I.P. Culianu, l’esiliato che voleva essere Giordano Bruno. (Con un’intervista a Gianpaolo Romanato)

di Emiliano Ventura

Nella vastissima bibliografia su Giordano Bruno si può trovare uno studio dottissimo dal titolo Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, ne è autore Ioan Petru Culianu, storico delle religioni e antropologo rumeno. Non a tutti è infatti nota l’importanza della Romania nella storia del pensiero del Novecento. La storia delle religioni, dallo yoga allo sciamanesimo, la filosofia, il teatro e il mito sono tutti campi che si sono arricchiti nel tempo del lavoro e delle riflessioni di alcuni importanti pensatori rumeni.

Eugène Ionesco, Emil Cioran, Mircea Eliade e per l’appunto Ioan Petru Culianu, sono un gruppo di autori a cui molto dobbiamo, legati tra di loro da amicizia diretta. Essi non condividono solo la nazionalità rumena, ma la particolare condizione dell’esule, anche se in modi e in tempi diversi, nell’arco del secolo XX.

Connessioni testuali

Ioan Petru Culianu, esperto di gnosticismo e magia rinascimentale, collabora con Mircea Eliade, che lo sceglie come allievo e curatore della sua opera postuma, insegnando negli ultimi anni nella stessa università americana del maestro, il Divinity College di Chicago.

Lo studio Eros e magia è sostanzialmente centrato sul concetto di magia nell’opera di Giordano Bruno, in particolare nel trattato De vinculis in genere: «Egli era il discendente di coloro che professavano i meno accessibili arcani dell’epoca fantastica, quelli della mnemotecnica e della magia» (I.P. Culianu, Eros e magia nel Rinascimento, p. 98.)

Culianu interpreta la magia di Bruno come la capacità di manipolare le masse, grazie al sapiente uso delle immagini e della fantasia con cui aveva perfezionato la propria arte della memoria; una tecnica che nelle sue mani era divenuta non tanto un sistema di recupero della memoria stessa, quanto un vero strumento di conoscenza. È doveroso sottolineare come sia Bruno che Culianu assegnino un valore gnoseologico all’immagine e alla fantasia, non a caso il primo è stato l’unico filosofo che abbia corredato alcune sue opere con delle immagini incise sul legno da se stesso. Come noto la filosofia ha sempre nutrito sospetto per le immagini, preferendo a quelle la prassi teoretica considerata fondamentale nell’atto cognitivo. «Invece, il mago del De vinculis è il prototipo dei sistemi impersonali dei mass media, della censura indiretta, della manipolazione globale e dei brain-trust che esercitano il loro controllo occulto sulle masse occidentali» (Ivi. p. 145)

Conoscere e padroneggiare tale tecnica si sarebbe rivelato importante, nell’ottica di Culianu, come risposta alla dittatura comunista nel suo paese di origine. Vi sono affinità evidenti tra il Bruno che tenta la fortuna lontano dal suo paese e dall’Inquisizione, e Culianu che diviene un esule politico in occidente dove studia, si perfeziona e poi insegna.

Il secondo lavoro importante di Ioan Petru Culianu è Fuori di questo mondo (Out of This World), studio che mette in relazione le esperienze extracorporee con la quarta dimensione. «Per coloro che credono che l’esperienza religiosa appartiene al passato, il recente interesse per gli stati alterati di coscienza (ASC), per le esperienze extracorporee (OBE) e per quelle di morte apparente (NDE) resta inspiegabile.» (ivi p. 23) Culianu tematizza poi tali esperienze alla luce con i recenti approcci scientifici: «La fisica e la matematica sono da ritenersi in gran parte responsabili del rinnovato interesse per le vie mistiche della conoscenza.» (ibidem)

Nel lungo e complesso studio Culianu evidenzia l’affinità di queste pratiche extracorporee, indagate con metodi nuovi e scientifici, con lo sciamanesimo «la profonda trance dello sciamano equivale alla morte» per poi passare all’enumerazione quasi enciclopedica dei tradizionali viaggi ultraterreni. Un abisso di sapienza ci presenta così le varie discese agli inferi e salite in cielo, le cavalcate a dorso di gru, così come i viaggi dell’anima libera nell’induismo e nel buddhismo. Il discorso di Culianu si concentra su quelle tradizioni che condividono la credenza in un’anima libera: «quest’anima può, a certe condizioni, separarsi dal corpo e visitare il mondo dei fantasmi. Estasi, sogno, morte apparente, stati alterati di coscienza tramite allucinogeni, deprivazione o bombardamento sensoriale sono alcune delle situazioni in cui si verifica la separazione.» (ivi p. 227)

Non è un caso quindi che come titolo del suo studio abbia scelto una citazione dai poemetti in prosa di Baudelaire, Anywhere Out of the World, nel quale si riporta questo dialogo:

dove vuoi andare anima mia?

– ovunque purché sia fuori da questo mondo!

Intervista a Gianpaolo Romanato

Il Professor Gianpaolo Romanato è uno storico contemporaneo, ha insegnato come professore associato presso l’Università di Padova. La rivista Antares ha pubblicato lo scambio epistolare con Culianu di cui è stato a lungo amico fin dagli anni ’70 in cui entrambi studiavano a Milano. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli di questa amicizia, grazie alle sue parole è possibile proprio ripercorrere quegli anni di formazione.

Mi rendo conto che sarà tornato su questa faccenda diverse volte, ma molti lettori non ne hanno una visione concreta. Lei è stato molto amico di Ioan Petru Culianu con cui ha condiviso gli anni universitari a Milano, tra il 1973 e il 1976. Nel testo di Ted Anton (Eros, Maria e l’omicidio del professor Culianu), l’autore riporta le sue considerazioni sulla tristezza e l’improvvisa malinconia che Ioan manifestava nei momenti più inaspettati. Le chiederei una considerazione attorno a questo aspetto caratteriale.

