Natura costretta

Milena De Matteis

Conservare l’integrità della Natura e non renderla un ornamento, domata sostanza nelle mani dell’uomo, è un compito etico prima ancora che pratico. Lo sviluppo, compreso quello economico, dovrebbe tenere in gran conto la questione naturalistica, che più di altre influenza il nostro stesso vivere e abitare. Il benessere dell’uomo dipende in gran parte anche dall’ambiente che lo circonda e un atteggiamento irrispettoso, predatorio nei confronti della natura, mostra tutta l’incapacità dell’uomo di preservare se stesso. (Gilda Yoko Diotallevi)

Su questa prospettiva si situa la ricerca di una fotografa italiana, Milena De Matteis, che nei suoi bellissimi lavori, Natura costretta e Da un mondo perduto, indaga il rapporto che l’uomo intrattiene con la natura.

L’artista

Gentile Milena, come nasce il suo amore per la fotografia?

M. DM «L’amore per la fotografia è sempre stato in me, poi una ventina d’anni fa comprai la mia prima macchinetta e cominciai a prendere qualche lezione. La fotografia per me è una sorta di meditazione, è come se l’atto del fotografare mi portasse a un livello superiore dove riesco a lasciar andare pensieri, per entrare in contatto con la mia parte più intima. Si dice che non fotografiamo quello che vediamo ma quello che siamo. E allora credo che nelle mie fotografie ci siano tutte le mie sensibilità, i miei stati d’animo che in qualche modo vengono registrati, fissati nel tempo attraverso una singola immagine.»

Perché ha deciso di concentrare alcuni suoi progetti fotografici proprio sulla natura?

M. DM «Vivo a Ostia, tra mare e pineta. La natura fa parte di me sin da piccola. Ricordo l’odore della resina degli alberi in estate, l’odore dei pini dopo un temporale… le passeggiate con i miei genitori. Credo che l’ambiente in cui ho vissuto per tanti anni sia entrato nel mio DNA, ed è per questo che sono ancora più sensibile circa le sue criticità. Ultimamente siamo testimoni di un’inesorabile distruzione di questo meraviglioso ambiente a causa dell’incuria dell’uomo. Nello specifico, nella mia serie di fotografia Da un mondo perduto, ho voluto porre l’attenzione sulle centinaia di pini che stanno morendo. Castelfusano, Castelporziano ne sono un vivido esempio ed è come se stesse sparendo anche una parte di me.»

Natura costretta è un tema profondo, una riflessione non solo visiva ma filosofica, sociale. Perché ha sentito l’esigenza di affrontare questo tema?

M. DM «Proprio perché amo profondamente la natura, la vivo e la vedo sempre più costretta e violata nella mia città. Quella natura che sa darci vita, dovremmo imparare a rispettarla e amarla maggiormente. La natura che non ha il giusto spazio e la giusta cura mi fa soffrire. Quindi credo che questa serie di fotografie sia un modo di rappresentare questo dolore. Dal punto di vista artistico “gioco” con elementi che amo: dettagli architettonici e naturali per creare qualcosa di unico, spero. E in questo gioco per ora ha la meglio il cemento.»

Il progetto Natura costretta

M. DM «Queste fotografie nascono dal mio amore per le geometrie urbane e la natura. Il mio occhio di fotografa gioca con le linee architettoniche che si incrociano con sprazzi di natura a volte abbracciandoli, avvolgendoli, incorniciandoli.

Tendono a sottolineare quanto lo spazio verde sia sempre più sacrificato nelle grandi città e sempre più trascurato, relegato in spazi via via più angusti. Quanto mi piacerebbe che ci fosse un maggiore equilibrio tra ambiente antropizzato e spazi verdi, un maggiore rispetto e amore per la nostra fonte di vita! In fondo è dagli alberi che dipende il nostro respiro.»









Il progetto Da un mondo perduto

La Riserva Naturale Statale del Litorale Romano è da anni vittima inesorabile dell’incuria. È irreparabilmente devastata da dolorosi e ripetuti incendi, dall’inquinamento e dal diffondersi implacabile del parassita Toumeyella parvicornis, più noto come cocciniglia tartaruga, che ha portato al deperimento e alla morte numerosi pini domestici, la specie più colpita. Una vera tragedia per un patrimonio naturalistico di inestimabile valore, un polmone verde che ospita molteplici specie vegetali e animali, che non siamo stati in grado di tutelare. Ma anche per la tipicità del panorama romano, destinato a mutare per sempre.

M. DM «Vittime di incendi e abbattimenti, giacciono al suolo prendendo nuove vite e nuove forme. Proprio li il mio sguardo si perde, nelle linee e nei chiaroscuri, alla ricerca di dettagli inusuali, che estrapola per approdare a nuove dimensioni. Nel tentativo, forse, di elaborare un dolore profondo per questa terra violata.»





Fiorivivi ringrazia

Milena De Matteis, dopo aver seguito diversi corsi professionali di fotografia, tra cui quello con Augusto Pieroni e quello su ‘Paesaggio e architettura’ di Daniele Zedda, espone in Italia e all’estero, (The Glasgow Gallery of Photograph, Scotland) partecipando a collettive di rilievo e festival (Chania International Photo Festival 2023, Creta).

La foto di copertina fa parte della collettiva Natura in città, organizzata dalla nostra rivista in collaborazione con la casa editrice Le Storie.

Le forme di Lanzarote

di Bruno Di Benedetto

Presso lo Spazio Le Storie di Roma, il 16 maggio è stata inaugurata la personale di Bruno Di Benedetto.

La collaborazione con l’artista parte da lontano, vincitore del primo concorso “Rivista Fiori Vivi – Casa editrice Le Storie” Natura in città, aveva già dimostrato di saper catturare l’aspetto problematico e al contempo poetico degli spazi che abitiamo.

La sua mostra fotografica, dal titolo Le forme di Lanzarote, tratteggia attraverso più di venti scatti in bianco e nero l’isola di Lanzarote, mostrandone forme e linee reali, suggerite e immaginate.

Le parole dell’artista

Forme inconsuete, singolari a volte bizzarre: l’isola di Lanzarote le mette in mostra con insolente malìa, la sua nudità glielo consente.

