La nostra Rivista, in collaborazione con la Libreria Le Storie di Roma, presenta la prima edizione del Concorso Fotografico dal titolo Natura in città. Le iscrizioni sono aperte fino al 31 Agosto 2023. Riportiamo di seguito il regolamento e la scheda di presentazione da compilare.
Regolamento
1 Premessa
La Rivista Fiori Vivi e la Libreria indipendente Le Storie indicono la prima edizione del concorso fotografico dal titolo Natura in città. L’iniziativa si propone di indagare, attraverso il mezzo fotografico, il rapporto tra natura e città, dando risalto al lavoro di professionisti e non, accomunati dalla grande passione per l’arte.
2. Modalità di partecipazione
La partecipazione è, per questo primo anno, gratuita, aperta a fotografi professionisti e amanti dell’arte, di età maggiore di 18 anni, anche non residenti a Roma.
3. Dati tecnici
Il concorso si struttura in dure fasi: preselezione ed esposizione
L’artista, per accedere alla preselezione, dovrà inviare il numero di 3 scatti, in formato JPG di cui mantiene la proprietà e l’originaria paternità, all’indirizzo rivista.fiorivivi@gmail.com entro e non oltre il 31 Agosto 2023.
Ogni immagine deve avere un numero progressivo (1, 2, 3), essere titolata e accompagnata da una descrizione dell’opera e del suo significato, alla luce del tema Natura in città.
Sono ammesse fotografie in bianco e nero e a colori, con inquadrature sia verticali che orizzontali. Si raccomanda l’utilizzo della macchina fotografica e una buona risoluzione al fine di garantire la stessa qualità della foto anche in fase di stampa.
Le fotografie dovranno essere inedite.
Non possono essere ammesse al concorso le foto che si ritengano offensive, contro il buon gusto o lesive della sensibilità comune, secondo l’insindacabile giudizio degli organizzatori.
Non possono essere ammesse le foto realizzate esclusivamente mediante l’utilizzo di programmi o modelli di computer grafica.
Unitariamente alle foto, l’artista deve compilare la scheda di presentazione (scaricabile in fondo a questo avviso).
Solo le foto che avranno passato la preselezione in vista dell’evento finale (esposizione), dovranno essere stampate su carta da pellicola (montate a giorno o con cornice) con formato 50×70 e consegnate, o inviate, presso la Libreria Le Storie, via Giulio Rocco 37/39, 00154 Roma.
Sarà cura degli organizzatori avvisare gli artisti selezionati tramite email o recapito telefonico rilasciato tramite la lettera di presentazione.
4. Preselezione delle opere
Il Comitato organizzativo, che esprimerà un giudizio inappellabile e insindacabile, selezionerà alcune opere, considerando tecnica, originalità e aderenza al tema Natura in città, indagabile dall’artista secondo la sua personale sensibilità. Gli autori prescelti verranno contattati dal Comitato con anticipo, in modo tale da poter inviare o consegnare le opere, secondo quanto stabilito al punto 3.
5. Esposizione
Le fotografie selezionate ai sensi del punto 4 verranno esposte nella serata evento Fiori vivi Le Storie, che si svolgerà presso la Libreria Le Storie, via Giulio Rocco 37/39 00154 Roma, la cui data sarà stabilita, comunicata e resa pubblica dopo la scadenza della preselezione.
Le opere rimarranno esposte nello SpazioLe Storie per una settimana.
Le spese per la stampa e consegna del materiale sono a carico dell’artista, mentre l’allestimento della esposizione è a carico del Comitato organizzativo.
Durante la serata evento verranno decretati i vincitori.
6. Selezione vincitori e premiazione
Durante la serata evento, aperta al pubblico e trasmessa sulle piattaforme social della Libreria Le Storie e della Rivista Fiori Vivi, la Giuria (da individuare con provvedimento successivo alla pubblicazione del presente avviso), basandosi sia sulla qualità tecnica delle foto che sulla capacità dell’artista di rappresentare al meglio e con originalità il rapporto tra città e natura, comunicherà i nomi dei tre vincitori.
Primo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto vincitrice del Concorso fotografico Fiori Vivi – Le Storie edizione 2023, potrà allestire gratuitamente una sua mostra personale presso lo Spazio Le Storie a Roma. La sua opera, con una breve intervista, sarà inoltre pubblicata nella Rivista Fiori Vivi, che seguirà l’artista anche nella sua personale.
Secondo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto seconda classificata avrà in omaggio la stampa di una sua altra opera presso uno dei laboratori che collaborano con l’iniziativa e la menzione sulla Rivista Fiori Vivi.
Terzo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto terza classificata riceverà in omaggio un libro fotografico e quaderni, nonché la menzione sulla Rivista Fiori Vivi.
A tutti i partecipanti alla serata evento sarà rilasciato un attestato di partecipazione.
7. Responsabilità dei partecipanti
Ogni partecipante è responsabile civilmente e penalmente del materiale da lui presentato al concorso esonerando il Comitato organizzativo da ogni responsabilità nei confronti di terzi.
Ogni partecipante dichiara inoltre di essere unico autore delle immagini inviate e che esse non sono state premiate in altri concorsi regionali, nazionali o internazionali.
Il Comitato organizzativo si riserva, con insindacabile decisione, di escludere dal concorso le immagini che non rispettano le direttive del presente avviso e quelle ritenute offensive, improprie e lesive dei diritti umani e sociali e comunque contrarie al comune senso della decenza, pubblica moralità ed etica. Lo stesso vale, in caso di vittoria, per la mostra personale del vincitore, le cui opere dovranno essere preventivamente valutate dal Comitato organizzativo.
I fotografi manterranno la proprietà intellettuale delle opere realizzate.
I partecipanti concedono la liberatoria all’utilizzo delle foto inviate (ex D. Lgs. 196/03, ex Regolamento UE 679/2016, ex L. 633/1941) nell’ambito del concorso e la liberatoria all’utilizzo di eventuali immagini video o fotografiche che potrebbero realizzarsi in occasione della premiazione (ex D. Lgs. 196/03, ex Regolamento UE 679/2016, ex L. 633/1941).
In conformità alle disposizioni previste nel Reg. UE 679/2016 relativo alla ‘protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali’ (GDPR), si informa che i dati forniti dai concorrenti tramite la scheda di presentazione sono raccolti e trattati dal Comitato organizzativo esclusivamente per la finalità di gestione dell’evento e per comunicazioni inerenti al concorso.
8. Accettazione del concorso e delle sue condizioni
La partecipazione al concorso implica l’accettazione incondizionata delle norme contenute nel presente Avviso.
Scheda di presentazione
(da scaricare, compilare e inviare obbligatoriamente ai fini della partecipazione al concorso)
In occasione della mostra fotografica dell’artista Francesca Consoli abbiamo discusso sul valore della fotografia di viaggio. Lo spunto ci è stato fornito da questo lavoro della Consoli che, in tredici scatti, esplora la questione della memoria e del viaggio stesso.
Reflex en voyage, titolo dell’intero progetto, rappresenta un manifesto esemplificativo su passione e metodo. Le differenti tecniche fotografiche sperimentate negli scatti sono funzionali al ricordo, al risveglio di una memoria che da privata diventa essenzialmente una testimonianza condivisa.
La fotografia di viaggio, dalla sua nascita fino a oggi, ha subito profondi cambiamenti non solo riguardo l’aspetto tecnico-scientifico ma anche per ciò che concerne il suo scopo. Nata per assolvere a una funzione documentale, capace di riproporre la natura così com’era senza cioè l’apporto dell’artista che la ritraeva, finisce oggi per essere tramite di un ricordo privato. La sua vocazione iniziale si diluisce attraverso la facilità di scattare e riprodurre immagini. Sembra così che la sua natura venga minata dall’interno e che a prendere il sopravvento sia la moda del viaggio, del presenzialismo, piuttosto che l’unicità e la straordinarietà.
La domanda che vorrei perciò porle Francesca è se oggi sia ancora possibile che una foto trattenga in se stessa sia l’elemento documentaristico che quello dell’impressione personale oppure se questo tragitto della fotografia l’abbia completamente snaturata. Se cioè la foto di viaggio sia ancora capace di trattenere in se stessa quella allure iniziale, quel gusto per l’esotico che pare, anche in correlazione con la nascita del digitale e della riproduzione immediata di scatti, essersi esautorata.
FC: «Se penso alla storia della fotografia di viaggio dai suoi albori certamente sembra essersi snaturata. L’avvento del digitale ha infatti ancor più facilitato un proliferare infinito di fotografie e fotografi che non necessariamente però deve essere visto con negatività. Tutto è diventato più facile, si è persa quella dimensione elitaria iniziale ma allo stesso tempo tutto è diventato ancor più fruibile e con maggiore facilità veicola passione e curiosità. Anche il fatto che sia aumentata, nel tempo, la possibilità di viaggiare ha influito sul cambiamento, anzi sono certa che vada di pari passo. Man mano poi che la tecnologia si è evoluta, si è alleggerita, la fotografia in generale, quindi anche quella di viaggio, è diventata qualcosa di molto più fruibile.
Oggi si viaggia per piacere, per lavoro, come esperienza culturale, gastronomica con una facilità e accessibilità economica che prima non era pensabile. Ciò permette alle persone di riconoscersi con maggiore facilità nel proprio, di portare a casa ricordi di una precisa esperienza.
Le mie fotografie sono in realtà anche il frutto di questo. In ogni scatto che ho esposto, è come se avessi una madeleine proustiana, perché attraverso la vista di una foto ricordo tutte quelle emozioni, tutti quei profumi, quei momenti che ho vissuto in quel viaggio. Non solo in quella singola fotografia ma in quel viaggio.
Forse anche perché ho tutto il pensiero come racchiuso in un piccolo quadro. Ho una visione del mondo a riquadri e non soltanto quando sono in viaggio ma anche quando cammino, vivo, anche questa sera vedo voi già in foto, pronti al taglio giusto dell’immagine. Mi viene spontaneo, ancor più quando sono in giro con la macchina fotografica che mi permette fattualmente di riproporlo.»
Quindi potremmo sostenere che se da un lato è innegabile che un certo cambio di natura vi sia stato, dall’altro esso stesso è stato l’artefice della creazione di un mondo alternativo.