G.M «Lei mi fa tornare con la memoria a tempi molto lontani, quando la cortina di ferro tagliava a metà l’Europa. Di là il comunismo, di qua il mondo libero. I giovani d’oggi ignorano quel periodo, ma per capire Culianu bisogna tornare a quegli anni, alle paure e alle speranze di allora. Culianu era nato nella Romania comunista, cupa e oppressiva, e coltivò sempre, segretamente, il proposito di fuggire in Occidente, cosa quasi impossibile per chi era nato nei paesi del blocco comunista, le cui frontiere erano quasi impenetrabili. L’occasione insperata si presentò quando riuscì a ottenere una borsa di studio per frequentare un corso di italiano a Perugia, all’Università per stranieri. Mi pare fosse il 1972. Terminato il corso rimase in Italia chiedendo asilo politico. Per quasi un anno visse una vita disperata, prima nei campi profughi di Latina e Trieste, dove allora venivano radunati i fuggiaschi dall’Est europeo (il fenomeno immigratorio odierno allora non esisteva), poi ramingando qua e là, solo e senza denaro. Tentò anche il suicidio. Con me ammise che era stata un’esperienza troppo dura per quel giovane di ventidue anni che era. Finalmente, all’inizio del 1973, riuscì incredibilmente a ottenere una borsa di studio all’Università Cattolica di Milano. Incredibilmente perché non era neppure in grado di dimostrare la laurea ottenuta in Romania. Le autorità accademiche intuirono il potenziale di quel giovane magro e stralunato che chiedeva fiducia. Per questo atto di generosità fu sempre molto grato al rettore Lazzati e a Raniero Cantalamessa, oggi cardinale, allora direttore del Dipartimento di Scienze Religiose. La borsa era cosa modesta, ma gli garantiva l’alloggio a Milano, il vitto quotidiano, la copertura di una grande istituzione e un ambiente idoneo a studiare. È in quel periodo che io lo conobbi, essendo anch’io titolare della medesima borsa di studio alla Cattolica. Diventammo fraternamente amici. Lei mi chiede della sua malinconia di fondo. Era la conseguenza inevitabile della sua vita. Era completamente solo, non era ancora nessuno, aveva il minimo per vivere, sapeva che avrebbe rivisto chissà quando, forse mai, la mamma e la sorella rimaste in Romania, non aveva documenti di identità se non il fragile riconoscimento del suo status di profugo politico. Viveva nel terrore di essere colpito dalla vendetta del regime romeno. Che motivi aveva per non essere malinconico? Ma alla malinconia reagiva con una inflessibile volontà di studio, con un’applicazione tenace, indefessa, al suo obiettivo culturale. Credo che le idee che ha sviluppato nei libri successivi le avesse intuite in Romania e approfondite nella ben fornita biblioteca della Cattolica proprio nel periodo in cui vivemmo a contatto quotidiano. I cinque anni che trascorse in Italia, benché nelle ristrettezze, furono fondamentali e gli permisero di definire il suo universo intellettuale, anche per la severa disciplina filologica che gli insegnò il professore cui fece riferimento: Ugo Bianchi. Ma il suo mito era lo storico delle religioni suo connazionale Mircea Eliade, al quale si legò, fino a diventarne l’erede scientifico, quando si trasferì in Olanda e poi in America.»

Di fatto Culianu era un esiliato dal proprio paese, una condizione che per noi italiani è quasi fondativa grazie alla poesia e alla lingua dantesca; come ha vissuto, Culianu, questa condizione? Eliade per esempio nel Grande esilio accenna alla difficoltà, per uno studioso, di scrivere in una lingua che non sia la lingua madre. Dai suoi ricordi emerge qualcosa di simile in Culianu?

G.R «L’esilio di Dante fu provocato dalle lotte politiche fiorentine, l’esilio di Culianu, come di tutti coloro i quali riuscirono a fuggire dall’Est europeo, fu una scelta, per quanto dolorosa. La scelta di vivere in un regime di libertà, in Occidente, anziché nel regime oppressivo dei paesi comunisti. Parlai spesso con Culianu di questo. Ricordo che mi disse che era venuto in Occidente pieno di aspettative e di speranze, che un po’ alla volta furono ridimensionate man mano che si accorse del conformismo culturale, soprattutto di sinistra, presente nell’Italia di allora. Non si pentì mai di avere lasciato il suo paese, non cambiò mai il giudizio radicalmente negativo sul comunismo che aveva maturato in Romania, ma perdette molte delle illusioni sull’Italia e sull’Occidente, che in Romania aveva immaginato molto migliore di ciò che invece trovò. E non credo che in Olanda, dove rimase una decina d’anni, e poi negli Stati Uniti, abbia avuto motivo di ricredersi. Il Grande Fratello, che in Romania aveva il volto brutale della repressione poliziesca e dell’oppressione politica, in Occidente aveva manifestazioni molto più leggere, meno brutali, ma c’era anche qui. In un testo che scrisse proprio a casa mia, nel 1978, affermò che in Romania si era convinto che il potere fosse una cosa totalmente negativa, alla quale bisognava sfuggire. In Occidente questa sua convinzione non fece che rafforzarsi. Questo alimentò in lui un forte scetticismo, che divenne, a mio parere, la caratteristica predominante del suo temperamento. Credo che Culianu fosse scettico su tutto, anche sulle idee che professava. Uno dei suoi ultimi libri si intitola Iocari serio, scherzare seriamente. Ecco, mi sono sempre chiesto se lo scherzo, il gioco intellettuale, non sia una possibile chiave di lettura dell’opera di Culianu. Qualche anno fa gli è stato dedicato un intero fascicolo della rivista “Antares”. In quelle pagine, fra rievocazioni, testimonianze e analisi scientifiche, si possono trovare numerose piste interpretative della sua figura.»

Nel 1978 lei condusse un’intervista al suo amico in cui si argomentava attorno alla dissidenza come forma di ribellione; Culianu riconduceva la propria a una modalità di chiusura in sé stesso, in un altro momento afferma che la Romania non ha prodotto grandi dissidenti ma grandi artisti. Secondo lei questi due aspetti sono legati, nel modo di esprimersi di Culianu?

