Canal Grande Lockdown

di Eva Maria Ohtonen

Durante il lockdown moltissime città si sono svuotate, Venezia non ha fatto eccezione. Ha ritrovato il silenzio ed è tornata ad essere dei “Venexiani”, di coloro che la amano e vorrebbero proteggerla dal turismo di massa, di tutti quelli che ancora si stupiscono quando la guardano. Una bellezza senza tempo. Una sfida costante alla natura. Ogni volta Venezia offre una nuova immagine di sé. Finora dovevo aspettare l’inverno per vagabondare per le calli e cogliere l’attimo con la mia calma scandinava. Il lockdown mi ha facilitato il lavoro e “ispirato” per così dire. Lo scatto giusto è arrivato come un’apparizione: Canal Grande abbandonato a mezzogiorno. Un miraggio? Un sogno? Perché Venezia è da sempre tutto questo.

“Ma quando siamo usciti, stanchi e intontiti, dalla stazione di Venezia e abbiamo visto il Canal Grande e i palazzi marmorei che sfioravano l’acqua melmosa, quel gioiello di cultura che si dondolava sui canali fetidi e muffosi, abbiamo improvvisamente compreso quanto forte e tenace è l’uomo e quanto meraviglioso è il suo spirito, e si è destato in noi un tale amore per l’umanità, l’umanità con le sue pene e le sue epidemie; e siamo penetrati ad occhi aperti dentro un sogno, perché Venezia è il sogno di ogni città…” (Abraham Yehoshua)

Eva Maria Ohtonen, fotografa finlandese, ha studiato fotografia in Germania, dove si è diplomata nel 1992.

Innamorata di Venezia e della sua bellezza, ha deciso di vivere e lavorare nella città lagunare: ha fondato lì, nel 1995, il suo studio fotografico STUD-IO IMMAGINO VENEZIA, trasformando Venezia nel suo studio a cielo aperto. Lavora con tutti i formati; ama la fotografia classica, analogica; predilige il Bianco e Nero. Si è dedicata soprattutto alla fotografia matrimoniale e alla ritrattistica, al fashion e still-life; ha collaborato con numerose riviste e gallerie d’arte.

Sito web: http://www.studioimmaginovenezia.com
Facebook: http://www.facebook.com/studio.immagino.venezia
Instagram: stud.io_immagino_venezia

Esplorazioni #1. Collezione di sabbia. La camera delle meraviglie di Calvino.

di Flavia Sorato

Tutti i racconti belli uditi o letti –/una fonte infinita di bevanda immortale,/cola per noi dall’orlo del cielo.

John Keats – Endimione

È spento l’occhio di colui che non prova stupore e curiosità.

Albert Einstein

Ma prima di questi libri ne avevo letto un altro di cui subito avevo avuto voglia di scrivere, ma che ho tenuto finora in attesa, come succede coi libri in cui le cose interessanti sono tante, troppe per stare in un articolo.

Italo Calvino – Collezione di Sabbia

«C’è una persona che fa collezione di sabbia. Viaggia per il mondo, e quando arriva a una spiaggia marina, alle rive d’un fiume o d’un lago, a un deserto, a una landa, raccoglie una manciata d’arena e se la porta con sé. Al ritorno l’attendono allineati in lunghi scaffali centinaia di flaconi di vetro entro i quali la fine sabbia grigia del Balaton, quella bianchissima del Golfo del Siam, quella rossa che il corso del Gambia deposita giù per il Senegal, dispiegano la loro non vasta gamma di colori sfumati […] dal ghiaìno bianco e nero del Caspio che sembra ancora inzuppato d’acqua salata, ai minutissimi sassolini di Maratea, bianchi e neri anch’essi, alla sottile farina bianca punteggiata di chiocciole viola di Turtle Bay, vicino a Malindi nel Kenya».

Collezione di sabbia si apre così. Una raccolta di articoli scritti da Calvino nel corso di alcuni anni ed inviati da Parigi a dei giornali italiani: un’antologia di piccoli saggi che sembra una camera delle meraviglie, una sorta di wunderkammer, colma di particolarità e stranezze d’ogni sorta. È come entrare in una stanza nascosta, piena d’oggetti, barlumi, riflessi, tra cui il lettore si muove esplorando ritagli di realtà inconsuete. L’immagine di piccole bottigliette piene di sabbia nasce dalla visita a Parigi di un’esposizione dal tema “collezioni strane”: così prosegue la narrazione del volume, prendendo spunto da altre mostre visitate nella Ville Lumière, da libri, opere, luoghi. Calvino esplora, indaga, studia arrivando così a comporre la sua personale collezione e «come ogni collezione anche questa è un diario: diario di viaggi, certo, ma pure di sentimenti, di stati d’animo, di umori».

Nel racconto La biblioteca di Babele Borges scrive: «Quando venne proclamato che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima sensazione fu di stravagante felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto».

La percezione di avere tra le mani un tesoro è l’impressione che filtra da questo libro.

Nella quarta di copertina della prima edizione di Collezione di Sabbia (apparsa nella collana “Saggi Blu” di Garzanti, nel 1984), Calvino stesso tratteggia il contenuto di questa sua raccolta descrivendola come “un’esposizione insolita”, un piccolo universo di storie ricche di eccezionalità e raccontate “attraverso una sfilata di oggetti”: antichi mappamondi, libri, opere d’arte, insolite ed eccentriche collezioni. Questo nugolo di cose è ciò che permette di delineare le caratteristiche dello scrittore: «onnivora curiosità enciclopedica e discreta presa di distanza da ogni specialismo; rispetto del giornalismo come informazione impersonale e piacere d’affidare le proprie opinioni a osservazioni marginali o di nasconderle tra le righe; meticolosità ossessiva e contemplazione spassionata della verità del mondo».

Il forte desiderio di conoscere che qualifica Calvino, quel suo bisogno autentico di sapere, affiora tra i tanti aneddoti e richiami culturali che riempiono le pagine. Torna alla mente quel ritratto che Pasolini fa del volto dello scrittore nella postfazione realizzata per Le Città Invisibili, quel viso così furbo e fiero, caratterizzato da espressioni che lasciano intuire il pensiero di una mente attenta. Il pensiero di Calvino è dato da un vedere accorto, interessato ed infatti la pratica di vita e di lavoro per lui davvero rilevante, la più importante da trasmettere e da insegnare è: “un modo di guardare, di essere al mondo”. La sua scrittura nasce da una vocazione visiva e là tende, le sue opere sono gremite di immagini e di alcuni simboli in particolare, come il labirinto, lo specchio, gli alberi, la città, tutti temi ricorrenti, come regolarmente presenti sono dei dualismi, quelle coppie di realtà dialettiche che tornano di libro in libro: «in questo senso la ricerca di Calvino ha privilegiato i versanti dell’alterità, della realtà opposta, accettando in pieno il rischio del confronto. Natura e urbanesimo, istinto e razionalità; caos e geometria, ma soprattutto ordine e disordine […])».

