressivo che è squisitamente intimo, prettamente privato. L’accanirsi sull’espressione sotto forma di ripetizione gestuale, meccanica e sistematica di piccoli tocchi di stecche e mirette, il riproporre un motivo sino a sformarlo, a farlo diventare altro. Per queste persone quel che conta è unicamente la gioia insita nel processo creativo. Il fare è tutto. La vita che c’è dietro l’opera vale più dell’oggetto finale,a ribadire la lezione del monaco Hakuin secondo cui «quando la virtù splende, l’abilità non è importante». Il processo creativo, la fase operativa come cardine dell’arte a scapito del risultato è un concetto che ho poi ritrovato nelle Konfession di Paul Klee. Klee, artista per me imprescindibile, fondamentale per il Novecento intero e per chiunque si approcci all’arte, fu il primo a capire la potenza espressiva dei casi psichiatrici. Ricordo di aver letto che in gioventù pagava i custodi di alcuni manicomi svizzeri per osservare o spiare le cartelle dei lavori di quelli che venivano apostrofati come pazzi.

Abbiamo notato poi che un tratto caratteristico dei tuoi lavori è una certa imperfezione delle forme, delle linee alla quale l’occhio occidentale non è così aduso.  

Le mie forme non hanno nulla a che vedere con tutta la tradizione simmetrica occidentale: la simmetria, per me, non è un valore. Ma lo è sicuramente per i maniaci del tornio, per coloro che ancora vedono la ceramica unicamente come una prova d’abilità tecnica… La simmetria è il simbolo del giogo umano sulla naturache viene idealizzata, perfezionata, rivisitata e dominata. Un approccio che dalla Venere di Willendorf all’incipriato Wilkemann, ha tiranneggiato sulle manifestazioni estetiche umane, almeno sino al secolo scorso. Roba puntigliosa, che oggi lascio volentieri ai geometri o agli integralisti della tecnica. Molto più interessanti sono le forme preistoriche, i disegni rupestri, Chauvet, Laxaux, Val Camonica… Per me quel che conta è osservare le forme che continuamente la natura offre; spunti e input asimmetrici irregolari: le colature della resina sugli alberi, le cortecce, le concrezioni marine, le pietre, le macchie sul vello dei cerbiatti, il caos di aculei di un riccio, le muffe… queste cose qui ecco! Di recente, mi sono recato in Gallura e ho assistito ai risultati d’intarsio sulle rocce granitiche dovuti all’azione incessante degli agenti atmosferici, le così dette “sculture alveolari”. È stata la mia personale Cappella Sistina [ride]. Altro non sono che numerosi buchi in delle pareti di roccia; cavità sferiche, ma pur sempre irregolari, svasate, meravigliosamente imperfette. Ecco gli elementi a cui presto la mia attenzione/devozione. Tutto un mondo di energie perché le forme sono energie… forze potenziali cui l’estetica Zen ha rivolto le sue attenzioni da millenni, molto prima che in Occidente ecco! In Giappone c’è tutto un gusto complesso e profondo affinato in secoli di raffinatezze pazzesche, si pensi al concetto dell’Iki, del Wabi-Sabi, dello Yūgen si approda in universi estetici davvero molto diversi dai nostri.

Come lavori? Dove avviene il tuo rituale creativo?

Lavoro in un tavolo sotto un albero. Il tornio è nello scantinato. Tutto molto monacale, tutto ridotto all’essenziale, al midollo. Potrei sbaraccare le mie cose in uno scatolone e spostarmi in altro luogo. Forse sono il primo ceramista nomade della storia [ride]. Un iter che fa parte di una certa visione di lavoro quasi ascetica, sicuramente meditativa, che poteva germinare unicamente in un contesto come quello giapponese. 

