Dario Bellezza. In morte di Pasolini

di Emiliano Ventura

«Dio! Non attendo che la morte.
Ignoro il corso della Storia. So solo
la bestia che è in me e latra».

Nel panorama letterario italiano il 2025 è stato l’anno della ricorrenza di Pier Paolo Pasolini, la cui morte, in questi cinquant’anni, è divenuto un autentico genere letterario. Tra indagini poliziesche, inchieste giornalistiche, memorie di mediocri protagonisti, gli scaffali di librerie e biblioteche si sono sovraffollati di titoli, non tutti pregevoli. Perché tornare allora su tanta noia mortale? Perché qualcosa di buono c’è, anzi spicca un gioiello! Il poeta Dario Bellezza che parla del suo amico assassinato, il saggio ovviamente non è una novità ma una nuova edizione; il poeta romano è scomparso proprio il 31 marzo del 1996.

«Non sarai tu ad uccidermi, faccia d’angelo,

ragazzino inquieto e imberbe fuggito da casa

chiuso involucro di ardore maschile diretto

male, non certo allo scopo di procreare. Non

sarai tu ad uccidermi per una semplice ragione:

l’assassino me lo voglio scegliere da solo.»

(D. Bellezze, Invettive e licenze)

A Pasolini

La nuova edizione del lavoro di Bellezza si intitola In morte di Pasolini, e comprende in un unico volume i due saggi che il poeta dedica all’amico scomparso, Morte di Pasolini (1981) e Il poeta assassinato (1996).

È bene specificarlo fin da subito, Dario Bellezza ha scritto il libro più bello su Pasolini, supera sia la biografia di Enzo Siciliano (Vita di Pasolini) che quella di Nico Naldini (Pasolini, una vita); certo sono lavori con intenti diversi, ma Bellezza riesce a esprimere una qualità poetico-letteraria capace di rendere un lavoro saggistico prossimo alla letteratura. Solo un poeta possiede quella prosa che è qualcosa di più e qualcosa di meno della letteratura; penso alla prosa di Umberto Saba in Ernesto o ai romanzi di Alvaro Mutis. In fondo egli è poeta e prosatore, autore di romanzi raffinati e pièce teatrali, e, come detto, di due testi saggistici sulla morte di Pasolini. Non è per nulla scontato che un poeta sia capace di usare diverse modalità di scrittura, e riuscire con qualità in ognuna di essa. A trent’anni dalla morte si sono un po’ perse le tracce di questo autore, colui che Pasolini definì il migliore poeta della sua generazione. Unico poeta autenticamente maledetto, segnato dalla relazione con la morte che riscontra negli amici letterati e poeti con cui si forma.

Egli è poeta del corpo e della morte, è difficile trovare parole più ricorrenti nelle sue opere, tuttavia non emerge alcuna trascendenza, semmai l’esperienza vissuta dal corpo che cade nella morte, presenta i tratti della memoria, unica condizione che resta.

In Morte di Pasolini Bellezza parla più di sé che del poeta brutalmente ucciso, solo che parlare di sé vuol dire raccontare Pasolini, data la loro amicizia: quella morte segna profondamente il giovane Dario. Proprio per questa prossimità personale aveva desistito dalla scrittura, l’intento originario era infatti di non scrivere sul suo amico e maestro; le cose cambiano dopo il 1978 con la pubblicazione sull’Espresso delle foto del cadavere di Pasolini in obitorio. I segni di quella violenza impressi sul corpo scioccano Bellezza, e non solo, da lì la decisione di dire la sua che porterà a scrivere e pubblicare il libro nel 1981.

Inserito fin dalla fine degli anni ’60 nella società letteraria romana, Bellezza soffre la perdita degli amici che di fatto rappresentano il suo mondo, la sua stagione migliore, così lentamente scompare un’epoca; Pasolini, Penna, Morante, Rosselli, Moravia, se ne vanno uno dopo l’altro, lasciando il giovane poeta a fare i conti con quelle relazioni, più o meno litigiose. Per questo Morte di Pasolini è un libro di e su Dario Bellezza, su quella stagione che parte dalla fine degli anni ‘60 e arriva agli inizi degli ’80: “il momento di Bellezza”, un poeta che reca tracce di maledettismo.

Ma i libri su Pasolini sono due, il primo, come detto è Morte di Pasolini, diciamo così scritto ‘a caldo’, sull’onda emotiva della morte e della pubblicazione delle foto del cadavere massacrato. Il secondo è Il poeta assassinato, frutto di una più lunga elaborazione in cui vengono rivisti alcuni assunti e conclusioni del primo libro, questo esce nel 1996, l’anno della morte di Bellezza.

Una lunga tanatologia

Tornando al 1981 l’attenzione va posta non sul poeta ma sulla sua morte, è questo il grande tema di Bellezza, anche nelle poesie (Morte segreta, 1976), la sua opera è una lunga tanatologia.