FC: «È esattamente così. Se l’originale essenza della fotografia di viaggio si è snaturata, questa stessa stortura ha permesso a noi di arricchirci. Ci ha donato qualcosa, ha reso le persone capaci di una condivisione prima inimmaginabile, ci ha avvicinati nel privato, tramite la passione stessa.»
Questa sera lei presenta 13 scatti, ma sarebbero potuti essere altri e di numero molto superiore. Perché proprio questi? Credo la domanda sottesa sia in realtà un’altra, ovvero perché una foto crei un certo interesse e un’altra no. Vorrei riportare un passo di Roland Barthes che, nel testo ‘La camera chiara’, si occupa proprio di questo problema.
«Perché una certa foto crea un interesse? […] è piuttosto un’agitazione interiore, una festa, un lavorio se vogliamo, la pressione dell’indicibile che vuole esprimersi. E allora? Chiamarla interesse è poco. […] allora vorrei sapere che cosa, in quella foto, fa fare tilt dentro di me. Mi pareva che la parola più giusta per designare l’attrattiva che certe foto esercitano su di me fosse la parola avventura. La tale foto mi avviene, la talaltra no. (pp. 20-21)»
E ancora.
«[…] i due elementi, la cui copresenza sembrava fondare quella specie di particolare interesse che io avevo per quelle fotografie» consistevano, secondo Barthes, l’uno nello studium, ovvero il campo d’interesse, l’altro nel punctum, ovvero in quell’elemento che viene a infrangere (o a scandire) lo studium. «[…] in questo caso non sono io che vado in cerca di lui ma è lui che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge. […] infatti il punctum è anche: puntura, piccolo buco, macchilona, piccolo taglio. Il punctum di una fotografia è quella fatalità che, in essa, mi punge, ma anche mi ferisce, mi ghermisce. (pp. 27-28)»
Quindi, una volta stabilito la fotografia di viaggio come suo studium, come cioè ristretto campo di un sapere, che cosa l’ha ferita al punto far cadere la sua scelta su alcuni scatti?
FC «Quando mi sono trovata a dover scegliere ho individuato un filo conduttore. Il colore. Mi sono sorpresa da sola, perché nel momento della scelta, che mi sembrava complessa, posavo di più lo sguardo su alcuni scatti che avevano o esplosioni di colori o un bianco e nero più freddo, con maggiore contrasto. Stavo scegliendo irrazionalmente forse, ma avevo trovato un criterio.
L’essere colpita da qualcosa è raro, ma quando accade è come se ciò che avrei voluto fare si condensasse in un punto. E quel punto rappresenta esattamente come io vedo città e luoghi. Faccio un esempio. Il quadro intitolato Pietralata, che ritrae appunto il medesimo luogo, ovvero un posto che pare diventato una città a se stante e che mi ha trasmesso il senso della duplicità. Da un lato infatti era ancora viva la decadenza, ma dall’altra c’era il contrasto con alcune baracche circondate da tantissimi locali moderni, da luci e suoni. Cercavo qualcosa che mi colpisse in tal senso e credo di averla trovata. Mentre perciò la foto che ritrae Trastevere potrebbe riferirsi alla Roma di tanti angoli differenti, questa foto indica solo Pietralata, solo quel luogo capace di coniugare insieme modernità e degrado.»
Visto che ha citato proprio questo scatto, vuole parlarcene di più?
FC «Lo scatto intitolato appunto Pietralata, è quello che forse assomiglia di più a un quadro. Una insegna caduta per il maltempo e comunque mai riparata. I suoi frammenti, così tanto luminosi, mi hanno fatto vedere qualcosa. Quella era per me Pietralata, i frammenti di luce nel nero della strada, nella povere della pioggia. I pezzi si trovano da soli così, così ha fermato quella casualità che sembrava racchiude il tutto.»
Pietralata
Lei ha citato il rapporto con la pittura. In realtà la fotografia, come ha perfettamente premesso, non può essere trattata alla stregua della pittura, che vive di tecniche e di parametri già consolidati nel tempo. Nella fotografia il discorso è differente. Per tornare al testo di Barthes, che in un certo senso ci sta guidando in questa nostra discussione, il filosofo rivendica nella fotografia, rispetto alla pittura, un infra-sapere, la possibilità cioè di accedere a qualcosa. «Poiché la Fotografia è contingenza pura e poiché non può essere altro che quello […] essa consegna immediatamente quei particolari che costituiscono precisamente il materiale del sapere etnologico. […] La Fotografia può dirmelo, molto meglio dei ritratti dipinti. Essa mi permette di accedere a un infra-sapere». Lei Francesca si trova d’accordo con questa posizione?
FC «Non so dire esattamente cosa differenzi una foto da un quadro, ma ciò che posso asserire con certezza è che per me la macchina fotografica mi permette di esercitare una magia, di racchiudere un pensiero, una sensazione. E che, al contrario, quando osservo le foto dei grandi maestri, di chi è venuto prima di me o quando osservo le foto di mio padre (n.d.r. il grande fotografo Carlo Consoli) è come se qualcosa avvenisse in me. Vengo portata altrove.»
Pensi che la tecnica, tu hai usato in realtà tecniche diverse per questi scatti, possa attrarre l’attenzione, possa fungere da catalizzatore o sei contraria a una eccessiva manipolazione della pellicola.
FC «Per rispondere prendo ad esempio il fotoritocco che oggi ti permette di fare praticamente tutto su una foto e che però al tempo stesso può snaturare anche tutto. La pellicola riesce ancora a mostrare il suo valore. Io faccio sempre un paragone un po’ forte. Penso alla formula uno di venticinque anni fa in cui le macchine era già forti ma era il pilota a fare davvero la differenza. Così nella fotografia con la pellicola era più difficile ingannare, ciò che riuscivi a fare con lo sviluppo potevi aggiustarla con la saturazione, la luce, ma non potevi tornare indietro. La foto era lì, era quella. Non potevi migliorarla.
Adesso la formula uno è diventata tutta macchina, e la tecnologia supera le abilità del pilota. Non che il divertimento sia minore ma è diverso. Nello stesso modo il fotoritocco permette, da una singola foto, di creare l’impossibile. Aggiungere persone, cambiare ambientazione. È divertente ma non è la fotografia.
Certo, con il digitale è tutto più semplice, anche il lato della comunicazione della foto. La loro possibilità di girare è quadruplicata, ma nulla è paragonabile a toccare con mano una foto.»
Quale è, sempre che ci sia, una foto che vorrebbe fare ma che ancora non ha fatto?
FC «C’è una foto che vorrei scattare, i colori in India. Da tanto studio e colleziono libri di fotografia sull’Idia che regalano scorci e colori unici. È un viaggio che non ho fatto, nonostante abbia avuto la fortuna di viaggiare tanto nella mia vita. Sarà il mio prossimo tema di lavoro, perché c’è qualcosa di preciso che vorrei fare, è nella mia mente, ma ancora non so cosa sia. Con me è sempre così, rimango estasiata dal Taj Mahal ma magari poi fotografo il sasso sotto il tempio che per me è simbolo del tutto.»
Dopo aver visto i quadri, alcune persone hanno rivolto a Francesca alcune domande. Ne riportiamo alcune.
Quanto conta l’improvvisazione quando scatti una foto o quanto invece ti fermi a studiare il soggetto.
FC «L’immediatezza dei miei quadri mi assomiglia. Sono istintiva. Ci sono due scuole di pensiero nella fotografia. Chi crea un set; quella foto deve essere così e crea uno spettacolo. E poi c’è chi come me improvvisa. Coglie quel momento. Posso attendere, anche molto tempo, ma non costruisco. Spero che quella fotografia rispecchi quel momento che ho intravisto. Perché in un secondo può cambiare tutto, la luce, il colore, il soggetto stesso. Esemplare in tal caso è lo scatto intitolato Madrid, a cui sono molto affezionata. Ricordo come fosse oggi quel momento. Faceva freddissimo in quella piazza in cui si era ricreata come una luce soffusa e offuscata, mia attenzione è stata rapita da una insegna rossa. Mentre la osservo è passata una ragazza con la valigia rossa. In un istante, prima ancora che riuscissi a decidere, già avevo scattato. Quella ragazza stava passando in quel momento, solo in quel momento.»
Madrid
Mentre ci siamo conosciuti prima, mi ha detto di essere poco incline alla pubblicità, al parlare e mostrare gli scatti in pubblico. Quanto la intimidisce mostrare questa parte intima.
FC «Ha ragione. Ma la mia è ritrosia, forse dovuta anche al fatto che sono una foglia d’arte e che mi sento in continuo confronto con chi è venuto prima di me. Il mio modo di guardare il mondo è tale, proprio perché sono cresciuta attraverso al fotografia, è un codice personalissimo. Non sono timida di mio, vale solo per la fotografia che ricrea perfettamente il mio mondo interiore e che quindi mi metto a nudo.»
Amsterdam
Conclusione
Per tornare alla foto di viaggio e alla evoluzione e trasformazione che questa specifica categoria della fotografia ha subito nel tempo, potremmo concludere sostenendo che l’’accessibilità al sapere e la facilità nello scatto che la tecnologia ci ha donato lasciano nelle mani dell’individuo la possibilità altissima di conoscere mondi o quella, più banale, di fotografarli solamente.
In fondo le foto banali sono quelle che non riescono a esprimere il non detto, che sprecano la grande possibilità dell’arte, quella di far venir fuori l’indicibile.
Garbatella, Roma.Trastevere, RomaBudapestCittà del Vaticano ViennaCesenaticoMare e plasticaStoccolma
Chi per primo in un quadro fissò sul suo orizzonte i punti di convergenza del vario gioco delle linee orizzontali, trovò il principio della prospettiva. (Johann Wolfgang Goethe)
Esistono diversi fattori che influenzano la riuscita o meno di una fotografia e sicuramente la prospettiva della inquadratura è uno degli elementi essenziali con cui spesso il fotografo gioca per catalizzare il punto di vista dell’osservatore.
A volte alcuni soggetti ripetuti in serie nella inquadratura creano una prospettiva ideale, pensiamo all’effetto che producono le rotaie di un treno, o un colonnato; in altre occasioni invece il fotografo cerca di rappresentare la profondità creando una interazione spaziale tra i soggetti, come ad esempio la messa a fuoco dell’elemento più vicino all’obiettivo e la sfocatura di un altro più lontano e viceversa.