Ho un Haniwa sacra presa da un rigattiere di Kamakura, una statuetta della tradizione Jomon giapponese, protettrice del fuoco e del forno che mi sorveglia durante la reclusione in laboratorio. Lavoro cercando l’incontro con l’imprevisto, mettendomi nelle condizioni di gestire il caso, l’incidente, l’inaspettato, la sorpresa… quindi Dio. Il brivido sta tutto qui. Ho pochi strumenti, pochissimi, fatti da me. Ad ogni strumento corrisponde un segno, un taglio d’argilla, un’impronta. Sono io il creatore della mia grammatica. I laboratori strapieni di strumenti e oggetti da lavoro fanno da rete, bloccano i pensieri, ostruiscono le intuizioni. Pochi strumenti ti permettono di concentrarti di più, di mettere a frutto l’immaginazione. È importante far fruttare al massimo poche cose selezionate; complicarsi la vita, crearsi degli handicap è decisivo. Troppo comfort e troppa scelta intorpidiscono il cervello.  

Pezzi unici e solo alcune serie, perché questa scelta? 

Sono a favore del pezzo unico. Non saprei ripetermi proprio perché in corso d’opera cerco la sorpresa, l’imprevisto che stravolge il progetto iniziale. È tutto un gestire gli incidenti, far fruttare quello che per i più è un problema, un danno, un errore… la vecchia storia del movimento contro la stasi, della fluidità contro la fissità. Non è una questione di fatalismo, ma un altro modo di intendere il mondo, un altro modo di avere a che fare con l’accadere delle cose, in cui non è più la volontà dell’artefice a dettare le regole ma una serie di circostanze e d’incidenze che bisogna imparare a cogliere e gestire. Per dar vita a un oggetto che sfugga alle codificazioni e sia in grado di aprirsi al nuovo, alla possibilità stessa di esistere nella sua diversità. Questo rende il tutto davvero elettrizzante. Roba da funamboli. 

Forse leggo più poesia che cataloghi d’arte, questo mi aiuta a inserirmi nel cuore e nell’essenza delle forme, che conservano sempre una certa traccia d’immediatezza; sono il più possibile semplici, essenziali, con una armonia interna diversa per ogni pezzo. Ogni pezzo ha il suo armonico cosmo diverso dal precedente e dal successivo.

Mentre l’idea delle serie nasce dal fatto che ogni tanto mi areno in qualcosa: una lettura, un film, la vita di un personaggio… come il giorno in cui rimasi sconvolto da quell’enorme poesia cinematografica che è il film Blue di Derek Jarman il suo testamento prima di morire di AIDS. 

Ciotolona delle serie Derek Jarman, terra bianca con ossidi vari, doppia cottura, 17,4×6,2 cm

Quando sentii il pezzo: pescatore di perle in mari azzurri. Acque profonde che lambiscono l’isola dei morti. In baie di corallo anfora trabocca oro sull’immobile fondo marino etc. (https://www.youtube.com/watch?v=d_owGuU-fgY) gli dedicai una serie che ebbe davvero tanto successo. 

Come risponde il mercato italiano a queste tue opere?Inaspettatamente, ho trovato davvero tante persone interessate a queste forme, a questo concetto di fare ceramica lontano dall’idea classica che si ha del ceramista in bottega, con occhiali e grembiule alle prese con tazze e piattini. Per me la ceramica è uno strumento espressivo svincolato e libero, che tocca e dialoga con le discipline artistiche più disparate, dalla poesia al cinema, dalla scultura alla fotografia.  La tradizione nostrana la rispetto, ne conosco storia iconografica, evoluzione stilistica, materiali, ma non m’interessa. Il mio occhio è rivolto a chi ha avuto la forza e il coraggio di porsi oltre per mettere in discussione la tradizione, ripensando il concetto stesso di fare ceramica. Se devo fare dei nomi penso a quelli degli innovatori giapponesi dei gruppi Sodeisha o Mingei, poi agli americani che ruotavano intorno alla figura di Peter Voulkos, sino alle delicatezze di un Bernard Leach. Per quanto riguarda l’Italia, ora mi vengono in mente solo i nomi di Tasca e Melotti. Il panorama attuale è pieno di sorprese, vedo tanti artisti interessantissimi, su tutti le elegantissime e bianchissime porcellane di Federica Macciotti.