«Ma era la sua morte ormai che m’intrigava orrendamente: e questa morte poneva tutto il resto in secondo piano: l’amico, le sue opere, la passata ammirazione: Perché era la morte, quella morte così maledetta, che m’intrigava e m’intriga, più che lo scrittore o il poeta.» (Ivi, p.39)

È un meraviglioso affresco della Roma intorno alla metà degli anni ’70, Bellezza racconta e ricorda come ha appreso la notizia della morte (più della vita è la morte ad imprimersi nella memoria collettiva, il giorno della morte di J.F.K., di Aldo Moro, l’11 settembre, ognuno di noi sa cosa faceva nel momento di quella notizia). Sono i giorni del processo a Pino Pelosi, al Tribunale dei Minori a Roma sul Lungotevere, vicino all’abitazione del narratore stesso, residente all’epoca a via delle Zoccolette. Pino, detto “la rana”, unico processato per la morte del poeta, e poi i giornalisti, gli avvocati: «e allora entravo nel bar dove stazionavano in cerca di notizie e pettegolezzi e immagini da carpire per il solito ‘colore locale’ sia giornalisti che fotografi, e rimuginavo sul mio antico, non certo morto con la sua morte, rapporto con Pier Paolo, poeta giovane con poeta anziano.»(Ivi, p.49)

Questo rimuginare lo porta a fare un incontro casuale in spiaggia, a Torvaianica nel 1978, con il fotografo che ha ritratto Pasolini nudo nella torre di Chia, fotografie che avrebbero dovuto far parte di Petrolio: «Passai, nella lurida spiaggetta zeppa di cartacce, bottiglie dell’odiata Coca-Cola, colma di piccoli borghesi […] davanti a tre giovani nudi sulle loro stuoie civettuole. Ne riconobbi uno.» (Ivi, p.40), era Dino Pedriali, il fotografo.

Procede a una sorta di interrogatorio moraviano sul perché delle foto, su Pasolini, su quell’ultimo fine settimana a Sabaudia. Il fotografo afferma che Pasolini era disperato, e anche spaventato, in linea con quanto sostenuto da altri amici come Sandro Penna, il matrimonio di Ninetto lo aveva gettato in una cupa e profonda disperazione. Da lì l’incontro con Pino Pelosi, avvenuto mesi prima della morte, un ragazzo dai tratti così simili a Ninetto. Anche Bellezza conviene che Pelosi e Pasolini si conoscessero da tempo e non da poche ore, prima di quella sera dell’Idroscalo. «Quel luogo, il “Buco” era gioiosamente, sinistramente pasoliniano: riviveva lì, in una Roma ormai abbandonata da Dio, immersa nella Nuova Preistoria, impoetica, impura, piena di ministeriali, consumismo, cinematografari e televisivi volgari, ancora l’aria solare e beata degli anni cinquanta: l’epoca favolosa dei ragazzi di vita.» È una pagina questa, in cui Bellezza incontra Pedriali sulla spiaggia di Torvaianica, di squisita prosa letteraria infarcita di luoghi e personaggi pasoliniani, come la baracca sulla spiaggia de “Er Zagaja”, vivandiere che conosceva Pasolini dagli anni ’50. «Er Zagaja era un “rudere”, un reperto pasoliniano in un’oasi di oscena modernità: lì al “Buco” erano apparsi i primi nudisti che Pasolini odiava.» (Ivi, p.42)

È bene ricordare che nel momento in cui Bellezza scrive, tra il ’78 e l’81, il romanzo postumo Petrolio, non è stato ancora pubblicato; solo gli amici e qualche giornalista ne conosce l’esistenza, non certo il grande pubblico: il romanzo verrà edito nel 1992, diciassette anni dopo la morte, un tempo incredibilmente lungo per una cura filologica o per tempistiche editoriali.

Bellezza continua a raccontare le motivazioni del suo scrivere:

«Mi sono ritrovato a vivere questo episodio proprio mentre riprendevo a scrivere la prima parte di questo mio libro che riguardava proprio le foto atroci del suo corpo nudo e cereo dentro la camera mortuaria: foto certo ben più terribili di quelle scattate da Pedriali un mese prima della sua morte nel privato di Chia, dove sorgeva il suo castello dantesco.»(Ivi, p.44)

Il castello dantesco non è altro che la torre di Chia, un rudere restaurato pochi anni prima nell’alto Lazio, non lontano dal Bosco sacro di Bomarzo, luogo in cui il poeta si rifugiava per scrivere proprio il suo ultimo lavoro. Bellezza mostra la propria tanatologica, assegna alla morte un ruolo centrale e significante, essa partecipa e giustifica l’opera stessa del poeta, così come aveva affermato anche Pasolini, la morte come montaggio della vita: «Che i morti seppelliscano i morti, ed un poeta morto alla vita può seppellire un poeta morto alla morte» (Ivi, p.69), che altra poetica può esprimere un poeta morto alla vita se non una tanatologia antropologica? Questa lo porta a rievocare nomi illustri come Oscar Wilde, recluso per due anni per ‘sodomia’ e di fatto condannato a una morte lenta, e Johann Winckelmann, lo storico dell’arte ucciso in un albergo di Trieste da un giovane cuoco; secondo alcuni per un approccio erotico tra i due sfociato nell’accoltellamento dello storico dell’arte. In questo modo Bellezza inventa una modalità omicidiaria tipica della diversità, costruendo una categoria che non esiste in realtà ma solo nella mentalità che formalizza normalità e anormalità a tavolino, per dirla con Canguilhem Il normale o il patologico: in questo caso il patologico appartiene a chi applica la violenza omicidiaria, non a chi la subisce.