Spesso sfruttare la prospettiva, naturale o ricercata che sia, dona alla foto pulizia, simmetria ed ordine e l’effetto è ancora di più amplificato con l’uso del bianco e nero.
In realtà, anche un sapiente utilizzo dei colori, come ad esempio quelli caldi e/o accesi in contrasto con tonalità fredde e/o tenui contribuiscono a creare una prospettiva ideale nella composizione della immagine, sviluppando una pluralità, fittizia o reale che sia, di piani spaziali.
Non ci sono regole assolute per una inquadratura efficace ma, a mio avviso, ciò che regala dinamicità ad una fotografia è proprio la rottura della rigida prospettiva creando una anomalia che inevitabilmente affascina e cattura l’occhio dell’osservatore.
Un modo semplice per creare la prospettiva è quello di inquadrare, ove possibile, i soggetti dal basso o dall’alto oppure sfruttare ombre e giochi di luce; in questo modo anche un fotografo alle prime armi potrà cimentarsi in inquadrature d’effetto, scegliendo di volta in volta, quella più adatta.
Quando ho iniziato a fotografare naturalmente anche io mi sono lasciata tentare dalle forme pulite di colonnati e palazzi, con vie di fuga esasperate e distorte dal mio obiettivo grandangolare ma quando ho preso più dimestichezza con le forme mi sono resa conto che inserire un elemento di disturbo rendeva il lavoro più interessante ed originale.
Forse questa predilezione per la dissonanza e non uniformità mi deriva dalla concezione che ho del fotografare visto come espressione di creatività, anche se, solo dopo aver studiato gli elementi essenziali della tecnica fotografica, ci si può avventurare nel loro stravolgimento per creare un proprio stile. «La prospettiva è ciò che deve imparare prima di tutto un giovine pittore, per saper collocare ogni cosa a suo luogo, e per dare a ogni cosa la giusta misura che aver deve nel luogo ov’è», sosteneva Leonardo da Vinci.
La ricerca della prospettiva, sia essa reale o solo ricreata idealmente attraverso artifici di cui ho parlato poc’anzi, scaturisce dalla esigenza di creare una profondità, di ciò che viene rappresentato, su una piattaforma schiacciata di per sé, dal punto di vista dello spazio, come è appunto una foto; così come è accaduto nel campo dell’arte pittorica con le innovazioni di Giotto il quale ha operato una rivoluzione sorprendente per la sua epoca e che ha inevitabilmente influenzato tutta o gran parte della pittura contemporanea e successiva.
Quando ho menzionato l’interazione spaziale tra i soggetti rappresentati nella inquadratura, la prima e più ovvia, ancorché involontaria, operazione che il nostro cervello opera consiste nella osservanza della distribuzione dei soggetti nella inquadratura nonché il relativo raffronto e comparazione tra di essi sotto il profilo delle dimensioni reali.
Sulla scorta di ciò, mi sono spesso trovata a sfruttare il divario sia spaziale che di grandezza, per esempio tra un soggetto in primo piano e ciò che si trova davanti o dietro di esso; naturalmente, come accade anche nella realtà, i soggetti più lontani risultano molto meno nitidi rispetto a quelli in primo piano e ciò può essere riprodotto e sfruttato anche attraverso un sapiente utilizzo della profondità di campo.
Quando mi sono cimentata nelle mie prime esperienze di composizione fotografica ero molto attenta ad applicare le tecniche che avevo studiato e visto adottare da fotografi professionisti e ciò mi ha aiutata non solo ad acquisire maggior dimestichezza con i fondamenti della fotografia ma anche ad abituare il mio occhio ad una percezione della realtà racchiusa in un confine definito, Eppure con il passare del tempo e con l’incremento della mia esperienza pratica mi sono divertita a sperimentare nuove ‘prospettive’ sia in senso tecnico che figurato al fine di creare un mio stile, il più possibile versatile e personale.
Torino
La foto che qui proponiamo tenta, riuscendoci, di presentare il realismo, nel modo personale di cui parlavo. Nello scatto della fotografa Alessandra Tascini infatti l’inquadratura richiama una certa geometria descrittiva imperfetta che rende il tutto incisivo, facendoci immergere nel suo particolare sguardo.
Lo scatto si intitola Torino e riporta alla mente le suggestioni de Le Città invisibili di Italo Calvino.
La città di Moriana è una città a due facce, la prima è splendente con le sue porte di alabastro trasparenti alla luce del sole, le colonne di corallo, le ville tutte di vetro, la seconda è squallida con distese di lamiera arrugginita, assi irte di chiodi, mucchi di barattoli e telai di sedie spogliate. Marco dice che questa differenza può essere colta solo al secondo viaggio, quando l’uomo va oltre la prima immagine che la città dà di sé. L’immagine ricorda molte delle nostre città dove il contrasto tra il centro e la periferia è talmente evidente da apparire come il dritto ed il rovescio. Ma tale contrasto è possibile riscontrarlo anche nelle mille piccole contraddizioni che popolano la vita in città, contraddizioni talmente inconciliabili da poter essere considerate come delle immagini poste sulle due facce dello stesso foglio di carta che non possono né staccarsi né guardarsi ma costituire solo l’una il dritto e l’altra il rovescio.
Come Fiori Vivi, qualche giorno fa, siamo riusciti a intervistare Martino Cappai, un giovane artista sardo di talento che per anni ha vissuto in Giappone, dove è stato iniziato all’arte della ceramica. Le foto che accompagnano lo scritto ritraggono alcune sue opere e ci svelano i luoghi che più lo hanno segnato artisticamente.
Senza indugiare oltre, in questo afoso pomeriggio d’agosto, iniziamo con qualche domanda introduttiva.
L’idea di questa intervista è nata dall’aver potuto apprezzare le tue creazioni ceramiche tramite canali divulgativi come Instagram, dove hai la tua pagina chiamata Maru-Yakimono. Intanto la scelta di questo nome, da cosa deriva?
Maru sarebbe il diminutivo in giapponese del mio nome, Martino. Termine a cui sono particolarmente affezionato in quanto rimanda al cerchio Zen chiamato Ensō(円相), simbolo sacro utilizzato in numerose opere calligrafiche come firma o soggetto stesso dell’opera ad indicare la ciclicità della vita, la forza, l’universo, l’armonia del vuoto e del pieno. Mentre Yakimono è uno dei nomi con cui i giapponesi indicano l’arte ceramica ovvero l’oggetto bruciato (yaki – bruciato; mono – oggetto, cosa). Ci tengo a precisare che in Giappone la ceramica è considerata la regina delle arti, la più antica, e tutt’ora occupa un ruolo di primaria importanza. Riviste mensili, trasmissioni televisive, materiale letterario, fiere e negozi specializzati si occupano costantemente di questa disciplina artistica tutt’altro che marginale, diversamente dall’Italia che la relega ancora, come fece il Vasari, ad Arte Minore. Tornando al Giappone, una casalinga di Kyoto o di Fukuoka, che normalmente utilizza in cucina le stoviglie, è perfettamente in grado di capire la qualità e la pregevolezza di un oggetto in terracotta quasi come un ceramista stesso. In Giappone le ceramiche hanno un loro mercato e un giro economico non indifferente. Esistono scuole, famiglie e tradizioni di ceramisti che da secoli si tramandano segreti e le cui opere sono battute all’asta.
Fin dall’inizio, quindi, nell’arte della ceramica si nota una preponderante influenza della realtà giapponese, puoi dirci di più?
Io mi sono avvicinato alla ceramica proprio mentre ero in Giappone, nel periodo in cui vivevo presso una piccola isola nel Sud del Giappone, Yakushima, nella regione del Kyushu. Mi sono, infatti, ritrovato a gestire un laboratorio d’arte irregolare con malati psichiatrici occupandomi sia della parte laboratoriale sia di quella curatoriale della galleria, ospitata all’interno di questo centro chiamato Yaku-no-sato. In maniera alquanto casuale, mi è stato proposto di curare il settore ceramico del laboratorio previo un periodo di apprendistato presso i laboratori ceramici tradizionali, con forni a legna (Nobori-Gama), del Maestro Yamashita situati nella piccola cittadina di Ambo.
Il maestro Yamashita nel forno a legna noborigama, isola di Yakushima
In contemporanea ho avuto la fortuna di conoscere a Kamakura un grande artista italiano che da decenni opera in Giappone: Sergio Maria Calatroni.
Kamakura
Con Calatroni ho avuto la possibilità di approfondire un universo magico fatto di silenzi, ascolti e riflessioni sulla potenza della natura giapponese, sugli input della tradizione e dell’innovazione, sulla bellezza dei materiali, sulla ricchezza delle forme e sulla filosofia Zen di cui è intrisa Kamakura.
Casa del maestro Calatroni e forno a gas presso la valle di Okoku-ji a Kamakura
I risultati sono stati davvero decisivi.
Come descriveresti lo stile delle tue ceramiche?
Avendo appreso i rudimenti di questa disciplina in Giappone parto da basi estetiche che nulla hanno a che vedere con la tradizione occidentale, ma partono appunto da questo mondo estetico dell’Estremo Oriente: le cui forme, colori e materiali ho avuto il tempo di metabolizzare in anni di vita nel Sol Levante. È proprio una questione di introiezione delle immagini degli oggetti d’uso. Se dovessi fare un esempio, persino nei ristoranti o nei luoghi quotidiani si è circondati da tutta una miriade di forme e di contenitori a cui un occhio occidentale non è abituato. Lo stesso servizio di piatti che in Italia si compone tendenzialmente di pochi elementi, in Giappone viene triplicato o quadruplicato dal momento che un pasto giapponese è composto da numerosi “assaggi” e ognuno di questi ha il suo contenitore di diversa dimensione e fattura.
Ciò detto, l’esperienza tradizionale giapponese, in termini di arte ceramica, ha rappresentato un punto di partenza a livello di studi e di primi lavori dalla quale, però, mi sono allontanato immediatamente per intraprendere un percorso più intimo che riguardasse la mia persona, le mie visioni. In particolar modo, la carica dinamica al mio linguaggio è stata arricchita in maniera determinante dall’esperienza laboratoriale dell’Art Brut (n.d.a. movimento introdotto dal pittore Jean Dubuffet nel 1945, basato su una produzione artistica spontanea, realizzata perciò da autodidatti, pensionanti ospedali psichiatrici, psicotici, prigionieri…) facendomi scoprire tutto un ventaglio di grammatiche estetiche completamente aliene alla tradizione nipponica. Su tutte un procedere per automatismi, per ripetizioni decorative, poi l’uso del colore che cozza un po’ con gli stili ceramici più tradizionali: si pensi alle tazze della cerimonia del tè, con colori molto tenui e sfumati, affinché occhio e mente non si distraggano da un colore particolarmente acceso o non coerente con il contesto meditativo di questo rituale.