小さい青花 Little Blu Flower, terra bianca e ossido di cobalto, doppia cottura, 12,3×6,7 cm
Tazza da té in terra rossa giapponese, cotta con il forno a legna di Yakushima, 15,2×8 cm circa.
Total White n.3 terra bianca semi porcellana, crudo. 11,3×6,4 cm

Pietralata Post-Pasoliniana

di Angela Colace e Francesca Consoli

Pietralata è un quartiere periferico romano, sorto su un antico e vasto latifondo, da cui prende il nome latino (prata lata, grandi prati). Un luogo importante, simbolo della resistenza romana nel periodo della seconda guerra mondiale, che la nostra memoria storica lega inevitabilmente all’epica pasoliniana del sottoproletariato di Ragazzi di vita e di Una vita violenta. Nonostante infatti il quartiere sia stato raccontato in altri libri, pensiamo a La Storia di Elsa Morante o ai Racconti romani di Alberto Moravia, e abbia fatto da scenario a innumerevoli film, primo tra tutti l’Onorevole Angelina di Luigi Zampa, dobbiamo a Pasolini l’aver suggellato nel nostro immaginario la sua visione di tragicità e bellezza. 

Una vita violenta

di Angela Colace

Una vita violenta è unanimamente riconosciuto dalla critica come uno dei romanzi più importanti del dopoguerra italiano. Il suo autore, Pier Paolo Pasolini, ha subito e subisce tutt’ora, ragionevolmente o meno, un giudizio che travalica i confini della letteratura e riflette la percezione morale del lettore e, soprattutto del non lettore. Non è raro che i più crudi giudizi morali, non quelli sorretti da un percorso logico e comparativo, ma quelli più prossimi alle ordalie divine, siano spesso propri dell’incolto. Certo è che, attraverso le sue opere, Pasolini ha aperto uno squarcio sulla vita, impietoso e attuale, che nonostante sembri radicato nella realtà italiana e romana in particolare, è privo di una reale collocazione spazio-temporale e, ancora oggi, riflette la condizione dei tanti individui che vivono ai margini delle città e della società, imprigionati non solo dalle condizioni di povertà economica, ma soprattutto umana e psicologica. Una vita violenta è proprio questo, un’opera amara e dura sulla condizione umana.

Dura è la città di Roma, che ne è una coprotagonista e che ci appare diversa da quella che tutti conosciamo. La ritroviamo soprattutto nella descrizione delle strade che Tommasino e gli altri percorrono in lungo e in largo, dalle malfamate, assolate o fangose periferie, al centro, brulicante di ragazzi di vita, ruffiani, individui preda dei propri istinti e desolazioni, prostitute disfatte, erano tracagnotte tutte e due, con la pancia che parevano incinte, le cianche corte e grosse, due facce nere e pelose con la fronte bassa da scimmie e la borsa in mano.

I luoghi descritti da Pasolini sono fin dall’inizio una presenza costante, quasi un personaggio che si aggiunge agli altri, a «Tommaso, Lello, il Zucabbo e gli altri ragazzini che abitavano nel villaggetto di baracche sulla Via dei Monti di Pietralata».

Non vi è traccia della magnificenza architettonica della città o degli altri suoi abitanti, se non per qualche fugace descrizione, capace di far apparire i protagonisti del libro ancora più soli ed emarginati. Eppure questi ultimi, come la loro stessa realtà, sono una presenza inevitabile e strisciante che travalica i confini delle periferie e delle baracche e alberga nella stessa miseria umana.

