ACQUA: dalla concettualizzazione alla collettiva fotografica

Cantiamo nell’arte più della sua scarsità

«L’acqua è la sostanza da cui traggono origine tutte le cose; la sua scorrevolezza spiega anche i mutamenti delle cose stesse.» (Talete di Mileto) Già dall’origine del pensiero l’acqua si lega al vivente e alla natura, è archè, principio generativo della vita e fondamento della realtà. Come matrice universale, elemento cosmogonico, mostra in nuce il ruolo che avrebbe assunto per l’umanità intera.

Fonte di nutrimento e sopravvivenza, l’acqua disegna la storia dell’uomo e del suo destino: dai popoli primitivi alle società moderne, con la differenza che nel tempo si è perduto il rispetto per un elemento così essenziale alla nostra sopravvivenza. Per gli antichi era un bene preziosissimo, tanto da istituire danze e ritualità per propiziarne la presenza, da creare pozzi e sistemi per preservare anche l’acqua piovana e da spingere i Romani a sviluppare   splendide opere ingenieristico-architettoniche come gli acquedotti; erano consapevoli che l’agricoltura, l’allevamento e quindi la vita della comunità dipendeva da essa. Ma anche quando lo sviluppo della scienza e della medicina ne ha confermata l’importanza per la salute dell’uomo, le società civilizzate non ne hanno avuto cura, riducendo al minimo i sistemi di tutela e di controllo sullo spreco e l’inquinamento. Oggi infatti si parla di acqua solo in termini di risorsa scarsa, quando andrebbe ricentrata la sua portata nel tessuto sociale del vivente.

Ridare centralità alla natura, come al valore dell’acqua, è compito della filosofia, del pensiero etico e responsabile, della politica.

Una riflessione collettiva

Per riflettere sul valore dell’acqua ci siamo così affidati all’arte, alla fotografia nello specifico, proseguendo l’avventura già iniziata lo scorso anno con la libreria-casa editrice Le Storie, da sempre sensibile a tematiche socio-culturali. La mitologia e la religione l’hanno resa una divinità, il Cantico delle Creature l’ha definita utile e umile, preziosa e pura, i poeti l’hanno cantata e i pittori scolpita nel colore. Perché molto spesso è proprio l’arte che può aiutare, divenendo terreno di una riflessione consapevole, luminosa tematizzazione di una riforma prepolitica.

Questo l’obiettivo della collettiva, in cui dieci artisti, con le loro differenti sensibilità, hanno dato vita a una rilettura dell’Acqua e del suo simbiotico rapporto con l’umano.

La mostra collettiva

Dopo una lunga e sofferta scelta, abbiamo selezionato dieci finalisti che hanno preso parte alla mostra collettiva:

EMILIANO BOSCHETTO, SPARTACO COLETTA, SARA D’ABATE, MILENA DE MATTEIS, BRUNO DI BENEDETTO, CECILIA FIORENTINI, DANIELE LINCE, DAVIDE ONORATI, ALESSANDRA TASCINI, ANTONELLA VACCARO.

Ognuno di loro, con il proprio scatto, ha saputo leggere e interpretare il tema dell’acqua in un modo personalissimo. Abbiamo premiato i primi tre classificati, decretati dalla nostra giuria tecnica. «Per questa seconda serata rassegna, in cui gli scatti erano davvero belli, per poter decidere si siamo basati su due parametri: la qualità tecnica della fotografia, l’aderenza al tema e la particolare interpretazione artistica dello stesso.» Flavia Sorato, presidente di giuria.

PRIMO CLASSIFICATO: Emiliano Boschetto

ANTIPODI

L’acqua è sostanzialmente paradosso.
Trasparenza e riflesso. Muro e passaggio.
Superficie ed abisso. Madre e figlio.

Motivazione: «Emiliano Boschetto, con Antipodi. Siamo rimasti colpiti dalla sua interpretazione dell’acqua, come fosse uno specchio. E poi l’abbraccio tra madre e figlia è capace di addolcire una strana luce, scura, misteriosa. Bellissima, anche da un punto di vista tecnico.» Davide Terrana

SECONDO CLASSIFICATO: Milena De Matteis

FLUIRE

Fluire è stata scattata a Ostia all’altezza dello stabilimento Kursal. Si tratta di una lunga esposizione, pertanto di una fotografia lenta, meditativa, che contrasta un po’ con la velocità con cui vengono prodotte immagini al giorno d’oggi. È una tecnica che ti costringe a fermarti e a pensare. In particolar modo, a me piace dare alcuni input alla fotocamera e poi lasciare che il mare, con il suo movimento, con il suo fluire, si dipinga da sé. E ogni volta il risultato è sorprendente.