Collezione di sabbia manifesta appieno questo approccio della scrittura nel catturare il mondo visibile: l’occhio si riafferma strumento principe d’indagine. Calvino stesso precisa sempre in apertura alla raccolta che il florilegio accoglie pagine di «cose viste o che, anche se nate da letture di libri, hanno come oggetto il visibile o l’atto stesso di vedere (compreso il vedere dell’immaginazione)».

Una riflessione su cosa sia la vista e cosa significhi guardare ci è affidata nelle ultime sezioni che riguardano il viaggio: completano il volume tre gruppi di racconti su Giappone, Messico, Iran, «dove dalle cose viste si aprono spiragli di altre civiltà».

La proprietà del linguaggio è il sale dei racconti, scriveva Miguel de Cervantes. Questa collezione calviniana è un esempio della perspicacia con cui l’autore sceglie le parole, del suo stile come sempre caratterizzato da una potente semplicità, brillante, ingegnosa, in cui descrizioni e pensieri si incastrano senza sbavature, con finissima intelligenza.

In un saggio critico, Le forme del tempo, Roberto Didier sviluppa una riflessione sull’universo delle forme dell’opera calviniana e ne descrive lo stile, riaffermando il carattere della “molteplicità” che contraddistingue la sua scrittura, non solo da un punto di vista estetico ma come modello d’osservazione. Il valore che emerge dallo sguardo è dato dalla complessità ed il tipo di ricerca conoscitiva messo in campo è un’indagine per livelli, pulviscolare, parcellizzata (tipica del Novecento). Nell’ambito di questo tipo di studio le dimensioni dello spazio e del tempo sono fondamentali: lo spazio ad esempio è il grande protagonista dei viaggi che Marco Polo racconta all’imperatore Kublai ne Le città invisibili; ma in particolare è il Tempo a regnare per tutto lo scorrere della narrativa calviniana «nella forma della storia come in quella […] delle cose desiderabili, che è poi dire lo stesso. Gli oggetti desiderabili segnano con precisione lo scorrere del tempo, gli attribuiscono una qualità formale che testimonia il suo scandire i periodi dell’esistenza umana […]».

Della rilevanza del valore di spazio e tempo si legge sempre alla fine de Le Città invisibili quando Marco Polo riassume con saggezza i due modi per non soffrire: accettare l’inferno, non quello di un aldilà, ma quello che viviamo qui e ora, che abitiamo tutti i giorni stando insieme; oppure decidere di adottare un altro modo che però esige attenzione e apprendimento continui: «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare, dargli spazio». Questi concetti, in particolare la durata, si presentano subito nel primo racconto della Collezione, nell’immagine iniziale della sabbia, simbolo dello scorrere del Tempo che ha preso forma nelle ampolle.

Calvino ordina e raccoglie gli articoli della Collezione in quattro sezioni: Esposizioni-Esplorazioni; Il raggio dello sguardo; Resoconti del fantastico; La forma del tempo.

Nella prima sezione, tra i vari resoconti delle esposizioni visitate a Parigi, sono presenti più riflessioni sull’oggetto/concetto di mappa. Com’era il nuovo mondo e Il viandante nella mappa nascono rispettivamente dalla visita di due mostre: L’America vista dall’Europa e Carte e figure della terra. Nel primo brano lo scrittore riesplora il Nuovo Mondo e l’idea che gli europei si fecero di quei luoghi esotici all’epoca delle grandi scoperte geografiche. Grazie a testimonianze di vario genere, quadri, stampe e alle opere dei grandi cartografi Calvino ripercorre la storia della rappresentazione dei viaggi e delle scoperte a partire da Colombo, epoca in cui ancora miti e immagini fantastiche avevano la meglio su resoconti veritieri. A partire dal secolo successivo i nuovi territori prendono forma e anche le immagini delle popolazioni si fanno via via più reali. Tra racconti di spedizioni, esploratori, carte e mappamondi, Calvino medita sul senso di indefinito, sulle reazioni di turbamento e stupore che derivano dall’incontro con qualcosa che non rientra nelle nostre aspettative.

La necessità di disegnare mappe viene dunque dal viaggio. Questo bisogno di rappresentare il mondo nasce sì da un’occorrenza pratica ma è anche accompagnato da un’istanza estetica: c’è uno spazio di confine in cui cartografia e pittura paesaggistica s’incontrano, come in un prezioso rotolo giapponese del Settecento (19 m) in cui è rappresentato il percorso da Tokyo a Kyoto, un paesaggio accuratamente disegnato, lungo cui si muove il viandante tra sentieri, villaggi e boschetti.

All’origine della cartografia si pone poi un altro tipo di urgenza/opportunità: comprendere in un’immagine le dimensioni dello spazio e del tempo. «La carta geografica, insomma, anche se statica, presuppone un’idea narrativa, è concepita in funzione d’un itinerario, è un’Odissea».

In questa prima parte della raccolta Calvino include anche diverse riflessioni sulla scrittura.

Ditelo con i nodi è un articolo breve che ha in sé l’incanto di una fiaba. Lo scrittore visita una mostra Nodi e legature, presso la Fondazione Nazionale d’Arti Grafiche e Plastiche, un’esposizione che esorta a pensare il linguaggio dei nodi come una primordiale forma di scrittura. Calvino riporta il pensiero di Agamben nel sostenere che questa forma di espressione antichissima riesce a mantenere il contatto con l’origine mitica della parola.

Le cordicelle dei Maori, i fili di cotone del Perù (i quipu degli Incas), gli dei Annodatori dello Shintoismo giapponese (quelli che legano il cielo alla terra, lo spirito alla materia, la vita al corpo) sono tutti esempi di come «l’arte di fare nodi, culmine insieme dell’astrazione mentale e della manualità, potrebbe esser vista come la caratteristica umana per eccellenza, quanto e forse ancor più del linguaggio…».

Nella seconda sezione della Collezione Calvino prosegue la sua riflessione sulla scrittura, ma si aprono anche indagini più profonde sulla natura degli oggetti.