Duro è il cielo che, impietoso, rende rovente le lamiere dei tuguri di Pietralata o che le trascina nel fango con i materassi, le scarpe rotte e la disperazione di chi perde tutto senza che, in verità, possegga nulla. Un cielo di piombo, vischioso, di catrame che riflette la genesi dell’opera

«La trama di Una vita violenta mi si è fulmineamente delineata una sera del ’53 o ’54… C’era un’aria fradicia e dolente…Camminavo nel fango. È lì, alla fermata dell’autobus che svolta verso Pietralata, ho conosciuto Tommaso. Non si chiamava Tommaso: ma era identico, di faccia, a come poi l’ho dipinto…Come spesso usano fare i giovani romani, prese subito confidenza: e in pochi minuti mi raccontò tutta la sua storia». (P.P. Pasolini, Le belle bandiere, 1966).

Dura è la gelosia che consuma i giovani protagonisti che, già sui banchi di scuola, imparano “la vita” e si contendono le attenzioni del froscio!, del sor maè.

Dura è l’immagine di Tommasino con il sudicio colletto della camicia indossata per una settimana e stretto in una logora lingua di cravatta viola.

Ma duro è, soprattutto, l’epilogo.

Tommasino muore. Una morte riassunta in poche parole. Tanto si è raccontato della strada, della vita, delle vicende umane, al punto che talvolta ci si è persi nel dialetto romanesco, quanto poco è stato concesso all’ultimo respiro del protagonista tossì, tossì, senza più rifiatare, e addio Tommaso. Una fine così rapida, seppur figlia di un gesto eroico, che ammanta immediatamente di morte l’intero romanzo. Non conosciamo il perché di un epilogo così triste e brusco, ma, indubbiamente, Pasolini ha risolto in poche parole la triste vicenda umana, la resa, la disfatta del suo protagonista, vinto dalla vita, come un incipit al contrario, perfetto nella sua sintetica drammaticità. Perché per i perdenti delle desolate borgate, che si affannano senza scrupoli per una piotta in più, non c’è redenzione se non nella morte. Rimane solo Tommasino, rimane solo il cadavere di un ragazzo di vita.

Da Pasolini ai giorni nostri

di Francesca Consoli

Il testo di Pasolini rappresenta, al di là del suo valore letterario, una forma di memoria storica di un quartiere che nel tempo è cambiato considerevolmente. Nonostante infatti mantenga sempre una sua precisa identità, lo spazio ha subito trasformazioni sostanziali. La campagna romana che circondava Pietralata e che ricordava l’originario latifondo agricolo, così come quell’inizio di città fatto di fango e lamiere, è oggi in gran parte ricoperta di cemento, rendendo difficile rintracciare l’ambientazione descritta da Pasolini.

«Dove il camion s’era fermato, poco prima di entrare in borgata, c’erano da una parte e l’altra della strada distese di campi che dovevano esser di grano, ma ch’erano tutti pieni di fratte, buchi e canneti» (Una vita violenta, op.cit.)

Sicuramente le lente, ma invasive, modifiche che dagli anni ’50 si sono susseguite fino agli anni ’70 hanno contribuito al suo cambiamento, ma saranno gli anni ’90, con l’inaugurazione della linea B metropolitana e successivamente l’apertura della stazione ferroviaria Tiburtina, a stravolgere la fisionomia dell’intero spazio. Si è infatti posto fine a una specie di isolamento a cui Pietralata, così come molte borgate romane, era stata condannata.

Oggi convivono, in una sorta di paradosso, alcune baracche adiacenti a edifici industriali, antiche attività commerciali che la sera lasciano campo libero a locali notturni.

Esiste una emarginazione di tipo differente, una forma di abbandono da un lato, ma anche una spinta costante al ripristino dell’attività industriale, visibile attraverso la sua stessa architettura degli spazi.

E in certi tratti, soprattutto a ridosso dell’Aniene, è ancora possibile immaginarsi Tommasino camminare per la sua periferia.

Bibliografia di riferimento:

P.P PASOLINI, Le belle bandiere, 1966.
P.P PASOLINI, Una vita violenta, Garzanti, Milano 2001.
Per le foto, F.CONSOLI, Pietralata Concept, Settembre 2020.