Vulcanica e semidesertica Lanzarote manca quasi totalmente di ciò che avrebbe occultato le sue forme ossia alberi e arbusti, dimodoché quello che può apparire un difetto diventa bellezza, armonia di materiali, piante esotiche, vigne, saline, lava e spiagge.

Più di 20 scatti su pellicola in bianco e nero ne tratteggiano l’identità.

I colori di Lanzarote sono meravigliosi, tuttavia nel mio lavoro costituivano un problema: avrebbero prevalso attraendo l’attenzione più di ogni altro aspetto. Per fare risaltare le forme è stato necessario eliminarli con l’uso del bianco e nero.

Quando fotografo mi trovo difronte alla realtà che non può essere cambiata, può soltanto essere osservata, così, con un lavoro paziente, mi aggiro per i luoghi finché non riconosco ciò che cerco; solo allora diventa necessaria la macchina fotografica per fissare l’immagine.

Cesar Manrique, artista e architetto, nato a Lanzarote che tanto della sua opera ha dedicato alla valorizzazione e alla salvaguardia dell’isola, scrisse:

«Saber ver y no mirar es la clave del conocimiento», (saper vedere e non guardare è la chiave della conoscenza).

Se quel guardare con il quale attraversiamo ogni giorno la realtà che ci circonda – come la natura, gli oggetti, le situazioni, le persone – lo dotiamo di maggiore attenzione, se ci abbandoniamo alla lentezza dello sguardo indugiando, soffermandoci, scopriamo una bellezza della quale non sospettavamo l’esistenza, celata da un guardare sbrigativo; è lì davanti a noi, la bellezza, mimetizzata in visioni che sembrano senza significato, banali, perfino sgraziate: sta a noi cercarla nell’intimità di ciò che esiste.

Il famoso fotografo Robert Adams ha scritto:

«Un fotografo può riuscire a descrivere un mondo migliore solo guardando meglio il mondo che ha davanti. Inventare, in fotografia, è laborioso quanto, nella gran parte dei casi, perverso».

Dati tecnici

Tutte le fotografie sono state realizzate con procedimento argentico usando pellicole piane (lastre) del formato 4×5” (10x15cm) e 6×6 cm.

Stampa realizzata su carta baritata ai sali d’argento.

Fiori vivi ringrazia:

Le spazio Le Storie, per aver messo a disposizione un luogo particolare, in cui ancora si lotta per la cultura come momento di crescita umana.

Tutti coloro che hanno partecipato all’evento, che hanno speso il loro tempo in nostra compagnia e hanno dimostrato affetto e ammirazione per Bruno.

Blaise Pascal: quattro secoli dalla nascita

di Giancarla Perotti

Quest’anno ricorre il quarto centenario della nascita di Blaise Pascal, un’occasione importante per celebrare, oltre la vita di questo grande pensatore, il suo contributo alla matematica, alla fisica, alla filosofia e alla teologia.

Una vita breve ma molto intensa quella di Pascal, che termina a soli trentanove anni a Parigi, il 19 agosto del 1662. Blaise Pascal nasce nella Francia centrale e precisamente a Clermont, il 19 giugno 1623 da Antoinette Bégon, che purtroppo muore quando lui ha solo tre anni nel 1626 e da Étienne Pascal, magistrato e matematico, molto coinvolto nell’educazione dei suoi figli, che guida nella loro formazione iniziale. Étienne in particolare è un sostenitore del talento matematico di Blaise fin dalla giovane età e incoraggia il suo interesse per la matematica e la scienza. Blaise infatti è un talento precoce, con una capacità sorprendente di analisi scientifica e già dai primi studi giovanili contribuisce alla costruzione di calcolatrici meccaniche e alla formulazione delle teorie dei fluidi. A soli sedici anni scrive un trattato di geometria proiettiva e con Pierre Fermat lavora alla teoria della probabilità, diviene allievo del celebre Marin Mersenne, amico intimo di Cartesio ed è in contatto con Galileo Galilei.

Blaise oltre a essere un eminente matematico e scienziato è anche un importante filosofo. Il suo pensiero si concentra su una serie di temi che spaziano dalla religione alla filosofia della mente, affrontando temi come la natura umana, il peccato, la grazia divina e la miseria dell’uomo senza Dio soprattutto nella sua opera Pensieri. La sua prospettiva è fortemente influenzata dalla fede cristiana e dalla sua convinzione nella limitatezza della ragione umana, che dovrebbe perciò giovarsi come complemento essenziale della fede stessa. 

Lascia diverse opere importanti, le più significative:

Essay pour les Coniques (1639) è il suo primo lavoro importante in matematica, in cui Pascal sviluppa importanti teoremi sulla geometria delle coniche.

Traités de l’équilibre des liqueurs et de la pesanteur de la masse de l’air (1653), trattato che esplora il concetto di pressione atmosferica e dimostra che la pressione diminuisce con l’altitudine.    

Pensées (1669) è la sua opera più famosa, anche se è rimasta incompiuta alla sua morte. È una raccolta di aforismi, pensieri e riflessioni su temi filosofici e teologici. In questa opera, Pascal esplora la natura umana, la fede, il peccato e la grazia, e presenta il suo famoso ragionamento sulla scommessa di Pascal riguardante la fede in Dio.

Lettres provinciales (1656-1657) è un insieme di lettere polemiche (18) in cui Pascal difende i gesuiti contro le critiche dei giansenisti, un movimento teologico all’interno della Chiesa cattolica.

De l’Esprit géométrique e De l’Art de persuader, entrambe scritte nel 1658, sono frammenti di opere in cui l’autore esplora l’arte della persuasione e il pensiero geometrico.

Traité du triangle arithmétique (1654), in questa opera introduce il triangolo aritmetico, che contiene numeri binomiali. Esso viene utilizzato in teoria delle probabilità, nonché in altre aree come nella teoria dei numeri e geometria proiettiva, rappresentando uno dei suoi contributi più noti alla matematica.

Queste opere rappresentano solo una parte del contributo estremamente variegato e significativo dell’illustre precursore dell’esistenzialismo. Le sue riflessioni su fede, ragione e natura umana hanno continuato a influenzare il pensiero filosofico e religioso fino ai giorni nostri, producendo un impatto duraturo sulla filosofia, sulla teologia e sulla matematica.

