Il 2024 è stato l’anno della mostra fotografica Franco Fontana. Colore, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, (co-prodotta da Skira Arte e curata dallo studio Fontana). Risultato di un meticoloso lavoro di indagine e restauro delle opere da parte dello stesso studio Fontana, la mostra si è presentata come una ricchissima retrospettiva sugli oltre sessant’anni di carriera del grande maestro, composta da una selezione di oltre 120 foto realizzate tra il 1961 e il 2017. A parlarcene è un altro artista, Riccardo Cellini, giovane fotografo di talento e sensibilità.
Franco Fontana
di Riccardo Cellini
Maestro indiscusso della fotografia italiana e internazionale, Franco Fontana nasce a Modena nel 1933, città a cui è rimasto legato e dove tuttora risiede. Inizia a interessarsi di fotografia fin dai primi anni cinquanta, le sue prime mostre personali si sono tenute nel 1965 a Torino e nel 1968 a Modena. Da allora ha esposto ininterrottamente sia in Italia che all’estero, contando all’attivo oltre 300 mostre e ricevendo prestigiosi premi e riconoscimenti tra i quali possiamo ricordare il Ragno d’oro per l’arte (1984) e il titolo di Maestro della fotografia italiana (1988). Le sue opere sono presenti nelle collezioni di oltre 50 musei pubblici e gallerie private. Fontana concentra la sua ricerca artistica sull’uso del colore andando in netta controtendenza al canonico uso del bianco e nero tipico della fotografia artistica dei suoi anni e ponendo la sua attenzione su una nuova ricerca estetica e formale. La sua scelta si basa sul conferire al colore un ruolo predominante, non solo esclusivamente come puro medium ma come vero e proprio soggetto significante della scena.
Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori: ritengo il colore più difficile del bianco e nero, che è già un’invenzione perché la realtà non è mai accettata per quello che è a livello creativo e conseguentemente va reinventata. Il mio colore non è un’aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell’evoluzione della fotografia. (F. Fontana)


La sua esplorazione e dedizione verso il colore lo hanno reso pioniere di un nuovo approccio alla fotografia capace sia di dare un contributo significativo al panorama artistico internazionale del suo tempo, sia di influenzare ancora oggi i nuovi talenti della fotografia contemporanea.
L’allestimento della mostra
Addentrandosi nello spazio della mostra il visitatore veniva accompagnato attraverso un denso e ben strutturato allestimento diviso in quattro sezioni: People, Paesaggi Urbani, Asfalti e Paesaggi. Una sorta di viaggio nel mondo del colore, un percorso espositivo capace di ricreare la giusta continuità spaziale. L’entrata nelle diverse sale infatti era stata progettata per colpire il visitatore, impressionato dalla grande eterogeneità cromatica delle opere e da una loro sapiente disposizione su pareti colorate, capaci di trasformarsi in contenitori ideali.


Abitare il colore
Nella prima sezione di opere, denominata People, trovava spazio un Fontana inedito. Se infatti si serbava nell’immaginario l’idea di un fotografo esclusivamente paesaggista, sorprenderà sapere che una parte della sua produzione, forse ancora poco esplorata, contempla la figura umana, seppur declinata secondo il linguaggio del fotografo. Dopo due decenni di paesaggi e luoghi inanimati che hanno caratterizzato la prima produzione dell’artista, sembra che a partire dagli anni ottanta sia stato dato il permesso alle persone di abitare mondi costituiti da spiagge, piscine, piste da sci e spazi urbani dalle atmosfere metafisiche. Piccole figure umane o porzioni di esse che non assumono una vera e propria identità ma che diventano elementi decorativi e costitutivi dell’ambiente circostante e delle architetture. Come nella serie Spiagge, dove costellazioni di ombrelloni e bagnanti senza volto formano macchie di colore che si fondono con lo sfondo in un unico grande piano bidimensionale; o come anche in Frammenti dove il taglio fotografico dell’artista riorganizza porzioni di corpi, dettagli di vestiti colorati e altri oggetti per creare nuove geometrie.