La tua incursione nel mondo dell’Arte Irregolare deve essere stata davvero particolare. Raccontaci qualcosa di più a riguardo, ad esempio: concretamente in che modo sei stato influenzato da questa esperienza lavorativa e umana?
Devo tanto a queste persone speciali, al progetto laboratoriale di Yakunosato dove lavoravo, coì come devo tanto alle visite e frequentazioni dei grandi laboratori artistici giapponesi come Shobu Gakuen e Yamanami Kobo. Da loro ho imparato l’importanza di inseguire un’idea, l’ostinazione su un determinato linguaggio espressivo che è squisitamente intimo, prettamente privato. L’accanirsi sull’espressione sotto forma di ripetizione gestuale, meccanica e sistematica di piccoli tocchi di stecche e mirette, il riproporre un motivo sino a sformarlo, a farlo diventare altro. Per queste persone quel che conta è unicamente la gioia insita nel processo creativo. Il fare è tutto. La vita che c’è dietro l’opera vale più dell’oggetto finale,a ribadire la lezione del monaco Hakuin secondo cui «quando la virtù splende, l’abilità non è importante». Il processo creativo, la fase operativa come cardine dell’arte a scapito del risultato è un concetto che ho poi ritrovato nelle Konfession di Paul Klee. Klee, artista per me imprescindibile, fondamentale per il Novecento intero e per chiunque si approcci all’arte, fu il primo a capire la potenza espressiva dei casi psichiatrici. Ricordo di aver letto che in gioventù pagava i custodi di alcuni manicomi svizzeri per osservare o spiare le cartelle dei lavori di quelli che venivano apostrofati come pazzi.
Abbiamo notato poi che un tratto caratteristico dei tuoi lavori è una certa imperfezione delle forme, delle linee alla quale l’occhio occidentale non è così aduso.
Le mie forme non hanno nulla a che vedere con tutta la tradizione simmetrica occidentale: la simmetria, per me, non è un valore. Ma lo è sicuramente per i maniaci del tornio, per coloro che ancora vedono la ceramica unicamente come una prova d’abilità tecnica… La simmetria è il simbolo del giogo umano sulla naturache viene idealizzata, perfezionata, rivisitata e dominata. Un approccio che dalla Venere di Willendorf all’incipriato Wilkemann, ha tiranneggiato sulle manifestazioni estetiche umane, almeno sino al secolo scorso. Roba puntigliosa, che oggi lascio volentieri ai geometri o agli integralisti della tecnica. Molto più interessanti sono le forme preistoriche, i disegni rupestri, Chauvet, Laxaux, Val Camonica… Per me quel che conta è osservare le forme che continuamente la natura offre; spunti e input asimmetrici irregolari: le colature della resina sugli alberi, le cortecce, le concrezioni marine, le pietre, le macchie sul vello dei cerbiatti, il caos di aculei di un riccio, le muffe… queste cose qui ecco! Di recente, mi sono recato in Gallura e ho assistito ai risultati d’intarsio sulle rocce granitiche dovuti all’azione incessante degli agenti atmosferici, le così dette “sculture alveolari”. È stata la mia personale Cappella Sistina [ride]. Altro non sono che numerosi buchi in delle pareti di roccia; cavità sferiche, ma pur sempre irregolari, svasate, meravigliosamente imperfette. Ecco gli elementi a cui presto la mia attenzione/devozione. Tutto un mondo di energie perché le forme sono energie… forze potenziali cui l’estetica Zen ha rivolto le sue attenzioni da millenni, molto prima che in Occidente ecco! In Giappone c’è tutto un gusto complesso e profondo affinato in secoli di raffinatezze pazzesche, si pensi al concetto dell’Iki, del Wabi-Sabi, dello Yūgen si approda in universi estetici davvero molto diversi dai nostri.
Come lavori? Dove avviene il tuo rituale creativo?
Lavoro in un tavolo sotto un albero. Il tornio è nello scantinato. Tutto molto monacale, tutto ridotto all’essenziale, al midollo. Potrei sbaraccare le mie cose in uno scatolone e spostarmi in altro luogo. Forse sono il primo ceramista nomade della storia [ride]. Un iter che fa parte di una certa visione di lavoro quasi ascetica, sicuramente meditativa, che poteva germinare unicamente in un contesto come quello giapponese.
Ho un Haniwa sacra presa da un rigattiere di Kamakura, una statuetta della tradizione Jomon giapponese, protettrice del fuoco e del forno che mi sorveglia durante la reclusione in laboratorio. Lavoro cercando l’incontro con l’imprevisto, mettendomi nelle condizioni di gestire il caso, l’incidente, l’inaspettato, la sorpresa… quindi Dio. Il brivido sta tutto qui. Ho pochi strumenti, pochissimi, fatti da me. Ad ogni strumento corrisponde un segno, un taglio d’argilla, un’impronta. Sono io il creatore della mia grammatica. I laboratori strapieni di strumenti e oggetti da lavoro fanno da rete, bloccano i pensieri, ostruiscono le intuizioni. Pochi strumenti ti permettono di concentrarti di più, di mettere a frutto l’immaginazione. È importante far fruttare al massimo poche cose selezionate; complicarsi la vita, crearsi degli handicap è decisivo. Troppo comfort e troppa scelta intorpidiscono il cervello.
Pezzi unici e solo alcune serie, perché questa scelta?
Sono a favore del pezzo unico. Non saprei ripetermi proprio perché in corso d’opera cerco la sorpresa, l’imprevisto che stravolge il progetto iniziale. È tutto un gestire gli incidenti, far fruttare quello che per i più è un problema, un danno, un errore… la vecchia storia del movimento contro la stasi, della fluidità contro la fissità. Non è una questione di fatalismo, ma un altro modo di intendere il mondo, un altro modo di avere a che fare con l’accadere delle cose, in cui non è più la volontà dell’artefice a dettare le regole ma una serie di circostanze e d’incidenze che bisogna imparare a cogliere e gestire. Per dar vita a un oggetto che sfugga alle codificazioni e sia in grado di aprirsi al nuovo, alla possibilità stessa di esistere nella sua diversità. Questo rende il tutto davvero elettrizzante. Roba da funamboli.
Forse leggo più poesia che cataloghi d’arte, questo mi aiuta a inserirmi nel cuore e nell’essenza delle forme, che conservano sempre una certa traccia d’immediatezza; sono il più possibile semplici, essenziali, con una armonia interna diversa per ogni pezzo. Ogni pezzo ha il suo armonico cosmo diverso dal precedente e dal successivo.
Mentre l’idea delle serie nasce dal fatto che ogni tanto mi areno in qualcosa: una lettura, un film, la vita di un personaggio… come il giorno in cui rimasi sconvolto da quell’enorme poesia cinematografica che è il film Blue di Derek Jarman il suo testamento prima di morire di AIDS.
Ciotolona delle serie Derek Jarman, terra bianca con ossidi vari, doppia cottura, 17,4×6,2 cm
Quando sentii il pezzo: pescatore di perle in mari azzurri. Acque profonde che lambiscono l’isola dei morti. In baie di corallo anfora trabocca oro sull’immobile fondo marino etc. (https://www.youtube.com/watch?v=d_owGuU-fgY) gli dedicai una serie che ebbe davvero tanto successo.
Come risponde il mercato italiano a queste tue opere?Inaspettatamente, ho trovato davvero tante persone interessate a queste forme, a questo concetto di fare ceramica lontano dall’idea classica che si ha del ceramista in bottega, con occhiali e grembiule alle prese con tazze e piattini. Per me la ceramica è uno strumento espressivo svincolato e libero, che tocca e dialoga con le discipline artistiche più disparate, dalla poesia al cinema, dalla scultura alla fotografia. La tradizione nostrana la rispetto, ne conosco storia iconografica, evoluzione stilistica, materiali, ma non m’interessa. Il mio occhio è rivolto a chi ha avuto la forza e il coraggio di porsi oltre per mettere in discussione la tradizione, ripensando il concetto stesso di fare ceramica. Se devo fare dei nomi penso a quelli degli innovatori giapponesi dei gruppi Sodeisha o Mingei, poi agli americani che ruotavano intorno alla figura di Peter Voulkos, sino alle delicatezze di un Bernard Leach. Per quanto riguarda l’Italia, ora mi vengono in mente solo i nomi di Tasca e Melotti. Il panorama attuale è pieno di sorprese, vedo tanti artisti interessantissimi, su tutti le elegantissime e bianchissime porcellane di Federica Macciotti.
小さい青花 Little Blu Flower, terra bianca e ossido di cobalto, doppia cottura, 12,3×6,7 cmTazza da té in terra rossa giapponese, cotta con il forno a legna di Yakushima, 15,2×8 cm circa.Total White n.3 terra bianca semi porcellana, crudo. 11,3×6,4 cm
La fotografia è un’arte; anzi è più che un’arte, è il fenomeno solare in cui l’artista collabora con il sole.
(A. de Lamartine)
L’ispirazione
Come spesso accade, soprattutto nelle serate estive, si esce a fare delle passeggiate e così è capitato a me girovagando per il quartiere Garbatella a Roma dove l’architettura cosi variegata e le luci dei lampioni che illuminavano in maniera fioca e soffusa gli androni dei palazzi rendevano l’atmosfera ancora più suggestiva.
La mia attenzione è stata catturata dal gioco di luce e ombra su un cortile e un portone di ingresso e mi sembrava di essere stata catapultata indietro nel tempo di 60 anni.
In quel momento non vi era nessun elemento intorno a me che poteva indicarmi se mi trovassi nel 2020 oppure in una Roma che io ho solo potuto vivere attraverso altre fotografie d’epoca, libri e film.
La luce
E qui mi ritrovo a riflettere sulla luce, un elemento fondamentale per un fotografo, direi uno dei suoi più grandi alleati, anche se a volte si può trasformare in un vero e proprio elemento invalidante tale da rovinare in modo irreparabile una foto. In fondo, come ci ricorda John Berger, «Ciò che rende la fotografia una strana invenzione è che le sue materie prime principali sono la luce e il tempo».
