Responsabilità. Festival Treccani della lingua italiana

Con interventi di Raffaella Scarpa, Carmen Lasorella, Lorenzo D’Avack

Il 24 e 25 maggio piazza Sauli, in zona Garbatella a Roma, ha ospitato la VIII edizione del Festival Treccani della lingua italiana, ideato appunto dalla Fondazione Treccani Cultura, con la collaborazione dell’Università di Roma Tre e l’VIII Municipio di Roma. Un appuntamento, ormai annuale, pensato per promuovere la riflessione di ognuno di noi su tematiche centrali per la vita e l’impegno politico-sociale.

La parola attorno a cui si è costruito il dialogo quest’anno è responsabilità.

Responsabilità (ant. risponsabilità) s. f. [der. di responsabile, sull’esempio del fr. responsabilité, che a sua volta è dall’ingl. responsibility]. – 1. a. Il fatto, la condizione e la situazione di essere responsabile. 2. La dote e la caratteristica di essere responsabile, di comportarsi responsabilmente.

In generale la responsabilità potrebbe essere definita come la capacità di dare una risposta o di essere chiamato in causa per le proprie azioni e le conseguenze che ne derivano. Per tale motivo questo concetto diviene centrale non solo verso se stessi ma verso la comunità. La nostra condizione di individui, in un sistema globalmente interconnesso, richiede una riflessione profonda sulle azioni e sulle conseguenze che esse apportano nelle relazioni. I grandi mutamenti contemporanei e la situazione di conflitto che il nostro mondo sta vivendo richiamano a una riflessione ulteriore non solo sulle cause ma anche sulle responsabilità che ognuno di noi ha e potrebbe avere. Per parlare di responsabilità inoltre risulta necessario comprenderne la ricchissima portata semantica, che spazia dalla dimensione morale e filosofica, fino a quella prettamente giuridica e sociale.

Gli interventi che si sono susseguiti in queste due giornate hanno indagato il tema sotto differenti profili (storico, artistico, letterario, linguistico), dimostrando però tutti un dato comune: la necessità di un richiamo alla nostra azione responsabile, come forma di spinta etica, di dovere civico e perciò politico. 

Proponiamo qui di seguito alcuni passaggi di tre interventi molto differenti tra loro, capaci di mostrare la varietà e complessità che il tema della responsabilità gioca nel nostro quotidiano.

Riflessioni su una lingua etica per la contemporaneità

Raffaella Scarpa

«La questione cruciale della contemporaneità è il rapporto tra responsabilità e linguaggio che si risolve in una questione preliminare, ovvero quanta coscienza abbiamo della lingua che parliamo o scriviamo e dei suoi effetti su di noi, sugli altri e sul mondo?»

Per la Prof.ssa Scarpa quindi il linguaggio quotidiano, ha un potere non solo nella comunicazione consuetudinaria, ma estende la propria portata nel mondo etico e morale. Centrale risulta perciò la coscienza linguistica, ovvero la consapevolezza circa la lingua che parliamo e scriviamo.

«Quando parliamo di lingua italiana […] sentiamo ripetere alcune questioni: da una parte il collasso delle competenze linguistiche. La lamentatio che non passi un bel momento, che le generazioni giovani hanno una struttura lessicale e della lingua sempre più povero, che l’uso della lingua è progressivamente impoverito e depauperato. Un altro tema è la demonizzazione dei forestierismi, in particolar modo dell’inglese. La nostra lingua compromessa da un uso esorbitante di terminologia straniera. Un altro elemento che torna nel dibattito pubblico […] è l’effetto delle lingue mediatiche sull’italiano parlato così come l’intelligenza artificiale, poi le questioni del genere, e il rispetto dell’appartenenza agli orientamenti sessuali. […] Approccio di stati d’allarme, denunce e proclami, con un minor impegno nella ricostruzione delle motivazioni, come se alla lingua si dessero delle indicazioni, non delle terapie. […] A tutti questi temi, importanti, non si affianca però quello che per me invece è il tema dei temi, ovvero la coscienza linguistica, ovvero l’annientamento, il crollo della percezione dell’oggetto lingua nelle nostre mani, attraverso un suo disconoscimento radicale. […] Con molta disinvoltura usiamo la lingua italiana nella comunicazione quotidiana, senza aver contezza di che strumento di straordinaria potenza abbiamo nelle nostre mani. Potenza che si può volgere in senso positivo e in senso negativo, uno strumento neutro che per essere usato con perizia occorre conoscere.

Quali sono gli elementi che hanno portato a questa neutralizzazione della coscienza di cosa sia la lingua nelle nostre mani. Per ora siamo ancora immersi nella cosiddetta società della comunicazione, passa il concetto che la lingua serva per comunicare. Riverbero dell’idea […] fortemente normativa della lingua (come Il torto è il diritto del non si può come diceva Daniello Bartoli). Dall’altro il fatto che la lingua sia un mezzo per trasmettere informazioni ci fa percepire la lingua come uno strumento neutro […] Nessuno ci racconta e istituisce nell’immaginario collettivo l’idea di lingua come strumento d’azione, cosa che invece è. Serve per cambiare la realtà, per far accadere cose nel mondo, […] generiamo cose, ovvero civiltà, effetti sulla realtà. La lingua è quindi una testimonianza di qualcosa, del soggetto che parla o che scrive, la natura delle cose del mondo, la storia. Fortini infatti diceva sempre che un uomo libero si riconosce da come chiede un bicchiere d’acqua a un cameriere. (Il modo in cui ci rivolgiamo a un’altra soggettività, lì dove l’altro non è sulla stessa linea ma sottoposto a noi, […]lì attraverso la lingua dimostriamo la nostra dimensione morale.) Fortini, come anche Pasolini, ma lui in maniera decisamente più militante, sottolineava che non ci vuole molto a capire di che pasta etica è fatta una persona, basta andare a un bar e osservare come si comporta chi pensa di avere a che fare con un suo sottoposto. Rispetto all’alterità attraverso toni, ritmo, volume, intonazione, scelta del lessico e della sintassi, meccanismi allusivi, ironia, ovvero elementi puramente linguistici e non di contenuto, noi poniamo l’altro in una posizione che può essere appunto dell’etica del soggetto e dell’alterità, oppure no.» 

L’assoggettamento attraverso la lingua, la lingua nei contesti di abuso domestico ha una importanza fondamentale, ma non perché offende o aggredisce, ma perché arriva a un livello tale di ricostituzione di una realtà alternativa e inesistente che mette la donna vittima di violenze in una posizione di chiaro assoggettamento in qualsiasi scambio quotidiano.

Quindi la lingua non è uno strumento di potere, è il potere stesso nella vita quotidiana.