G.R «Lei pone una questione che ci rimanda a cose lontane e, oggi, tempo, difficilmente comprensibili. Il comunismo, l’universo concentrazionario dei paesi dell’Est europeo negli anni in cui l’Europa fu divisa dalla cortina di ferro. La dissidenza. Chi si ricorda più di tutto questo, delle sofferenze immani che furono inflitte a innumerevoli persone? L’esperienza della fuga dalla Romania, quando aveva soltanto ventidue anni, e del faticosissimo trapianto in Italia, furono, per Culianu, esperienze traumatiche, che gli lasciarono cicatrici indelebili, anche fisiche. Un giorno mi mostrò i segni che gli erano rimasti sulle braccia in seguito al tentativo di suicidio. La sua breve vita ne fu sempre condizionata. La Romania credo gli sia rimasta nel cuore, non a caso dopo la caduta del comunismo, tornò a interessarsene con gli scritti, le parole, le attività concrete. L’Occidente fu una sfida, che riuscì a vincere scalando in breve tempo i vertici culturali e accademici. Ma credo che nel profondo sia rimasto un uomo infelice, costretto a lasciare il proprio mondo senza più potervi fare ritorno, perseguitato da ricordi, affetti, probabilmente anche segreti rimorsi, nostalgie. Sempre timoroso, almeno nel periodo in cui lo conobbi, di vendette, di poter essere oggetto di violenza fisica. E infatti fu assassinato in America in forma brutale e anche volgare. Non sappiamo perché e da chi, ma l’ipotesi più verosimile è che il delitto rinvii a una matrice romena. È molto probabile, insomma, che la sua vita sia finita dove era iniziata.» 

Ipotesi e somiglianze

Si è parlato di somiglianze nella biografia da esule tra Bruno e Culianu: «Nella sua vita, gli amici sapevano perché: non studiava semplicemente Giordano Bruno, voleva essere Giordano Bruno» (Ted Anton, Eros, magia e l’omicidio del professor Culianu, p. 171) sono parole di Ted Anton, autore di un saggio che ripercorre la vita e l’enigmatica morte di Culianu. Ipotesi affascinante che non può trovare una conferma certa, è però innegabile che i due pensatori abbiano avuto una vita e una fine che in qualche modo si rimandano a vicenda, entrambi in fuga, e poi uccisi, da un potere politico. Anche gli anni biografici e le decadi del secolo sembrano coincidere, entrambi in fuga verso la metà degli anni ’70 (Bruno dal 1576, Culianu dal 1972), per poi finire negli anni ’90 (Bruno viene catturato dall’Inquisizione nel 1592, Culianu viene ucciso nel 1991).

Il saggio di Ted Anton racconta, tra le altre cose, proprio del fatto omicidiario, avvenuto a maggio del 1991 all’interno del campus del Divinity dove insegnava lo storico delle religioni.

La modalità è quella delle esecuzioni, Culianu è stato ucciso con un colpo alla nuca con una pistola di piccolo calibro, all’interno dei bagni dell’università: «un tiro esperto, come un’esecuzione secondo lo stile del mondo della malavita» (ivi p.50), sono parole dell’ispettore medico Robert Stein. Il caso rimane irrisolto, i sospetti ricadono sulla Securitate, una sorta di polizia segreta rumena, o la Guardia di ferro, un organismo fascista rumeno. Nel suo lavoro a fianco di Eliade, Culianu aveva trovato dei documenti che mettevano il suo maestro in relazione con l’organismo di estrema destra; Eliade mantenne sempre un riserbo elusivo su quegli anni giovanili, Saul Bellow si dice sicuro che Eliade ‘serbasse un segreto’.

I.P. Culianu viene ucciso con un colpo di pistola, beretta calibro 25, il 21 maggio del 1991.

Bibliografia di riferimento

T. ANTON, Eros, magia e l’omicidio del professor Culianu, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2007.

G. BRUNO, De vinculis in genere 1590.

I.P. CULIANU, Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, Bollati Boringhieri Torino 2006.

I.P. CULIANU Fuori di questo mondo, SE, Milano 2024.

G. ROMANATO, Religione e potere, Marietti, Roma 1981.

Il duraturo sodalizio intellettuale tra Culianu e Mercea Iliade è attestato dal nutrito carteggio, pubblicato in Romania e in Italia nella rivista Antares, 18/2021. Il testo riporta anche lo scambio epistolare tra Culianu e Romanato.

Fiorivivi ringrazia:

Emiliano Ventura saggista, filosofo e scrittore, per averci trasportato tra connessioni letterarie e biografiche. (Segnaliamo il suo ultimo lavoro Dino Campana. Sotto il segno del mito, Robin edizioni, Roma 2025)

Gianpaolo Romanato filosofo e storico, già professore di Storia contemporanea e di Storia della chiesa moderna e contemporanea all’Università di Padova, per la sua disponibilità e gentilezza.

I colori di Franco Fontana

Il 2024 è stato l’anno della mostra fotografica Franco Fontana. Colore, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, (co-prodotta da Skira Arte e curata dallo studio Fontana). Risultato di un meticoloso lavoro di indagine e restauro delle opere da parte dello stesso studio Fontana, la mostra si è presentata come una ricchissima retrospettiva sugli oltre sessant’anni di carriera del grande maestro, composta da una selezione di oltre 120 foto realizzate tra il 1961 e il 2017. A parlarcene è un altro artista, Riccardo Cellini, giovane fotografo di talento e sensibilità.

Franco Fontana

di Riccardo Cellini

Maestro indiscusso della fotografia italiana e internazionale, Franco Fontana nasce a Modena nel 1933, città a cui è rimasto legato e dove tuttora risiede. Inizia a interessarsi di fotografia fin dai primi anni cinquanta, le sue prime mostre personali si sono tenute nel 1965 a Torino e nel 1968 a Modena. Da allora ha esposto ininterrottamente sia in Italia che all’estero, contando all’attivo oltre 300 mostre e ricevendo prestigiosi premi e riconoscimenti tra i quali possiamo ricordare il Ragno d’oro per l’arte (1984) e il titolo di Maestro della fotografia italiana (1988). Le sue opere sono presenti nelle collezioni di oltre 50 musei pubblici e gallerie private. Fontana concentra la sua ricerca artistica sull’uso del colore andando in netta controtendenza al canonico uso del bianco e nero tipico della fotografia artistica dei suoi anni e ponendo la sua attenzione su una nuova ricerca estetica e formale. La sua scelta si basa sul conferire al colore un ruolo predominante, non solo esclusivamente come puro medium ma come vero e proprio soggetto significante della scena.

Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori: ritengo il colore più difficile del bianco e nero, che è già un’invenzione perché la realtà non è mai accettata per quello che è a livello creativo e conseguentemente va reinventata. Il mio colore non è un’aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell’evoluzione della fotografia. (F. Fontana)

La sua esplorazione e dedizione verso il colore lo hanno reso pioniere di un nuovo approccio alla fotografia capace sia di dare un contributo significativo al panorama artistico internazionale del suo tempo, sia di influenzare ancora oggi i nuovi talenti della fotografia contemporanea.