Idee chiave del pensiero di Pascal come fisico e filosofo

Scommessa della fede

Tema di natura filosofico-teologica che affronta la questione della fede in Dio. Con l’argomento della scommessa sostiene che è razionalmente meglio credere in Dio anche senza prove certe della sua esistenza, perché la possibile ricompensa di credere in Dio (l’eternità in paradiso) supera il rischio della punizione eterna nell’incredulità.

Mon coeur tend tout entier à connaître où est le vrai bien, pour le suivre; rien ne me serait trop cher pour l’éternité.

(Tutto il mio cuore tende a conoscere dove sia il vero bene, per seguirlo; niente mi sarebbe troppo caro per l’eternità.)

In altre parole l’uomo, non potendo avere la certezza razionale dell’esistenza di Dio, si trova davanti a un bivio: può scegliere di vivere come se Dio ci fosse o come se Dio non ci fosse. Pascal sviluppa l’idea che la decisione di credere in Dio o meno è simile a una scommessa. Egli sostiene che, se credi in Dio e Dio esiste, sarai ricompensato con la vita eterna, mentre se credi e Dio non esiste, non perderai nulla. D’altra parte, se non credi in Dio e Dio esiste, potresti affrontare la dannazione, mentre se non credi e Dio non esiste, non guadagnerai nulla. Pertanto, Pascal argomenta che avrebbe più senso scommettere sulla fede in Dio.

Esaminiamo allora questo punto, e diciamo: «Dio esiste o no?» Ma da qual parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c’è di mezzo un caos infinito. All’estremità di quella distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né sull’una né sull’altra; e nemmeno escludere nessuna delle due… Che cosa sceglierete, dunque? Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v’interessa meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel giuoco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l’errore e l’infelicità. La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall’altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell’esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste.

Misera condizione umana (il divertissement)

Il filosoforiconosce la fragilità e l’incertezza della condizione umana. Esplora il tema della sofferenza e dell’insoddisfazione umana, sottolineando che gli esseri umani spesso cercano distrazione e svago per evitare di affrontare le domande esistenziali circa la vita e il suo significato. Egli nota che l’uomo vive sempre a metà, la duplice infinità, via tra il mondo fisico e le sue aspirazioni spirituali, e riempie con i suoi divertissement l’abisso generato dall’assenza di Dio nella sua vita. La conseguenza di questo atteggiamento è l’angoscia, in quanto la ragione si rivela insufficiente a penetrare il mistero della grazia divina.

Si immagini un gran numero di uomini in catene, tutti condannati a morte, alcuni dei quali siano ogni giorno sgozzati sotto gli occhi degli altri; coloro che restano vedano la propria sorte in quella dei propri simili; e, guardandosi l’un l’altro con dolore e senza speranza, aspettino il loro turno. Questa è l’immagine della condizione umana.

Ragione e fede

Nel tentativo di conciliare la ragione e la fede, sottolinea come quest’ultima sia un complemento essenziale alla ragione.

Pur riconoscendo il valore della ragione, sottolinea che ci sono limiti intrinseci alla ragione umana quando si tratta di questioni spirituali e metafisiche. Sostiene che la fede può superare queste limitazioni razionali.

L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che vi sono un’infinità di cose che la sorpassano. Essa è proprio debole, se non giunge fino a conoscere questo.

Due eccessi: escludere la ragione, ammettere solo la ragione.

Bisogna che la ragione si appoggi alle conoscenze del cuore e dell’istinto. È il cuore che sente dio, non la ragione. Ecco cos’è la fede: Dio è sensibile al cuore, non alla ragione.

Disprezzo per l’orgoglio intellettuale

Pascal critica l’orgoglio intellettuale e la presunzione di coloro che si affidano esclusivamente alla ragione e al pensiero razionale. Avverte che l’orgoglio può impedire alle persone di aprirsi alle verità spirituali e alla fede.

La vanità è così radicata nel cuore dell’uomo che ciascuno di noi vuole essere ammirato, perfino me che scrivo queste parole, e voi che le leggete.

L’uomo è grande poiché si riconosce miserabile. Un albero non si riconosce miserabile. Si è quindi miserabili perché ci si riconosce miserabili: ma è essere grandi riconoscere che si è miserabili.

Quel poco di essere che abbiamo ci nasconde la vista dell’infinito. La nostra intelligenza occupa nell’ordine delle cose intellegibili lo stesso grado del nostro corpo nell’estensione della natura […]. Se l’uomo studiasse se stesso per prima cosa, capirebbe quanto sia incapace di andare oltre.

Pascal è animato da una ardente vocazione cristiana, di cui porta costante testimonianza.

Pochi giorni dopo la morte del filosofo, avviene una singolare scoperta, un servitore della sua casa nota per caso che nella fodera di una sua giacca c’è, a un certo punto, come un’ingrossatura: «Scucì in quel punto, per vedere cosa fosse e vi trovò una piccola pergamena, piegata e scritta di mano dal signor Pascal; e in questa pergamena un foglio scritto dalla stessa mano. Quest’ultimo era una fedele copia del primo. Pergamena e foglio furono consegnati subito alla signora Périer (la sorella). Essa li fece esaminare da alcuni amici intimi di Pascal. Tutti furono concordi nell’affermare che questa pergamena, scritta con tanta cura, e stesa in modo così singolare, rappresentava una specie di memoriale, che egli custodiva con molta cura allo scopo di tener viva la memoria per una cosa, che voleva saper presente, in ogni tempo, ai suoi occhi e al suo spirito; così si era dato per otto anni premura di cucirla e di toglierla tutte le volte che si faceva fare un vestito nuovo.» (R. Guardini, Pascal 1935)

II foglio porta in alto una croce circondata di raggi dove è scritto:

L’ANNO DI GRAZIA 1654

Lunedì, 23 novembre, giorno di san Clemente papa e martire e di altri nel martirologio, vigilia di san Crisostomo martire e di altri, dalle dieci e mezzo circa di sera sino a circa mezzanotte e mezzo.

Fuoco.

Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti.
Certezza, Certezza. Sentimento. Gioia. Pace.
Dio di Gesù Cristo.
Deum meum et Deum vestrum.
«Il tuo Dio sarà il mio Dio».
Oblio del mondo e di tutto, fuorché di Dio.
Lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo.
Grandezza dell’anima umana.
«Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto».
Ch’io non debba essere separato da lui in eterno.
Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia.
Mi sono separato da lui.
Dereliquerunt me fontes aquae vivae.
«Mio Dio, mi abbandonerai?».
«Questa è la vita eterna, che essi ti riconoscano solo vero Dio e colui che tu hai mandato: Gesù Cristo».

Gesù Cristo.
Gesù Cristo.

Mi sono separato da lui; l’ho fuggito, rinnegato, crocifisso.
Che non debba mai esserne separato.
Lo si conserva soltanto per le vie insegnate dal Vangelo.
Rinuncia totale e dolce.

Sottomissione intera a Gesù Cristo e al mio direttore.
In gioia per l’eternità per un giorno di esercizio
sulla terra.
Non obliviscar sermones tuos. Amen

Il lascito

Pascal cerca la verità fin da bambino, con la ragione ne rintraccia i segni, specialmente nei campi della matematica, della geometria, della fisica e della filosofia. Fa precocemente scoperte straordinarie, tanto da diventare molto noto. In un secolo di grandi progressi in tanti campi della scienza, accompagnati da un crescente spirito di scetticismo filosofico e religioso, Blaise Pascal si mostra un infaticabile ricercatore del vero, che come tale rimane sempre inquieto, attratto da nuovi e ulteriori orizzonti.

Il lascito filosofico di Pascal è ancora vivo e stimolante, la sua grandezza è confermata, a quattrocento anni dalla nascita, dalla lettera apostolica Sublimitas et miseria hominische Papa Francesco ha voluto dedicargli, per una rinnovata riflessione sul suo pensiero. Genio da tutti ammirato, ha atteso il viatico (cioè, l’ultima Comunione) con le lacrime agli occhi e con un desiderio così struggente che colpì coloro che gli stavano accanto.

Il Dio dei cristiani non consiste in un Dio semplicemente autore delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi […] Ma il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei cristiani, è un Dio d’amore e di consolazione; è un Dio che riempie l’animo e il cuore di coloro che egli possiede; è un Dio che fa loro sentire interiormente la loro miseria, e la sua misericordia infinita; che si unisce nel fondo della loro anima; che la riempie di umiltà, di gioia, di fiducia, di amore; che li rende incapaci di altro fine che lui stesso.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

BLAISE PASCAL, Pensieri, BUR, Milano 2023.

ROMANO GUARDINI, Pascal, Morcelliana, Brescia 2002.

https://disf.org/guardini-fede-ragione-pascal

Fiori vivi ringrazia:

Giancarla Perotti, filosofa, scrittrice (ricordiamo il suo Amore e Giustizia nel pensiero di Jacques Maritain, Il Cerchio, Rimini 2009), fondatrice e coordinatrice del Centro Ricerche Personaliste Raïssa e Jacques Maritain (Acquaviva Picena, Ascoli Piceno).

La pianta del basilico: il sodalizio tra Piero Crida e Saverio Bafaro

L’ incontro

di Saverio Bafaro

Cosa accade quando un giovane (all’epoca) poeta incontra un grande illustratore, un uomo navigato, ricco di cultura ed esperienze? Il ragazzo ha da poco una pubblicazione dedicata a sua madre: versi brevi, precisi, dagli echi filosofici che sorprendono l’uomo dall’altro capo della comunicazione. L’adulto, pian piano svela, per quanto al contagocce e tenendo sempre un’aura di mistero, un po’ della sua storia: dopo una lunga permanenza nello Sri Lanka, decide di tornare a vivere in Italia, scegliendo una residenza appartata nella campagna biellese, nella periferia di un mondo centripeto quale fu Torino delle Arti e delle frequentazioni. Non più illuminanti acquerelli di paesaggi impensabili, non più il fastidio di turisti che arrivano a depredare spazi vergini, non più party e danze mondane sulla spiaggia. Non più protagonista ma spettatore, sempre tuttavia dotato di occhio e olfatto sopraffini verso il Gusto e la Gentilezza, prima che verso il Bello.

Successe un certo decadimento, senza preavviso, un’interruzione di sogno, forse una delusione crescente, forse un dolore imprecisato nel cuore, a cui non si riesce a dare un nome. La Bellezza rimette i remi in barca, piangendo ricorda i bambini persi per sempre e torna indietro, con qualche ferita e amarezza sul suo bel corpo. Cresce, così il realismo dei giorni – pur sempre produttivi e in comunicazione con la Musa – e della tastiera ticchettante di un PC, nella speranza di cercare e trovare una connessione con un essere fraterno, simile in quella fibra invisibile (e telepatica e sincronica) che è l’Anima.

È da lì, e ancora oggi, che il giovane autore (intanto diventato anche uno psicologo e psicoterapeuta) impara dall’anziano saggio la parabola discendente e gli specchi distorcenti di quello che gli uomini chiamano successo, venendo messo in guardia dalle sue trappole, richiami e illusioni, provando a fondare l’arduo pensiero e l’ardua pratica dell’anti-narcisismo. È da lì che si è creato un sodalizio inscindibile tra i due, un sentimento che trascende le stesse categorie di affetto, risucchiato spontaneamente dentro un campo gravitazionale altro, totalmente gratuito, provando la stima più disinteressata, forte della presenza dell’uno nell’altro, a dimostrare l’esistenza della vera amicizia.

La breve intervista che segue ne vuole essere testimonianza.

L’intervista a Piero Crida e Saverio Bafaro

 di Antonietta Gnerre

A quando risale la vostra conoscenza?

P. C «Ci si conosceva prima ancora di incontrarci.»

S. B «Quanto ha ragione Piero nel dire così! Quando si prova affetto e stima per una persona è come averla sempre avuta nella propria vita. Il primo aggancio del ‘caso-non-caso’ è stato – ormai diversi anni fa – Internet che ci ha catturato letteralmente disquisendo di poesia. Lui acquistò Poesie alla madre, si complimentò con me e ci addentrammo nella conoscenza reciproca attraverso un lungo e lento scambio di posta elettronica: erano i primissimi periodi di questo strumento, e ricevere regolarmente delle e-mail suscitava gioia e aspettativa. Io, intanto approfondii meglio chi fosse il misterioso e colto interlocutore; visitai, dopo aver scoperto il suo nome intero, il suo sito https://www.pierocrida.net/. Fu lì che mi si rivelò l’importanza del grande artista, appartato, schivo, realista; un modello per me di anti-narcisismo, brillante, sagace e ironico.»