In un punto però Bellezza è nel giusto: «La laica razionalità riduce la morte di Pasolini ad un evento senza mistero»(Ivi, p.68), ridurre a cronaca quella morte così rappresentativa della strategia della tensione, ne disarma la portata simbolica. Quel corpo offeso, pestato e depistato, sta a significare e a iscrivere quell’omicidio nella dinamica politica degli anni ’70, sembra un corpo uscito dalla strage di Brescia o di Bologna, non è ‘un fattaccio erotico’, ma un elemento riconducibile alle stragi pubbliche di quell’epoca. Secondo Bellezza la morte e l’assassino del poeta friulano sono troppo ‘pasoliniane’ per non essere state cercate, immaginate, inconsapevolmente orchestrate dall’eros disperato ed estremo di Pasolini stesso: «L’eros pasoliniano si accende solo in queste situazioni di pericolo.». Ipotesi sostenuta con forza anche da Giuseppe Zigaina (sono molti i libri che dedica alla morte del poeta), egli vi scorge un martirio volontario, una sigla finale in cui il poeta si fa uccidere per testimoniare il ruolo di vittima sacrificale; Pasolini sarebbe stato il regista della sua fine e la sua opera una sorta di sceneggiatura in cui questa veniva rappresentata (e profetizzata). A Bellezza riesce di tenere questa ipotesi legata al trauma personale mentre Zigaina ne fa una realtà in atto, voluta e cercata.

Avvalendosi di alcuni testi poetici e narrativi pasoliniani, egli poeticamente crede (tenta di credere) che il poeta avesse immaginato, e previsto, la propria morte:

«Io me ne starò là/

sulle rive del mare/

 in cui ricomincia la vita/

solo, o quasi, sul vecchio litorale, tra ruderi di antiche civiltà/

Ravenna/

Ostia o Bombay è uguale».

(P.P. Pasolini, Poesie in forma di rosa)

Anche per Enzo Siciliano non si comprende fino in fondo la morte di Pasolini se non si conosce l’eros dello stesso. Quel suo andare a caccia di ragazzi, quel suo provocare, spingere all’estremo una disperata vitalità per i corpi di giovani che non poteva amare ma solo possedere, l’amore l’aveva profuso e riservato tutto alla madre. Caproni, Penna, Moravia, Gadda sono tutti testimoni delle sue fughe notturne al Colosseo o di fronte la stazione per raccattare un amore mercenario, consapevole del pericolo amava i delinquenti che aveva descritto nei romanzi; Sandro Penna dirà: “Tanto va la gatta al lardo…”. Penna e Pasolini sono amici da molti anni, compagni di scorrerie notturne alla ricerca di ‘ragazzi’, il primo si dirà convintissimo della colpevolezza di Pelosi, tranne per il fatto che Pasolini abbia aggredito per primo, per il resto è convinto dalle dichiarazioni del ragazzo.

L’analisi di Bellezza sulla poesia e la mitologia pasoliniana è rivolta a metterne in luce l’amore per l’umile Italia del dopoguerra, per una cultura contadina e maschilista in cui l’eros pasoliniano trova la sua naturale espressione (un punto debole del libro è la parte in cui immagina un Pelosi campione di arti marziali e potenzialmente letale per giustificare le lesioni sul corpo del poeta). Una dolorosa nostalgia pervade le opere del maturo poeta, il suo bisogno di rincorrere e cacciare i suoi ‘pischelli’ comincia a essere impedito dalla ‘mutazione antropologica’ degli italiani, per quel livellamento di cultura e costumi tipico della democratica e consumistica Italia del ‘Dopostoria’. Vedeva attuarsi la perdita dei valori della sua giovinezza, invecchiare lo faceva soffrire molto, con Moravia avevano deciso di andare in una clinica di un paese dell’Est per ringiovanire; così come lo aveva segnato moltissimo il matrimonio di Ninetto Davoli, fu una ferita insanabile, il momento di maggior crisi esistenziale e sentimentale, un trauma che provoca anche la rottura dell’amicizia con Elsa Morante. È vero che Pasolini era disperato, ma come afferma egli stesso, «sono un uomo disperato ma pieno di progetti», e tra questi Salò, il film che stava finendo, e poi Petrolio un romanzo voluminoso a cui lavorava da anni. Non aveva alcuna intenzione di morire ma di continuare a esprimersi, pregustava lo scandalo che il film avrebbe provocato, «sarà un guerra», avvisando così i suoi collaboratori.

In definitiva: «Il mio Morte di Pasolini, pur con gli errori finali sull’interpretazione della sua morte, era un po’ questo, ma il libro che ho scritto in seguito Memoria del poeta assassinato (cfr. Il poeta assassinato), vorrà esserlo ancora di più, su lui, sui suoi amori, sulla sua morte». ( D. Bellezza, In morte di Pasolini, p. 23) E così, questo primo saggio su un’idea di morte, si chiudeva con la convinzione che Pelosi fosse l’unico responsabile dell’omicidio. Bellezza non riesce però a liberarsi di quella tragica fine del suo amico.