Ne La redenzione degli oggetti, piccolo saggio dedicato alla figura di Mario Praz, alla sua Antologia Personale (Voce dietro la scena, Adelphi) e alla sua casa (diventata il Museo delle collezioni di mobilio, quadri, cere e opere varie raccolte in una vita), Calvino ha l’occasione di esprimere il proprio punto di vista sull’esistenza delle cose legata a quella dell’uomo: «L’umano è la traccia che l’uomo lascia nelle cose, è l’opera, sia essa capolavoro illustre o prodotto anonimo d’un epoca. È la disseminazione continua d’opere, oggetti e segni che fa la civiltà, l’habitat della nostra specie, sua seconda natura. Se questa sfera di segni […] viene negata, l’uomo non sopravvive. E ancora: ogni uomo è un uomo-più-cose, è un uomo in quanto si riconosce in un numero di cose, riconosce l’umano investito in cose, il se stesso che ha preso forma di cose».

Il collezionismo si rivela così come una possibilità di ricreare un’unità, per esorcizzare il senso di dispersione e perdita, dando rilevanza al particolare, alla dimensione del privato.

La terza sezione dell’opera traccia un percorso di viaggio nel fantastico.

Si apre con Le avventure di tre orologiai e di tre automi, la storia dei Jaquet-Droz, famiglia di grandi artisti e scienziati dell’orologeria settecentesca. Ammaliante è il racconto delle meraviglie meccaniche ideate e realizzate in particolare da Pierre Jaquet-Droz: non solo fine artigiano ma anche vero e proprio inventore, concepisce e costruisce (insieme al figlio e a J.F. Leschot) quelli che possono essere considerati tra i primi automi della storia: “lo scrivano”, “il disegnatore” e “la musicista”. La vita rocambolesca dei tre androidi influenza quella dei suoi artefici che li rendono famosi in tournée, mostrandoli in giro per l’Europa.  Nel corso del XVIII secolo cresce e si espande l’azienda, viene aperta una sede a Londra, e iniziano le esportazioni in Oriente delle opere, carillons, uccelli canori, orologi preziosissimi, tutt’oggi tra gli esempi più alti di questa raffinatissima arte (per un approfondimento si rimanda anche al sito Jaquet-Droz).

I capitoli successivi raccolgono una miriade di spunti immaginifici. La geografia delle fate e L’arcipelago dei luoghi immaginari, non solo portano il lettore in un mondo di sogno e in un altrove magico ma, come già in tutto il libro, offrono suggerimenti di lettura e (s)punti da cui partire per acquisire nuove conoscenze.

Nel primo di questi passi è citato uno dei romanzi forse meno conosciuti di Jules Verne, Le Indie Nere, ambientato in Scozia, nella contea di Stirling, dove le vicende di una famiglia di minatori si combinano con la scoperta di una dimensione fantastica.

L’arcipelago dei luoghi immaginari invece è una sorta di enciclopedia in cui sono elencati e illustrati i luoghi irreali e fantasiosi di tante narrazioni e libri: The Dictionary of Imaginary Places di Alberto Manguel e Gianni Guadalupi.

Un altro atlante immaginario è quello che si scopre nell’articolo successivo, I francobolli degli stati d’animo. The World of Donald Evans, commentato da Willy Eisenhart, è un libro in cui sono raccolte 85 tavole di francobolli realizzati da Evans, tutti inventati e frutto dell’immaginazione di quello che potremmo definire più che un appassionato, un artista.

Non si tratta solo di un esempio di filatelia ma di un tipo di collezionismo che dà vita a un altrove fatto di piccole cose uniche, ad un personale mondo di legami con paesi vissuti e sognati, ad una geografia di stati d’animo e nostalgie.

L’ultima sezione della raccolta calviniana, come già detto in apertura, porta il lettore in paesi lontani.

La prima parte è dedicata al Giappone e qui il fil rouge del discorso sulla visione si ripresenta in termini di esperienza e comportamento dello sguardo. Proustianamente si può dire che il vero viaggio verso la scoperta è quello che ti consente di avere nuovi occhi. Calvino infatti spiega che muoversi in un nuovo Paese comporta il conferire un valore proprio a quello che si vede: «quando tutto avrà trovato un ordine e un posto nella mia mente, comincerò a non trovare più nulla degno di nota, a “non vedere” più quello che vedo. Perché vedere vuol dire percepire delle differenze, e appena le differenze si uniformano nel prevedibile quotidiano lo sguardo scorre su una superficie liscia e senza appigli.

Viaggiare non serve molto a capire  […] ma serve a riattivare un momento l’uso degli occhi, la lettura visiva del mondo».

Il racconto sul Sol levante prosegue con delle preziose riflessioni sui colori della natura e sull’importanza e la bellezza dei giardini giapponesi. Qui tutto è frutto di un ordine e di un percorso di senso, come il Tempio di Legno è un simbolo del Tempo: la struttura in legno può condurre nella dimensione della continuità e dell’infinito proprio per mezzo del suo contrario, «il tempo frammentato di ciò che si avvicenda, si dissemina, germoglia, si dissecca […]».

(Cicerone scriveva che un uomo possiede tutto ciò che conta quando ha a disposizione una biblioteca ed un giardino).

L’ultima immagine della Collezione è quella fiabesca ed esotica che viene agli occhi del lettore dall’Iran: i tappeti intessuti dai nomadi, «oggetti variegati e leggeri che si stendono sul nudo suolo dovunque ci si ferma a passare la notte e si arrotolano al mattino per portarli via con sé insieme a tutti i propri averi sulla gobba dei cammelli».

Portare via con sé quello che conta e ripartire.

Calvino stesso scrive che di una città non si apprezzano tanto le sue meraviglie ma le risposte che quella città offre. Questo libro si pone su un versante diametralmente diverso: da questa collezione si portano via miriadi di meraviglie e domande. Chiusa la stanza delle meraviglie c’è il mondo.  

BIBLIOGRAFIA

I. CALVINO, Le città invisibili, Mondadori, Milano, 2019.
I. CALVINO, Collezione di sabbia, Mondadori, Milano, 2017.
P. CIAMPI, Il sogno delle mappe, Ediciclo Editore, Portogruaro (Venezia), 2018.
R. DEIDIER, Le forme del tempo. Miti, fiabe, immagini in Italo Calvino, Sellerio Editore, Palermo, 2004.

“Il colore nascosto delle cose”: la storia di un Gioiello d’Arte

di Santa Loffredi

Gioielli d’Arte

Per me il Gioiello è la forma materica della poesia interiore che l’Orafo/Artista porta dentro di sé e cerca di esprimere al meglio: un vero e proprio fatto culturale, carico di ricerca, di significati e viaggi interiori; si parte sempre dalle infinite meraviglie della materia che la natura produce e l’uomo trasforma per poi arrivare all’espressione piena del proprio sentire. Usare diversi tipi di materiali e sperimentare tecniche di lavorazione sempre nuove mi permette di dare “forma” a ciò che sento, alle mie idee e alle mie emozioni, senza preoccuparmi delle richieste del mercato.