L’allestimento della mostra

Addentrandosi nello spazio della mostra il visitatore veniva accompagnato attraverso un denso e ben strutturato allestimento diviso in quattro sezioni: People, Paesaggi Urbani, Asfalti e Paesaggi. Una sorta di viaggio nel mondo del colore, un percorso espositivo capace di ricreare la giusta continuità spaziale. L’entrata nelle diverse sale infatti era stata progettata per colpire il visitatore, impressionato dalla grande eterogeneità cromatica delle opere e da una loro sapiente disposizione su pareti colorate, capaci di trasformarsi in contenitori ideali.

Abitare il colore

Nella prima sezione di opere, denominata People, trovava spazio un Fontana inedito. Se infatti si serbava nell’immaginario l’idea di un fotografo esclusivamente paesaggista, sorprenderà sapere che una parte della sua produzione, forse ancora poco esplorata, contempla la figura umana, seppur declinata secondo il linguaggio del fotografo. Dopo due decenni di paesaggi e luoghi inanimati che hanno caratterizzato la prima produzione dell’artista, sembra che a partire dagli anni ottanta sia stato dato il permesso alle persone di abitare mondi costituiti da spiagge, piscine, piste da sci e spazi urbani dalle atmosfere metafisiche. Piccole figure umane o porzioni di esse che non assumono una vera e propria identità ma che diventano elementi decorativi e costitutivi dell’ambiente circostante e delle architetture. Come nella serie Spiagge, dove costellazioni di ombrelloni e bagnanti senza volto formano macchie di colore che si fondono con lo sfondo in un unico grande piano bidimensionale; o come anche in Frammenti dove il taglio fotografico dell’artista riorganizza porzioni di corpi, dettagli di vestiti colorati e altri oggetti per creare nuove geometrie.

Un nuovo mondo

Un momento significativo per la produzione del fotografo modenese è stata la scoperta dei paesaggi e delle grandi città del nuovo continente. É proprio a questo tema era stata dedicata la seconda parte della mostra. Nella sezione Paesaggi Urbani, infatti, erano stati posizionati gli scatti di Fontana che, ammaliato dalle nuove geometrie delle città americane, aveva dato vita a un mosaico di cromie e forme. Grazie all’uso del teleobiettivo e del conseguente schiacciamento dei piani in un’unica grande superficie bidimensionale – cifra stilistica e identitaria dell’autore – finestre, intonaci dai colori sgargianti, graffiti, e altri elementi architettonici diventano un tutt’uno di un grande elemento geometrico. In queste opere infatti Fontana prende le distanze dal normale panorama urbano, sfociando nell’astratto. Nella nuova riorganizzazione data dalla lente del fotografo non vi è più una profondità, oggetti vicini e lontani appaiono sullo stesso piano uno accanto all’altro, facendo parte di una stessa superficie delimitata da linee nette e colori piatti in contrasto tra loro; anche le ombre – non più elementi che creano tridimensionalità – diventano pura forma geometrica bidimensionale. Una composizione astratta in cui in certi casi si riducono significativamente i soggetti riconoscibili – un vaso, una macchina, una finestra, un muro – in favore di una nuova grammatica di forme e colori puri; un grande mosaico in cui una porzione di muro non tende più a essere una parte costitutiva di un edificio ma diventa un’unità geometrica al pari del cielo contro cui si staglia.

Guardare in basso

Nella ricerca sul tema urbano dell’artista, tutti gli elementi del campo visivo hanno una loro importanza e trovano occasione di ricevere una nuova interpretazione. Si guarda dappertutto, si sposta l’attenzione anche per terra, laddove raramente ci si sofferma a osservare. Nella sezione Asfalti erano state raggruppate una serie di fotografie che raffiguravano le pavimentazioni stradali di tutto il mondo, raccolte in maniera via via sempre più programmatica nel corso della carriera dell’artista. Come avviene per i paesaggi urbani, la lente fotografica trasfigura la semplice superficie di un manto stradale in qualcosa di nuovo e con un grado di astrazione ancor più elevato. Rappresentazioni astratte in cui le forme e le macchie di colore non vengono realizzate da pennelli ma sono il risultato dell’impronta di uno pneumatico, della sbavatura di una segnaletica orizzontale, della texture di un tombino e delle crettature incerte dell’asfalto.

Orizzonti

L’ultima sezione della mostra è stata dedicata ai paesaggi, forse la fase più iconica e rappresentativa della carriera del fotografo. Campi collinari, distese di fiori, mare e orizzonti sono i soggetti che vengono sottoposti all’interpretazione dell’occhio dell’autore. Una sintesi di volumi, linee e soprattutto colori sono alla base della ricerca relativa ai paesaggi che Fontana non ha mai smesso di portare avanti nell’arco di tutta la sua carriera. I piani si appiattiscono, le colline e il cielo diventano grandi campiture di colore in perfetto equilibrio tra loro, in un’armoniosa economia compositiva di tutti gli elementi. Si perde la percezione delle dimensioni degli spazi, per essere immersi e assorbiti dalla campagna della Puglia, della Basilicata e della Spagna. Tra gli scatti dedicati a questa ricerca compaiono degli alberi – unici soggetti riconoscibili – capaci, per un istante, di illuderci di poter ridare un ordine di grandezza a quelle immense aree di colore, in altre parole di combattere l’astrattismo della rappresentazione. E se Mari è una delle composizioni più estreme, nell’opera Comacchio 1976 Fontana raggiunge un livello massimo di sintesi di colore e di forme in una simmetria assoluta: cielo e mare separati a metà da una sottilissima linea d’orizzonte. La purezza nella rappresentazione è data da un unico ed essenziale segno grafico e dal solo colore blu – declinato nelle sue sfumature – che genera una vera e propria opera di espressionismo astratto, paragonabile a un quadro di Rothko o di Newman, davanti alla quale chiunque osserva può perdersi.

A volte mi succede di trovare un paesaggio così irresistibile che dimentico tutto il resto. Lascio andare desideri, rancori, aspettative, la fretta. Lascio andare l’idea del passato e quella del futuro e rimango io solo, con la mia macchina e il paesaggio. Me ne lascio permeare. Io divento il paesaggio e il paesaggio me. Lo vivo. Permetto al paesaggio di riempire il mio vuoto, ne gioisco, e solo allora scatto. Mi piace dire che il paesaggio attraverso di me si fa l’autoritratto. (F. Fontana)

Nel video intervista che concludeva la mostra il maestro spiegava – con estrema lucidità intellettuale e giovinezza d’animo – il suo rapporto con la fotografia, da lui considerata prima di tutto ricerca di se stessi e della propria interiorità. Dalle sue parole si comprende come il colore abbia giocato un ruolo centrale nella sua formazione artistica e che forse solo la capacità di crearsi un’identità fotografica così forte, è ciò che rendere una sua qualsiasi fotografia riconoscibile in tutto il mondo.