«Non morire è un passo accorto

Che puoi fare per coraggio

Se morte è tutto, e nulla

È la vita.»

(D. Bellezza, Invettive e licenze, ora in Il pubblico della poesia, p. 71)

Il poeta assassinato

Lavoro tutto il giorno come un monaco e la notte in giro, come un gattaccio in cerca d’amore… (P.P.P. Pasolini, Bestemmia)

Abbiamo visto la tesi scritta a ‘caldo’ nel 1981 dal giovane poeta romano, anni dopo rivede le proprie posizioni scrivendo un secondo saggio Il poeta assassinato, anche perché nel frattempo ha studiato, ha letto bene le carte processuali: «Ero consapevole, sapevo dopo aver letto fino in fondo gli atti del primo processo all’assassinio di Pasolini, che prima o poi avrei dovuto scrivere un altro libro testimonianza sulla morte sempre più misteriosa. Mi arrivavano messaggi, nei sogni, messaggi cifrati da indagare.»D. Bellezza, Il poeta assassinato. Una riflessione, un’ipotesi, una sfida sulla morte di Pier Paolo Pasolini)

Ha cambiato idea Bellezza, a distanza di più di quindici anni, e dopo la pubblicazione di Petrolio le cose sono cambiate, per il poeta romano: «Ma al contrario di quello che ancora andava scrivendo Nico Naldini, il cugino di Pasolini, convinto che Pasolini sia stato ucciso dal ‘marchettaro’, io credo che Pasolini si sarebbe difeso, e forse avrebbe fatto secco Pelosi […] dubito anche che Pelosi abbia condotto l’auto sul corpo di Pasolini per schiacciarlo.» (Ivi, p.173) Bellezza confessa di sentirsi un verme davanti alla memoria del poeta morto, tuttavia non riesce a trovare il coraggio di ritrattare l’ipotesi del primo libro, inoltre lo raggiunge la voce che a Pelosi il libro è piaciuto. «L’incantesimo si è rotto, e io che non mi sono rassegnato alla sua scomparsa ho scritto questa lunga prosa riparatrice, ora che la morte mi minaccia e potrei non più scriverla.» (Ivi, p.174)

È un libro completamente diverso dal precedente, quel lirismo poetico, quella Roma rimpianta, così come gli amici perduti, cede il passo a un’ambiente più realistico; la questura, i servizi segreti, la criminalità politica, la prostituzione maschile e le sue regole. È un Bellezza più cupo e spaventato, anche perché è ormai malato, ha preso l’HIV che lo sta conducendo verso la fine, è incalzato dalla volontà di riparare quanto detto nel primo libro. Dalle poesie le citazioni si spostano agli articoli del Corriere della Sera, all’immancabile “Io so” (Che cos’è questo Golpe). È bene ricordare che Bellezza scrive tra la fine del ’94 e il ’95, prima ancora che uscisse il film di Marco Tullio Giordana Pasolini un delitto italiano, per noi oggi queste sono cose acquisite, sentite e risentite, all’epoca suonano ancora nuove al grande pubblico.

Dal mito alla realtà

Se nel primo saggio la causa dello scritto era riconducibile alla pubblicazione delle foto del cadavere di Pasolini, in questo secondo libro la scusante assume una chiave onirica. Si deve infatti a un sogno che Bellezza fa in cui Elsa Morante, e lui, vedono un giovane Pasolini presso la basilica di San Paolo. Se il primo saggio è ancora ricco di amore per il poeta più grande, in questo secondo lavoro i sentimenti cambiano e assumono contorni meno piacevoli, tutta la prosa è segnata da una inevitabile decadenza e perdita come se nemmeno il ricordo potesse portare lenimento a questo poeta ormai malato e prossimo alla morte. Sembra inseguito da un’erinni che lo spinge a dire ciò che non aveva espresso nel primo libro, lì dove domina un’idea di morte lontana però dalla realtà dei fatti. Ora è la cruda realtà ad imporsi a Bellezza, una realtà carica di cronaca giudiziaria e di criminalità romana e non solo; e allora si domanda il poeta come mai all’epoca ha evitato questi documenti? «… perché come Nico Naldini, avevo paura della dura verità: l’agguato, il complotto, o l’orgia sessuale degenerante in furto e morte del peccatore.»(Ivi. p.204)

Paura certo, anche perché frequentavano gli stessi ambienti, sentimento che può portare anche a prendere delle distanze, a riflettere, a valutare meglio l’epoca che si sta vivendo, un’Italia in cui le stragi e gli omicidi politici si susseguivano. Il Dario Bellezza che scrive Il poeta assassinato è diverso da quello che ha scritto Morte di Pasolini, noi lettori ce ne accorgiamo bene dal tono e dal registro diverso dei libri, lirico il primo, cupo e realistico il secondo, ma lo sa bene anche l’autore: «In seguito rileggendo Morte di Pasolini freddamente sentii quasi un senso di vergogna: magari fossi rimasto a tale altezza d’amore per Lui – invece a furia di rimozione – oggi sento lontanissimo il suo messaggio, il suo corpo, il suo disgraziato destino.» (Ivi, p.213)