Nello scatto qui pubblicato la luce era calda e circoscritta, non diffusa, regalandomi già essa stessa una inquadratura che io dovevo solo procedere a ritagliare mentalmente, per accompagnare l’occhio dell’osservatore dove volevo che più si soffermasse.
La scelta del bianco e nero poi è stata, oserei dire, obbligata in quanto i colori in questa cornice avrebbero potuto distogliere lo sguardo.
La foto che ho scattato è stata difficile da realizzare poiché il contrasto tra la luce e il buio era davvero forte e nessuno dei due elementi doveva prevalere sull’altro, ma il mio intento era quello di farli cooperare per riprodurre la stessa suggestione che quella immagine mi aveva creato dal vivo.
Spesso nelle mie fotografie mi sono trovata a fare i conti con luci sbagliate o per lo meno che non rendevano l’effetto desiderato, tanto è vero, si può dire, che dai grandi fotografi ho cercato di carpire il segreto del loro saper piegare questo elemento, tanto basilare eppur in grado di rendere una semplice foto un vero capolavoro.
Bianco e nero
Sicuramente in molti scatti usare l’effetto del bianco e nero è un valido aiuto per affinare quei giochi di chiaroscuro che rendono una fotografia dinamica, preservandola dalla staticità perché, a mio avviso, spesso si rischia, per paura di esagerare, di appiattire e uniformare ciò che invece dovrebbe essere lasciato nella sua dimensione di puro movimento.
Mi è capitato di discutere anche animatamente con alcuni miei colleghi fotografi che criticavano l’uso smodato che spesso viene fatto nelle mostre fotografiche di scatti in bianco e nero, nel tentativo di catturare maggiormente l’attenzione dello spettatore per via di contrasti visibilmente più marcati.
Questo discorso non mi ha mai trovata molto d’accordo in quanto, nonostante sia innegabile il fascino di una foto in bianco e nero, io penso che la creazione di una emozione, suscitata da una fotografia, risieda non solo nell’occhio del destinatario, ma anche in quello del fotografo e nella sua capacità di barcamenarsi e districarsi tra apertura e chiusura del diaframma e tempi più o meno lunghi di esposizione* per riprodurre in modo fedele ed enfatizzato la realtà. «Una differenza molto importante tra il colore e la fotografia monocromatica è questa: in bianco e nero suggerisci; a colori affermi». (Paul Outerbrige)
[n.d.a.*esposizione= intensità luminosa per tempo, dipende dalla combinazione tra le impostazioni del diaframma , che regola l’intensità luminosa e il tempo di esposizione]
Durante il lockdown moltissime città si sono svuotate, Venezia non ha fatto eccezione. Ha ritrovato il silenzio ed è tornata ad essere dei “Venexiani”, di coloro che la amano e vorrebbero proteggerla dal turismo di massa, di tutti quelli che ancora si stupiscono quando la guardano. Una bellezza senza tempo. Una sfida costante alla natura. Ogni volta Venezia offre una nuova immagine di sé. Finora dovevo aspettare l’inverno per vagabondare per le calli e cogliere l’attimo con la mia calma scandinava. Il lockdown mi ha facilitato il lavoro e “ispirato” per così dire. Lo scatto giusto è arrivato come un’apparizione: Canal Grande abbandonato a mezzogiorno. Un miraggio? Un sogno? Perché Venezia è da sempre tutto questo.
“Ma quando siamo usciti, stanchi e intontiti, dalla stazione di Venezia e abbiamo visto il Canal Grande e i palazzi marmorei che sfioravano l’acqua melmosa, quel gioiello di cultura che si dondolava sui canali fetidi e muffosi, abbiamo improvvisamente compreso quanto forte e tenace è l’uomo e quanto meraviglioso è il suo spirito, e si è destato in noi un tale amore per l’umanità, l’umanità con le sue pene e le sue epidemie; e siamo penetrati ad occhi aperti dentro un sogno, perché Venezia è il sogno di ogni città…” (Abraham Yehoshua)
Eva Maria Ohtonen, fotografa finlandese, ha studiato fotografia in Germania, dove si è diplomata nel 1992.
Innamorata di Venezia e della sua bellezza, ha deciso di vivere e lavorare nella città lagunare: ha fondato lì, nel 1995, il suo studio fotografico STUD-IO IMMAGINO VENEZIA, trasformando Venezia nel suo studio a cielo aperto. Lavora con tutti i formati; ama la fotografia classica, analogica; predilige il Bianco e Nero. Si è dedicata soprattutto alla fotografia matrimoniale e alla ritrattistica, al fashion e still-life; ha collaborato con numerose riviste e gallerie d’arte.
Tutti i racconti belli uditi o letti –/una fonte infinita di bevanda immortale,/cola per noi dall’orlo del cielo.
John Keats – Endimione
È spento l’occhio di colui che non prova stupore e curiosità.
Albert Einstein
Ma prima di questi libri ne avevo letto un altro di cui subito avevo avuto voglia di scrivere, ma che ho tenuto finora in attesa, come succede coi libri in cui le cose interessanti sono tante, troppe per stare in un articolo.
Italo Calvino – Collezione di Sabbia
«C’è una persona che fa collezione di sabbia. Viaggia per il mondo, e quando arriva a una spiaggia marina, alle rive d’un fiume o d’un lago, a un deserto, a una landa, raccoglie una manciata d’arena e se la porta con sé. Al ritorno l’attendono allineati in lunghi scaffali centinaia di flaconi di vetro entro i quali la fine sabbia grigia del Balaton, quella bianchissima del Golfo del Siam, quella rossa che il corso del Gambia deposita giù per il Senegal, dispiegano la loro non vasta gamma di colori sfumati […] dal ghiaìno bianco e nero del Caspio che sembra ancora inzuppato d’acqua salata, ai minutissimi sassolini di Maratea, bianchi e neri anch’essi, alla sottile farina bianca punteggiata di chiocciole viola di Turtle Bay, vicino a Malindi nel Kenya».
Collezione di sabbia si apre così. Una raccolta di articoli scritti da Calvino nel corso di alcuni anni ed inviati da Parigi a dei giornali italiani: un’antologia di piccoli saggi che sembra una camera delle meraviglie, una sorta di wunderkammer, colma di particolarità e stranezze d’ogni sorta. È come entrare in una stanza nascosta, piena d’oggetti, barlumi, riflessi, tra cui il lettore si muove esplorando ritagli di realtà inconsuete. L’immagine di piccole bottigliette piene di sabbia nasce dalla visita a Parigi di un’esposizione dal tema “collezioni strane”: così prosegue la narrazione del volume, prendendo spunto da altre mostre visitate nella Ville Lumière, da libri, opere, luoghi. Calvino esplora, indaga, studia arrivando così a comporre la sua personale collezione e «come ogni collezione anche questa è un diario: diario di viaggi, certo, ma pure di sentimenti, di stati d’animo, di umori».
Nel racconto La biblioteca di Babele Borges scrive: «Quando venne proclamato che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima sensazione fu di stravagante felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto».
La percezione di avere tra le mani un tesoro è l’impressione che filtra da questo libro.
Nella quarta di copertina della prima edizione di Collezione di Sabbia (apparsa nella collana “Saggi Blu” di Garzanti, nel 1984), Calvino stesso tratteggia il contenuto di questa sua raccolta descrivendola come “un’esposizione insolita”, un piccolo universo di storie ricche di eccezionalità e raccontate “attraverso una sfilata di oggetti”: antichi mappamondi, libri, opere d’arte, insolite ed eccentriche collezioni. Questo nugolo di cose è ciò che permette di delineare le caratteristiche dello scrittore: «onnivora curiosità enciclopedica e discreta presa di distanza da ogni specialismo; rispetto del giornalismo come informazione impersonale e piacere d’affidare le proprie opinioni a osservazioni marginali o di nasconderle tra le righe; meticolosità ossessiva e contemplazione spassionata della verità del mondo».
Il forte desiderio di conoscere che qualifica Calvino, quel suo bisogno autentico di sapere, affiora tra i tanti aneddoti e richiami culturali che riempiono le pagine. Torna alla mente quel ritratto che Pasolini fa del volto dello scrittore nella postfazione realizzata per Le Città Invisibili, quel viso così furbo e fiero, caratterizzato da espressioni che lasciano intuire il pensiero di una mente attenta. Il pensiero di Calvino è dato da un vedere accorto, interessato ed infatti la pratica di vita e di lavoro per lui davvero rilevante, la più importante da trasmettere e da insegnare è: “un modo di guardare, di essere al mondo”. La sua scrittura nasce da una vocazione visiva e là tende, le sue opere sono gremite di immagini e di alcuni simboli in particolare, come il labirinto, lo specchio, gli alberi, la città, tutti temi ricorrenti, come regolarmente presenti sono dei dualismi, quelle coppie di realtà dialettiche che tornano di libro in libro: «in questo senso la ricerca di Calvino ha privilegiato i versanti dell’alterità, della realtà opposta, accettando in pieno il rischio del confronto. Natura e urbanesimo, istinto e razionalità; caos e geometria, ma soprattutto ordine e disordine […])».
Collezione di sabbia manifesta appieno questo approccio della scrittura nel catturare il mondo visibile: l’occhio si riafferma strumento principe d’indagine. Calvino stesso precisa sempre in apertura alla raccolta che il florilegio accoglie pagine di «cose viste o che, anche se nate da letture di libri, hanno come oggetto il visibile o l’atto stesso di vedere (compreso il vedere dell’immaginazione)».
Una riflessione su cosa sia la vista e cosa significhi guardare ci è affidata nelle ultime sezioni che riguardano il viaggio: completano il volume tre gruppi di racconti su Giappone, Messico, Iran, «dove dalle cose viste si aprono spiragli di altre civiltà».
La proprietà del linguaggio è il sale dei racconti, scriveva Miguel de Cervantes. Questa collezione calviniana è un esempio della perspicacia con cui l’autore sceglie le parole, del suo stile come sempre caratterizzato da una potente semplicità, brillante, ingegnosa, in cui descrizioni e pensieri si incastrano senza sbavature, con finissima intelligenza.