Lo aveva perfettamente compreso Foucault quando diceva che chi vuole controllare gli uomini e le donne controlla in primo luogo il linguaggio. Perché controllare come la gente parla e soprattutto controllare la non coscienza linguistica, di parlanti e scriventi, significa fare una operazione di potere all’origine. L’immoralità della lingua non si vede chiaramente, […] la vera violenza linguistica è mite e passa sempre sotto traccia, quindi una educazione alla fortificazione della coscienza linguistica sarebbe centrale […] se ci fosse una educazione alla coscienza di questo mezzo straordinario (organismo vivo e poroso), scopriremmo la verità che è visibile attraverso gli indicatori linguistici e saremmo in grado di capire quando qualcuno ci sta truffando, ma è anche un indicatore di civiltà. Se fosse promossa una cultura della coscienza critica rispetto al linguaggio, parimenti alla cultura dell’uso delle grammatiche, attiveremmo automaticamente quelli che chiamo i sensori linguistici, alzeremmo i livelli di attenzione. Siamo in tempo di inconsapevolezza e passività nei confronti del mezzo che abbiamo per le mani, mezzo in cui siamo immersi peraltro quotidianamente.

La lingua è la nostro campo perenne di militanza attiva, ma questo non si dice mai.

Cambia tutto, perché non cambi niente? La responsabilità del giornalista

Carmen Lasorella

L’appassionato discorso della giornalista Carmen Lasorella parte dalla sua esperienza di inviata di guerra, per concentrarsi sulle criticità di un lavoro che sempre più vede il linguaggio, in realtà centrale, ridursi, valere sempre meno. La missione del giornalista senza il rischio insito nella responsabilità si annulla, perde di valore, si annienta.

«Questo è sicuro, la responsabilità ha un prezzo. Ma ci sono altre parole legate a responsabilità, da un lato la fiducia, (i cittadini hanno fiducia del sistema, del paese che deve garantire i diritti e le opportunità?), dall’altra l’indifferenza. Come mai il mestiere del giornalista sembra così annacquato? Il mestiere del giornalista e la sua responsabilità si respira nella formazione. Perché è legata alla conoscenza e alla coscienza. Posso avere la coscienza di dirlo a prescindere dal mio credo politico? Io avevo come modello Terzani, volevo fare il suo mestiere, viaggiare, ma non per il piacere di spostarmi ma perché mi piaceva toccare i fatti.  E i fatti vanno raccontati con le parole giuste, il papa ha detto disarmiamo le parole. […]

La responsabilità oggi è ancora più complicata perché deve attingere a tanti fonti, non solo quelle contigue ai fatti, ma anche quelle che passano nella blogosfera, facendo una selezione, cercando di arrivare alla radice. Informazione viene dal latino informatio, ovvero do forma, costruisco attraverso la conoscenza. Ma questo termine si confonde con informatica che invece viene da information automatique un insieme di dati messi insieme. La distanza è abissale.»

La responsabilità della ricerca

Lorenzo D’Avack

«Quando parliamo di ricerca abbiamo una infinità di temi: la gratuità, l’eticità, gli aspetti giuridici, la sperimentazione […] anche se centrale rimane la responsabilità, che in questo caso si declina nel senso dell’integrità della ricerca stessa.

In epoche passate a Galileo e Newton dobbiamo immaginare le sperimentazioni fatte senza strumenti alcuni e che questa loro personale ricerca non corrispondeva a nessun principio di integrità. Molto spesso si avvalevano di strumenti legati alla loro immaginazione. E poi non avevamo la possibilità di riscontrare che i dati forniti potessero essere scientificamente validi, ma l’intuito di questi geni compensava ampiamente certe carenze. Il primo filosofo scienziato che si è preoccupato dell’integrità della ricerca è stato Charles Babbage che lavora, pensa e immagina le sue sperimentazioni intorno al 1831. Si comincia a preoccupare, diversamente dagli altri, che la ricerca risponda a dei criteri di correttezza. “Bisogna evitare, nell’ambito della ricerca scientifica qualsiasi forma di falsificazione. Che si verifica quando si danno elementi favorevoli alla propria tesi e si escludono quelli generalmente negativi” […] l’addomesticamento dei dati è una forma di inganno che serve a rendere le proprie aspettative il più possibile accettabili, quando vi potrebbero essere invece situazioni non proprio certe. L’allarme per il ritocco, il lavoro di maquillage che si compie sui dati per farli apparire più sicuri di quanto non siano, oggi […] è venuto meno, si assiste a una forma di indebolimento nei confronti dell’integrità della ricerca. Uno dei motivi è che essa viene portata avanti non solo da istituzioni pubbliche ma anche da industrie o strutture private che fanno ricerca che quasi sempre vogliono ottenere risultati che si traducono in vantaggi economici. E allora si ha un po’ l’impressione che la scienza in qualche modo venga manomessa a favore della parte strettamente economica. D’altra parte la ricerca privata ha la sua importanza di essere, tanto quella scientifica svolta da istituzioni pubbliche. L’ altra ragione è che quando parliamo di risultati di ricerca scientifica siamo obbligati a pubblicare i risultati su riviste scientifiche (referee: equipe di scienziati che valutano la validità della ricerca). Il rischio è che da un certo lasso di tempo una maggior parte delle sperimentazioni vengono pubblicate su riviste che di scientifico non hanno molto poco. A volte i ricercatori addirittura pagano per vedere le loro sperimentazioni pubblicate e questo è un evidente indebolimento della correttezza.

[…] ecco perché tornano centrali i comitati etici, così come la registrazione di una sperimentazione in prospettiva: prima di iniziare si stabilisce che vi sia un comitato, una commissione in grado di valutare se sia opportuno o no portare avanti quella ricerca, se sia innovativa, se non violi i principi etici in linea con speranze e aspettative dei pazienti stessi. I regolamenti e linee guida da noi sono in ritardo, ma dal 2015/2016 ci avvaliamo di quelle tracciate dal CNR, dalla società Veronesi, che aiutano nel valutare la rispondenza o meno di una ricerca ai criteri di garanzia. La registrazioni quindi è legata ai comitati etici presenti in tutte le strutture universitarie, aziendali e in molti centri di sperimentazione (l’Università di Roma Tre ne ha uno per esempio), ma ancor più sono utili dove ci sono ricerche mediche. Capita infatti di dare indicazioni ai ricercatori, in modo che possano meglio approcciare alla sperimentazione, riportando così al centro l’integrità, e quindi la responsabilità.»