Motivazione: «Milena De Matteis, con Fluire. L’atmosfera data dalla lunga esposizione ci ha lasciato un sentimento di profondità. Lo scatto rimanda note magiche.» Flavia Sorato

TERZO CLASSIFICATO: ex-aequo Alessandra Tascini e Sara D’Abate

Alessandra Tascini

APNEA

L’apnea è l’arte di immergersi in un altro mondo, anche solo per pochi attimi. Scendere sotto la superficie significa entrare in una dimensione nuova, dove il tempo sembra rallentare e ogni respiro diventa prezioso. Il silenzio dell’acqua è impressionante, avvolge i sensi e isola da tutto ciò che è terreno. In quei momenti, ci si sente completamente a contatto con il mondo marino, un regno sconosciuto e affascinante, dove ogni movimento sembra sospeso nell’eternità. È un’esperienza intima, che ti ricorda quanto l’acqua sia potente, accogliente e misteriosa.

Sara D’Abate

GOLA DI TODRA

Una donna si appresta a raccogliere dell’acqua in un fiume inaridito. L’acqua come nutrimento per la vita.

Motivazione: «Entrambi gli scatti, in un rapporto di totale opposizione complementare, tratteggiano l’acqua. Alessandra Tascini con Apnea. La nascita dell’essere umano che parte dall’acqua e va verso la vita. Sara D’Abate con Gola di Todra. L’importanza vitale dell’acqua per l’essere umano, dal deserto secco, solo poche gocce d’acqua.» Sandro Diotallevi

Gli altri scatti della mostra

Spartaco Coletta

ARIA E ACQUA ALLO SPECCHIO

L’aria e l’acqua. Due inscindibili elementi naturali.

Bruno di Benedetto

DISEGNO NELL’ ACQUA

Isola di Lanzarote, Arrecife 2016, un elemento liquido come l’acqua, inaspettatamente, compone una elegante fantasia. Sono stato incantato dal gioco estetico così delicato.

Cecilia Fiorentini

WADE IN THE WATER

La canzone che dà il titolo all’opera, un brano spiritual, consiglia di affidarsi a Dio nel guadare i fiumi verso la libertà. I fiori, un tempo lucenti e brillanti, ora si consegnano alla libertà di non esserlo più. Peonie appassite bagnate da acqua. Foto scattata con Nikon D5100, f/6,3 -1/100 – 56,00 mm – iso1600

Daniele Lince

SETE

Fotografia di strada di persone in coda a un torèt di piazza San Carlo. Torèt è il termine comunemente adoperato per designare le tipiche fontanelle pubbliche della città di Torino, che offrono gratuiti sorsi d’acqua a chiunque.

Davide Onorati

LAGO DI ATITLÁN, GUATEMAL

Atitlán significa “in acqua”. Un luogo lontano dalla nostra casa. Immensi vulcani lo circondano, e ricordano un passato di tremende eruzioni e movimenti tellurici che hanno dato vita all’enorme caldera oggi colma di acqua. Il Volcan Tolimán imponente sullo sfondo mentre un pescatore locale rema lentamente riportando tutto ad una dimensione intima e umana.

Antonella Vaccaro

IL SORPASSO

Una ragazza sfida tutti i suoi compagni di classe di sesso maschile e si tuffa per prima. Il senso di libertà che ne deriva è immenso.

Fiori vivi ringrazia:

Le Storie libreria-casa editrice, per la collaborazione e per aver messo a disposizione lo Spazio espositivo. In particolare Stefania Stefanini e Alessandro Zangrilli.

La giuria: Francesca Consoli (fotografa d’arte professionista), Sandro Diotallevi (regista di teatro), Flavia Sorato (storica dell’arte e graphic designer), Davide Terrana (fotografo e videomaker professionista).

I tantissimi artisti, professionisti e non, che hanno aderito all’iniziativa inviandoci i loro preziosi lavori.

I dieci finalisti e tutti coloro che hanno visitato la mostra.