Fiori vivi ringrazia:

Riccardo Cellini; Studio Franco Fontana https://francofontanaphotographer.com; Brescia Musei https://www.bresciamusei.com/

“Il colore nascosto delle cose”: la storia di un Gioiello d’Arte

di Santa Loffredi

Gioielli d’Arte

Per me il Gioiello è la forma materica della poesia interiore che l’Orafo/Artista porta dentro di sé e cerca di esprimere al meglio: un vero e proprio fatto culturale, carico di ricerca, di significati e viaggi interiori; si parte sempre dalle infinite meraviglie della materia che la natura produce e l’uomo trasforma per poi arrivare all’espressione piena del proprio sentire. Usare diversi tipi di materiali e sperimentare tecniche di lavorazione sempre nuove mi permette di dare “forma” a ciò che sento, alle mie idee e alle mie emozioni, senza preoccuparmi delle richieste del mercato.

Non mi interessa la quantità di gioielli che creo o la frequenza con cui li realizzo, né il tempo impiegato per elaborare le mie creazioni. Ognuna di esse è unica e irripetibile.

Mi interessa solo sapere che chi sceglie di indossare qualcosa che creo, lo fa per condividere il mio modo di “vedere e sentire” il mondo, facendolo suo! Così nasce la magia di un “Gioiello d’Arte”.

“Il colore nascosto delle cose”

 “Il colore nascosto delle cose”: così si chiama il piccolo ciondolo in argento, che ho realizzato con la tecnica orafa della cera persa e che rappresenta semplicemente una farfalla … in realtà per un occhio attento ai dettagli c’è molto di più da scoprire! Un invito ad andare oltre alla realtà, come essa ci appare, a soffermarci sui particolari e ad apprezzare il “colore nascosto delle cose”, sull’esempio dei protagonisti dell’omonimo film di Silvio Soldini del 2017, per me, in questo caso, fonte di ispirazione (cfr. Il colore nascosto delle cose. Reg. Silvio Soldini. Att. Valeria Golino, Adriano Giannini. Videa. 2017).

bty

Se si presta attenzione alla mia piccola opera, non si può fare a meno di notare in basso un bruco nel suo bozzolo, tutto rannicchiato dentro se stesso, in attesa che il tempo sia maturo per aprirsi e trasformarsi in farfalla. Non si pensa mai che rompere il bozzolo implichi, per il bruco, uno sforzo enorme, soprattutto dal punto di vista muscolare. Tuttavia sarà proprio tale sforzo a rendere forti e adatte al volo le ali della futura farfalla. Se si intervenisse dall’esterno in questo “processo di trasformazione e cambiamento”, per facilitare la rottura del bozzolo senza aspettare che la maturazione sia portata a compimento, anziché aiutare la farfalla, la renderemmo incapace di volare, e, quindi, di affrontare la Vita e di mettersi alla ricerca dell’armonia e della felicità …  Solo una farfalla che abbia sperimentato la sua resistenza, la sua forza, la sua determinazione, in altre parole che abbia combattuto da bruco per rompere il bozzolo e dare avvio al cambiamento, potrà essere libera del e nel suo volo, fino ad andare incontro agli ostacoli e a danneggiare addirittura le sue ali, se lo vorrà. Amare una creatura non vuol dire sostituirsi a lei, o aiutarla di continuo, bensì regalarle opportunità. Se pensiamo in particolare alle donne, dovremmo parlare di “pari opportunità” in questo senso: ad ognuna di noi dovrebbero essere dati gli strumenti per tirare fuori tutti i colori che ha dentro ed essere orgogliosa, al termine della metamorfosi, del suo volo.

Il corpicino della neo-farfalla è minuto e le sue ali ancora non si sono dispiegate completamente, come si può osservare nel gioiello: l’ala destra non è del tutto distesa, ma piegata e attaccata ancora ai fili del bozzolo appena schiuso, che ne impediscono l’ultimo sforzo per distendersi totalmente e librarsi nel suo volo, ora libero e felice.

bdr

Le ali hanno dei fori, mentre in natura, vi sono macchie di colori: i fori mi hanno permesso di creare giochi di luce e di ombra e di riflettere così, nel metallo argenteo, i colori dell’arcobaleno. Qualcuno di voi si chiederà perché non abbia smaltato di tanti colori le ali della farfalla, dal momento che ho parlato di “colore”…..Beh, la sfida con il lettore/osservatore è proprio questa: lasciare che ci sia solo il Buio del Bozzolo e poi la Luce del Volo in questo mio piccolo oggetto…..Ognuno di voi potrà immaginare di colorare la propria farfalla scoprendo, appunto, “il colore nascosto delle cose” ed arrivando a sentirsi uno di quei “fiori vivi” di cui il mondo ha tanto bisogno!!!

Santa Loffredi è un’artista, scultrice ed orafa, che vive e lavora in Umbria. Ha iniziato la sua attività come restauratrice e decoratrice del mobile antico negli anni Novanta per poi proseguire il suo percorso artistico nell’arte ceramica, in particolare nella ceramica raku. Nel 2013 è approdata al mondo dei metalli, affinando la propria tecnica presso la Scuola OTP “Officine dei Talenti Preziosi” di Roma. Fra le varie esposizioni cui ha partecipato nel corso degli ultimi anni vale la pena menzionare il Palakiss di Vicenza Oro del 2013 e nel 2015 all’Art Shopping del Louvre di Parigi e ad Alta Roma in Town in via Margutta. Ha esposto le sue opere in diverse gallerie d’arte, fra le quali la Galleria Area Contesa Arte di via Margutta a Roma.