Era rassicurante accettare la versione ufficiale del Pelosi unico assassino per un fattaccio di sesso, lo ricorda bene Bellezza, descrive le sensazioni provate a Barletta davanti al TgRai che dà la notizia della morte; ricorda le discussioni con Penna e la Morante al Biondo Tevere, pochi mesi dopo la morte, i due sono allineati con la versione ufficiale e Bellezza non ha il coraggio di sollevare questioni: per gli amici di Pasolini quella morte faceva paura ma allo stesso tempo era rassicurante in quanto unicamente sua, l’unica possibile fine dettata dal suo eros: «quella versione dei fatti era inventata di sana pianta. Però era credibile; e smontarla sarebbe stato quasi impossibile.» (Ivi, p.215)Ed era talmente credibile che ancora oggi si fa fatica a smontarla, nonostante le tecniche investigative abbiano trovato altri DNA non riconducibili a Pelosi, nonostante le testimonianze e le scoperte: «Quella morte era troppo pasoliniana, per veramente assomigliargli, e poi Pasolini voleva, pur ossessionato dalla morte ancora vivere e operare, ma il nemico lo aveva fermato lì.» (Ivi, p.216)

Sembrano parole volte a una critica nei confronti dei vari Zigania, Naldini, Morante, Penna, Chiarcossi e via dicendo, nella sua assurdità quella morte era troppo sospettosamente pasoliniana per essere vera. Ripercorre, seppur brevemente, la storia della loro amicizia, dei suoi anni all’università, mentre Pasolini scriveva il PCI ai giovani, il lavoro svolto a casa Pasolini come segretario addetto alla corrispondenza, le cene con il gruppo di amici tra cui Moravia, Penna, Morante. Ci presenta la vita quotidiana del poeta nella casa all’Eur, a via Eufrate, con la madre e la cugina venuta dal Friuli. Soprattutto Bellezza ricorda come avesse mitizzato il poeta delle ceneri e come poi lentamente quella idealizzazione fosse venuta meno, il mito giovanile era diventato un esempio letterario, e infine un amico. A questo amico ha dedicato il primo libro (Morte di Pasolini) su cui scrive quella poetica idea della morte, con il secondo scritto (il poeta assassinato) si libera del mito, e in ultima analisi, saluta quella sua meravigliosa stagione giovanile con queste ultime parole: «Lui, per me, immerso ancora nell’adolescenza prolungatasi in giovinezza felice – dai vent’anni ai trent’anni sono stato felice, nonostante il mio amore non ricambiato per Elsa – era un Immortale.» (Ivi p.259) Il primo saggio ha meno relazione con la realtà dei fatti, ed è il più lirico e poetico, il secondo si avvicina molto ai documenti processuali e alla realtà omicidiaria ed è più cupo, se si vuole meno bello ma non vi sono dubbi, Dario Bellezza ha scritto i libri più belli su Pier Paolo Pasolini.

«È vacante

Il suo ruolo, e non facilmente sarà rimpiazzato.

La musica è sempre quella, ma a suonarla ci vogliono,

data l’esperienza babbea, più esperti suonatori»

(D. Bellezza, Invettive e licenze)

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

D. BELLEZZA, Invettive e licenze, Garzanti, Milano 1971.

D. BELLEZZA, Il poeta assassinato. Una riflessione, un’ipotesi, una sfida sulla morte di Pier Paolo Pasolini, Gli specchi Marsilio, Bologna 1996.

D. BELLEZZA, Morte di Pasolini, Mondadori, Milano 1995.

D. BELLEZZA, In morte di Pasolini, Rogas, Milano 2025.

A. BERARDINELLI-F. CORDELLI, Il pubblico della poesia, Nuova edizione, Castelvecchi editore, Roma 2015.

P.P. PASOLINI, Poesie in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964.

I.P. Culianu, l’esiliato che voleva essere Giordano Bruno. (Con un’intervista a Gianpaolo Romanato)

di Emiliano Ventura

Nella vastissima bibliografia su Giordano Bruno si può trovare uno studio dottissimo dal titolo Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, ne è autore Ioan Petru Culianu, storico delle religioni e antropologo rumeno. Non a tutti è infatti nota l’importanza della Romania nella storia del pensiero del Novecento. La storia delle religioni, dallo yoga allo sciamanesimo, la filosofia, il teatro e il mito sono tutti campi che si sono arricchiti nel tempo del lavoro e delle riflessioni di alcuni importanti pensatori rumeni.

Eugène Ionesco, Emil Cioran, Mircea Eliade e per l’appunto Ioan Petru Culianu, sono un gruppo di autori a cui molto dobbiamo, legati tra di loro da amicizia diretta. Essi non condividono solo la nazionalità rumena, ma la particolare condizione dell’esule, anche se in modi e in tempi diversi, nell’arco del secolo XX.

Connessioni testuali

Ioan Petru Culianu, esperto di gnosticismo e magia rinascimentale, collabora con Mircea Eliade, che lo sceglie come allievo e curatore della sua opera postuma, insegnando negli ultimi anni nella stessa università americana del maestro, il Divinity College di Chicago.