In un saggio critico, Le forme del tempo, Roberto Didier sviluppa una riflessione sull’universo delle forme dell’opera calviniana e ne descrive lo stile, riaffermando il carattere della “molteplicità” che contraddistingue la sua scrittura, non solo da un punto di vista estetico ma come modello d’osservazione. Il valore che emerge dallo sguardo è dato dalla complessità ed il tipo di ricerca conoscitiva messo in campo è un’indagine per livelli, pulviscolare, parcellizzata (tipica del Novecento). Nell’ambito di questo tipo di studio le dimensioni dello spazio e del tempo sono fondamentali: lo spazio ad esempio è il grande protagonista dei viaggi che Marco Polo racconta all’imperatore Kublai ne Le città invisibili; ma in particolare è il Tempo a regnare per tutto lo scorrere della narrativa calviniana «nella forma della storia come in quella […] delle cose desiderabili, che è poi dire lo stesso. Gli oggetti desiderabili segnano con precisione lo scorrere del tempo, gli attribuiscono una qualità formale che testimonia il suo scandire i periodi dell’esistenza umana […]».
Della rilevanza del valore di spazio e tempo si legge sempre alla fine de Le Città invisibili quando Marco Polo riassume con saggezza i due modi per non soffrire: accettare l’inferno, non quello di un aldilà, ma quello che viviamo qui e ora, che abitiamo tutti i giorni stando insieme; oppure decidere di adottare un altro modo che però esige attenzione e apprendimento continui: «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare, dargli spazio». Questi concetti, in particolare la durata, si presentano subito nel primo racconto della Collezione, nell’immagine iniziale della sabbia, simbolo dello scorrere del Tempo che ha preso forma nelle ampolle.
Calvino ordina e raccoglie gli articoli della Collezione in quattro sezioni: Esposizioni-Esplorazioni; Il raggio dello sguardo; Resoconti del fantastico; La forma del tempo.
Nella prima sezione, tra i vari resoconti delle esposizioni visitate a Parigi, sono presenti più riflessioni sull’oggetto/concetto di mappa. Com’era il nuovo mondo e Il viandante nella mappa nascono rispettivamente dalla visita di due mostre: L’America vista dall’Europa e Carte e figure della terra. Nel primo brano lo scrittore riesplora il Nuovo Mondo e l’idea che gli europei si fecero di quei luoghi esotici all’epoca delle grandi scoperte geografiche. Grazie a testimonianze di vario genere, quadri, stampe e alle opere dei grandi cartografi Calvino ripercorre la storia della rappresentazione dei viaggi e delle scoperte a partire da Colombo, epoca in cui ancora miti e immagini fantastiche avevano la meglio su resoconti veritieri. A partire dal secolo successivo i nuovi territori prendono forma e anche le immagini delle popolazioni si fanno via via più reali. Tra racconti di spedizioni, esploratori, carte e mappamondi, Calvino medita sul senso di indefinito, sulle reazioni di turbamento e stupore che derivano dall’incontro con qualcosa che non rientra nelle nostre aspettative.
La necessità di disegnare mappe viene dunque dal viaggio. Questo bisogno di rappresentare il mondo nasce sì da un’occorrenza pratica ma è anche accompagnato da un’istanza estetica: c’è uno spazio di confine in cui cartografia e pittura paesaggistica s’incontrano, come in un prezioso rotolo giapponese del Settecento (19 m) in cui è rappresentato il percorso da Tokyo a Kyoto, un paesaggio accuratamente disegnato, lungo cui si muove il viandante tra sentieri, villaggi e boschetti.
All’origine della cartografia si pone poi un altro tipo di urgenza/opportunità: comprendere in un’immagine le dimensioni dello spazio e del tempo. «La carta geografica, insomma, anche se statica, presuppone un’idea narrativa, è concepita in funzione d’un itinerario, è un’Odissea».
In questa prima parte della raccolta Calvino include anche diverse riflessioni sulla scrittura.
Ditelo con i nodi è un articolo breve che ha in sé l’incanto di una fiaba. Lo scrittore visita una mostra Nodi e legature, presso la Fondazione Nazionale d’Arti Grafiche e Plastiche, un’esposizione che esorta a pensare il linguaggio dei nodi come una primordiale forma di scrittura. Calvino riporta il pensiero di Agamben nel sostenere che questa forma di espressione antichissima riesce a mantenere il contatto con l’origine mitica della parola.
Le cordicelle dei Maori, i fili di cotone del Perù (i quipu degli Incas), gli dei Annodatori dello Shintoismo giapponese (quelli che legano il cielo alla terra, lo spirito alla materia, la vita al corpo) sono tutti esempi di come «l’arte di fare nodi, culmine insieme dell’astrazione mentale e della manualità, potrebbe esser vista come la caratteristica umana per eccellenza, quanto e forse ancor più del linguaggio…».
Nella seconda sezione della Collezione Calvino prosegue la sua riflessione sulla scrittura, ma si aprono anche indagini più profonde sulla natura degli oggetti.
Ne La redenzione degli oggetti, piccolo saggio dedicato alla figura di Mario Praz, alla sua Antologia Personale (Voce dietro la scena, Adelphi) e alla sua casa (diventata il Museo delle collezioni di mobilio, quadri, cere e opere varie raccolte in una vita), Calvino ha l’occasione di esprimere il proprio punto di vista sull’esistenza delle cose legata a quella dell’uomo: «L’umano è la traccia che l’uomo lascia nelle cose, è l’opera, sia essa capolavoro illustre o prodotto anonimo d’un epoca. È la disseminazione continua d’opere, oggetti e segni che fa la civiltà, l’habitat della nostra specie, sua seconda natura. Se questa sfera di segni […] viene negata, l’uomo non sopravvive. E ancora: ogni uomo è un uomo-più-cose, è un uomo in quanto si riconosce in un numero di cose, riconosce l’umano investito in cose, il se stesso che ha preso forma di cose».
Il collezionismo si rivela così come una possibilità di ricreare un’unità, per esorcizzare il senso di dispersione e perdita, dando rilevanza al particolare, alla dimensione del privato.
La terza sezione dell’opera traccia un percorso di viaggio nel fantastico.
Si apre con Le avventure di tre orologiai e di tre automi, la storia dei Jaquet-Droz, famiglia di grandi artisti e scienziati dell’orologeria settecentesca. Ammaliante è il racconto delle meraviglie meccaniche ideate e realizzate in particolare da Pierre Jaquet-Droz: non solo fine artigiano ma anche vero e proprio inventore, concepisce e costruisce (insieme al figlio e a J.F. Leschot) quelli che possono essere considerati tra i primi automi della storia: “lo scrivano”, “il disegnatore” e “la musicista”. La vita rocambolesca dei tre androidi influenza quella dei suoi artefici che li rendono famosi in tournée, mostrandoli in giro per l’Europa. Nel corso del XVIII secolo cresce e si espande l’azienda, viene aperta una sede a Londra, e iniziano le esportazioni in Oriente delle opere, carillons, uccelli canori, orologi preziosissimi, tutt’oggi tra gli esempi più alti di questa raffinatissima arte (per un approfondimento si rimanda anche al sito Jaquet-Droz).
I capitoli successivi raccolgono una miriade di spunti immaginifici. La geografia delle fate e L’arcipelago dei luoghi immaginari, non solo portano il lettore in un mondo di sogno e in un altrove magico ma, come già in tutto il libro, offrono suggerimenti di lettura e (s)punti da cui partire per acquisire nuove conoscenze.
Nel primo di questi passi è citato uno dei romanzi forse meno conosciuti di Jules Verne, Le Indie Nere, ambientato in Scozia, nella contea di Stirling, dove le vicende di una famiglia di minatori si combinano con la scoperta di una dimensione fantastica.
L’arcipelago dei luoghi immaginari invece è una sorta di enciclopedia in cui sono elencati e illustrati i luoghi irreali e fantasiosi di tante narrazioni e libri: The Dictionary of Imaginary Places di Alberto Manguel e Gianni Guadalupi.
Un altro atlante immaginario è quello che si scopre nell’articolo successivo, I francobolli degli stati d’animo. The World of Donald Evans, commentato da Willy Eisenhart, è un libro in cui sono raccolte 85 tavole di francobolli realizzati da Evans, tutti inventati e frutto dell’immaginazione di quello che potremmo definire più che un appassionato, un artista.
Non si tratta solo di un esempio di filatelia ma di un tipo di collezionismo che dà vita a un altrove fatto di piccole cose uniche, ad un personale mondo di legami con paesi vissuti e sognati, ad una geografia di stati d’animo e nostalgie.
L’ultima sezione della raccolta calviniana, come già detto in apertura, porta il lettore in paesi lontani.
La prima parte è dedicata al Giappone e qui il fil rouge del discorso sulla visione si ripresenta in termini di esperienza e comportamento dello sguardo. Proustianamente si può dire che il vero viaggio verso la scoperta è quello che ti consente di avere nuovi occhi. Calvino infatti spiega che muoversi in un nuovo Paese comporta il conferire un valore proprio a quello che si vede: «quando tutto avrà trovato un ordine e un posto nella mia mente, comincerò a non trovare più nulla degno di nota, a “non vedere” più quello che vedo. Perché vedere vuol dire percepire delle differenze, e appena le differenze si uniformano nel prevedibile quotidiano lo sguardo scorre su una superficie liscia e senza appigli.
Viaggiare non serve molto a capire […] ma serve a riattivare un momento l’uso degli occhi, la lettura visiva del mondo».
Il racconto sul Sol levante prosegue con delle preziose riflessioni sui colori della natura e sull’importanza e la bellezza dei giardini giapponesi. Qui tutto è frutto di un ordine e di un percorso di senso, come il Tempio di Legno è un simbolo del Tempo: la struttura in legno può condurre nella dimensione della continuità e dell’infinito proprio per mezzo del suo contrario, «il tempo frammentato di ciò che si avvicenda, si dissemina, germoglia, si dissecca […]».
(Cicerone scriveva che un uomo possiede tutto ciò che conta quando ha a disposizione una biblioteca ed un giardino).
L’ultima immagine della Collezione è quella fiabesca ed esotica che viene agli occhi del lettore dall’Iran: i tappeti intessuti dai nomadi, «oggetti variegati e leggeri che si stendono sul nudo suolo dovunque ci si ferma a passare la notte e si arrotolano al mattino per portarli via con sé insieme a tutti i propri averi sulla gobba dei cammelli».