Fiori vivi ringrazia

Fondazione Treccani (e tutti i ragazzi che ne fanno parte e ci hanno accolto) https://www.treccani.it/fondazione/ Massimiliano Fiorucci (Rettore di Roma Tre) Massimo Bray, Amedeo Ciaccheri, Giancarlo Righini e Maya Vetri; Le Storie libreria e casa editrice (per averci ospitati); Lorenzo D’Avack, Carmen Lasorella e Raffaella Scarpa (per le loro parole ispiranti); Marco Gervasio; Gilda Yoko Diotallevi per aver seguito l’evento e tutti coloro che ci sono venuti a trovare.

Il dubbio dentro IL DUBBIO

di Dario Pontuale

Una donna ritratta di profilo, la luce chiara cade sulla schiena nivea contrastando con il vestito nero, con i bruni capelli raccolti. Il fondale buio non suggerisce dettagli, confonde al pari dell’espressione enigmatica. Un chiaro-scuro che a prima vista sembrerebbe una fotografia, invece è un olio su carta; intitolato: Il dubbio.

La modella si chiama Elisa Marcucci, è musa e sposa dell’autore, pittore, scultore, scenografo, soprattutto tra i padri del Futurismo: Giacomo Balla. Il poliedrico artista risulta firmatario del Manifesto dei pittori futuristi nel quale si afferma l’amore per la velocità, l’innovazione, la modernità, il progresso.

La pittura deve rendere percettibile il movimento della vita, avvalersi della luce artificiale; perorare la frenesia del dinamismo, catturare lo spazio, esaltare lo spostamento, la scomposizione della forma; elevando i traguardi tecnologici e scientifici. Balla afferma categorico di volere: «ricostruire l’universo rallegrandolo», riproducendo le forme naturali con materiali come cartone, lamiera, legno.

Evidente, anzi indubbio, che Il dubbio, manchi totalmente di spirito avanguardista. Come mai? Forse la datazione, fissata tra il 1908 e il 1909, può suggerire un’ipotesi di partenza. L’autore sposa il Manifesto soltanto nel 1910, prima si riconosce pittoricamente nel Divisionismo; pratica nata in Francia che studia la luce per aumentarne l’effetto di rifrazione. Affiancando colori puri, secondo la legge dei complementari, non li mescola sulla tavolozza, ma li stende direttamente su tela con tocchi di pennello separati che, se osservati a distanza, offrono l’impressione di una tinta omogenea, mentre da vicino si palesano come un mosaico di piccole macchie. Un’espressione pittorica essenzialmente intellettuale che oltrepassa il ‘Luminismo impressionistico’ per arrivare al ‘Luminismo astratto’, all’esaltazione dell’elemento cromatico raggiunto tramite precise formule ottiche. Appurato ciò, il quieto e silenzioso chiarore emesso dal quadro, assume lecite spiegazioni, resta però inspiegato l’effetto dei contrasti, il nero dei fondali, della veste.

Una plausibile ragione può rintracciarsi nell’esperienza biografica di Balla che, nato a Torino nel 1871 da padre chimico e madre sarta, fin da bambino ama la musica, ma predilige il disegno. Laureato all’Accademia di Belle Arti, segue i corsi del fotografo Paolo Bertieri, celebre artista del ritratto, proprietario di uno studio in Via Po 25; esperto di Platinotipia. Un processo chimico in grado di restituire ampie gamme tonali, nel quale i sali del platino, stesi direttamente sulla carta, garantiscono un’alta qualità di stampa del bianco e del nero. È il 1895, Balla ha ventiquattro anni e, appena appresi simili effetti cromatici, si stabilisce nella capitale, diventando figura centrale del cenacolo artistico romano, affiancato dai promettenti allievi: Boccioni e Severini. Ecco spiegate, almeno praticamente, le ragioni dei bianchi lucenti e dei neri cupi, eppure un dubbio permane.

 Il dubbio che resta velato nello sfuggente sorriso di Elisa, dietro la posa di tre quarti che ne protegge i pensieri, le mute confessioni. Un’opera di sessantasette centimetri per cinquanta, di medio formato, conservata alla Galleria d’Arte Moderna di Roma; un quadro saturo di sfacciata sensualità e vergineo candore.

Il corpo non compare interamente, eppure l’anima misteriosa straborda dai confini, diventa purezza di angelo, di ninfa, di naiade tanto quanto d’insidiosa beltà, d’invogliante seduzione, di stuzzicante disubbidienza. L’armonia del collo, della schiena, delle ciglia, delle gote confluiscono nello sguardo fermo, congelato dentro un istante sospeso, ovattato, intimo. Elisa insinua il dubbio in chi guarda perché il dubbio è fuori, non dentro l’opera. Tale ipnotico trasalimento, simile sussulto dell’inconscio vengono poeticamente espresse dalle pennellate grasse, dai giochi ottici del talentuoso Balla. Su ciò, perlomeno, non c’è ombra di dubbio.

Quando l’autore torinese abbraccia l’avanguardia, vende le opere precedenti, firma con lo pseudonimo ‘Futurballa’ , cambia radicalmente stile, perfino nell’abbigliamento. Chiama le figlie Luce e Elica, decora la propria abitazione con mobili e pareti dai colori sgargianti, arreda secondo il nuovo canone il Bal Tic Tac, celebre locale romano degli anni Venti. Segue il corso della storia d’Italia, scolpisce una statuetta raffigurante Mussolini, realizza il dipinto Marcia su Roma, diventa l’artista del fascismo, la critica l’osanna.

Nel 1937, inaspettatamente, torna al Figuratismo e annota:

«Avevo dedicato con fede sincera tutte le mie energie alle ricerche rinnovatrici, ma a un certo punto mi sono trovato insieme a individui opportunisti e arrivisti dalle tendenze più affaristiche che artistiche; e nella convinzione che l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative ornamentali, perciò ho ripreso la mia arte di prima: interpretazione della realtà nuda e sana».

Paga l’abiura con l’epurazione dalla cultura ufficiale e per veder riconosciuto il proprio assoluto valore deve attendere il dopoguerra quando, nel 1949, Dinamismo di un cane al guinzaglio viene esposto al MoMa.

Muore ottantaseienne a Roma, nel 1958, riposa al Cimitero del Verano, ma tra i molti capolavori Il dubbio rimane ermeticamente sibilino. Un’opera palpitante, avvolgente, capace di abbagliare nonostante il buio, smuovere l’atmosfera restando ferma, illudere sebbene non utilizzi incantesimi. Probabilmente, magari, chissà.