Quando e come avete deciso di collaborare?

P. C «Non siamo stati noi a decidere: è stata la collaborazione.»

S. B «A distanza di qualche anno di conoscenza, lungo i quali ci siamo incontrati più volte di persona, in maniera molto spontanea e con una calma sedimentazione durata un paio di anni (dal 2012 al 2014) Piero ha accettato di produrre, sullo stimolo della lettura dei miei versi ‘terrifici’, una serie di tavole illustrative per Poesie del terrore. Ricordo bene il dono di vedere la copertina e poi i lavori interni, una serie di acquerelli composti con minuziosa precisione d’arte. Ma se da un lato viene fuori l’abilità dell’artista, dall’altra pare che Piero Crida abbia anche illustrato con la mano sinistra, bendato, al fine di destare i suoi stessi fantasmi e invocarne una traccia di tipo diverso.»

Che legame intravedete tra parola e immagine?

P. C «Il legame fra due specchi che si riflettono.»

S. B «Se parliamo in generale la parola è veicolo di immagine, una sua ancella; se parliamo in riferimento a un’operazione di illustrazione, all’interno di un libro, è una comunicazione oltre i confini culturali o di alfabetizzazione, oltre ogni codice restrittivo. I Sogni, e la loro natura di materiale psichico primigenio e universale per l’umanità, sono una trama sofisticata e articolata, infatti, per ogni uomo e donna.

Durante una delle presentazioni del mio libro sul terrore, Piero mi colpì molto dicendo che le immagini nel volumetto rappresentavano un contrappunto ai testi, utilizzò, dunque, una metafora musicale. Io aggiungerei, come abbiano spesso sottolineato, che le sue immagini siano in grado di rinforzare gli echi ossessivi od ossessionanti di quei testi, a tal punto da avermi anche influenzato in alcune mie scelte: una doppia illustrazione per uno stesso testo, ad esempio, mi suggerì l’idea di aprire circolarmente e ricorsivamente con gli stessi identici versi.

Un più ampio spazio di prospettiva per la libertà di immaginazione del lettore, è invece offerto, ad esempio, in molti altri lavori di Crida, tra i quali spicca la ben nota e storica copertina de Il Signore degli Anelli disegnata per le edizioni Rusconi.»

Quali sono i vostri nuovi progetti insieme?

P. C «Fino a che non si realizzano, non è possibile sapere quali saranno.»

S. B «Il secondo semestrale di poesia Metaphorica (Edizioni Efesto), che ospita un’antologia assoluta dei più bei acquerelli del nostro Piero, si trova ormai in libreria. Il volume, oltre a contenere testi poetici e di critica, ha la funzione supplementare di fare da catalogo d’arte, di monografia di un meritevole artista contemporaneo, in vista anche del binomio presentazione-mostra. Si parlerà dei primi tre volumi di Metaphorica venerdì 13 ottobre 2023, ore 17-19 presso il ‘Drugstore Museum – Necropoli Portuense’ di via Portuense, 317, nell’ambito del progetto ‘Poesia, lingua viva’ della Soprintendenza Speciale di Roma. (L’evento avrà per titolo Riviste e blog di poesia: una costellazione di sinapsi poetiche, introdurrà il direttore del ‘Drugstore Museum’, il dott. Alessio De Cristofaro, e coordinerà Tiziana Colusso, direttrice di ‘Formafluens – International Literary Magazine’).»

Cosa pensate l’uno dell’altro?

P. C «Un’antica massima araba recita: Nulla di significativo può accadere se non si verificano contemporaneamente tre condizioni essenziali: il luogo giusto, il momento giusto, le persone giuste. Sono stato privilegiato da questo triplice accadimento. Saverio, quindi, per me è significativo. È una lama d’acciaio temperato, cosparsa di miele di zagara.»

S. B «Un artista eclettico e talentuoso, ma soprattutto un amico straordinario, vero, il mio stesso spirito incarnato in un uomo che ha il doppio della mia età, uno scrigno di racconti, esperienze e consigli ascoltati. Che Dio continui a farmelo sentire vicino, così come sono vicine le sue risposte e le mie in questa intervista di cui ringrazio commosso l’intervistatrice e lui.»

FIORI VIVI RINGRAZIA

Piero Crida: (Torino nel 1944) compie i suoi studi all’Accademia Albertina. Insegna Storia dell’arte e dell’estetica al Museo d’arte moderna di Torino e alla Fondazione di Studi europei. Disegna scenografie e costumi per un ciclo di commedie elisabettiane per la regia di Edmo Fenoglio. Crea per le edizioni Aprile una collana di libri-oggetto per bambini. Per le Edizioni Paoline vince il primo premio alla fiera del libro di Bologna come migliore illustratore. Collabora con i maggiori editori italiani, curando grafica e illustrazioni delle copertine dei volumi delle Edizioni Rusconi (tra cui quella celebre de Il Signore degli Anelli) e Franco Maria Ricci (Carnet d’adresses, immagini pubblicitarie per la Shic e per FMR). Disegna il poster di Mina per l’album MinacantaLucio. Pubblica per la Fonit Cetra un suo disco di composizioni musicali. Disegna collezioni di tessuti per Missoni, Etro, Benetton, Loro Piana. Per la gioielleria Sicar di Ginevra realizza una collezione di gioielli per la Casa Reale Saudita. Per Pomellato disegna la collezione di oggettistica. Collezioni di piastrelle in ceramica per L’Opificio Umbro e per Gabbianelli. Affresca la volta del Palazzo Juvarra a Torino, l’abside della chiesa di San Giuseppe a Pratrivero e le immagini simboliche nell’Eremo di Maria della Famiglia Zegna, all’Alpe Montuccia. Disegna l’albero genealogico della famiglia Gianadda di Martigny. Per il Lanificio Piacenza cura e disegna cataloghi e House Organ. Sue illustrazioni appaiono regolarmente su «Vogue», «CasaVogue», «Harper’s Bazaar», «Vanity». I suoi manoscritti decorati sono conservati all’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, in Russia. Recentemente realizza una serie di disegni e libri-oggetto in cui ritrae dimore storiche e boutique Hotel, sia in Europa che in Asia, con i ritratti dei rispettivi proprietari. Sue opere sono in collezioni private in Europa e Stati Uniti, dove è stato rappresentato da Sotheby’s. In questi ultimi anni ha tenuto lezioni all’Università Cattolica di Milano per un Master sulla Grafica Editoriale. Al suo lavoro di acquerellista Arturo Schwarz dedica un capitolo del suo volume L’immaginazione alchemica, definendolo «uno degli ultimi rappresentanti dell’Arte sacra in Occidente».