Non mi interessa la quantità di gioielli che creo o la frequenza con cui li realizzo, né il tempo impiegato per elaborare le mie creazioni. Ognuna di esse è unica e irripetibile.

Mi interessa solo sapere che chi sceglie di indossare qualcosa che creo, lo fa per condividere il mio modo di “vedere e sentire” il mondo, facendolo suo! Così nasce la magia di un “Gioiello d’Arte”.

“Il colore nascosto delle cose”

 “Il colore nascosto delle cose”: così si chiama il piccolo ciondolo in argento, che ho realizzato con la tecnica orafa della cera persa e che rappresenta semplicemente una farfalla … in realtà per un occhio attento ai dettagli c’è molto di più da scoprire! Un invito ad andare oltre alla realtà, come essa ci appare, a soffermarci sui particolari e ad apprezzare il “colore nascosto delle cose”, sull’esempio dei protagonisti dell’omonimo film di Silvio Soldini del 2017, per me, in questo caso, fonte di ispirazione (cfr. Il colore nascosto delle cose. Reg. Silvio Soldini. Att. Valeria Golino, Adriano Giannini. Videa. 2017).

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Se si presta attenzione alla mia piccola opera, non si può fare a meno di notare in basso un bruco nel suo bozzolo, tutto rannicchiato dentro se stesso, in attesa che il tempo sia maturo per aprirsi e trasformarsi in farfalla. Non si pensa mai che rompere il bozzolo implichi, per il bruco, uno sforzo enorme, soprattutto dal punto di vista muscolare. Tuttavia sarà proprio tale sforzo a rendere forti e adatte al volo le ali della futura farfalla. Se si intervenisse dall’esterno in questo “processo di trasformazione e cambiamento”, per facilitare la rottura del bozzolo senza aspettare che la maturazione sia portata a compimento, anziché aiutare la farfalla, la renderemmo incapace di volare, e, quindi, di affrontare la Vita e di mettersi alla ricerca dell’armonia e della felicità …  Solo una farfalla che abbia sperimentato la sua resistenza, la sua forza, la sua determinazione, in altre parole che abbia combattuto da bruco per rompere il bozzolo e dare avvio al cambiamento, potrà essere libera del e nel suo volo, fino ad andare incontro agli ostacoli e a danneggiare addirittura le sue ali, se lo vorrà. Amare una creatura non vuol dire sostituirsi a lei, o aiutarla di continuo, bensì regalarle opportunità. Se pensiamo in particolare alle donne, dovremmo parlare di “pari opportunità” in questo senso: ad ognuna di noi dovrebbero essere dati gli strumenti per tirare fuori tutti i colori che ha dentro ed essere orgogliosa, al termine della metamorfosi, del suo volo.

Il corpicino della neo-farfalla è minuto e le sue ali ancora non si sono dispiegate completamente, come si può osservare nel gioiello: l’ala destra non è del tutto distesa, ma piegata e attaccata ancora ai fili del bozzolo appena schiuso, che ne impediscono l’ultimo sforzo per distendersi totalmente e librarsi nel suo volo, ora libero e felice.

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Le ali hanno dei fori, mentre in natura, vi sono macchie di colori: i fori mi hanno permesso di creare giochi di luce e di ombra e di riflettere così, nel metallo argenteo, i colori dell’arcobaleno. Qualcuno di voi si chiederà perché non abbia smaltato di tanti colori le ali della farfalla, dal momento che ho parlato di “colore”…..Beh, la sfida con il lettore/osservatore è proprio questa: lasciare che ci sia solo il Buio del Bozzolo e poi la Luce del Volo in questo mio piccolo oggetto…..Ognuno di voi potrà immaginare di colorare la propria farfalla scoprendo, appunto, “il colore nascosto delle cose” ed arrivando a sentirsi uno di quei “fiori vivi” di cui il mondo ha tanto bisogno!!!

Santa Loffredi è un’artista, scultrice ed orafa, che vive e lavora in Umbria. Ha iniziato la sua attività come restauratrice e decoratrice del mobile antico negli anni Novanta per poi proseguire il suo percorso artistico nell’arte ceramica, in particolare nella ceramica raku. Nel 2013 è approdata al mondo dei metalli, affinando la propria tecnica presso la Scuola OTP “Officine dei Talenti Preziosi” di Roma. Fra le varie esposizioni cui ha partecipato nel corso degli ultimi anni vale la pena menzionare il Palakiss di Vicenza Oro del 2013 e nel 2015 all’Art Shopping del Louvre di Parigi e ad Alta Roma in Town in via Margutta. Ha esposto le sue opere in diverse gallerie d’arte, fra le quali la Galleria Area Contesa Arte di via Margutta a Roma.

Sito web: slgioiellidarte.it

Pagina Facebook e Instagram: SL Gioielli d’arte di Santa Loffredi

Uno sguardo incorniciato: parte seconda

di Francesca Consoli

Morire per una foto

Fotografie, manifesti, filmati, e immagini in genere, sono stati sempre un mezzo per veicolare messaggi e suscitare emozioni, negative o positive che fossero.

Tanto più ciò è accaduto con la guerra, con quelle foto e reportage che hanno dato vita, in un certo senso, a un genere preciso: la fotografia di guerra per l’appunto.

Quest’ultima, categoria estremamente vasta e difficile da definire, ha però alcuni elementi che la contraddistinguono e altrettanti parametri che la costituiscono.

Il primo, tra tutti, è la corrispondenza della foto di guerra al parametro della veridicità. Esso diviene il carattere forte, preponderante, tanto da eclissare anche il parametro artistico, perché in questo caso la foto, prima di essere bella, deve mostrare la verità. Eppure non è stato sempre così, perché all’inizio le foto diffuse non avevano tanto lo scopo di informare quanto quello di manipolare l’opinione pubblica. Come non pensare a Roger Fenton e al suo reportage del 1855 sul fronte di Crimea le cui immagini volontariamente non mostravano gli aspetti più cruenti, rendendo così accettabile da parte dell’opinione pubblica inglese la spedizione stessa. O ancora allo scoppio della Prima guerra mondiale, in cui i racconti e i resoconti di vittorie e sconfitte erano corredati da immagini eloquenti, spesso strumentalizzate dalla propaganda politica per infervorare e rinfrancare gli animi dei civili provati dagli effetti del conflitto oppure per suscitarne sdegno e indignazione e giustificare, in qualche maniera, gli orrori e le atrocità commessi.

Alcune di queste fotografie hanno fatto la storia, una tra tutte quella drammaticamente dirompente e universalmente nota, scattata nel 1936 a Cordova da Robert Capa, che ritrae un miliziano dell’esercito repubblicano spagnolo mentre viene colpito, presumibilmente a morte, da un colpo di arma da fuoco nemico.