Fiorivivi ringrazia

Dario Pontuale: scrittore, critico letterario, bibliotecario. Per i suoi bellissimi lavori rimandiamo al sito https://www.stradariopontuale.com/

I.P. Culianu, l’esiliato che voleva essere Giordano Bruno. (Con un’intervista a Gianpaolo Romanato)

di Emiliano Ventura

Nella vastissima bibliografia su Giordano Bruno si può trovare uno studio dottissimo dal titolo Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, ne è autore Ioan Petru Culianu, storico delle religioni e antropologo rumeno. Non a tutti è infatti nota l’importanza della Romania nella storia del pensiero del Novecento. La storia delle religioni, dallo yoga allo sciamanesimo, la filosofia, il teatro e il mito sono tutti campi che si sono arricchiti nel tempo del lavoro e delle riflessioni di alcuni importanti pensatori rumeni.

Eugène Ionesco, Emil Cioran, Mircea Eliade e per l’appunto Ioan Petru Culianu, sono un gruppo di autori a cui molto dobbiamo, legati tra di loro da amicizia diretta. Essi non condividono solo la nazionalità rumena, ma la particolare condizione dell’esule, anche se in modi e in tempi diversi, nell’arco del secolo XX.

Connessioni testuali

Ioan Petru Culianu, esperto di gnosticismo e magia rinascimentale, collabora con Mircea Eliade, che lo sceglie come allievo e curatore della sua opera postuma, insegnando negli ultimi anni nella stessa università americana del maestro, il Divinity College di Chicago.

Lo studio Eros e magia è sostanzialmente centrato sul concetto di magia nell’opera di Giordano Bruno, in particolare nel trattato De vinculis in genere: «Egli era il discendente di coloro che professavano i meno accessibili arcani dell’epoca fantastica, quelli della mnemotecnica e della magia» (I.P. Culianu, Eros e magia nel Rinascimento, p. 98.)

Culianu interpreta la magia di Bruno come la capacità di manipolare le masse, grazie al sapiente uso delle immagini e della fantasia con cui aveva perfezionato la propria arte della memoria; una tecnica che nelle sue mani era divenuta non tanto un sistema di recupero della memoria stessa, quanto un vero strumento di conoscenza. È doveroso sottolineare come sia Bruno che Culianu assegnino un valore gnoseologico all’immagine e alla fantasia, non a caso il primo è stato l’unico filosofo che abbia corredato alcune sue opere con delle immagini incise sul legno da se stesso. Come noto la filosofia ha sempre nutrito sospetto per le immagini, preferendo a quelle la prassi teoretica considerata fondamentale nell’atto cognitivo. «Invece, il mago del De vinculis è il prototipo dei sistemi impersonali dei mass media, della censura indiretta, della manipolazione globale e dei brain-trust che esercitano il loro controllo occulto sulle masse occidentali» (Ivi. p. 145)

Conoscere e padroneggiare tale tecnica si sarebbe rivelato importante, nell’ottica di Culianu, come risposta alla dittatura comunista nel suo paese di origine. Vi sono affinità evidenti tra il Bruno che tenta la fortuna lontano dal suo paese e dall’Inquisizione, e Culianu che diviene un esule politico in occidente dove studia, si perfeziona e poi insegna.

Il secondo lavoro importante di Ioan Petru Culianu è Fuori di questo mondo (Out of This World), studio che mette in relazione le esperienze extracorporee con la quarta dimensione. «Per coloro che credono che l’esperienza religiosa appartiene al passato, il recente interesse per gli stati alterati di coscienza (ASC), per le esperienze extracorporee (OBE) e per quelle di morte apparente (NDE) resta inspiegabile.» (ivi p. 23) Culianu tematizza poi tali esperienze alla luce con i recenti approcci scientifici: «La fisica e la matematica sono da ritenersi in gran parte responsabili del rinnovato interesse per le vie mistiche della conoscenza.» (ibidem)

Nel lungo e complesso studio Culianu evidenzia l’affinità di queste pratiche extracorporee, indagate con metodi nuovi e scientifici, con lo sciamanesimo «la profonda trance dello sciamano equivale alla morte» per poi passare all’enumerazione quasi enciclopedica dei tradizionali viaggi ultraterreni. Un abisso di sapienza ci presenta così le varie discese agli inferi e salite in cielo, le cavalcate a dorso di gru, così come i viaggi dell’anima libera nell’induismo e nel buddhismo. Il discorso di Culianu si concentra su quelle tradizioni che condividono la credenza in un’anima libera: «quest’anima può, a certe condizioni, separarsi dal corpo e visitare il mondo dei fantasmi. Estasi, sogno, morte apparente, stati alterati di coscienza tramite allucinogeni, deprivazione o bombardamento sensoriale sono alcune delle situazioni in cui si verifica la separazione.» (ivi p. 227)

Non è un caso quindi che come titolo del suo studio abbia scelto una citazione dai poemetti in prosa di Baudelaire, Anywhere Out of the World, nel quale si riporta questo dialogo:

dove vuoi andare anima mia?

– ovunque purché sia fuori da questo mondo!

Intervista a Gianpaolo Romanato

Il Professor Gianpaolo Romanato è uno storico contemporaneo, ha insegnato come professore associato presso l’Università di Padova. La rivista Antares ha pubblicato lo scambio epistolare con Culianu di cui è stato a lungo amico fin dagli anni ’70 in cui entrambi studiavano a Milano. Lo abbiamo raggiunto per chiedergli di questa amicizia, grazie alle sue parole è possibile proprio ripercorrere quegli anni di formazione.

Mi rendo conto che sarà tornato su questa faccenda diverse volte, ma molti lettori non ne hanno una visione concreta. Lei è stato molto amico di Ioan Petru Culianu con cui ha condiviso gli anni universitari a Milano, tra il 1973 e il 1976. Nel testo di Ted Anton (Eros, Maria e l’omicidio del professor Culianu), l’autore riporta le sue considerazioni sulla tristezza e l’improvvisa malinconia che Ioan manifestava nei momenti più inaspettati. Le chiederei una considerazione attorno a questo aspetto caratteriale.