(Photo credit: Dino Ignani)

Saverio Bafaro psicologo, psicoterapeuta, poeta e critico letterario. Presso l’università «Sapienza» diventa dottore in Psicologia dello Sviluppo, dell’Educazione e del Benessere; si specializza, poi, in psicoterapia Gestalt-analitica individuale e di gruppo. Ha pubblicato: Poesie alla madre (Rubbettino, 2007); Eros corale (www.larecherche.it, 2011); Poesie del terrore (La Vita Felice, 2014). Sue opere sono apparse, inoltre, all’interno di antologie come Quadernario. Calabria (LietoColle, 2017), di riviste letterarie e blog di poesia. Già redattore della rivista «Capoverso», per cui ha curato il numero monografico Omaggio a Pavese (Orizzonti Meridionali, 2019), dal 2022 fonda e dirige il semestrale di poesia «Metaphorica» (Edizioni Efesto). Di recente ha curato la silloge postuma di Carlo Cipparrone Crocevia del futuro (L’arcolaio, 2021) e la traduzione di Stickeen. Storia di un cane di John Muir (La Vita Felice, 2021).

Antonietta Gnerre per la sua intervista.

Edizioni Efesto https://www.edizioniefesto.it/, in particolare Alfredo Catalfo, per l’iniziativa di Metaphorica (Semestrale di Poesia).

Arnaldo Pomodoro: scultura come scrittura

a cura di Gilda Y. Diotallevi

Presso il Palazzo della Civiltà Italiana di Roma, fino al I Ottobre 2023, la mostra Arnaldo Pomodoro: il Grande teatro della civiltà, a cura di Lorenzo Respi e Andrea Viliani. La Fondazione Arnaldo Pomodoro, in collaborazione con Fendi, presenta una selezione di opere dell’artista che procedono dalla fine degli anni cinquanta a oggi, insieme a materiali documentari.

Scultura e scrittura

C’è una narrativa intrinseca nel semplice gesto di scrivere, come il quello di scolpire o modellare.

Barbara Chase-Riboud

Esiste una connessione tra scultura e scrittura che in Arnaldo Pomodoro diviene evidente, esternalizzata.

E se essa è sottesa a livello astratto, di ispirazione all’atto, nel caso di Pomodoro si concretizza in alcune opere. «Ho sempre subito un grande fascino per tutti i segni, soprattutto quelli arcaici. Anche la scrittura mi ha attratto, dai segni primordiali nelle grotte, alle tavolette degli Ittiti e dei Sumeri, tanto che ho dedicato una mia opera, Ingresso nel labirinto, a Gilgamesh, che è il primo (2000 a.c. circa) grande testo poetico e allegorico sull’esperienza umana. Le impronte che scavo, irregolari o fitte, nella materia artistica, i cunei, le trafitture, i fili, gli strappi, mi vengono inizialmente da certe civiltà arcaiche.» (Cfr. Nel cuore della materia. Una conversazione con Arnaldo Pomodoro, a cura di Sandro Pamiggiani, Reggio Emilia, 24 giugno 2006)

Ma è un’altra opera, Continuum, che si fa manifesto di questa arcaica e primordiale trasfigurazione del segno nella scultura.

Lo stesso Pomodoro attribuisce a quest’opera del 2010 un valore che potremmo definire antologico. In essa infatti «compaiono le grafie semplificate degli inizi: volevo tornare a occupare interamente una superficie grandiosa con i miei primi segni. Riprendendo e approfondendo le origini del mio lavoro, le prime esperienze di incisione su piccole tavole, ho creato una sorta di tracciato infinito con i codici e l’inventario di tutta la mia ‘scrittura’.»

Dalla fascinazione dello sculture per i segni infatti, scaturisce la capacità di renderli affini a se stesso e in tal modo, la possibilità di riplasmarli in uno spazio e attraverso una materialità differente. Rendendo affini a sé tutti i segni dell’uomo, «soprattutto quelli arcaici, così semplici e insieme così intensi, che tramandano memorie e racconti: dai graffiti primordiali nelle grotte ai primi tracciati di scrittura alfabetica che si ritrovano nelle tavolette degli Ittiti, dei sumeri, nei papiri degli Egizi», Pomodoro trova il proprio linguaggio, o come scriverà C.G. Argan, una illeggibile lingua perduta, che egli identifica nella continuità appunto con le sue prime opere e con quelle ancora a venire.

Ma la continuità appartiene soprattutto alla scrittura, «E la scrittura, di per sé, è continua: una riga dopo l’altra, sia che si tratti di scritture alfabetiche, che di scritture ideografiche.»

Nella serie dei Continuum compaiono le mie grafie semplificate degli inizi, nate da quelle suggestioni: ho voluto occupare interamente una superficie grandiosa con i miei primi segni. Riprendendo e approfondendo le origini del mio lavoro – le prime esperienze di incisione su piccole tavolette –, ho creato una sorta di tracciato infinito con i codici e l’inventario di tutta la mia “scrittura”, con valore di ritrovamento e anche di espansione.

Scrittura segnica di natura plastica, che rimanda a un passato comune, ma di cui si è perduta la precisa provenienza. Come una lingua che non ci appare più, dimenticata, dimentica, sconosciuta ma con cui percepiamo inconsciamente una antica connessione. Qualcosa di misterioso e ancestrale che passa attraverso il segno e lo spazio, ci lega a un tempo poco definito.