Lo studio Eros e magia è sostanzialmente centrato sul concetto di magia nell’opera di Giordano Bruno, in particolare nel trattato De vinculis in genere: «Egli era il discendente di coloro che professavano i meno accessibili arcani dell’epoca fantastica, quelli della mnemotecnica e della magia» (I.P. Culianu, Eros e magia nel Rinascimento, p. 98.)

Culianu interpreta la magia di Bruno come la capacità di manipolare le masse, grazie al sapiente uso delle immagini e della fantasia con cui aveva perfezionato la propria arte della memoria; una tecnica che nelle sue mani era divenuta non tanto un sistema di recupero della memoria stessa, quanto un vero strumento di conoscenza. È doveroso sottolineare come sia Bruno che Culianu assegnino un valore gnoseologico all’immagine e alla fantasia, non a caso il primo è stato l’unico filosofo che abbia corredato alcune sue opere con delle immagini incise sul legno da se stesso. Come noto la filosofia ha sempre nutrito sospetto per le immagini, preferendo a quelle la prassi teoretica considerata fondamentale nell’atto cognitivo. «Invece, il mago del De vinculis è il prototipo dei sistemi impersonali dei mass media, della censura indiretta, della manipolazione globale e dei brain-trust che esercitano il loro controllo occulto sulle masse occidentali» (Ivi. p. 145)

Conoscere e padroneggiare tale tecnica si sarebbe rivelato importante, nell’ottica di Culianu, come risposta alla dittatura comunista nel suo paese di origine. Vi sono affinità evidenti tra il Bruno che tenta la fortuna lontano dal suo paese e dall’Inquisizione, e Culianu che diviene un esule politico in occidente dove studia, si perfeziona e poi insegna.

Il secondo lavoro importante di Ioan Petru Culianu è Fuori di questo mondo (Out of This World), studio che mette in relazione le esperienze extracorporee con la quarta dimensione. «Per coloro che credono che l’esperienza religiosa appartiene al passato, il recente interesse per gli stati alterati di coscienza (ASC), per le esperienze extracorporee (OBE) e per quelle di morte apparente (NDE) resta inspiegabile.» (ivi p. 23) Culianu tematizza poi tali esperienze alla luce con i recenti approcci scientifici: «La fisica e la matematica sono da ritenersi in gran parte responsabili del rinnovato interesse per le vie mistiche della conoscenza.» (ibidem)

Nel lungo e complesso studio Culianu evidenzia l’affinità di queste pratiche extracorporee, indagate con metodi nuovi e scientifici, con lo sciamanesimo «la profonda trance dello sciamano equivale alla morte» per poi passare all’enumerazione quasi enciclopedica dei tradizionali viaggi ultraterreni. Un abisso di sapienza ci presenta così le varie discese agli inferi e salite in cielo, le cavalcate a dorso di gru, così come i viaggi dell’anima libera nell’induismo e nel buddhismo. Il discorso di Culianu si concentra su quelle tradizioni che condividono la credenza in un’anima libera: «quest’anima può, a certe condizioni, separarsi dal corpo e visitare il mondo dei fantasmi. Estasi, sogno, morte apparente, stati alterati di coscienza tramite allucinogeni, deprivazione o bombardamento sensoriale sono alcune delle situazioni in cui si verifica la separazione.» (ivi p. 227)

Non è un caso quindi che come titolo del suo studio abbia scelto una citazione dai poemetti in prosa di Baudelaire, Anywhere Out of the World, nel quale si riporta questo dialogo:

dove vuoi andare anima mia?

– ovunque purché sia fuori da questo mondo!

Intervista a Gianpaolo Romanato

Il Professor Gianpaolo Romanato è uno storico contemporaneo, ha insegnato come professore associato presso l’Università di Padova. La rivista Antares ha pubblicato lo scambio epistolare con Culianu di cui è stato a lungo amico fin dagli anni ’70 in cui entrambi studiavano a Milano. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli di questa amicizia, grazie alle sue parole è possibile proprio ripercorrere quegli anni di formazione.

Mi rendo conto che sarà tornato su questa faccenda diverse volte, ma molti lettori non ne hanno una visione concreta. Lei è stato molto amico di Ioan Petru Culianu con cui ha condiviso gli anni universitari a Milano, tra il 1973 e il 1976. Nel testo di Ted Anton (Eros, Maria e l’omicidio del professor Culianu), l’autore riporta le sue considerazioni sulla tristezza e l’improvvisa malinconia che Ioan manifestava nei momenti più inaspettati. Le chiederei una considerazione attorno a questo aspetto caratteriale.