G.M «Lei mi fa tornare con la memoria a tempi molto lontani, quando la cortina di ferro tagliava a metà l’Europa. Di là il comunismo, di qua il mondo libero. I giovani d’oggi ignorano quel periodo, ma per capire Culianu bisogna tornare a quegli anni, alle paure e alle speranze di allora. Culianu era nato nella Romania comunista, cupa e oppressiva, e coltivò sempre, segretamente, il proposito di fuggire in Occidente, cosa quasi impossibile per chi era nato nei paesi del blocco comunista, le cui frontiere erano quasi impenetrabili. L’occasione insperata si presentò quando riuscì a ottenere una borsa di studio per frequentare un corso di italiano a Perugia, all’Università per stranieri. Mi pare fosse il 1972. Terminato il corso rimase in Italia chiedendo asilo politico. Per quasi un anno visse una vita disperata, prima nei campi profughi di Latina e Trieste, dove allora venivano radunati i fuggiaschi dall’Est europeo (il fenomeno immigratorio odierno allora non esisteva), poi ramingando qua e là, solo e senza denaro. Tentò anche il suicidio. Con me ammise che era stata un’esperienza troppo dura per quel giovane di ventidue anni che era. Finalmente, all’inizio del 1973, riuscì incredibilmente a ottenere una borsa di studio all’Università Cattolica di Milano. Incredibilmente perché non era neppure in grado di dimostrare la laurea ottenuta in Romania. Le autorità accademiche intuirono il potenziale di quel giovane magro e stralunato che chiedeva fiducia. Per questo atto di generosità fu sempre molto grato al rettore Lazzati e a Raniero Cantalamessa, oggi cardinale, allora direttore del Dipartimento di Scienze Religiose. La borsa era cosa modesta, ma gli garantiva l’alloggio a Milano, il vitto quotidiano, la copertura di una grande istituzione e un ambiente idoneo a studiare. È in quel periodo che io lo conobbi, essendo anch’io titolare della medesima borsa di studio alla Cattolica. Diventammo fraternamente amici. Lei mi chiede della sua malinconia di fondo. Era la conseguenza inevitabile della sua vita. Era completamente solo, non era ancora nessuno, aveva il minimo per vivere, sapeva che avrebbe rivisto chissà quando, forse mai, la mamma e la sorella rimaste in Romania, non aveva documenti di identità se non il fragile riconoscimento del suo status di profugo politico. Viveva nel terrore di essere colpito dalla vendetta del regime romeno. Che motivi aveva per non essere malinconico? Ma alla malinconia reagiva con una inflessibile volontà di studio, con un’applicazione tenace, indefessa, al suo obiettivo culturale. Credo che le idee che ha sviluppato nei libri successivi le avesse intuite in Romania e approfondite nella ben fornita biblioteca della Cattolica proprio nel periodo in cui vivemmo a contatto quotidiano. I cinque anni che trascorse in Italia, benché nelle ristrettezze, furono fondamentali e gli permisero di definire il suo universo intellettuale, anche per la severa disciplina filologica che gli insegnò il professore cui fece riferimento: Ugo Bianchi. Ma il suo mito era lo storico delle religioni suo connazionale Mircea Eliade, al quale si legò, fino a diventarne l’erede scientifico, quando si trasferì in Olanda e poi in America.»

Di fatto Culianu era un esiliato dal proprio paese, una condizione che per noi italiani è quasi fondativa grazie alla poesia e alla lingua dantesca; come ha vissuto, Culianu, questa condizione? Eliade per esempio nel Grande esilio accenna alla difficoltà, per uno studioso, di scrivere in una lingua che non sia la lingua madre. Dai suoi ricordi emerge qualcosa di simile in Culianu?

G.R «L’esilio di Dante fu provocato dalle lotte politiche fiorentine, l’esilio di Culianu, come di tutti coloro i quali riuscirono a fuggire dall’Est europeo, fu una scelta, per quanto dolorosa. La scelta di vivere in un regime di libertà, in Occidente, anziché nel regime oppressivo dei paesi comunisti. Parlai spesso con Culianu di questo. Ricordo che mi disse che era venuto in Occidente pieno di aspettative e di speranze, che un po’ alla volta furono ridimensionate man mano che si accorse del conformismo culturale, soprattutto di sinistra, presente nell’Italia di allora. Non si pentì mai di avere lasciato il suo paese, non cambiò mai il giudizio radicalmente negativo sul comunismo che aveva maturato in Romania, ma perdette molte delle illusioni sull’Italia e sull’Occidente, che in Romania aveva immaginato molto migliore di ciò che invece trovò. E non credo che in Olanda, dove rimase una decina d’anni, e poi negli Stati Uniti, abbia avuto motivo di ricredersi. Il Grande Fratello, che in Romania aveva il volto brutale della repressione poliziesca e dell’oppressione politica, in Occidente aveva manifestazioni molto più leggere, meno brutali, ma c’era anche qui. In un testo che scrisse proprio a casa mia, nel 1978, affermò che in Romania si era convinto che il potere fosse una cosa totalmente negativa, alla quale bisognava sfuggire. In Occidente questa sua convinzione non fece che rafforzarsi. Questo alimentò in lui un forte scetticismo, che divenne, a mio parere, la caratteristica predominante del suo temperamento. Credo che Culianu fosse scettico su tutto, anche sulle idee che professava. Uno dei suoi ultimi libri si intitola Iocari serio, scherzare seriamente. Ecco, mi sono sempre chiesto se lo scherzo, il gioco intellettuale, non sia una possibile chiave di lettura dell’opera di Culianu. Qualche anno fa gli è stato dedicato un intero fascicolo della rivista “Antares”. In quelle pagine, fra rievocazioni, testimonianze e analisi scientifiche, si possono trovare numerose piste interpretative della sua figura.»

Nel 1978 lei condusse un’intervista al suo amico in cui si argomentava attorno alla dissidenza come forma di ribellione; Culianu riconduceva la propria a una modalità di chiusura in sé stesso, in un altro momento afferma che la Romania non ha prodotto grandi dissidenti ma grandi artisti. Secondo lei questi due aspetti sono legati, nel modo di esprimersi di Culianu?

G.R «Lei pone una questione che ci rimanda a cose lontane e, oggi, tempo, difficilmente comprensibili. Il comunismo, l’universo concentrazionario dei paesi dell’Est europeo negli anni in cui l’Europa fu divisa dalla cortina di ferro. La dissidenza. Chi si ricorda più di tutto questo, delle sofferenze immani che furono inflitte a innumerevoli persone? L’esperienza della fuga dalla Romania, quando aveva soltanto ventidue anni, e del faticosissimo trapianto in Italia, furono, per Culianu, esperienze traumatiche, che gli lasciarono cicatrici indelebili, anche fisiche. Un giorno mi mostrò i segni che gli erano rimasti sulle braccia in seguito al tentativo di suicidio. La sua breve vita ne fu sempre condizionata. La Romania credo gli sia rimasta nel cuore, non a caso dopo la caduta del comunismo, tornò a interessarsene con gli scritti, le parole, le attività concrete. L’Occidente fu una sfida, che riuscì a vincere scalando in breve tempo i vertici culturali e accademici. Ma credo che nel profondo sia rimasto un uomo infelice, costretto a lasciare il proprio mondo senza più potervi fare ritorno, perseguitato da ricordi, affetti, probabilmente anche segreti rimorsi, nostalgie. Sempre timoroso, almeno nel periodo in cui lo conobbi, di vendette, di poter essere oggetto di violenza fisica. E infatti fu assassinato in America in forma brutale e anche volgare. Non sappiamo perché e da chi, ma l’ipotesi più verosimile è che il delitto rinvii a una matrice romena. È molto probabile, insomma, che la sua vita sia finita dove era iniziata.» 