Gilda Yoko Diotallevi, direttrice di Fiorivivi. Grazie a tutta la redazione e alle persone che lavorano con e per la Rivista Fiori Vivi con dedizione e passione.

I colori di Franco Fontana

Il 2024 è stato l’anno della mostra fotografica Franco Fontana. Colore, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, (co-prodotta da Skira Arte e curata dallo studio Fontana). Risultato di un meticoloso lavoro di indagine e restauro delle opere da parte dello stesso studio Fontana, la mostra si è presentata come una ricchissima retrospettiva sugli oltre sessant’anni di carriera del grande maestro, composta da una selezione di oltre 120 foto realizzate tra il 1961 e il 2017. A parlarcene è un altro artista, Riccardo Cellini, giovane fotografo di talento e sensibilità.

Franco Fontana

di Riccardo Cellini

Maestro indiscusso della fotografia italiana e internazionale, Franco Fontana nasce a Modena nel 1933, città a cui è rimasto legato e dove tuttora risiede. Inizia a interessarsi di fotografia fin dai primi anni cinquanta, le sue prime mostre personali si sono tenute nel 1965 a Torino e nel 1968 a Modena. Da allora ha esposto ininterrottamente sia in Italia che all’estero, contando all’attivo oltre 300 mostre e ricevendo prestigiosi premi e riconoscimenti tra i quali possiamo ricordare il Ragno d’oro per l’arte (1984) e il titolo di Maestro della fotografia italiana (1988). Le sue opere sono presenti nelle collezioni di oltre 50 musei pubblici e gallerie private. Fontana concentra la sua ricerca artistica sull’uso del colore andando in netta controtendenza al canonico uso del bianco e nero tipico della fotografia artistica dei suoi anni e ponendo la sua attenzione su una nuova ricerca estetica e formale. La sua scelta si basa sul conferire al colore un ruolo predominante, non solo esclusivamente come puro medium ma come vero e proprio soggetto significante della scena.

Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori: ritengo il colore più difficile del bianco e nero, che è già un’invenzione perché la realtà non è mai accettata per quello che è a livello creativo e conseguentemente va reinventata. Il mio colore non è un’aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell’evoluzione della fotografia. (F. Fontana)

La sua esplorazione e dedizione verso il colore lo hanno reso pioniere di un nuovo approccio alla fotografia capace sia di dare un contributo significativo al panorama artistico internazionale del suo tempo, sia di influenzare ancora oggi i nuovi talenti della fotografia contemporanea.

L’allestimento della mostra

Addentrandosi nello spazio della mostra il visitatore veniva accompagnato attraverso un denso e ben strutturato allestimento diviso in quattro sezioni: People, Paesaggi Urbani, Asfalti e Paesaggi. Una sorta di viaggio nel mondo del colore, un percorso espositivo capace di ricreare la giusta continuità spaziale. L’entrata nelle diverse sale infatti era stata progettata per colpire il visitatore, impressionato dalla grande eterogeneità cromatica delle opere e da una loro sapiente disposizione su pareti colorate, capaci di trasformarsi in contenitori ideali.

Abitare il colore

Nella prima sezione di opere, denominata People, trovava spazio un Fontana inedito. Se infatti si serbava nell’immaginario l’idea di un fotografo esclusivamente paesaggista, sorprenderà sapere che una parte della sua produzione, forse ancora poco esplorata, contempla la figura umana, seppur declinata secondo il linguaggio del fotografo. Dopo due decenni di paesaggi e luoghi inanimati che hanno caratterizzato la prima produzione dell’artista, sembra che a partire dagli anni ottanta sia stato dato il permesso alle persone di abitare mondi costituiti da spiagge, piscine, piste da sci e spazi urbani dalle atmosfere metafisiche. Piccole figure umane o porzioni di esse che non assumono una vera e propria identità ma che diventano elementi decorativi e costitutivi dell’ambiente circostante e delle architetture. Come nella serie Spiagge, dove costellazioni di ombrelloni e bagnanti senza volto formano macchie di colore che si fondono con lo sfondo in un unico grande piano bidimensionale; o come anche in Frammenti dove il taglio fotografico dell’artista riorganizza porzioni di corpi, dettagli di vestiti colorati e altri oggetti per creare nuove geometrie.