Sito web: slgioiellidarte.it

Pagina Facebook e Instagram: SL Gioielli d’arte di Santa Loffredi

Intervista all’Altrove: Teatro Studio

di Giada Zaccardi

Noi non facciamo arte, facciamo artigianato e l’arte è un incidente
Giorgio Latini – Altrove Teatro Studio

Fiori Vivi, con la sezione In loco, si propone di segnalare quei – speriamo non troppo – rari incontri culturalmente significativi, da consigliare a chiunque ami ancora stupirsi.
Con questo spirito, quando ho pensato al mio primo contributo per questo progetto, con molta emozione, mi è venuto in mente il teatro studio Altrove, che si trova in via Giorgio Scalia 53 (Fermata metro Cipro) e che ha aperto, ormai, circa un anno fa.
Poco dopo l’apertura ho avuto il piacere di assistere allo spettacolo Blues in sedici, tratto dal libro di Stefano Benni, peraltro presente alla messa in scena ed entusiasta della ‘versione altrove’.
Mi ha colpito immediatamente, sin da quel primo incontro, lo spirito che si sente ‘nell’Altrove’, quello spirito di chi ha qualcosa non solo da dire, ma da dare.
Intanto, premetto che oltre il teatro, c’è un’accademia di recitazione e che gli spazi sono aperti alle sperimentazioni, come le menti dei Direttori.

Ho intervistato quindi Ottavia Bianchi, direttrice artistica, e Giorgio Latini, direttore amministrativo, che ringrazio per la loro disponibilità e per l’intenso momento di condivisione, prima parlando del progetto e, poi, commentando la loro versione di Blues in sedici.

Come nasce questo progetto?

Giorgio: “Io e Ottavia ci siamo conosciuti un po’ di anni fa e l’idea di far nascere un posto del genere è nata quasi subito, perché confrontandoci (siamo entrambi attori e abbiamo frequentato moltissimo il panorama del teatro off romano e anche del resto
di Italia in realtà; panorami abbastanza diversi) ci siamo resi conto di una serie di problematiche tecniche ed economiche che gli attori sono costretti ad affrontare al giorno d’oggi.
Decisi nel voler trovare una certa indipendenza da tutta una serie di dinamiche politiche del circuito (che non sono una novità per nessuno che frequenta l’ambiente del teatro) abbiamo pensato di trovare un nostro spazio.
L’idea originale era quella di servirci di un luogo molto più piccolo, poi un colpo di fortuna ci ha condotti qui…
Noi lo cercavamo da quando è nata l’Associazione I pensieri dell’altrove nel 2012, ma per concretizzarlo c’è voluto diverso tempo”.

Lo capisco, anche perché direi che non ci sia una grande apertura verso le espressioni artistiche indipendenti…

Giorgio: “No, infatti! Anche perché, per le ragioni di indipendenza di cui parlavo prima, questo spazio è totalmente privato, con tutte le difficoltà e i privilegi che questo comporta”.

Ottavia: “Ci sono, in effetti, pro e contro: i contro sono soprattutto relativi al fatto che i nostri mezzi sono limitati, pur essendo stati molto fortunati a trovare questo spazio a un ottimo prezzo, è stata una mole di lavoro enorme costruire ciò che vedi, perché qui non c’era niente.
A novembre avevamo già dato l’avvio all’accademia sia con corsi professionali che con corsi semi-professionali.
Si tratta di un’attività che portiamo avanti da anni e che ci ha condotti a cercare una ‘casa’, nel senso che Roma pullula di sale prova, ma quasi nessuna di esse rispetta lo standard minimo per fare teatro.
Ci vogliono i giusti requisiti per fare teatro! Serve una sala rettangolare, un parquet, degli orari consoni, insonorizzazione (per provare liberamente), un pianoforte e tanto altro.
Quindi abbiamo cercato un posto che ci consentisse una certa stabilità, ma soprattutto la possibilità di decidere sulla produzione artistica e la libertà, senza prezzo, di scegliere noi con chi collaborare”.
Giorgio: “Noi, ad esempio, abbiamo una sala con parquet adeguato allo standard europeo, come quello del Teatro dell’Opera, che però non essendo una normativa vincolante, non è presente da nessuna parte, nemmeno nei licei coreutici”.

Tornando all’Altrove.

Giorgio: “Alla fine però Altrove non nasce solo per noi, nasce per tutti.
Per sopperire a una serie di disagi che tanti colleghi hanno poiché molti direttori amministrativi (ma anche artistici) di teatri, mancando di un vero background teatrale, tendono a essere eccessivamente burocrati – anche coloro che erano attori si trasformano a loro volta un po’ in burocrati – e cercano di lucrare a discapito delle compagnie”.

Ottavia: “Ormai la figura dell’attore è cambiata, si è evoluta, c’è molta burocrazia da affrontare.
Inoltre, sono considerate ancora ‘giovani compagnie’ quelle con attori fino a 45 anni di età e, anche se in realtà molti di loro hanno alle spalle studi tecnici avanzati e possono vantare esperienze pluriennali, vengono comunque trattati come novellini, soprattutto con riferimento ai compensi.
L’attore, nella sua dimensione contemporanea, quindi, ha le capacità e i titoli, ma non ha gli spazi, perché la maggior parte dei teatri diventa, in questo modo, inaccessibile.
Ma anche chi accetta di lavorare negli spazi off si inserisce in situazioni nebulose nelle quali non sai mai nemmeno se guadagnerai qualcosa, senza contare la manchevole assistenza sindacale e l’insussistente possibilità di immaginare una pensione.
Totalmente in controtendenza con ciò che questo contesto vorrebbe suggerire, l’Altrove nasce con il concetto di base che di arte si può vivere, sempre con l’accortezza di non approfittarsi dell’esigenza dell’attore di andare in scena”.

Giorgio: “Credo ci sia una grande analogia oggi, tra la figura dell’attore e quella del filmmaker, autore che deve ricoprire contemporaneamente il ruolo di regista, montatore e operatore; sono state inglobate in una sola figura tante funzioni diverse, per ragioni effettivamente solo economiche.
Anche l’attore è in una condizione del genere: oggi viene trattato da scenografo, macchinista, regista, sarto, costumista, drammaturgo… Ovviamente, questa è un’arma a doppio taglio, poiché si vede tanto, ad esempio, quando un disegno luci lo faccio io o lo fa qualcuno che si occupa di quello nella sua vita professionale, come si vede quando queste otto quinte le costruisco io oppure un macchinista.
E poi c’è questo grande equivoco: cioè che l’attore sia un libero professionista, mentre in realtà nasce come lavoratore dipendente, sennò non ci saremmo battuti tanti anni fa per avere i riposi pagati. E invece ora non esiste più niente…

Se tu non ti fai pagare niente, il tuo lavoro non vale niente
Ottavia Bianchi – Altrove Teatro Studio

Ottavia: “Anche le prove pagate oramai non esistono più, sono una chimera! Quindi la nostra idea è quella di organizzarsi, di creare una rete, finalizzata a ricordarsi che questo è un mestiere, deve avere un guadagno e non deve essere offensivo”.