Ipotesi e somiglianze

Si è parlato di somiglianze nella biografia da esule tra Bruno e Culianu: «Nella sua vita, gli amici sapevano perché: non studiava semplicemente Giordano Bruno, voleva essere Giordano Bruno» (Ted Anton, Eros, magia e l’omicidio del professor Culianu, p. 171) sono parole di Ted Anton, autore di un saggio che ripercorre la vita e l’enigmatica morte di Culianu. Ipotesi affascinante che non può trovare una conferma certa, è però innegabile che i due pensatori abbiano avuto una vita e una fine che in qualche modo si rimandano a vicenda, entrambi in fuga, e poi uccisi, da un potere politico. Anche gli anni biografici e le decadi del secolo sembrano coincidere, entrambi in fuga verso la metà degli anni ’70 (Bruno dal 1576, Culianu dal 1972), per poi finire negli anni ’90 (Bruno viene catturato dall’Inquisizione nel 1592, Culianu viene ucciso nel 1991).

Il saggio di Ted Anton racconta, tra le altre cose, proprio del fatto omicidiario, avvenuto a maggio del 1991 all’interno del campus del Divinity dove insegnava lo storico delle religioni.

La modalità è quella delle esecuzioni, Culianu è stato ucciso con un colpo alla nuca con una pistola di piccolo calibro, all’interno dei bagni dell’università: «un tiro esperto, come un’esecuzione secondo lo stile del mondo della malavita» (ivi p.50), sono parole dell’ispettore medico Robert Stein. Il caso rimane irrisolto, i sospetti ricadono sulla Securitate, una sorta di polizia segreta rumena, o la Guardia di ferro, un organismo fascista rumeno. Nel suo lavoro a fianco di Eliade, Culianu aveva trovato dei documenti che mettevano il suo maestro in relazione con l’organismo di estrema destra; Eliade mantenne sempre un riserbo elusivo su quegli anni giovanili, Saul Bellow si dice sicuro che Eliade ‘serbasse un segreto’.

I.P. Culianu viene ucciso con un colpo di pistola, beretta calibro 25, il 21 maggio del 1991.

Bibliografia di riferimento

T. ANTON, Eros, magia e l’omicidio del professor Culianu, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2007.

G. BRUNO, De vinculis in genere 1590.

I.P. CULIANU, Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, Bollati Boringhieri Torino 2006.

I.P. CULIANU Fuori di questo mondo, SE, Milano 2024.

G. ROMANATO, Religione e potere, Marietti, Roma 1981.

Il duraturo sodalizio intellettuale tra Culianu e Mercea Iliade è attestato dal nutrito carteggio, pubblicato in Romania e in Italia nella rivista Antares, 18/2021. Il testo riporta anche lo scambio epistolare tra Culianu e Romanato.

Fiorivivi ringrazia:

Emiliano Ventura saggista, filosofo e scrittore, per averci trasportato tra connessioni letterarie e biografiche. (Segnaliamo il suo ultimo lavoro Dino Campana. Sotto il segno del mito, Robin edizioni, Roma 2025)

Gianpaolo Romanato filosofo e storico, già professore di Storia contemporanea e di Storia della chiesa moderna e contemporanea all’Università di Padova, per la sua disponibilità e gentilezza.

Donne nel teatro. Intervista a Sarah Mataloni

La vecchia sede della libreria indipendente di Garbatella Le Storie, è il luogo eletto per l’incontro con una personalità eclettica: Sarah Mataloni, scrittrice, attrice e registra teatrale. Abbiamo conversato con lei e riflettuto sul ruolo del teatro, sempre vivo eppure sempre diverso.

INTERVISTA

Pur essendosi sempre dedicata a diverse forme espressive, quando, nello specifico, si è accostata al teatro?

S.M «Al teatro mi sono avvicinata davvero presto, una ventina d’anni fa, perché ho scoperto un laboratorio teatrale condotto da una insegnante molto brava, Fabiana Gariglio, che in qualche modo mi ha risvegliato il desiderio di ritrovare il contatto con me stessa e di esplorare un mondo interiore che la nostra quotidianità di solito ci fa seppellire. Almeno in alcuni aspetti. Quindi grazie a lei ho scoperto questa passione e poi, ovviamente, ho continuato la mia formazione con Paola Scotto Di Tella, che mi ha diretto in alcuni spettacoli, come la Casa degli Spiriti (di cui ha curato la regia e l’adattamento dal romanzo di Isabelle Allende) o più recentemente, Centocinquanta Rossetti (di cui ha curato l’adattamento teatrale dall’omonimo libro di Emiliano Clementi). Poi ho seguito diversi laboratori, fino a fondare io stessa una compagnia teatrale insieme a una mia collega, Lavinia, incontrata durante questo lungo percorso. Proprio con lei, per otto anni, abbiamo portato avanti diversi spettacoli romaneschi, scritti e interpretati da noi.

Da qualche anno sono concentrata maggiormente sulla scrittura, ma ho sempre mantenuto un legame con il palcoscenico.»

Secondo lei il teatro è una esperienza collettiva o è sempre e innanzitutto una esperienza intima, personale, con se stessi.

S.M «Parlo della mia esperienza personale ovviamente, e questa comincia sempre con una dimensione privata, perché c’è qualcosa che cerci di ‘contattare’ dentro di te. Cerchi un contatto con le emozioni nascoste o sepolte da tempo e con il dolore, con quei punti oscuri che ognuno di noi ha, e in questo senso l’esperienza è individuale. Poi, l’esperienza diventa collettiva quando tutte queste sfumature si incontrano con un gruppo e con la costruzione dello spettacolo stesso.»

A proposito di compagnie teatrali. A un certo punto decide di fondare proprio la sua.