«Dei segni plastici di Pomodoro è stato anche detto che sono come un alfabeto cuneiforme. Sono piuttosto un codice di cui è perduta la cifra o che si riferisce ad una lingua sconosciuta di cui peraltro, nei documenti epigrafici che ci vengono dati, possiamo dalla frequenza e dalla distribuzione dei segni ricostruire il ritmo. La pura visività, perfino la tangibilità dei messaggi sembrano suggellare il loro mutismo. L’immagine plastica, infine, nasce al termine della distinzione di spazio e di tempo, dove alla loro scansione o suddivisione succede la loro assoluta continuità.

Continuità appunto, è il nome del movimento a cui Arnaldo Pomodoro, il fratello Giò e alcuni altri artisti diedero vita nel 1961.» (G. C. Argan, Arnaldo Pomodoro: il tempo e la memoria, in ‘Maestri contemporanei Arnaldo Pomodoro’, Edizioni Vanessa, Milano, 1978, pp. 3-4)

Arnaldo Pomodoro in molte occasioni ritorna sul legame tra scrittura e scultura.

In una mostra a San Francisco del 1985 intitolata Intimations of Egypt, in cui realizza Cippi e Papiri, riprende il lavoro Fogli del 1966, dove un foglio appunto viene dilatato e ingrandito. «L’idea portante è il foglio […]: la memoria antropologica convive col naturale, e il tecnologico affianca l’elemento arcaico.» «Mentre realizzavo il Cippo I mi sono accorto con sorpresa che una lunga spaccatura tracciata su una delle facce della scultura somigliava al Nilo visto in una carta geografica.»

Ma anche quando descrive il suo modus operandi, «Quando lavoro a un libro d’arte mi confronto continuamente con il testo in modo che si crei unità tra scrittura e segno.»

«Le rocce e le parole contengono un linguaggio che segue una sintassi di fratture e spaccature. Guardando una qualsiasi parola di media lunghezza, la si vedrà aprirsi in una serie di faglie, in un terreno di particelle ognuna contenente il proprio vuoto.» (Cfr. R. Smithson, A Sedimentation of the Mind: Earth Projects)

Tracce I- VII (1998)

Il tempo e lo spazio della memoria

Scrittura o scultura, è sempre memoria.

Barbara Chase-Riboud

In altre parole il tempo interviene nella relazione tra segni, scardinando la linearità di passato e presente, alternando calligrafie, arcaiche scritture e fratture delle materie in vista della riassunzione del tutto in un ritmo ben preciso.

«Pertanto ritmo e armonia (un ritmo musicale su un insolito spartito) convivono magicamente nell’alternanza critica delle incisioni e dei rilievi di un inesauribile racconto. Afferma Pomodoro di essere rimasto affascinato dai geroglifici, di aver scoperto uno straordinario rapporto tra il segno e una forma magmatica, in divenire, di aver sentito la necessità anche fisica di incidere qualcosa nella materia. Allora tra l’autore e l’opera che sta nascendo inizia la lotta, la battaglia non solo nei confronti della materia ma soprattutto tra l’idea e la sua adeguata realizzazione.» (Cfr. Luciano Caprile, Arnaldo Pomodoro: viaggio nel labirinto dell’esistenza)

E la realizzazione è temporale ma anzitutto spaziale. Lo stesso Pomodoro afferma infatti che «La scultura, quando trasforma il luogo in cui è posta, ha veramente una valenza testimoniale del proprio tempo, riesce ad improntare di sé un contesto, per arricchirlo di ulteriori stratificazioni di memoria»

«Guardando indietro, ora, ci rendiamo conto che il tema dominante della scultura di Pomodoro è il tempo, umanamente e umanisticamente inteso come memoria. […] Per origine e per tradizione la scultura è arte dei sepolcri; per la sua perennità è la custode della memoria, l’immagine plastica della storia e come tale si pone alla soglia tra lo spazio della vita e il tempo senza limite» (G. C. Argan, Arnaldo Pomodoro: il tempo e la memoria, in ‘Maestri contemporanei Arnaldo Pomodoro’, Edizioni Vanessa, Milano, 1978, pp. 3-4)

Grande tavola della memoria (1959-1965)

Nelle sue opere non c’è un racconto, ma la metafisica stessa della memoria che, a sula volta, torna a tradursi in segno. Come la scrittura ha bisogno della sua superficie, così la scultura di Pomodoro assorbe il ritmo del tempo e lo esprime in termini di spazio.

Rotativa di Babilonia (1991); Movimento in piena aria e nel profondo (1996-1997)

Forme del mito (1983): La macchina (Egisto), Il Potere (Agamennone).

Ritratto conclusivo

Per concludere riportiamo un ritratto dell’autore di Luciano Caprile, capace di riassumere perfettamente le connessioni di cui abbiamo parlato e che le opere di Arnaldo Pomodoro hanno messo in luce.

Tutto in Pomodoro pare ineccepibile e precario, tutto sembra sul punto di rivelarsi o di sgretolarsi nell’oblio definitivo. Il limite è determinato anche da chi si accosta alle sue opere con animo sgombro da ogni preconcetto o da ogni orgoglio cognitivo e da chi si ammanta invece della presunzione del sapere: il primo atteggiamento può favorire un viaggio verso una maggior conoscenza soprattutto di sé; il secondo può determinare la vanificazione dell’approccio, come bussare a una porta che non concede ovvie chiavi d’accesso. La maggior conoscenza può scaturire da quella “scrittura” scavata nel bronzo, suscitata dall’inconscio di Arnaldo e dall’inconscio di ciascuno di noi nella continua attesa e nel riflesso timore di inquietanti risposte esistenziali. (Luciano Caprile, Arnaldo Pomodoro: viaggio nel labirinto dell’esistenza)

Fiori vivi ringrazia:

Fondazione Arnaldo Pomodoro https://www.fondazionearnaldopomodoro.it/

FENDI, https://www.fendi.com/ae-en/ che ha prodotto e organizzato la mostra presso il Palazzo della Civiltà Italiana, Roma

Andrea Loiaconi, per le immagini della mostra Arnaldo Pomodoro. Il Grande teatro delle civiltà

Fondazione Palazzo Magnani https://www.palazzomagnani.it/

Sant’Angelo di Roccalvecce: la fiaba che non ti aspetti

di Maria Grazia Carnevale


“C’era una volta un Paese adagiato nella valle del Tevere…” potrebbe iniziare così la storia che sto per raccontare e che assomiglia senza dubbio ad una fiaba a lieto fine. Nel 2016, infatti, a Sant’Angelo di Roccalvecce, minuscola frazione del Comune di Viterbo, quasi del tutto spopolata sebbene immersa nell’incanto della Teverina, veniva fondata, su iniziativa di Gianluca Chiovelli, l’Associazione Culturale Arte e Spettacolo (ACAS) con l’obiettivo dichiarato di riqualificare il piccolo borgo dal punto di vista ambientale, sociale e culturale. La domanda cui rispondere era una sola: su cosa puntare per restituire la vita ad un luogo ricco di storia e bellezza, ma ormai dimenticato?  