In effetti, è una condizione che accomuna moltissime figure professionali attualmente, non basta più saper fare qualcosa, sembra si debba essere in grado di offrire un pacchetto completo che risolva le esigenze di chi ti offre lavoro.

Ottavia: “Sì, oggi siamo bombardati da questa ‘dimensione del multitasking’ delle 24 ore di lavoro consecutive, dalla quale è bene prendere le distanze.
È anche vero, però, che i tempi stanno cambiando e che un po’ ci si può evolvere. Ad esempio, nei nostri corsi non facciamo più soltanto lezioni di ‘parola, corpo e canto, ma Giorgio sta organizzando un corso di scrittura creativa insieme a un tecnico delle luci bravissimo”.

Giorgio: “Il panorama è cambiato molto. Ribellarsi, dal nostro punto di vista, è inutile; non intendo dire che quello che succede sia giusto, ma bisogna cercare di abbracciare questa situazione di cambiamento con intelligenza, per poi cercare di crescere sempre di più e di poter collaborare con tutte quelle figure altamente specializzate, fondamentali per l’ottima resa dello spettacolo”.

Ottavia: “Ci sono dei testi che non puoi materialmente mettere in scena se non hai un allestimento di un certo tipo e una scenografia degna di questo nome. È anche vero però che l’attore oggi non può pensare di vivere per sempre ‘a scrittura’, poiché si ritroverebbe a vivere anche lunghi periodi di fermo. Ma, a dispetto di tutto, è proprio in questi momenti che bisognerebbe iniziare a proporre progetti propri, in luoghi più piccoli come questo che, nello specifico, nasce con l’intento di fornire a tante compagnie che lo meritano uno spazio in cui esprimersi”.

E il nome? È per questo che si chiama Altrove? Perché propone un’alternativa?

Giorgio: “Sì e no, nel senso che Altrove ci piace moltissimo come nome, perché in effetti racconta già tutto, ma in realtà viene dal nome dell’Associazione – I pensieri dell’Altrove – di cui parlavo prima.
Per quanto riguarda il nome dell’Associazione, poi, penso possa raccontare molto meglio Ottavia, su tutto ciò che significa, sia a livello immaginifico sia a livello concreto”.

Ottavia: “Questo concetto ha veramente tanti livelli di interpretazione. La parola altrove già ti parla, sin da subito, di una dimensione diversa e distante, che è un po’ una metafora del teatro che è un luogo chiuso, un luogo di sogno, un luogo dove – dal mio punto di vista – i fantasmi di carta del testo (che è il re intorno al quale tutto questo si muove) attraverso la carne ‘viva’ degli attori, possono prendere vita.
In questo senso si vuole richiamare un legame con il concetto di buon testo e buoni autori (anche di chiara fama).
Questo da un punto di vista, dall’altro c’è anche l’interpretazione personale: il ‘luogo teatro’ è per me un luogo dove trovo la mia essenza, il mio ordine dal caos della vita e quindi riesco a essere creativa (ma ordinata), felice ed è dove il passato può rivivere… Non a caso, si tratta di un luogo in cui tu puoi resuscitare fantasmi di vario tipo. Anche attraverso l’utilizzo di oggetti che vengono dal passato. Infatti io credo che l’attore sia un po’ un medium, un tramite tra un momento o un pensiero passato e il presente.
Per finire, c’è il fatto (e questo è un aspetto molto personale) che l’attore trova se stesso in un’altra dimensione, cioè in una ‘dimensione-altra’, un po’ l’orrore di sé che nel teatro è una risorsa per andare a cercare il personaggio – che in teoria non ti assomiglia – attraverso interpretazioni varie.

Trovo la scelta molto interessante, anche perché ritengo che questo nome sia in grado di riassumere tutto questo, senza togliere nulla ai significati.

Ottavia: “Grazie! In effetti, si presta a molte interpretazioni, a esempio, questo murale lunghissimo che c’è dall’ingresso su strada e fino qui è un po’ una visione dell’artista Cristina Gardumi, che ci tengo sempre a ringraziare tanto. Lei mi ha chiesto che cosa volesse dire per me ‘Altrove’, io gliel’ho raccontato così e poi ‘i mostri della sua testa’ hanno preso quella forma lì sul muro”.

In effetti trovo il murales perfetto, ti porta via dalla strada e ti conduce verso un altro posto… Un’ultima domanda sul progetto: l’associazione e il teatro sono vostri, ma poi vi avvalete di altri professionisti?

Giorgio: “Sì, certo! Altrimenti ce la cantiamo e suoniamo da soli! A parte gli scherzi, noi cerchiamo di non intervenire più di una o due volte durante la stagione, perché questo deve essere uno spazio a disposizione di tutti e anche perché più persone passano di qui, più teste riusciamo a cambiare, perché c’è un senso di colpa diffuso in questa professione, sembra che si debba chiedere scusa perché si fa l’attore. Invece, non credo debba essere così.
Mi capita spesso di raccontare questa cosa, anche quando parlo con i ragazzi a cui facciamo formazione: negli anni ’60/’70 il Piccolo di Milano faceva circa il 45% degli incassi con la biglietteria, il che voleva dire che il 55% lo faceva con altro, che era il bar… Poi il bar è passato di moda perché il bar prima del teatro era volgare ed è stato sostituito con le sovvenzioni.
È così che nasce il ‘teatro a perdere’, perché solo il 45% delle entrate veniva dai biglietti e l’altro 55% doveva essere chiesto allo Stato, con gli attori che si trovavano a lavorare gratis e a staccare omaggi per dare l’impressione che il teatro fosse pieno, ma ovviamente alla produzione non entrava un soldo.
Dopo di che, l’attore di turno doveva riuscire a trovare un teatro e/o uno stabile più grande che potesse comprare lo spettacolo, riuscendo così a ottenere una paga, anche se i biglietti continuano a essere gratis”.

Ottavia: “Ci sono moltissimi spettacoli e altrettanti attori meravigliosi, che però per una questione numerica, non riescono a entrare nei circuiti, che comunque sono tre… Le produzioni di ogni stabile sono una o due l’anno… e quindi non lavorano”.