S.M «Si, anche se sarebbe più corretto scrivere ‘fondiamo’, perché siamo in due, oltre a me c’è Lavinia Lalle. La compagnia si chiama l’Eco dei Sampietrini, incentrata principalmente su spettacoli in romanesco. Siamo attive dal 2013. Abbiamo realizzato due spettacoli in particolare, il primo, Roma: tra storie, canzoni, vizi e passioni ha girato per tanti teatri romani ma non solo, abbiamo girato l’Italia. Poi abbiamo rispolverato i classici, Cechov, ma in maniera originale, perché abbiamo lavorato su scritti dell’autore russo meno noti, come per esempio Nella Dacia, e ci siamo cimentate in diversi ruoli, come la regia. Ho voluto rischiare, era il momento, perché ne ero coinvolta ed ero particolarmente curiosa di capire come costruire uno spettacolo da un punto di vista diverso da quello in cui ero abituata a guardare il testo e a cercare l’interpretazione.  Mi piaceva tantissimo studiare il rapporto che si sarebbe creato con l’attore, l’idea di tirar fuori il meglio dagli interpreti.»

Nella elaborazione dei vostri testi, non mi riferisco ai classici ovviamente ma alle altre partiture, ha contribuito anche alla fase della scrittura?

S.M «Sì, e ricordo con entusiasmo l’inizio della scrittura di Roma: tra Storie, passioni, vizi e canzoni e di Pasquinate Moderne. Erano testi che presero forma attraverso continui passaggi tra me e Lavinia, mia compagna anche di scena. Ognuna di noi alimentava e integrava la parte scritta dall’altra, fino a raggiungere un equilibrio e un testo che fosse uniforme. Per gli attori abbiamo anche fatto diversi casting: avevamo le idee precise sui ruoli grazie al lavoro di scrittura e quindi siamo riuscite a mettere in scena il nostro lavoro agilmente.»

Come è stata Sarah questa esperienza, intendo il passare dalla scrittura di un libro, il cui processo creativo che utilizza è personale, privato, a questa forma altra, a due voci? Non è sempre facile adattarsi ai processi creativi degli altri, ai loro tempi, al loro stile narrativo.

S.M «Non è semplice, è vero, ma in Lavinia ho trovato un’eccezione, un’ottima partner, perché lei e io in qualche modo ci completiamo. Al mio approccio più istintivo della scrittura, che forse viene da ciò che sento al momento, lei contrappone una forma forse più elaborata. In un certo senso ci integriamo e dove una non arriva c’è sempre l’altra. Abbiamo maturato una forma rara di incastro nella scrittura, nello stile e nel processo di arricchimento artistico… Ed è chiaro che quando ci si capisce a questo livello tutto risulta poi più semplice. Lei, poi, ha fatto anche altre esperienze teatrali, mentre io mi sono maggiormente concentrata sul processo di scrittura. L’esperienza di diversi anni fa, la ricordo come un processo di incastro e di arricchimento perfetto.»

Spesso nei testi teatrali il ruolo della donna è centrale, e può sorprendere se pensiamo ad esempio al periodo storico delle tragedie greche. Secondo lei è vero che il femminile nel teatro è stato più che altro una forma catalizzatrice, uno specchio della realtà maschile del mondo?

S.M «Sì, però ora un pochino la situazione sta cambiando, anche attraverso il teatro. Si va verso una integrazione del femminile nei ruoli. L’ultimo spettacolo su cui mi sono concentrata è quasi interamente al femminile, ne abbraccia interamente il mondo, l’elemento donna in tutte le sue sfaccettature.»

A proposito di teatro al femminile, quale testo, che ha portato in scena, tratta specificatamente questo tema?

S.M «Recentemente ho scritto assieme a Lavinia Dialoghi cosmici, l’incontro tra Valentina Tereshkova,  la prima cosmonauta che andò nello spazio nel 1963 e una donna dei nostri giorni, Giada, la ” classica” influencer. Due personalità agli antipodi che riescono a trasformare le loro differenze in un arricchimento reciproco. Il loro dialogo sarà fonte di crescita e di evoluzione per entrambe. È come un viaggio esperienziale di consapevolezza e crescita che passa attraverso le donne. Al momento ne abbiamo fatto un reading, ma abbiamo intenzione di strutturarlo al meglio e di portarlo in scena.»

A tal proposito Eugene Ionesco sostiene che «Il teatro è come un grande specchio che ci costringe a vedere ciò che preferiremmo non vedere.» Questo aspetto lo percepisci nel teatro?

S.M «Questo è vero sia a livello di introspezione personale, quando cioè ti trovi a lavorare su un personaggio, perché ti puoi imbattere in verità scomode con cui devi fare i conti, che in un certo senso devi abbracciare per il tuo lavoro sul personaggio. Ma è vero anche a un altro livello, ovvero rispetto alle verità che vedono gli altri, perché quando sei sul palco hai la tua percezione, ma il pubblico ne ha una diversa, ha la sua. Delle volte questi due sguardi si incastrano, altre volte no e anzi c’è proprio una percezione divergente e sei tu a dover trovare il filo e a cercare l’equilibrio. Ci sono delle volte in cui il pubblico ti dice “a me è arrivato questo”. E ti sorprende, perché invece tu avevi un’altra intuizione e intenzione. Allora ti chiedi come mai a quella persona sia arrivata questa diversa sensazione. Ad esempio la Maria del mio ultimo lavoro volevo portasse dolore, rabbia ma che trasmettesse anche tenacia, resilienza, forza. Se il pubblico vede solo la rabbia ti chiedi come mai, magari perché c’è una parte oscura che si è inserita e che tu non riesci a controllare. Essendo sempre uno sguardo vivo quello del teatro e sul teatro, può accadere e, in fondo, è anche la meraviglia del teatro.»

Visto che parlava di verità, secondo lei la verità è rappresentabile a teatro?

S.M «Dipende. Se penso alla verità come realtà oggettiva, e mi baso sulla mia esperienza, è proprio ciò che ricerco quando interpreto un personaggio realistico, punto a un tipo di verità che sia a contatto con il pubblico, che magari ricerchi proprio lo sguardo del pubblico e l’empatia. Ma poi c’è un altro tipo di verità: l’estraniamento. Io attore mi estraneo da me stesso per ricreare qualcosa, di vero perché lo sento come vero, però nella realtà non viene percepito come reale. Ci si sdoppia in questo senso.»

È interessante questa prospettiva dello sdoppiamento, perché a volte l’attore deve quasi eliminare sé stesso per far posto al personaggio, a una dimensione che magari non gli appartiene del tutto, però in qualche modo si incastra dentro di sé in un’altra dimensione.

S.M «Questo è un aspetto davvero difficile dell’attorialità. Quando devi abbracciare una parte, che magari hai, ma tiri fuori poco, che non vuoi vedere…»

Non è facile psicologicamente mostrare una parte che magari in nuce si ha ma non si vuole esternare perché mette in difficoltà, crea disagio. Non a caso si dice spesso che il teatro sia anche una forma di lotta, di agone non con il pubblico, con l’esterno ma soprattutto con se stessi.