Capa può essere definito il primo fotografo di guerra così come lo intendiamo noi oggi, non solo perché con lui l’immagine di guerra assume quel carattere di veridicità di cui parlavamo, ma anche perché si definisce la figura stessa del fotoreporter. All’inizio infatti il compito di scattare tali fotografie era assegnato e lasciato alla inclinazione personale di un soldato piuttosto che di un civile e non si era ancora delineato un ruolo che, in tempi decisamente più moderni, si è praticamente istituzionalizzato.

Un reportage di guerra quindi deve far entrare con violenza in una certa logica, in situazioni che perlopiù ci sono ignote o che comunque non si conoscono per la loro effettiva portata. Informare, fare cronaca e, in un certo senso, risvegliare l’opinione pubblica o il senso di umanità di un individuo passa anche attraverso la crudezza, l’orrore e la sottrazione di filtri.

Come non ricordare la foto che fece epoca della bambina vietnamita, subito dopo l’attacco americano con il Napalm. La piccola è completamente nuda, scappa e piange, con il corpo ricoperto da estese ustioni. La violenza espressiva dell’immagine riesce a descrivere, senza bisogno di ulteriori didascalie, le drammatiche ripercussioni sui civili.

La foto di guerra perciò, e qui veniamo a un suo ulteriore requisito, deve riportare a un tutto generale. Deve, da un particolare, allargare la nostra prospettiva oltre quell’immagine stessa.

La capacità di ricreare questa suggestione è lasciata all’istantanea. Non possono esistere foto costruite, elaborazioni o modifiche sostanziali, perché la foto effettivamente di guerra è lì, esito dell’unione tra il caso fortuito, il pericolo di chi si spinge tanto vicino all’azione da descrivere e l’occhio dell’artista. Perché se è vero che il criterio dell’artisticità è in ombra e la ricerca sulla foto è fatta in studio solo in un momento successivo, esiste una oggettiva capacità del singolo fotografo di cogliere quell’attimo, quell’inquadratura, quel simbolo che rimanda ad altro. Anche oggi, dove la tecnologia ha permesso a chiunque di riuscire a scattare buone foto, esiste una differenza tra chi propone pura cronaca, pedissequa trasposizione di un avvenimento, e chi invece è capace di mostrarci un mondo. Potranno esserci milioni di foto che riprendono un bombardamento, ma nulla potrà farci immergere in quella realtà come la foto di un interno di una casa distrutta in cui compare un tavolo ancora apparecchiato.

Da un punto di vista tecnico l’attrezzatura è ridotta al minimo. Robert Capa portò alla ribalta la Leica, la 35 mm. del 1913, (anche se già nel 1888 la Kodak aveva iniziato a produrre macchine più piccole), la macchina fotografica snella, semplice, leggera. Tutto deve essere maneggevole, gli obiettivi sono pochi, mostrando ancor più l’abilità del fotografo. Quando nel 1863 Timothy O’Sullivan si reca sul campo di battaglia ha pochissimi mezzi a sua disposizione, molti inadatti e lenti per un uso come quello, eppure la sua capacità, il suo occhio attento ci ha regalato un pezzo di storia. Le immagini dei corpi senza vita dei soldati sono l’esempio perfetto di quel grido di umanità che la guerra lancia.

Potrei citare come minimo altre due dozzine di foto sconvolgenti per la loro crudezza oppure per l’immediatezza con cui hanno immortalato un sentimento, un singolo istante significativo oppure una condizione generalizzata.

La maggior parte di esse sono immagini che vengono prodotte casualmente, senza un progetto di inquadratura, proprio perché scattate in situazioni di estremo pericolo, concitazione oppure perché fatte di nascosto.

Storiche le foto pubblicate da Life sullo sbarco in Normandia del 1944 di Capa, che, per motivi tecnici e per la mano tremante del fotoreporter stesso, pur essendo definite “leggermente fuori fuoco”, rappresentarono alcune tra le immagini più iconiche della guerra in generale. (R. Capa, Slightly out of focus, 1947).

Cosa differenzia allora una foto comune da una foto di guerra, un profano da un professionista? Forse la motivazione. Esiste una volontà ferma, un credo nel voler conoscere una realtà, nel volerne mostrare la conseguenza di un atto tanto orribile. E quindi è lì, dove tutto ha inizio, dove la vita è deflagrata che troveremo il fotografo di guerra. Colui che con il suo occhio allenato al bello, all’inquadratura scenica, sarà disposto a lasciare indietro tutto pur di mostrarci quell’attimo irripetibile. Ma il momento cruento, il momento simbolico non può essere raggiunto senza rischio. Alcuni sono morti per scattare quelle foto e ci si chiede se la vita non sia un prezzo troppo alto da pagare. Esistono giornalisti e fotografi che volontariamente e scientemente decidono di recarsi, anche con mezzi fortunosi, in quelle zone dove il conflitto è più aspro e sanguinoso oppure in aree dove la guerra e gli scontri tra etnie opposte ha lasciato desolazione, distruzione e morte o che ancora scelgono di seguire e documentare il viaggio di centinaia di esuli che, a causa proprio della guerra, lasciano  tutto per cercare rifugio  e protezione.

Sarebbe facile dire che si compiono certe scelte per un ritorno economico o per sete di riconoscimenti e fama. Ciò che forse viene sottinteso, o dato per scontato, è il coraggio nel mettere a repentaglio la propria incolumità, la fiducia incrollabile nelle proprie possibilità e la convinzione della necessità di dover mostrare e documentare la verità, o quella che si ritiene tale.

Per alcuni fotografi il loro lavoro diviene una missione di coscienza, un dovere civico di far comprendere ciò che realmente sta accadendo e che invece spesso i poteri forti non vogliono mostrare. Nonostante l’ammirazione per chi sceglie questa tortuosa via, per chi cioè credeva e crede profondamente nella necessità di documentare e denunciare proprio e soprattutto le situazioni più estreme, rimane sempre il dubbio che mettere a repentaglio la propria stessa vita sia un sacrificio troppo grande da sostenere.

Esplorazioni#1

di Flavia Sorato

Introduzione

Scesi di nascosto, rotolai per la scala vietata. Caddi. Quando aprii gli occhi, vidi l’Aleph. “L’Aleph”, ripetei. Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli.
Jorge Luis Borges

Le storie che mi hanno cresciuta, quelle che davvero mi hanno formata in senso più profondo, sono quasi tutti racconti di viaggio.