G.M «Lei mi fa tornare con la memoria a tempi molto lontani, quando la cortina di ferro tagliava a metà l’Europa. Di là il comunismo, di qua il mondo libero. I giovani d’oggi ignorano quel periodo, ma per capire Culianu bisogna tornare a quegli anni, alle paure e alle speranze di allora. Culianu era nato nella Romania comunista, cupa e oppressiva, e coltivò sempre, segretamente, il proposito di fuggire in Occidente, cosa quasi impossibile per chi era nato nei paesi del blocco comunista, le cui frontiere erano quasi impenetrabili. L’occasione insperata si presentò quando riuscì a ottenere una borsa di studio per frequentare un corso di italiano a Perugia, all’Università per stranieri. Mi pare fosse il 1972. Terminato il corso rimase in Italia chiedendo asilo politico. Per quasi un anno visse una vita disperata, prima nei campi profughi di Latina e Trieste, dove allora venivano radunati i fuggiaschi dall’Est europeo (il fenomeno immigratorio odierno allora non esisteva), poi ramingando qua e là, solo e senza denaro. Tentò anche il suicidio. Con me ammise che era stata un’esperienza troppo dura per quel giovane di ventidue anni che era. Finalmente, all’inizio del 1973, riuscì incredibilmente a ottenere una borsa di studio all’Università Cattolica di Milano. Incredibilmente perché non era neppure in grado di dimostrare la laurea ottenuta in Romania. Le autorità accademiche intuirono il potenziale di quel giovane magro e stralunato che chiedeva fiducia. Per questo atto di generosità fu sempre molto grato al rettore Lazzati e a Raniero Cantalamessa, oggi cardinale, allora direttore del Dipartimento di Scienze Religiose. La borsa era cosa modesta, ma gli garantiva l’alloggio a Milano, il vitto quotidiano, la copertura di una grande istituzione e un ambiente idoneo a studiare. È in quel periodo che io lo conobbi, essendo anch’io titolare della medesima borsa di studio alla Cattolica. Diventammo fraternamente amici. Lei mi chiede della sua malinconia di fondo. Era la conseguenza inevitabile della sua vita. Era completamente solo, non era ancora nessuno, aveva il minimo per vivere, sapeva che avrebbe rivisto chissà quando, forse mai, la mamma e la sorella rimaste in Romania, non aveva documenti di identità se non il fragile riconoscimento del suo status di profugo politico. Viveva nel terrore di essere colpito dalla vendetta del regime romeno. Che motivi aveva per non essere malinconico? Ma alla malinconia reagiva con una inflessibile volontà di studio, con un’applicazione tenace, indefessa, al suo obiettivo culturale. Credo che le idee che ha sviluppato nei libri successivi le avesse intuite in Romania e approfondite nella ben fornita biblioteca della Cattolica proprio nel periodo in cui vivemmo a contatto quotidiano. I cinque anni che trascorse in Italia, benché nelle ristrettezze, furono fondamentali e gli permisero di definire il suo universo intellettuale, anche per la severa disciplina filologica che gli insegnò il professore cui fece riferimento: Ugo Bianchi. Ma il suo mito era lo storico delle religioni suo connazionale Mircea Eliade, al quale si legò, fino a diventarne l’erede scientifico, quando si trasferì in Olanda e poi in America.»

Di fatto Culianu era un esiliato dal proprio paese, una condizione che per noi italiani è quasi fondativa grazie alla poesia e alla lingua dantesca; come ha vissuto, Culianu, questa condizione? Eliade per esempio nel Grande esilio accenna alla difficoltà, per uno studioso, di scrivere in una lingua che non sia la lingua madre. Dai suoi ricordi emerge qualcosa di simile in Culianu?

G.R «L’esilio di Dante fu provocato dalle lotte politiche fiorentine, l’esilio di Culianu, come di tutti coloro i quali riuscirono a fuggire dall’Est europeo, fu una scelta, per quanto dolorosa. La scelta di vivere in un regime di libertà, in Occidente, anziché nel regime oppressivo dei paesi comunisti. Parlai spesso con Culianu di questo. Ricordo che mi disse che era venuto in Occidente pieno di aspettative e di speranze, che un po’ alla volta furono ridimensionate man mano che si accorse del conformismo culturale, soprattutto di sinistra, presente nell’Italia di allora. Non si pentì mai di avere lasciato il suo paese, non cambiò mai il giudizio radicalmente negativo sul comunismo che aveva maturato in Romania, ma perdette molte delle illusioni sull’Italia e sull’Occidente, che in Romania aveva immaginato molto migliore di ciò che invece trovò. E non credo che in Olanda, dove rimase una decina d’anni, e poi negli Stati Uniti, abbia avuto motivo di ricredersi. Il Grande Fratello, che in Romania aveva il volto brutale della repressione poliziesca e dell’oppressione politica, in Occidente aveva manifestazioni molto più leggere, meno brutali, ma c’era anche qui. In un testo che scrisse proprio a casa mia, nel 1978, affermò che in Romania si era convinto che il potere fosse una cosa totalmente negativa, alla quale bisognava sfuggire. In Occidente questa sua convinzione non fece che rafforzarsi. Questo alimentò in lui un forte scetticismo, che divenne, a mio parere, la caratteristica predominante del suo temperamento. Credo che Culianu fosse scettico su tutto, anche sulle idee che professava. Uno dei suoi ultimi libri si intitola Iocari serio, scherzare seriamente. Ecco, mi sono sempre chiesto se lo scherzo, il gioco intellettuale, non sia una possibile chiave di lettura dell’opera di Culianu. Qualche anno fa gli è stato dedicato un intero fascicolo della rivista “Antares”. In quelle pagine, fra rievocazioni, testimonianze e analisi scientifiche, si possono trovare numerose piste interpretative della sua figura.»