Portare via con sé quello che conta e ripartire.
Calvino stesso scrive che di una città non si apprezzano tanto le sue meraviglie ma le risposte che quella città offre. Questo libro si pone su un versante diametralmente diverso: da questa collezione si portano via miriadi di meraviglie e domande. Chiusa la stanza delle meraviglie c’è il mondo.
BIBLIOGRAFIA
I. CALVINO, Le città invisibili, Mondadori, Milano, 2019. I. CALVINO, Collezione di sabbia, Mondadori, Milano, 2017. P. CIAMPI, Il sogno delle mappe, Ediciclo Editore, Portogruaro (Venezia), 2018. R. DEIDIER, Le forme del tempo. Miti, fiabe, immagini in Italo Calvino, Sellerio Editore, Palermo, 2004.
Fotografie,
manifesti, filmati, e immagini in genere, sono stati sempre un mezzo per
veicolare messaggi e suscitare emozioni, negative o positive che fossero.
Tanto
più ciò è accaduto con la guerra, con quelle foto e reportage che hanno dato
vita, in un certo senso, a un genere preciso: la fotografia di guerra per
l’appunto.
Quest’ultima,
categoria estremamente vasta e difficile da definire, ha però alcuni elementi
che la contraddistinguono e altrettanti parametri che la costituiscono.
Il
primo, tra tutti, è la corrispondenza della foto di guerra al parametro della
veridicità. Esso diviene il carattere forte, preponderante, tanto da eclissare
anche il parametro artistico, perché in questo caso la foto, prima di essere
bella, deve mostrare la verità. Eppure non è stato sempre così, perché
all’inizio le foto diffuse non avevano tanto lo scopo di informare quanto
quello di manipolare l’opinione pubblica. Come non pensare a Roger Fenton e al
suo reportage del 1855 sul fronte di Crimea le cui immagini volontariamente non
mostravano gli aspetti più cruenti, rendendo così accettabile da parte
dell’opinione pubblica inglese la spedizione stessa. O ancora allo scoppio della
Prima guerra mondiale, in cui i racconti e i resoconti di vittorie e sconfitte
erano corredati da immagini eloquenti, spesso strumentalizzate dalla propaganda
politica per infervorare e rinfrancare gli animi dei civili provati dagli
effetti del conflitto oppure per suscitarne sdegno e indignazione e
giustificare, in qualche maniera, gli orrori e le atrocità commessi.
Alcune di queste fotografie hanno fatto la storia, una tra tutte quella drammaticamente dirompente e universalmente nota, scattata nel 1936 a Cordova da Robert Capa, che ritrae un miliziano dell’esercito repubblicano spagnolo mentre viene colpito, presumibilmente a morte, da un colpo di arma da fuoco nemico.
Capa
può essere definito il primo fotografo di guerra così come lo intendiamo noi
oggi, non solo perché con lui l’immagine di guerra assume quel carattere di
veridicità di cui parlavamo, ma anche perché si definisce la figura stessa del
fotoreporter. All’inizio infatti il compito di scattare tali fotografie era
assegnato e lasciato alla inclinazione personale di un soldato piuttosto che di
un civile e non si era ancora delineato un ruolo che, in tempi decisamente più
moderni, si è praticamente istituzionalizzato.
Un
reportage di guerra quindi deve far entrare con violenza in una certa logica,
in situazioni che perlopiù ci sono ignote o che comunque non si conoscono per
la loro effettiva portata. Informare, fare cronaca e, in un certo senso,
risvegliare l’opinione pubblica o il senso di umanità di un individuo passa
anche attraverso la crudezza, l’orrore e la sottrazione di filtri.
Come
non ricordare la foto che fece epoca della bambina vietnamita, subito dopo
l’attacco americano con il Napalm. La piccola è completamente nuda, scappa e
piange, con il corpo ricoperto da estese ustioni. La violenza espressiva
dell’immagine riesce a descrivere, senza bisogno di ulteriori didascalie, le
drammatiche ripercussioni sui civili.
La
foto di guerra perciò, e qui veniamo a un suo ulteriore requisito, deve
riportare a un tutto generale. Deve, da un particolare, allargare la nostra
prospettiva oltre quell’immagine stessa.
La capacità di ricreare questa suggestione è lasciata all’istantanea. Non possono esistere foto costruite, elaborazioni o modifiche sostanziali, perché la foto effettivamente di guerra è lì, esito dell’unione tra il caso fortuito, il pericolo di chi si spinge tanto vicino all’azione da descrivere e l’occhio dell’artista. Perché se è vero che il criterio dell’artisticità è in ombra e la ricerca sulla foto è fatta in studio solo in un momento successivo, esiste una oggettiva capacità del singolo fotografo di cogliere quell’attimo, quell’inquadratura, quel simbolo che rimanda ad altro. Anche oggi, dove la tecnologia ha permesso a chiunque di riuscire a scattare buone foto, esiste una differenza tra chi propone pura cronaca, pedissequa trasposizione di un avvenimento, e chi invece è capace di mostrarci un mondo. Potranno esserci milioni di foto che riprendono un bombardamento, ma nulla potrà farci immergere in quella realtà come la foto di un interno di una casa distrutta in cui compare un tavolo ancora apparecchiato.
Da un punto di vista tecnico l’attrezzatura è ridotta al minimo. Robert Capa portò alla ribalta la Leica, la 35 mm. del 1913, (anche se già nel 1888 la Kodak aveva iniziato a produrre macchine più piccole), la macchina fotografica snella, semplice, leggera. Tutto deve essere maneggevole, gli obiettivi sono pochi, mostrando ancor più l’abilità del fotografo. Quando nel 1863 Timothy O’Sullivan si reca sul campo di battaglia ha pochissimi mezzi a sua disposizione, molti inadatti e lenti per un uso come quello, eppure la sua capacità, il suo occhio attento ci ha regalato un pezzo di storia. Le immagini dei corpi senza vita dei soldati sono l’esempio perfetto di quel grido di umanità che la guerra lancia.
Potrei
citare come minimo altre due dozzine di foto sconvolgenti per la loro crudezza
oppure per l’immediatezza con cui hanno immortalato un sentimento, un singolo
istante significativo oppure una condizione generalizzata.
La
maggior parte di esse sono immagini che vengono prodotte casualmente, senza un
progetto di inquadratura, proprio perché scattate in situazioni di estremo
pericolo, concitazione oppure perché fatte di nascosto.
Storiche le foto pubblicate da Life sullo sbarco in Normandia del 1944 di Capa, che, per motivi tecnici e per la mano tremante del fotoreporter stesso, pur essendo definite “leggermente fuori fuoco”, rappresentarono alcune tra le immagini più iconiche della guerra in generale. (R. Capa, Slightly out of focus, 1947).
Cosa
differenzia allora una foto comune da una foto di guerra, un profano da un
professionista? Forse la motivazione. Esiste una volontà ferma, un credo nel
voler conoscere una realtà, nel volerne mostrare la conseguenza di un atto
tanto orribile. E quindi è lì, dove tutto ha inizio, dove la vita è deflagrata
che troveremo il fotografo di guerra. Colui che con il suo occhio allenato al
bello, all’inquadratura scenica, sarà disposto a lasciare indietro tutto pur di
mostrarci quell’attimo irripetibile. Ma il momento cruento, il momento
simbolico non può essere raggiunto senza rischio. Alcuni sono morti per
scattare quelle foto e ci si chiede se la vita non sia un prezzo troppo alto da
pagare. Esistono giornalisti e fotografi che volontariamente e scientemente decidono
di recarsi, anche con mezzi fortunosi, in quelle zone dove il conflitto è più
aspro e sanguinoso oppure in aree dove la guerra e gli scontri tra etnie
opposte ha lasciato desolazione, distruzione e morte o che ancora scelgono di
seguire e documentare il viaggio di centinaia di esuli che, a causa proprio
della guerra, lasciano tutto per cercare
rifugio e protezione.
Sarebbe
facile dire che si compiono certe scelte per un ritorno economico o per sete di
riconoscimenti e fama. Ciò che forse viene sottinteso, o dato per scontato, è il
coraggio nel mettere a repentaglio la propria incolumità, la fiducia
incrollabile nelle proprie possibilità e la convinzione della necessità di
dover mostrare e documentare la verità, o quella che si ritiene tale.
Per
alcuni fotografi il loro lavoro diviene una missione di coscienza, un dovere
civico di far comprendere ciò che realmente sta accadendo e che invece spesso i
poteri forti non vogliono mostrare. Nonostante l’ammirazione per chi sceglie
questa tortuosa via, per chi cioè credeva e crede profondamente nella necessità
di documentare e denunciare proprio e soprattutto le situazioni più estreme,
rimane sempre il dubbio che mettere a repentaglio la propria stessa vita sia un
sacrificio troppo grande da sostenere.
Scesi di nascosto, rotolai per la scala vietata. Caddi. Quando aprii gli occhi, vidi l’Aleph. “L’Aleph”, ripetei. Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli. Jorge Luis Borges
Le storie che mi hanno cresciuta, quelle che davvero mi
hanno formata in senso più profondo, sono quasi tutti racconti di viaggio.
Avvertendo da sempre quella tensione melvilliana per le
cose lontane, ho prediletto itinerari immaginifici, riconoscendo una possibile
via di ricerca in quella dimensione che separa, legandoli, il qui e l’altrove.
Così i mari proibiti e le coste barbare di Melville sono stati per me i romanzi
d’avventura, i miti e le fiabe, gli atlanti celesti, il telescopio, vero grande
tesoro delle notti, e di certo anche gli studi storico-artistici e letterari
che mi hanno strutturata, perché Matisse coglie una sostanza nel definire
l’artista un esploratore – Emerson descrive così lo scrittore –.
Tutto questo è stato anche una guida.
«Ho ritrovato l’isola Raiatea remando a tutto spiano! Verso Ta’uraua hau papa, la più brillante di tutte! Ed ecco Matari’i, le Pleiadi dai piccoli occhi, il punto di riferimento di noi Maohi che mi riporta a casa».
Come le stelle per chi naviga.
La rubrica “Esplorazioni” si fonda su queste necessità del
ri-cercare, approdare e ripartire.