Un nuovo mondo

Un momento significativo per la produzione del fotografo modenese è stata la scoperta dei paesaggi e delle grandi città del nuovo continente. É proprio a questo tema era stata dedicata la seconda parte della mostra. Nella sezione Paesaggi Urbani, infatti, erano stati posizionati gli scatti di Fontana che, ammaliato dalle nuove geometrie delle città americane, aveva dato vita a un mosaico di cromie e forme. Grazie all’uso del teleobiettivo e del conseguente schiacciamento dei piani in un’unica grande superficie bidimensionale – cifra stilistica e identitaria dell’autore – finestre, intonaci dai colori sgargianti, graffiti, e altri elementi architettonici diventano un tutt’uno di un grande elemento geometrico. In queste opere infatti Fontana prende le distanze dal normale panorama urbano, sfociando nell’astratto. Nella nuova riorganizzazione data dalla lente del fotografo non vi è più una profondità, oggetti vicini e lontani appaiono sullo stesso piano uno accanto all’altro, facendo parte di una stessa superficie delimitata da linee nette e colori piatti in contrasto tra loro; anche le ombre – non più elementi che creano tridimensionalità – diventano pura forma geometrica bidimensionale. Una composizione astratta in cui in certi casi si riducono significativamente i soggetti riconoscibili – un vaso, una macchina, una finestra, un muro – in favore di una nuova grammatica di forme e colori puri; un grande mosaico in cui una porzione di muro non tende più a essere una parte costitutiva di un edificio ma diventa un’unità geometrica al pari del cielo contro cui si staglia.

Guardare in basso

Nella ricerca sul tema urbano dell’artista, tutti gli elementi del campo visivo hanno una loro importanza e trovano occasione di ricevere una nuova interpretazione. Si guarda dappertutto, si sposta l’attenzione anche per terra, laddove raramente ci si sofferma a osservare. Nella sezione Asfalti erano state raggruppate una serie di fotografie che raffiguravano le pavimentazioni stradali di tutto il mondo, raccolte in maniera via via sempre più programmatica nel corso della carriera dell’artista. Come avviene per i paesaggi urbani, la lente fotografica trasfigura la semplice superficie di un manto stradale in qualcosa di nuovo e con un grado di astrazione ancor più elevato. Rappresentazioni astratte in cui le forme e le macchie di colore non vengono realizzate da pennelli ma sono il risultato dell’impronta di uno pneumatico, della sbavatura di una segnaletica orizzontale, della texture di un tombino e delle crettature incerte dell’asfalto.

Orizzonti

L’ultima sezione della mostra è stata dedicata ai paesaggi, forse la fase più iconica e rappresentativa della carriera del fotografo. Campi collinari, distese di fiori, mare e orizzonti sono i soggetti che vengono sottoposti all’interpretazione dell’occhio dell’autore. Una sintesi di volumi, linee e soprattutto colori sono alla base della ricerca relativa ai paesaggi che Fontana non ha mai smesso di portare avanti nell’arco di tutta la sua carriera. I piani si appiattiscono, le colline e il cielo diventano grandi campiture di colore in perfetto equilibrio tra loro, in un’armoniosa economia compositiva di tutti gli elementi. Si perde la percezione delle dimensioni degli spazi, per essere immersi e assorbiti dalla campagna della Puglia, della Basilicata e della Spagna. Tra gli scatti dedicati a questa ricerca compaiono degli alberi – unici soggetti riconoscibili – capaci, per un istante, di illuderci di poter ridare un ordine di grandezza a quelle immense aree di colore, in altre parole di combattere l’astrattismo della rappresentazione. E se Mari è una delle composizioni più estreme, nell’opera Comacchio 1976 Fontana raggiunge un livello massimo di sintesi di colore e di forme in una simmetria assoluta: cielo e mare separati a metà da una sottilissima linea d’orizzonte. La purezza nella rappresentazione è data da un unico ed essenziale segno grafico e dal solo colore blu – declinato nelle sue sfumature – che genera una vera e propria opera di espressionismo astratto, paragonabile a un quadro di Rothko o di Newman, davanti alla quale chiunque osserva può perdersi.