Un nuovo mondo
Un momento significativo per la produzione del fotografo modenese è stata la scoperta dei paesaggi e delle grandi città del nuovo continente. É proprio a questo tema era stata dedicata la seconda parte della mostra. Nella sezione Paesaggi Urbani, infatti, erano stati posizionati gli scatti di Fontana che, ammaliato dalle nuove geometrie delle città americane, aveva dato vita a un mosaico di cromie e forme. Grazie all’uso del teleobiettivo e del conseguente schiacciamento dei piani in un’unica grande superficie bidimensionale – cifra stilistica e identitaria dell’autore – finestre, intonaci dai colori sgargianti, graffiti, e altri elementi architettonici diventano un tutt’uno di un grande elemento geometrico. In queste opere infatti Fontana prende le distanze dal normale panorama urbano, sfociando nell’astratto. Nella nuova riorganizzazione data dalla lente del fotografo non vi è più una profondità, oggetti vicini e lontani appaiono sullo stesso piano uno accanto all’altro, facendo parte di una stessa superficie delimitata da linee nette e colori piatti in contrasto tra loro; anche le ombre – non più elementi che creano tridimensionalità – diventano pura forma geometrica bidimensionale. Una composizione astratta in cui in certi casi si riducono significativamente i soggetti riconoscibili – un vaso, una macchina, una finestra, un muro – in favore di una nuova grammatica di forme e colori puri; un grande mosaico in cui una porzione di muro non tende più a essere una parte costitutiva di un edificio ma diventa un’unità geometrica al pari del cielo contro cui si staglia.

Guardare in basso
Nella ricerca sul tema urbano dell’artista, tutti gli elementi del campo visivo hanno una loro importanza e trovano occasione di ricevere una nuova interpretazione. Si guarda dappertutto, si sposta l’attenzione anche per terra, laddove raramente ci si sofferma a osservare. Nella sezione Asfalti erano state raggruppate una serie di fotografie che raffiguravano le pavimentazioni stradali di tutto il mondo, raccolte in maniera via via sempre più programmatica nel corso della carriera dell’artista. Come avviene per i paesaggi urbani, la lente fotografica trasfigura la semplice superficie di un manto stradale in qualcosa di nuovo e con un grado di astrazione ancor più elevato. Rappresentazioni astratte in cui le forme e le macchie di colore non vengono realizzate da pennelli ma sono il risultato dell’impronta di uno pneumatico, della sbavatura di una segnaletica orizzontale, della texture di un tombino e delle crettature incerte dell’asfalto.

Orizzonti
L’ultima sezione della mostra è stata dedicata ai paesaggi, forse la fase più iconica e rappresentativa della carriera del fotografo. Campi collinari, distese di fiori, mare e orizzonti sono i soggetti che vengono sottoposti all’interpretazione dell’occhio dell’autore. Una sintesi di volumi, linee e soprattutto colori sono alla base della ricerca relativa ai paesaggi che Fontana non ha mai smesso di portare avanti nell’arco di tutta la sua carriera. I piani si appiattiscono, le colline e il cielo diventano grandi campiture di colore in perfetto equilibrio tra loro, in un’armoniosa economia compositiva di tutti gli elementi. Si perde la percezione delle dimensioni degli spazi, per essere immersi e assorbiti dalla campagna della Puglia, della Basilicata e della Spagna. Tra gli scatti dedicati a questa ricerca compaiono degli alberi – unici soggetti riconoscibili – capaci, per un istante, di illuderci di poter ridare un ordine di grandezza a quelle immense aree di colore, in altre parole di combattere l’astrattismo della rappresentazione. E se Mari è una delle composizioni più estreme, nell’opera Comacchio 1976 Fontana raggiunge un livello massimo di sintesi di colore e di forme in una simmetria assoluta: cielo e mare separati a metà da una sottilissima linea d’orizzonte. La purezza nella rappresentazione è data da un unico ed essenziale segno grafico e dal solo colore blu – declinato nelle sue sfumature – che genera una vera e propria opera di espressionismo astratto, paragonabile a un quadro di Rothko o di Newman, davanti alla quale chiunque osserva può perdersi.
A volte mi succede di trovare un paesaggio così irresistibile che dimentico tutto il resto. Lascio andare desideri, rancori, aspettative, la fretta. Lascio andare l’idea del passato e quella del futuro e rimango io solo, con la mia macchina e il paesaggio. Me ne lascio permeare. Io divento il paesaggio e il paesaggio me. Lo vivo. Permetto al paesaggio di riempire il mio vuoto, ne gioisco, e solo allora scatto. Mi piace dire che il paesaggio attraverso di me si fa l’autoritratto. (F. Fontana)


Nel video intervista che concludeva la mostra il maestro spiegava – con estrema lucidità intellettuale e giovinezza d’animo – il suo rapporto con la fotografia, da lui considerata prima di tutto ricerca di se stessi e della propria interiorità. Dalle sue parole si comprende come il colore abbia giocato un ruolo centrale nella sua formazione artistica e che forse solo la capacità di crearsi un’identità fotografica così forte, è ciò che rendere una sua qualsiasi fotografia riconoscibile in tutto il mondo.
Fiori vivi ringrazia:
Riccardo Cellini; Studio Franco Fontana https://francofontanaphotographer.com; Brescia Musei https://www.bresciamusei.com/