I Viaggi possibili sono tanti e le circostanze indicano,
così, il bisogno di definire e segnare delle tappe. Spazi-tempi in cui sostare,
per poi incamminarsi ancora. Anche lungo e oltre linee di confine,
oltrepassando soglie e ponti, tracciando direzioni. È possibile così spostarsi
di frontiera in frontiera, operando sconfinamenti, altresì disciplinari, come
quelli tra Filosofia e Scienza, o tra queste e l’Arte.
Le riflessioni si accosteranno a dimensioni concettuali,
nel tentativo di creare una mappatura attraverso parole-chiave come Viaggio,
Avventura, Scoperta, Sorte, Distanza, Durata, Istante, Kairòs, Meraviglia, quello stupore, fondamento
stesso della filosofia: «È proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di
meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo» (Platone,Teeteto); «Infatti
gli uomini hanno iniziato a filosofare, ora come in origine, a causa della
meraviglia» (Aristotele, Metafisica).
Si procederà, inoltre, anche tra dualismi fondamentali
quali finito/infinito,
limitato/illimitato, estensione/divisione, vicino/lontano, noto/ignoto. Nella
sua Filosofia del viaggio Onfray
narra delle due figure, il contadino e il pastore, simboli di un diverso modo
di stare al mondo: il vivere sedentario e vagabondo.
A questi passaggi si aggiungeranno poi quelli segnati dalle immagini, come varchi d’accesso a un sapere che, metaforicamente viaggio, non concepisce solo un oggetto da raggiungere, una meta, ma è fatto delle vie intraprese per conseguirlo. «La via immaginale alla conoscenza non sfocia in un sapere che avremmo potuto conquistare per altre vie, aniconiche, ma costituisce una verità che viene all’essere solo e per la prima volta in quel percorso, in quanto immagine». (Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo)
Nell’ambito di un settore di ricerca detto visual culture, lo studioso americano James
Elkins, in una riflessione tratta da una vasta ricognizione sul mondo delle
immagini (The Domain of Images),
decide di prendere in esame un certo campo di oggetti, che potremmo definire
“non artistici”. Siamo abituati a parlare d’arte, a pensarla, sulla base di
certe visioni (occidentali) estetiche, simboliche, tecniche – Gombrich
ricorderebbe che non esiste un’Arte con la A maiuscola, una parola che assume
significati molto diversi in base a tempo e luogo –. Esistono invero mondi di eterogenee
rappresentazioni: tavole e fotografie astronomiche, carte geografiche, schemi
grafici e diagrammi, immagini scientifiche di diversa natura. Non si tratta
solo di materiale informativo o di supporto a discipline di vario tipo, ma di
oggetti estetici che generano senso e conoscenza. Hanno una dimensione
complessa, fatta di segni e simboli, densa di componenti difficilmente
decifrabili, ma anche per questo misteriose. Una mappa, reale o fantasiosa che
sia, esercita fascino in tal senso. Così asserisce Stevenson per descriverne la
misura d’incanto: «Mi dicono che ci siano persone a cui non interessano le mappe,
ma trovo difficile crederlo».
Il corpo fa quindi provvista d’immagini che compongono
un’iconografia personale, e si muove al richiamo di luoghi che attraggono la
nostra indole e rimandano a tutto ciò che ci
ha influenzati e colpiti sensorialmente dalla nascita. (Onfray)
Così Kipling nei suoi viaggi fa esperienza di vite e
luoghi, accumulando ricchezze d’immagini ed odori. Il mare che desta i sensi,
la vista dei blu oceanici, i canti dei marinai, i profumi inattesi che
d’improvviso ricordano e riportano a casa, quel sentore di ginestra o quel «buon
odore nell’aria – un odore di fumo ed ortiche schiacciate – che fa venire un
groppo in gola all’uomo che raramente torna al suo paese…».
In molti dei suoi racconti rievoca particolari e sfumature
di regioni del mondo sognate e vissute: l’atmosfera leggera sulla prateria
americana; i venti pieni di sale che portano flutti ed acque lontane ad un
inglese sul London Bridge; o l’aria
d’Oriente, intrisa di profumi edenici ed odori aggressivi, gelsomino, terra, polvere,
cibi cotti, bestiame… tutto si mischia e diventa memoria.
Memoria che riporta a un tempo.
Il Tempo – la percezione di questa dimensione, il
trascorrere degli eventi, e cosa questo significhi per la fisica moderna –, sarà
un’ulteriore e fondamentale regione da esplorare.
Dei piani della temporalità
scrive Jankélévitch in L’avventura, la
noia, la serietà.
Delle tre dimensioni che
prende in esame, quella dell’Avventura è trattata come un’esperienza dal carattere
improvviso, indeterminato in quanto enigmatico
ambito dei possibili, e anche ambigua, poiché la sua trama, non potendo
sapere l’uomo cosa accadrà, si compone d’incerto: «Ma quale sarà questo futuro? Qualis? Di che genere? Sarà giorno di
festa o giorno di lutto?». L’avventura si pone così sul piano di una
temporalità futura, ma non lontana, bensì prossima.
L’affiorare dell’avvenire.
Esplorare è, così, un essere nel mondo, dell’uomo che
indaga l’universo, anche varcando spazialmente il perimetro dell’ecumene per arrivare dove prima era stato affermato un
termine.
Oggi questo sconfinare si
compie a distanze un tempo inimmaginabili. Astronauti e satelliti lontani ci
mostrano il nostro pianeta e il cosmo, riportando, qui e ora, presenze remote.
Ma che ci si muova da
abissi a vette, tra cose nascoste e terrifiche, isole,
città scomparse e invisibili, dentro labirinti, nel silenzio di deserti, tra
più livelli di vita, Esplorazioni vorrà
essere molte vie lungo cui camminare.
Come
scrive John Muir: «Uscii per una passeggiata e decisi di rimanere fuori fino al
tramonto, perché mi resi conto che uscire, in definitiva, era come entrare».
Bibliografia di riferimento
H. BELTING, Antropologia delle immagini, Carocci, Roma 2013. H. BERGSON, a cura di F. Polidori, L’evoluzione creatrice, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002. H. BERGSON, a cura di Adriano Pessina, Materia e memoria, Laterza, Bari 2009. J.L. BORGES, L’Aleph, Adelphi, Milano 1998. G. DELEUZE, Immagine-Movimento. Cinema 1, Einaudi, Torino 2016. G. DELEUZE Immagine-Tempo. Cinema 2, Einaudi, Torino 2017. J. ELKINS, The Domain of Images, Cornell University Press, Ithaca NY 2011. P. FISHMANN, Racconti dei saggi che leggono le stelle, L’Ippocampo, Milano 2011. V. JANKÉLÉVITCH, L’avventura, la noia, la serietà, Einaudi, Torino 2018. H.L. JONES (a cura di), Le terre immaginate. Un atlante dei viaggi letterari, Salani, Milano 2019. R. KIPLING, GRAZIELLA MARTINA (a cura di), I profumi dei viaggi, Ibis, Pavia 2000. M. ONFRAY, Filosofa del viaggio, Ponte alle Grazie, Milano 2016. A. PINOTTI, A. SOMAINI (a cura di), Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009. E. VITTORINI, Americana, Bompiani, Milano 2008.
Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia. Helmut Newton
Quando ho iniziato a scrivere
questo articolo per presentare la rubrica fissa che ho il piacere di curare con
cadenza mensile all’interno della categoria INEDITI
della rivista FIORI VIVI, ho deciso
di inserire una citazione che racchiudesse l’universo fotografia e nessuno, a mio avviso, meglio di Helmut Newton poteva
farlo in modo tanto magistrale.
Ho pensato inoltre che ognuno
di voi, almeno una volta nella vita, ha provato l’emozione di guardare il mondo
attraverso un mirino fotografico e quindi potete comprendere lo stupore e le
variegate sensazioni che si provano non solo nello scattare, ma anche nel
condividere il proprio lavoro, la propria prospettiva.
Una foto, a volte, è la parte di un tutto più generale e vasto che noi conosciamo o intuiamo, altre invece rappresenta un mondo a sé stante, un universo finito bastevole a se stesso, in altri casi ancora è un riflettore puntato, come a teatro, su un unico soggetto che fa scomparire nel buio ogni cosa che lo circonda.
Il fotografo in qualche
maniera influenza il nostro sguardo, suggerendoci dove e cosa guardare, ma di
fronte alla stessa inquadratura i sentimenti differiscono in modo sostanziale
ed è questo che mi ha sempre affascinata delle produzioni fotografiche in
primis, ma più in generale delle arti figurative nella loro totalità.
Secondo le convenzioni, la
fotografia nasce in Francia nel 1839, quando viene annunciata l’invenzione di
Louis Mandè Daguerre, il dagherrotipo,
anche se William Henry Fox Talbot ha contribuito, sempre nello stesso anno, con
i suoi studi, a rendere la fotografia più facilmente riproducibile.
In tempi decisamente più
recenti abbiamo assistito ad una rivoluzione, oserei definire sociale, con
l’introduzione, nel mondo fotografico, del digitale che ha non solo contribuito
a semplificare, almeno per quanto riguarda il campo amatoriale, l’accostarsi ad
una macchina fotografica, ma soprattutto ha implementato, in modo esponenziale,
la condivisione e lo scambio di foto, a mio avviso però, a discapito molte
volte della qualità artistica.
Ma è indubbio che la
rivoluzione consistente nell’aver reso più facile, immediato ed economico
possedere ed usare una macchina fotografica, abbia sdoganato questa forma
artistica da ogni chiusura elitaria, rendendola un fenomeno di massa, una forma
di comunicazione globale, istantanea, di elementare fruizione e diffusione
cambiando per sempre il “sentire comune” riguardo alla fotografia.
Nonostante questa
globalizzazione e massificazione, ho avuto il privilegio di poter ammirare
alcuni capolavori che mi hanno lasciata senza fiato avvalorando, ancor di più,
in me la convinzione che spesso una fotografia non è solo una semplice
istantanea, una composizione elaborata o meno, ma è una vera e propria opera
d’arte, come un quadro o una scultura e come tale va approcciata.
La rubrica che terrò in
questa rivista digitale alternerà, oltre naturalmente a delle mie foto, lavori
di fotografi, più o meno noti, e coglierò l’occasione per esporre le mie
riflessioni su alcuni temi inerenti le arti visive, nonché suggerirvi o parlarvi
di appuntamenti, a mio parere imperdibili, per professionisti del campo, amanti
dell’arte o anche solo per curiosi ed appassionati.
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