A volte mi succede di trovare un paesaggio così irresistibile che dimentico tutto il resto. Lascio andare desideri, rancori, aspettative, la fretta. Lascio andare l’idea del passato e quella del futuro e rimango io solo, con la mia macchina e il paesaggio. Me ne lascio permeare. Io divento il paesaggio e il paesaggio me. Lo vivo. Permetto al paesaggio di riempire il mio vuoto, ne gioisco, e solo allora scatto. Mi piace dire che il paesaggio attraverso di me si fa l’autoritratto. (F. Fontana)

Nel video intervista che concludeva la mostra il maestro spiegava – con estrema lucidità intellettuale e giovinezza d’animo – il suo rapporto con la fotografia, da lui considerata prima di tutto ricerca di se stessi e della propria interiorità. Dalle sue parole si comprende come il colore abbia giocato un ruolo centrale nella sua formazione artistica e che forse solo la capacità di crearsi un’identità fotografica così forte, è ciò che rendere una sua qualsiasi fotografia riconoscibile in tutto il mondo.

Fiori vivi ringrazia:

Riccardo Cellini; Studio Franco Fontana https://francofontanaphotographer.com; Brescia Musei https://www.bresciamusei.com/

Uno sguardo incorniciato: parte terza

di Francesca Consoli

Luce: alleata o nemica

La fotografia è un’arte; anzi è più che un’arte, è il fenomeno solare in cui l’artista collabora con il sole.

(A. de Lamartine)

L’ispirazione

Come spesso accade, soprattutto nelle serate estive, si esce a fare delle passeggiate e così è capitato a me girovagando per il quartiere Garbatella a Roma dove l’architettura cosi variegata e le luci dei lampioni che illuminavano in maniera fioca e soffusa gli androni dei palazzi rendevano l’atmosfera ancora più suggestiva.

La mia attenzione è stata catturata dal gioco di luce e ombra su un cortile e un portone di ingresso e mi sembrava di essere stata catapultata indietro nel tempo di 60 anni.

In quel  momento non vi era nessun elemento intorno a me che poteva indicarmi se mi trovassi nel 2020 oppure in una Roma che io ho solo potuto vivere attraverso altre fotografie d’epoca, libri e film.

La luce

E qui mi ritrovo a riflettere sulla luce, un elemento fondamentale per un fotografo, direi uno dei suoi più grandi alleati, anche se a volte si può trasformare in un vero e proprio elemento invalidante tale da rovinare in modo irreparabile una foto. In fondo, come ci ricorda John Berger, «Ciò che rende la fotografia una strana invenzione è che le sue materie prime principali sono la luce e il tempo».

Nello scatto qui pubblicato la luce era calda e circoscritta, non diffusa, regalandomi già essa stessa una inquadratura che io dovevo solo procedere a ritagliare mentalmente, per accompagnare l’occhio dell’osservatore dove volevo che più si soffermasse.

La scelta del bianco e nero poi è stata, oserei dire, obbligata in quanto i colori in questa cornice avrebbero potuto distogliere lo sguardo.

La foto che ho scattato è stata difficile da realizzare poiché il contrasto tra la luce e il buio era davvero forte e nessuno dei due elementi doveva prevalere sull’altro, ma il mio intento era quello di farli cooperare per riprodurre la stessa suggestione che quella immagine mi aveva creato dal vivo.

Spesso nelle mie fotografie mi sono trovata a fare i conti con luci sbagliate o per lo meno che non rendevano l’effetto desiderato, tanto è vero, si può dire, che dai grandi fotografi ho cercato di carpire il segreto del loro saper piegare questo elemento, tanto basilare eppur in grado di rendere una semplice foto un vero capolavoro.

Bianco e nero

Sicuramente in molti scatti usare l’effetto del bianco e nero è un valido aiuto per affinare quei giochi di chiaroscuro che rendono una fotografia dinamica, preservandola dalla staticità perché, a mio avviso, spesso si rischia, per paura di esagerare, di appiattire e uniformare ciò che invece dovrebbe essere lasciato nella sua dimensione di puro movimento.

Mi è capitato di discutere anche animatamente con alcuni miei colleghi fotografi che criticavano l’uso smodato che spesso viene fatto nelle mostre fotografiche di scatti in bianco e nero, nel tentativo di catturare maggiormente l’attenzione dello spettatore per via di contrasti visibilmente più marcati.