Giorgio: “Inoltre, l’ambiente del teatro sembra un po’ quello di una vecchia portineria, nel quale se qualcuno va a dire che un certo spettacolo ‘ha fatto schifo, influenza definitivamente il pensiero degli altri, Peraltro, c’è molto regionalismo e ognuno lavora e produce soltanto nel posto dove si trova, ci sono quindi molte chiusure.

Penso si tratti della poca educazione culturale. Quando si parla di materie scientifiche, in effetti, nessuno si permette di essere così tranchant.
Al contrario, in campo umanistico non ci si pone alcun problema disprezzare, pur non essendosi mai occupati di un certo ambito.
A mio parere, quando c’è in gioco del materiale umano (situazione nella quale si è chiaramente più soggetti a critiche, nel senso più ampio e quindi migliore del termine) si dovrebbe imparare a considerare che a livello tecnico c’è un lavoro, dal quale tenere ben distinto il gusto personale.

Ottavia: “In merito a questo, ci terrei che tu scrivessi la mia opinione.
Il più grande problema di questa epoca, secondo me, è la formazione.
In questa professione, chiunque si alza la mattina e decide di fare l’attore, in teoria lo è.
Questo è folle.
Noi che facciamo formazione (dopo averne ricevuta a nostra volta e con almeno dieci anni di gavetta alle spalle) spieghiamo ai nostri allievi che ciò che passa la televisione (ad esempio i talent show) ha rovinato disgraziatamente questa professione.
Questo incontrollabile fenomeno non lede tanto quelli della nostra generazione, che hanno frequentato le accademie, studiando e faticando, e che poi si imbattono ai provini in queste persone che arrivano dai reality e che non hanno una reale formazione, poiché credo che sia la professionalità che fa resistere un attore nel tempo e, quindi, a parte i brividi per doversi relazionare con tale ignoranza, non ci impedisce di trovare – nel tempo – un nostro spazio.
Più che altro, invece, rovina le nuove generazioni, convinte che basandosi solo su quelle esperienze poco formative si sia già pronti a lavorare e resistere nel tempo. Noi li vediamo, perché arrivano da noi spesso dopo aver speso migliaia di euro in scuole famose solo per il nome e non sono in grado di parlare italiano, magari hanno anche frequentato qualche anno, ma non hanno nemmeno mai fatto dizione.
Non perdono solo soldi, perdono anche tempo – che è il bene più prezioso che hanno – e vengono strumentalizzati con il loro stesso sogno”.

Ho trovato il vostro spettacolo attualissimo e forse non mie era mai capitato di veder esprimere le problematiche legate a questo tempo in un modo così peculiare e travolgente.

Giorgio: “Intanto, plauso a Stefano Benni perché lo ha scritto lui!”

Infatti! Però il fatto di cronaca su cui si basa il testo è degli anni ’80, il che ci preoccupa anche perché le problematiche sociali sono le stesse, solo che un po’ peggiorate.
Quello che però mi ha davvero emozionata dello spettacolo è stata la regia.
Ha consentito al messaggio di arrivare fortissimo, infatti a un certo punto ho chiuso gli occhi perché le voci e la musica mi comunicavano tutto, l’immagine quasi mi distraeva

Ottavia: “Ho pensato a questo lavoro teatrale da subito, non appena lessi in libro, tra il 2000 e il 2002. Ero ancora giovane e poco consapevole. Nonostante questo incontro fosse avvenuto in una fase embrionale della mia formazione, dopo tanti anni di studio e lavoro come attrice, il mio desiderio verso quel libro non è sparito.
Ho sempre letto Benni, anche se questo testo è molto particolare e cupo.
Quindi, in comunicazione come un medium con questi versi, mi ha sempre fatto pensare a più voci ed è anche uscita la me cantante.
Al contrario del testo originario, pensato per una sola voce e un contrabbasso, quello della mia regia è un vero e proprio concerto drammatico, un magma sonoro con moltissime onomatopee, pensato quasi come concerto musicale, anche se abitato da parole. Credo, infatti, che qualche volta si sia perso il singolo verso, ma che siamo riusciti a dare l’atmosfera del movimento.
Ci terrei a fare un plauso agli attori e al chitarrista perché, con la loro capacità e professionalità, sono stati in grado di entrare in ciò che volevo realizzare”.

Giorgio: “Ora racconto la parte divertente di quando Ottavia ci ha comunicato la sua idea, parlando della regia, ma da attore”.

[i due ridono ed io ascolto interessata Giorgio che recita il dialogo, facendo sia la sua parte, sia quella di Ottavia]

O: Allora c’è questo testo, si basa su un fatto di cronaca degli anni ’80 ed è stato scritto alla fine degli anni ’90 e lo voglio fare oggi.
G: Ok, non c’è problema, perché le storie anche se hanno una certa distanza nel tempo, contengono spesso degli archetipi che sono eterni. Che cos’è?
O: mah, una ballata…
G: ah d’accordo!
O: In versi…
G: Ah… Emh… Ok, facciamo un reading in versi, non c’è problema…
O: sono 16 movimenti, 8+8, però ho avuto un’idea: dato che il verso è μουσική (musikè) , non trattiamolo come prosa, trattiamolo come musica!
G: …
Panico.

Ottavia: “Tutto è stato montato in 20 ore, dividendo per tessitura vocale attori e ruoli, partendo dal suono, dai ritmi che avevo in mente. Abbiamo lavorato sul ritmo e quando lo abbiamo fatto nostro, ci abbiamo rimesso dentro il senso; un senso che poi è stato quello di concept album”.
Giorgio: “Non per niente, l’ambientazione che ha creato Ottavia (per questo mi colpiva che hai detto di averlo ‘visto a occhi chiusi’), è stata frutto di un’operazione amarcord – inspirata agli anni ’90 – volendo simulare di essere in una cantina a cantare per il pubblico questo concept album.
Intatti, l’ambientazione era semplice e noi non eravamo i personaggi della ballata originale, ma i membri del gruppo, che cantavano”.

Blues in Sedici all’Altrove
Tratto dal testo Blues in Sedici di Stefano Benni

Ottavia Bianchi – Regia
Giacomo Ronconi – chitarra
Giorgio Latini – Attore
Alessandra Mortelliti – Attore
Stefano Vona Bianchini – Attore