Avvertendo da sempre quella tensione melvilliana per le cose lontane, ho prediletto itinerari immaginifici, riconoscendo una possibile via di ricerca in quella dimensione che separa, legandoli, il qui e l’altrove. Così i mari proibiti e le coste barbare di Melville sono stati per me i romanzi d’avventura, i miti e le fiabe, gli atlanti celesti, il telescopio, vero grande tesoro delle notti, e di certo anche gli studi storico-artistici e letterari che mi hanno strutturata, perché Matisse coglie una sostanza nel definire l’artista un esploratore – Emerson descrive così lo scrittore –.

Tutto questo è stato anche una guida.


«Ho ritrovato l’isola Raiatea
remando a tutto spiano!
Verso Ta’uraua hau papa,
la più brillante di tutte!
Ed ecco Matari’i,
le Pleiadi dai piccoli occhi,
il punto di riferimento di noi Maohi
che mi riporta a casa».

Come le stelle per chi naviga.

La rubrica “Esplorazioni” si fonda su queste necessità del ri-cercare, approdare e ripartire.

I Viaggi possibili sono tanti e le circostanze indicano, così, il bisogno di definire e segnare delle tappe. Spazi-tempi in cui sostare, per poi incamminarsi ancora. Anche lungo e oltre linee di confine, oltrepassando soglie e ponti, tracciando direzioni. È possibile così spostarsi di frontiera in frontiera, operando sconfinamenti, altresì disciplinari, come quelli tra Filosofia e Scienza, o tra queste e l’Arte.

Le riflessioni si accosteranno a dimensioni concettuali, nel tentativo di creare una mappatura attraverso parole-chiave come Viaggio, Avventura, Scoperta, Sorte, Distanza, Durata, Istante, Kairòs, Meraviglia, quello stupore, fondamento stesso della filosofia: «È proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo» (Platone, Teeteto); «Infatti gli uomini hanno iniziato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia» (Aristotele, Metafisica).

Si procederà, inoltre, anche tra dualismi fondamentali quali finito/infinito, limitato/illimitato, estensione/divisione, vicino/lontano, noto/ignoto. Nella sua Filosofia del viaggio Onfray narra delle due figure, il contadino e il pastore, simboli di un diverso modo di stare al mondo: il vivere sedentario e vagabondo. 

A questi passaggi si aggiungeranno poi quelli segnati dalle immagini, come varchi d’accesso a un sapere che, metaforicamente viaggio, non concepisce solo un oggetto da raggiungere, una meta, ma è fatto delle vie intraprese per conseguirlo. «La via immaginale alla conoscenza non sfocia in un sapere che avremmo potuto conquistare per altre vie, aniconiche, ma costituisce una verità che viene all’essere solo e per la prima volta in quel percorso, in quanto immagine». (Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo)

Nell’ambito di un settore di ricerca detto visual culture, lo studioso americano James Elkins, in una riflessione tratta da una vasta ricognizione sul mondo delle immagini (The Domain of Images), decide di prendere in esame un certo campo di oggetti, che potremmo definire “non artistici”. Siamo abituati a parlare d’arte, a pensarla, sulla base di certe visioni (occidentali) estetiche, simboliche, tecniche – Gombrich ricorderebbe che non esiste un’Arte con la A maiuscola, una parola che assume significati molto diversi in base a tempo e luogo –. Esistono invero mondi di eterogenee rappresentazioni: tavole e fotografie astronomiche, carte geografiche, schemi grafici e diagrammi, immagini scientifiche di diversa natura. Non si tratta solo di materiale informativo o di supporto a discipline di vario tipo, ma di oggetti estetici che generano senso e conoscenza. Hanno una dimensione complessa, fatta di segni e simboli, densa di componenti difficilmente decifrabili, ma anche per questo misteriose. Una mappa, reale o fantasiosa che sia, esercita fascino in tal senso. Così asserisce Stevenson per descriverne la misura d’incanto: «Mi dicono che ci siano persone a cui non interessano le mappe, ma trovo difficile crederlo».

Il corpo fa quindi provvista d’immagini che compongono un’iconografia personale, e si muove al richiamo di luoghi che attraggono la nostra indole e rimandano a tutto ciò che ci ha influenzati e colpiti sensorialmente dalla nascita. (Onfray)

Così Kipling nei suoi viaggi fa esperienza di vite e luoghi, accumulando ricchezze d’immagini ed odori. Il mare che desta i sensi, la vista dei blu oceanici, i canti dei marinai, i profumi inattesi che d’improvviso ricordano e riportano a casa, quel sentore di ginestra o quel «buon odore nell’aria – un odore di fumo ed ortiche schiacciate – che fa venire un groppo in gola all’uomo che raramente torna al suo paese…».

In molti dei suoi racconti rievoca particolari e sfumature di regioni del mondo sognate e vissute: l’atmosfera leggera sulla prateria americana; i venti pieni di sale che portano flutti ed acque lontane ad un inglese sul London Bridge; o l’aria d’Oriente, intrisa di profumi edenici ed odori aggressivi, gelsomino, terra, polvere, cibi cotti, bestiame… tutto si mischia e diventa memoria.

Memoria che riporta a un tempo.

Il Tempo – la percezione di questa dimensione, il trascorrere degli eventi, e cosa questo significhi per la fisica moderna –, sarà un’ulteriore e fondamentale regione da esplorare.  

Dei piani della temporalità scrive Jankélévitch in L’avventura, la noia, la serietà.

Delle tre dimensioni che prende in esame, quella dell’Avventura è trattata come un’esperienza dal carattere improvviso, indeterminato in quanto enigmatico ambito dei possibili, e anche ambigua, poiché la sua trama, non potendo sapere l’uomo cosa accadrà, si compone d’incerto: «Ma quale sarà questo futuro? Qualis? Di che genere? Sarà giorno di festa o giorno di lutto?». L’avventura si pone così sul piano di una temporalità futura, ma non lontana, bensì prossima.  

L’affiorare dell’avvenire.

Esplorare è, così, un essere nel mondo, dell’uomo che indaga l’universo, anche varcando spazialmente il perimetro dell’ecumene per arrivare dove prima era stato affermato un termine.

Oggi questo sconfinare si compie a distanze un tempo inimmaginabili. Astronauti e satelliti lontani ci mostrano il nostro pianeta e il cosmo, riportando, qui e ora, presenze remote.

Ma che ci si muova da abissi a vette, tra cose nascoste e terrifiche, isole, città scomparse e invisibili, dentro labirinti, nel silenzio di deserti, tra più livelli di vita, Esplorazioni vorrà essere molte vie lungo cui camminare.

Come scrive John Muir: «Uscii per una passeggiata e decisi di rimanere fuori fino al tramonto, perché mi resi conto che uscire, in definitiva, era come entrare».