Questo discorso non mi ha mai trovata molto d’accordo in quanto, nonostante sia innegabile il fascino di una foto in bianco e nero, io penso che la creazione di una emozione, suscitata da una fotografia, risieda non solo nell’occhio del destinatario, ma anche in quello del fotografo e nella sua capacità di barcamenarsi e districarsi tra apertura e chiusura del diaframma e tempi più o meno lunghi di esposizione* per riprodurre in modo fedele ed enfatizzato la realtà. «Una differenza molto importante tra il colore e la fotografia monocromatica è questa: in bianco e nero suggerisci; a colori affermi». (Paul Outerbrige)

[n.d.a.*esposizione= intensità luminosa per tempo, dipende dalla combinazione tra le impostazioni del diaframma , che regola l’intensità luminosa e il tempo di esposizione]

Uno sguardo incorniciato: parte seconda

di Francesca Consoli

Morire per una foto

Fotografie, manifesti, filmati, e immagini in genere, sono stati sempre un mezzo per veicolare messaggi e suscitare emozioni, negative o positive che fossero.

Tanto più ciò è accaduto con la guerra, con quelle foto e reportage che hanno dato vita, in un certo senso, a un genere preciso: la fotografia di guerra per l’appunto.

Quest’ultima, categoria estremamente vasta e difficile da definire, ha però alcuni elementi che la contraddistinguono e altrettanti parametri che la costituiscono.

Il primo, tra tutti, è la corrispondenza della foto di guerra al parametro della veridicità. Esso diviene il carattere forte, preponderante, tanto da eclissare anche il parametro artistico, perché in questo caso la foto, prima di essere bella, deve mostrare la verità. Eppure non è stato sempre così, perché all’inizio le foto diffuse non avevano tanto lo scopo di informare quanto quello di manipolare l’opinione pubblica. Come non pensare a Roger Fenton e al suo reportage del 1855 sul fronte di Crimea le cui immagini volontariamente non mostravano gli aspetti più cruenti, rendendo così accettabile da parte dell’opinione pubblica inglese la spedizione stessa. O ancora allo scoppio della Prima guerra mondiale, in cui i racconti e i resoconti di vittorie e sconfitte erano corredati da immagini eloquenti, spesso strumentalizzate dalla propaganda politica per infervorare e rinfrancare gli animi dei civili provati dagli effetti del conflitto oppure per suscitarne sdegno e indignazione e giustificare, in qualche maniera, gli orrori e le atrocità commessi.

Alcune di queste fotografie hanno fatto la storia, una tra tutte quella drammaticamente dirompente e universalmente nota, scattata nel 1936 a Cordova da Robert Capa, che ritrae un miliziano dell’esercito repubblicano spagnolo mentre viene colpito, presumibilmente a morte, da un colpo di arma da fuoco nemico.

Capa può essere definito il primo fotografo di guerra così come lo intendiamo noi oggi, non solo perché con lui l’immagine di guerra assume quel carattere di veridicità di cui parlavamo, ma anche perché si definisce la figura stessa del fotoreporter. All’inizio infatti il compito di scattare tali fotografie era assegnato e lasciato alla inclinazione personale di un soldato piuttosto che di un civile e non si era ancora delineato un ruolo che, in tempi decisamente più moderni, si è praticamente istituzionalizzato.

Un reportage di guerra quindi deve far entrare con violenza in una certa logica, in situazioni che perlopiù ci sono ignote o che comunque non si conoscono per la loro effettiva portata. Informare, fare cronaca e, in un certo senso, risvegliare l’opinione pubblica o il senso di umanità di un individuo passa anche attraverso la crudezza, l’orrore e la sottrazione di filtri.

Come non ricordare la foto che fece epoca della bambina vietnamita, subito dopo l’attacco americano con il Napalm. La piccola è completamente nuda, scappa e piange, con il corpo ricoperto da estese ustioni. La violenza espressiva dell’immagine riesce a descrivere, senza bisogno di ulteriori didascalie, le drammatiche ripercussioni sui civili.

La foto di guerra perciò, e qui veniamo a un suo ulteriore requisito, deve riportare a un tutto generale. Deve, da un particolare, allargare la nostra prospettiva oltre quell’immagine stessa.