“[… ] Tempi nuovi esigono scelte nuove. Inusuali e mai tentate. Si è deciso di trasformare S. Angelo in un museo a cielo aperto dell’arte popolare […] S. Angelo diverrà il centro di un itinerario artistico composto da murales, installazioni e sculture, bassorilievi, edicole, mosaici. E il tema artistico unificante di tale percorso sarà il fantastico, ovvero la favola, il mito e la leggenda.” (Gianluca Chiovelli)

Nasce così un progetto dal successo immediato: S. Angelo si trasforma lentamente in un vero e proprio “museo a cielo aperto”, dove un team di street artist, tutto al femminile e lasciato completamente libero di esprimersi, realizza murales a tema fiabesco e riempie vie, piazze, vicoli di colori e magia. Così capita di imbattersi nel Bianconiglio, col suo immancabile orologio, per poi riflettersi nello specchio delle Brame insieme a Biancaneve o ritrovarsi di fronte alla Casa di Marzapane con Hansel e Gretel. Un viaggio nella fantasia che conquista subito adulti e bambini e scommette coraggiosamente su di un turismo rispettoso dell’ambiente e della natura. Visitatori che non hanno per niente fretta e che si riappropriano del loro tempo attraverso un percorso immaginifico ed immaginario cominciano ad affollare il Paese. Il piacere della scoperta, proprio di ogni infanzia, si rinnova ad ogni passo; ci si ritrova immersi in quel “C’era una volta…”, in cui tutto è possibile e talmente straordinario da essere vero.

Del resto, Italo Calvino, alle prese con la raccolta delle fiabe italiane, lo aveva già intuito:  

“Io credo questo: le fiabe sono vere.

Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte della vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza ed al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste…”

(Italo Calvino, Introduzione a “Fiabe Italiane”).

La chiave del successo dei murales fiabeschi di S. Angelo di Roccalvecce risiede nell’universalità del suo messaggio.

A partire proprio dal mezzo usato per veicolarlo, quell’arte che parla a tutti ed è di tutti. La pittura murale è stata usata in passato, proprio per le grandi dimensioni e per l’ampia visibilità, come celebrazione di momenti salienti, si pensi al Medioevo e soprattutto al Rinascimento, o come spinta al rinnovamento politico o sociale, se torniamo con la mente al Messico degli Anni Venti, o addirittura come “strumento di governo spirituale” (Mario Sironi, Manifesto della pittura murale pubblicato su La Colonna nel dicembre del 1933 e firmato anche da Campigli, Carrà e Funi). Nel “Paese delle Fiabe” i murales abbandonano la pretesa di immortalare episodi storici o di risvegliare le coscienze e si concentrano sull’esperienza immersiva e totalizzante dell’osservatore. La semplicità, spontanea o voluta, del tratto, insieme con la vivacità dei colori, spesso forti e stridenti, crea un effetto di grande immediatezza visiva e un notevole coinvolgimento emotivo: una forte tensione espressionista o visionaria pervade ogni opera, in continuo dialogo con le pitture circostanti e con il mutare delle stagioni. Già Sironi aveva compreso che la pittura murale opera sull’immaginazione popolare più direttamente di qualunque altra forma di pittura (cfr. sempre Mario Sironi, Manifesto della pittura murale). L’interazione con le scene ritratte non richiede mediazione ed indipendentemente dall’età, dal livello culturale o dalla provenienza, trasporta il visitatore in un mondo “altro”, dove regnano lo stupore e la meraviglia, accresciuti dall’immutato scorrere della vita quotidiana del Borgo tra vernici e pennelli. L’accesso è e resterà libero e gratuito per volere della comunità locale e dell’Associazione ACAS, che sopportano le spese per la realizzazione dei dipinti, sempre più numerosi, nella profonda convinzione del valore universale del loro “dono”. 

Così come universale è l’oggetto ritratto, ossia la fiaba che affonda le radici nella tradizione folcloristica popolare e si basa su archetipi comuni all’intera umanità, tanto da essere ritenuta l’espressione più autentica e pura dei processi dell’inconscio collettivo (C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo; M.L. von Franz, L’individuazione nella fiaba). Del resto, Propp sostiene che “la fiaba è il simbolo dell’unità fra i popoli; i popoli si capiscono a vicenda attraverso le fiabe”, allo stesso tempo però questa sorta di patrimonio poetico comune “viene raccontato da ogni popolo in modo particolare”, da ogni gruppo sociale e perfino da ogni individuo in modo diverso. Così come “il significato più profondo della fiaba è diverso per ciascuna persona, e diverso per la stessa persona in momenti differenti della sua vita” (B. Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicanalitici delle fiabe). Sempre uguale e sempre diversa. La fiaba come la vita.

“Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove,

possano contribuire a educare la mente. La fiaba è

il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi

per entrare nella realtà per strade nuove, […]”.

(G. Rodari, La Freccia azzurra)

Bibliografia :

B. BETTELHEIM, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicanalitici delle fiabe, Feltrinelli, Milano 1976;
I. CALVINO, Fiabe italiane, Mondadori, Milano 2017;
C.G.JUNG, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino 1977.
V.PROPP, La fiaba russa. Lezioni inedite, Einaudi, Torino 1990
V.PROPP, Morfologia della fiaba, Einaudi, Torino 2000;
G. RODARI, La Freccia azzurra, Einaudi, Torino 2010;
M. SIRONI, Manifesto della pittura murale, in La Colonna, dicembre 1933;  
M.L. VON FRANZ, L’individuazione nella fiaba, Bollati Boringhieri, Torino 1969;

Sitografia:

https://www.facebook.com/acasassociazione2017/