Bibliografia di riferimento

H. BELTING, Antropologia delle immagini, Carocci, Roma 2013.
H. BERGSON, a cura di F. Polidori, L’evoluzione creatrice, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002.
H. BERGSON, a cura di Adriano Pessina, Materia e memoria, Laterza, Bari 2009.
J.L. BORGES, L’Aleph, Adelphi, Milano 1998.
G. DELEUZE, Immagine-Movimento. Cinema 1, Einaudi, Torino 2016.
G. DELEUZE Immagine-Tempo. Cinema 2, Einaudi, Torino 2017.
J. ELKINS, The Domain of Images, Cornell University Press, Ithaca NY 2011.
P. FISHMANN, Racconti dei saggi che leggono le stelle, L’Ippocampo, Milano 2011.
V. JANKÉLÉVITCH, L’avventura, la noia, la serietà, Einaudi, Torino 2018.
H.L. JONES (a cura di), Le terre immaginate. Un atlante dei viaggi letterari, Salani, Milano 2019.
R. KIPLING, GRAZIELLA MARTINA (a cura di), I profumi dei viaggi, Ibis, Pavia 2000.
M. ONFRAY, Filosofa del viaggio, Ponte alle Grazie, Milano 2016.
A. PINOTTI, A. SOMAINI (a cura di), Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009.
E. VITTORINI, Americana, Bompiani, Milano 2008.

Uno sguardo incorniciato: parte prima

di Francesca Consoli

#Introduzione

Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.
Helmut Newton

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo per presentare la rubrica fissa che ho il piacere di curare con cadenza mensile all’interno della categoria INEDITI della rivista FIORI VIVI, ho deciso di inserire una citazione che racchiudesse l’universo fotografia e nessuno, a mio avviso, meglio di Helmut Newton poteva farlo in modo tanto magistrale.

Ho pensato inoltre che ognuno di voi, almeno una volta nella vita, ha provato l’emozione di guardare il mondo attraverso un mirino fotografico e quindi potete comprendere lo stupore e le variegate sensazioni che si provano non solo nello scattare, ma anche nel condividere il proprio lavoro, la propria prospettiva.

Una foto, a volte, è la parte di un tutto più generale e vasto che noi conosciamo o intuiamo, altre invece rappresenta un mondo a sé stante, un universo finito bastevole a se stesso, in altri casi ancora è un riflettore puntato, come a teatro, su un unico soggetto che fa scomparire nel buio ogni cosa che lo circonda.

Il fotografo in qualche maniera influenza il nostro sguardo, suggerendoci dove e cosa guardare, ma di fronte alla stessa inquadratura i sentimenti differiscono in modo sostanziale ed è questo che mi ha sempre affascinata delle produzioni fotografiche in primis, ma più in generale delle arti figurative nella loro totalità.

Secondo le convenzioni, la fotografia nasce in Francia nel 1839, quando viene annunciata l’invenzione di Louis Mandè Daguerre, il dagherrotipo, anche se William Henry Fox Talbot ha contribuito, sempre nello stesso anno, con i suoi studi, a rendere la fotografia più facilmente riproducibile.

In tempi decisamente più recenti abbiamo assistito ad una rivoluzione, oserei definire sociale, con l’introduzione, nel mondo fotografico, del digitale che ha non solo contribuito a semplificare, almeno per quanto riguarda il campo amatoriale, l’accostarsi ad una macchina fotografica, ma soprattutto ha implementato, in modo esponenziale, la condivisione e lo scambio di foto, a mio avviso però, a discapito molte volte della qualità artistica.

Ma è indubbio che la rivoluzione consistente nell’aver reso più facile, immediato ed economico possedere ed usare una macchina fotografica, abbia sdoganato questa forma artistica da ogni chiusura elitaria, rendendola un fenomeno di massa, una forma di comunicazione globale, istantanea, di elementare fruizione e diffusione cambiando per sempre il “sentire comune” riguardo alla fotografia.

Nonostante questa globalizzazione e massificazione, ho avuto il privilegio di poter ammirare alcuni capolavori che mi hanno lasciata senza fiato avvalorando, ancor di più, in me la convinzione che spesso una fotografia non è solo una semplice istantanea, una composizione elaborata o meno, ma è una vera e propria opera d’arte, come un quadro o una scultura e come tale va approcciata.

La rubrica che terrò in questa rivista digitale alternerà, oltre naturalmente a delle mie foto, lavori di fotografi, più o meno noti, e coglierò l’occasione per esporre le mie riflessioni su alcuni temi inerenti le arti visive, nonché suggerirvi o parlarvi di appuntamenti, a mio parere imperdibili, per professionisti del campo, amanti dell’arte o anche solo per curiosi ed appassionati.

La Serpara: il giardino che non ti aspetti

di Maria Grazia Carnevale


Non solo un giardino

Secondo lo scrittore Paulo Coelho ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può costruire o piantare: nel primo caso, presto o tardi terminerà la sua opera e la sua vita allora, ormai in balia della noia, perderà di significato; nel secondo, soffrirà con le tempeste e le stagioni, raramente riposerà, ma vivrà un’avventura senza fine perché il giardino, al contrario di un edificio, non cessa mai di crescere (P. Coelho, Brida, 2008). Ogni giardino, traboccante di vita, si rinnova continuamente nei colori e nei profumi, è “l’immagine miniaturizzata del creato” (P.Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, 2016) e del paradiso, come dimostra l’etimologia di quest’ultimo termine (dal greco παράδεισος, a sua volta dal persiano pairidaeza con il significato primitivo di “giardino recintato”). 

Sarà per questo motivo che Paul Wiedmer, l’artista svizzero che ha scelto l’Italia e, in particolare, la Tuscia come luogo dove vivere e, per sua stessa ammissione, mettere le ali alla propria fantasia, ha creato a Civitella d’Agliano, borgo in provincia di Viterbo, uno straordinario giardino di sculture, che prende il nome dal toponimo originario del luogo “La Serpara”. Wiedmer, assistente di Bernhard Luginbühl, Jean Tinguely e Niki de Saint Phalle, giunto una prima volta nella Tuscia nel 1973 per visitare il Sacro Bosco di Bomarzo, altro giardino delle meraviglie, su suggerimento di Dalì, acquistò insieme a sua moglie Jacqueline Dolder, il terreno ed alcune costruzioni rurali nell’incontaminata Valle del Tevere nei primi anni Ottanta per poi fissarvi la sua residenza e stabilirvi il suo atelier, ma soprattutto per dare inizio al suo Giardino concepito come opera totale. Mano a mano le coltivazioni e i pascoli hanno lasciato il posto agli alberi, tanto amati da Wiedmer e per lui fonte d’ispirazione: si è proceduto così a ridefinire il paesaggio, che si snoda attraverso la valle, il corso del fiume, e il dorso della collina, attraverso la coltura di piante adatte al microclima della zona, posta al confine tra il Lazio e l’Umbria, oppure di piante esotiche, come il bambù, suggestioni di un lontano Oriente. Non c’è viaggio da cui l’artista del ferro e del fuoco, cifre stilistiche della sua produzione artistica, non abbia riportato semi, talee, bulbi da trapiantare nel parco della Serpara, la sua creazione principale potremmo dire. 