La capacità di ricreare questa suggestione è lasciata all’istantanea. Non possono esistere foto costruite, elaborazioni o modifiche sostanziali, perché la foto effettivamente di guerra è lì, esito dell’unione tra il caso fortuito, il pericolo di chi si spinge tanto vicino all’azione da descrivere e l’occhio dell’artista. Perché se è vero che il criterio dell’artisticità è in ombra e la ricerca sulla foto è fatta in studio solo in un momento successivo, esiste una oggettiva capacità del singolo fotografo di cogliere quell’attimo, quell’inquadratura, quel simbolo che rimanda ad altro. Anche oggi, dove la tecnologia ha permesso a chiunque di riuscire a scattare buone foto, esiste una differenza tra chi propone pura cronaca, pedissequa trasposizione di un avvenimento, e chi invece è capace di mostrarci un mondo. Potranno esserci milioni di foto che riprendono un bombardamento, ma nulla potrà farci immergere in quella realtà come la foto di un interno di una casa distrutta in cui compare un tavolo ancora apparecchiato.

Da un punto di vista tecnico l’attrezzatura è ridotta al minimo. Robert Capa portò alla ribalta la Leica, la 35 mm. del 1913, (anche se già nel 1888 la Kodak aveva iniziato a produrre macchine più piccole), la macchina fotografica snella, semplice, leggera. Tutto deve essere maneggevole, gli obiettivi sono pochi, mostrando ancor più l’abilità del fotografo. Quando nel 1863 Timothy O’Sullivan si reca sul campo di battaglia ha pochissimi mezzi a sua disposizione, molti inadatti e lenti per un uso come quello, eppure la sua capacità, il suo occhio attento ci ha regalato un pezzo di storia. Le immagini dei corpi senza vita dei soldati sono l’esempio perfetto di quel grido di umanità che la guerra lancia.

Potrei citare come minimo altre due dozzine di foto sconvolgenti per la loro crudezza oppure per l’immediatezza con cui hanno immortalato un sentimento, un singolo istante significativo oppure una condizione generalizzata.

La maggior parte di esse sono immagini che vengono prodotte casualmente, senza un progetto di inquadratura, proprio perché scattate in situazioni di estremo pericolo, concitazione oppure perché fatte di nascosto.

Storiche le foto pubblicate da Life sullo sbarco in Normandia del 1944 di Capa, che, per motivi tecnici e per la mano tremante del fotoreporter stesso, pur essendo definite “leggermente fuori fuoco”, rappresentarono alcune tra le immagini più iconiche della guerra in generale. (R. Capa, Slightly out of focus, 1947).

Cosa differenzia allora una foto comune da una foto di guerra, un profano da un professionista? Forse la motivazione. Esiste una volontà ferma, un credo nel voler conoscere una realtà, nel volerne mostrare la conseguenza di un atto tanto orribile. E quindi è lì, dove tutto ha inizio, dove la vita è deflagrata che troveremo il fotografo di guerra. Colui che con il suo occhio allenato al bello, all’inquadratura scenica, sarà disposto a lasciare indietro tutto pur di mostrarci quell’attimo irripetibile. Ma il momento cruento, il momento simbolico non può essere raggiunto senza rischio. Alcuni sono morti per scattare quelle foto e ci si chiede se la vita non sia un prezzo troppo alto da pagare. Esistono giornalisti e fotografi che volontariamente e scientemente decidono di recarsi, anche con mezzi fortunosi, in quelle zone dove il conflitto è più aspro e sanguinoso oppure in aree dove la guerra e gli scontri tra etnie opposte ha lasciato desolazione, distruzione e morte o che ancora scelgono di seguire e documentare il viaggio di centinaia di esuli che, a causa proprio della guerra, lasciano  tutto per cercare rifugio  e protezione.

Sarebbe facile dire che si compiono certe scelte per un ritorno economico o per sete di riconoscimenti e fama. Ciò che forse viene sottinteso, o dato per scontato, è il coraggio nel mettere a repentaglio la propria incolumità, la fiducia incrollabile nelle proprie possibilità e la convinzione della necessità di dover mostrare e documentare la verità, o quella che si ritiene tale.

Per alcuni fotografi il loro lavoro diviene una missione di coscienza, un dovere civico di far comprendere ciò che realmente sta accadendo e che invece spesso i poteri forti non vogliono mostrare. Nonostante l’ammirazione per chi sceglie questa tortuosa via, per chi cioè credeva e crede profondamente nella necessità di documentare e denunciare proprio e soprattutto le situazioni più estreme, rimane sempre il dubbio che mettere a repentaglio la propria stessa vita sia un sacrificio troppo grande da sostenere.