Nel 1978 lei condusse un’intervista al suo amico in cui si argomentava attorno alla dissidenza come forma di ribellione; Culianu riconduceva la propria a una modalità di chiusura in sé stesso, in un altro momento afferma che la Romania non ha prodotto grandi dissidenti ma grandi artisti. Secondo lei questi due aspetti sono legati, nel modo di esprimersi di Culianu?

G.R «Lei pone una questione che ci rimanda a cose lontane e, oggi, tempo, difficilmente comprensibili. Il comunismo, l’universo concentrazionario dei paesi dell’Est europeo negli anni in cui l’Europa fu divisa dalla cortina di ferro. La dissidenza. Chi si ricorda più di tutto questo, delle sofferenze immani che furono inflitte a innumerevoli persone? L’esperienza della fuga dalla Romania, quando aveva soltanto ventidue anni, e del faticosissimo trapianto in Italia, furono, per Culianu, esperienze traumatiche, che gli lasciarono cicatrici indelebili, anche fisiche. Un giorno mi mostrò i segni che gli erano rimasti sulle braccia in seguito al tentativo di suicidio. La sua breve vita ne fu sempre condizionata. La Romania credo gli sia rimasta nel cuore, non a caso dopo la caduta del comunismo, tornò a interessarsene con gli scritti, le parole, le attività concrete. L’Occidente fu una sfida, che riuscì a vincere scalando in breve tempo i vertici culturali e accademici. Ma credo che nel profondo sia rimasto un uomo infelice, costretto a lasciare il proprio mondo senza più potervi fare ritorno, perseguitato da ricordi, affetti, probabilmente anche segreti rimorsi, nostalgie. Sempre timoroso, almeno nel periodo in cui lo conobbi, di vendette, di poter essere oggetto di violenza fisica. E infatti fu assassinato in America in forma brutale e anche volgare. Non sappiamo perché e da chi, ma l’ipotesi più verosimile è che il delitto rinvii a una matrice romena. È molto probabile, insomma, che la sua vita sia finita dove era iniziata.» 

Ipotesi e somiglianze

Si è parlato di somiglianze nella biografia da esule tra Bruno e Culianu: «Nella sua vita, gli amici sapevano perché: non studiava semplicemente Giordano Bruno, voleva essere Giordano Bruno» (Ted Anton, Eros, magia e l’omicidio del professor Culianu, p. 171) sono parole di Ted Anton, autore di un saggio che ripercorre la vita e l’enigmatica morte di Culianu. Ipotesi affascinante che non può trovare una conferma certa, è però innegabile che i due pensatori abbiano avuto una vita e una fine che in qualche modo si rimandano a vicenda, entrambi in fuga, e poi uccisi, da un potere politico. Anche gli anni biografici e le decadi del secolo sembrano coincidere, entrambi in fuga verso la metà degli anni ’70 (Bruno dal 1576, Culianu dal 1972), per poi finire negli anni ’90 (Bruno viene catturato dall’Inquisizione nel 1592, Culianu viene ucciso nel 1991).

Il saggio di Ted Anton racconta, tra le altre cose, proprio del fatto omicidiario, avvenuto a maggio del 1991 all’interno del campus del Divinity dove insegnava lo storico delle religioni.

La modalità è quella delle esecuzioni, Culianu è stato ucciso con un colpo alla nuca con una pistola di piccolo calibro, all’interno dei bagni dell’università: «un tiro esperto, come un’esecuzione secondo lo stile del mondo della malavita» (ivi p.50), sono parole dell’ispettore medico Robert Stein. Il caso rimane irrisolto, i sospetti ricadono sulla Securitate, una sorta di polizia segreta rumena, o la Guardia di ferro, un organismo fascista rumeno. Nel suo lavoro a fianco di Eliade, Culianu aveva trovato dei documenti che mettevano il suo maestro in relazione con l’organismo di estrema destra; Eliade mantenne sempre un riserbo elusivo su quegli anni giovanili, Saul Bellow si dice sicuro che Eliade ‘serbasse un segreto’.

I.P. Culianu viene ucciso con un colpo di pistola, beretta calibro 25, il 21 maggio del 1991.

Bibliografia di riferimento

T. ANTON, Eros, magia e l’omicidio del professor Culianu, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2007.

G. BRUNO, De vinculis in genere 1590.

I.P. CULIANU, Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, Bollati Boringhieri Torino 2006.

I.P. CULIANU Fuori di questo mondo, SE, Milano 2024.

G. ROMANATO, Religione e potere, Marietti, Roma 1981.

Il duraturo sodalizio intellettuale tra Culianu e Mercea Iliade è attestato dal nutrito carteggio, pubblicato in Romania e in Italia nella rivista Antares, 18/2021. Il testo riporta anche lo scambio epistolare tra Culianu e Romanato.

Fiorivivi ringrazia:

Emiliano Ventura saggista, filosofo e scrittore, per averci trasportato tra connessioni letterarie e biografiche. (Segnaliamo il suo ultimo lavoro Dino Campana. Sotto il segno del mito, Robin edizioni, Roma 2025)

Gianpaolo Romanato filosofo e storico, già professore di Storia contemporanea e di Storia della chiesa moderna e contemporanea all’Università di Padova, per la sua disponibilità e gentilezza.