In fondo, Herman Hesse ci ricorda che nel prendersi cura di un giardino “c’è qualcosa di simile alla presunzione e al piacere della creazione” (H.Hesse, In giardino, 1994), quel “piacere sublime di forzare la natura” di cui parla Sain-Simon a proposito di Versailles (A. Roger, Breve trattato sul paesaggio, 2009), anche se bisogna stare in guardia poiché “alla fine, nonostante desideri e fantasie, occorre volere solo quello che la natura vuole lasciando che sia lei a disporre e provvedere”(H. Hesse, In giardino, 1994). Wiedmer ne è perfettamente consapevole e non ha mai sopraffatto lo spiritus loci, semmai lo ha assecondato e reso più bello. Ne è nata una vegetazione ricca e rigogliosa, non relegata sullo sfondo, ma protagonista di un paesaggio scultoreo fuori dal comune, valorizzata da ogni installazione, a partire dalle sorprendenti Feurskulpturen (Sculture di fuoco) dell’ideatore del Giardino. Lingue di fuoco si accendono al passaggio del visitatore, grazie ad un meccanismo nascosto attivato da cellule fotoelettriche, ed animano strutture di ferro plasmate dall’abilità di Wiedmer. Un fuoco che, protagonista del progresso, torna ad essere semplicemente elemento naturale e fonte di stupore, come agli albori della civiltà; un fuoco che scalda e vivifica un materiale freddo e inerte come il ferro, vita “artificiale” che si aggiunge alla vita “naturale” del giardino. 

Dal 1997 in poi la Serpara si è arricchita di opere di artisti provenienti da tutto il mondo, la cui caratteristica fondamentale resta la capacità di porsi in dialogo con la natura circostante (a differenza del Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle o del Giardino di Daniel Spoerri): il Giardino, con l’alternarsi delle stagioni e l’aumentare o il degradare della luce, offre un punto di osservazione sempre nuovo e sempre diverso. A ciò si aggiunga il fatto che le installazioni sono pensate e realizzate tenendo ben  presente l’angolo del parco in cui saranno posizionate, per estendere l’intervento plastico alla totalità ambientale dello spazio accogliente, secondo la nota definizione di Crispolti (E.Crispolti, Come studiare l’arte contemporanea, 2010). In questo senso la Serpara conserva la capacità di essere un “palcoscenico del mondo”, propria del giardino rinascimentale e manierista, in un continuo gioco di rappresentazioni e simbolismi.

Il tempo del giardino

La Serpara è, però, molto di più di un tentativo di tornare all’Eden originario o di ritagliarsi un angolo di mondo propizio alla riflessione, come il κῆπος epicureo, perché, se pure vi è alla base la volontà di fuggire dalla città e dai suoi ritmi frenetici, nonché dalla cultura egemonica museale di cui è portatrice, il riappropriarsi della natura è un dono offerto generosamente al visitatore. Infatti, non vi sono mura o recinzioni, così chiunque giunga alla Serpara può vagare liberamente con lo sguardo e abbracciare l’orizzonte per intero. L’assenza di un confine spaziale tra interno ed esterno rende il parco un giardino-aperto (M. Trulli, La Serpara. Dialoghi tra arte e natura, 2017) che non ha bisogno di difendersi dal mondo circostante, come l’hortus conclusus medievale, ma che, al contrario, è sempre pronto a farlo entrare. Tanto è vero che ogni anno due artisti vengono invitati a soggiornare presso la Serpara, a casa di Paul e di Jacqueline, per ideare nuove opere da collocare nel parco, installazioni inaugurate durante una grande festa, aperta a tutti, il giorno della Pentecoste. Si struttura così, sotto l’occhio attento dell’ideatore del progetto, un’opera collettiva in continuo divenire e dal respiro internazionale, a conferma di quanto scriveva Sir Walter Scott “nulla è più figlio dell’arte di un giardino”. 

Non è un caso che il monumentale portale d’ingresso in peperino, realizzato da Pasquale Altieri, rechi sui due fronti le iscrizioni Ex tempore e In Aeternum: ci lasciamo alle spalle il ticchettio dell’orologio e il suo scandire attimi destinati a non tornare più per immergerci completamente nella ciclicità delle stagioni, sempre uguali e sempre diverse, oltre che nel segreto imperituro di ogni opera d’arte. Ci si ritrova proiettati, al di là dal tempo sociale scandito e misurato, nella dimensione estatico-contemplativa dell’eternità sublimata dalla natura e dall’arte.

Sembrano riecheggiare le parole di Jorn De Précy: “Il tempo del giardino è dunque quello della vita. Non ci spinge in avanti, come il tempo meccanico che ormai governa le nostre esistenze, perché un vero luogo ci radica sempre nel tempo presente, qui e ora. Non vi sono da ottenere, né obiettivi da raggiungere, perché la vita ha un solo fine: se stessa. E lo stesso la bellezza, che nasce costantemente dal processo vitale […] Ritrovare questa vita, la vera vita, e questo tempo della natura che è anche il nostro vero tempo, il tempo che conosce il nostro corpo animale: ecco cosa ci spinge ad aprire il cancello di un giardino e a entrarvi, ogni volta come se ci accingessimo a entrare in un mondo a parte sepolto dentro di noi” (J.De Précy, E il giardino creò l’uomo. Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri, 2012).

Per informazioni su “La Serpara” è possibile consultare il relativo sito.

Bibliografia di riferimento 

P. COELHO, Brida, Bompiani, Milano 2008.
E.CRISPOLTI, Come studiare l’arte contemporanea, Donzelli, Roma 2010.
J. DE PRECY, E il giardino creò l’uomo. Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri, Ponte alle Grazie, Firenze 2012.
H.HESSE, In giardino, Ugo Guanda Editore, Milano 1994.
P.PERA, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie, Firenze 2016.
M. TRULLI (a cura di), La Serpara. Dialoghi tra arte e natura, Ass. Cult. Viaindustriae, Foligno 2017.
M.WIEDMER, La Serpara. Il giardino di Paul Wiedmer, Kehrer Verlag 2007.