S.M «È proprio vero. Io questo l’ho sentito molto in questo ultimo spettacolo, che iniziava con i miei 6 minuti di monologo, sei minuti di contatto con il pubblico, a cui mi rivolgevo. Il mio era l’unico personaggio che guardava il pubblico in faccia all’inizio e alla fine. È, ed è stato, un agone. Perché chiaramente il pubblico non parla, ma tu sei lì esposta e percepisci tutto. In effetti in quel momento sei gettato… nella gabbia dei leoni. Le critiche vanno accettato e devono essere costruttive, ma non possono diventare un tormento, un’ossessione. Si accettano, ovviamente, ma a un certo punto si mette una linea di demarcazione tra te e ciò che dicono di te.,. altrimenti la sensazione è di essere solo in pasto agli altri.»

Il suo punto di osservazione Sarah è particolare, perché lei è una scrittrice, e questa per lei non è una attività secondaria, e il teatro si basa proprio sul testo, sulla parola. Nel suo spettacolo precedente però, quello in romanesco, c’erano anche momenti di canto e, in un certo senso, di movimento. Mi piacerebbe sapere che rapporto c’è tra la scrittura teatrale e la performance in generale, e soprattutto cosa intende per movimento nel teatro.

S.M «Il teatro è collegato a tutte le altre arti performative, il canto, il movimento scenico soprattutto. Il personaggio non è solo ciò che dice la parola, è anche il movimento impercettibile dello sguardo, i piccoli tic che ognuno di noi ha. È tutto legato, perché quando sei un personaggio, lo sei davvero. Non puoi staccare il gesto dalla parola. Nello spettacolo a cui ti riferisci abbiamo aggiunto il canto perché rispolveravamo un po’ tutta la tradizione romanesca, come Roma forestiera, Vecchia Roma, o Sempre, interpretata da Gabriella Ferri, canzoni amate da tutti coloro che apprezzano la cultura popolare.

Il movimento scenico è talmente importante, centrale, e hai fatto bene a richiamarlo, che lo scorso anno ho seguito un laboratorio di teatro danza diretto da Paola Scoppettuolo. Mi sono cimentata in una sorta di coreografia, e mi ha fatto bene sperimentarmi anche in quello, mi sono ritrovata per la prima volta a dovermi muovere seguendo passi di una coreografia su un palcoscenico.»

Fermo restando che il movimento faccia parte del teatro, così come il non detto del testo letterario, come regista preferisce un tipo di spettacolo più statico, improntato su una unica scena, una scenografia minimalista oppure è a favore di una dimensione più caleidoscopica.

S.M «Sicuramente più dinamica, io sono a favore di una dimensione più aperta, più libera. Non anarchica ovviamente. Invece la dimensione statica permette meno al pubblico di immaginare, di vedere anche altro, quello che c’è oltre. Per dimensione dinamica intendo anche dal punto di vista della regia. Magari la scenografia può essere anche scarna, essenziale, però ci deve essere quel quid, un qualcosa che faciliti allo spettatore il sogno. Allora lì c’è la vera magia.»

Quando deve interpretare un ruolo, si trova più a suo agio con qualcosa che ha scritto, o che comunque ha collaborato a scrivere lei, oppure preferisce lavorare su un soggetto, uno scritto classico già edito.

S.M «Nei miei spettacoli c’è sempre comunque una rielaborazione, anche dei testi classici. Sicuramente ciò che è scritto da me lo sento maggiormente, più che altro perché lo interiorizzo prima, da un certo punti di vista parto avvantaggiata. Però il sentire, l’interiorizzare qualcosa scritto da una altra persona o magari che ti è estraneo anche nel modo di concepire la scrittura, ti permette fin dall’inizio di trovare pregi o difetti, parti oscure e non, i bilanciamenti del testo. E quindi è come se allenassi cuore e mente ad andare più in profondità e da subito. Quello che hai scritto tu è come già interiorizzato e in un certo senso lo dai per scontato, anche se non dovresti.»

Questa fase antecedente allo spettacolo, la prima parte in cui si legge e interiorizza il testo, pensa sia solo una preparazione alla forma d’arte o anche una forma di cura del sé.

S.M «È esattamente entrambe le cose. Una forma d’arte e una cura del sé. È chiaro che poi gli aspetti si intrecciano e si aiutano a vicenda. La scrittura è antecedente, ma poi c’è la lettura davanti ad altre persone, l’altro attore, l’aiuto regista, il regista e chi in un modo o nell’altro abbraccia quel testo. E lì è il bello perché entra in scena una sfida ulteriore, prima con me stessa quando il testo lo scrivo, ma poi con gli altri quando si approcciano al mio testo.»

C’è un testo, un personaggio, un sentimento che vorrebbe rappresentare ma ancora non l’ha fatto.

S.M «Sì, la follia. Ne parlavo proprio con Lavinia questa mattina, anche perché il libro che sto scrivendo è incentrato non tanto sulla follia, quanto sulle dipendenze che sfociano nella follia. E in un certo senso è scritto per essere rappresentato anche a teatro. Quindi stavo pensando già ora, di farci anche una versione teatrale, proprio perché questo testo si presta molto. Mi piacerebbe rappresentare l’idea della perdita del controllo razionale, e vedere questo sentimento in scena. Ovviamente nelle sue varie forme, come l’ossessione per esempio, l’essere preso da un qualcosa da cui non riesci a liberarti e che poi diventa un trauma e dal trauma piano piano si rielabora in follia.»

Quando ha scritto questo romanzo aveva già in mente delle immagini, l’idea che sarebbe potuto diventare una sceneggiatura teatrale, oppure no?

S.M «Io alcune cose le vedo proprio. Vi racconto ciò che mi è accaduto questa estate. Ero su un autobus e mi sono messa a parlare, in modo del tutto naturale, con un ragazzo che mi raccontava che la madre era in una clinica per nuove dipendenze a Torino, perché attraverso lo shopping online si era giocata tutto il patrimonio familiare e loro erano rimasti da soli col papà. Una situazione tragica e anche un po’disastrosa da un punto di vista economico. Da questo racconto mi aveva colpito molto la questione delle nuove dipendenze. E nella mia mente sono cominciate ad apparire delle immagini, ho cominciato a fare dei sogni. A volte in me le idee partono proprio come dei sogni, ed è particolare, perché il sogno è qualcosa di non cosciente che elaboriamo in continuazione. Quindi partendo da una rielaborazione di immagini intrecciate del mio sogno sulle nuove dipendenze ho cominciato a costruire una trama, ho iniziato a buttare giù qualcosa di concreto e la storia si è costruita lentamente, un passo dopo l’altro. Ancora la sto perfezionando perché sono entrati in gioco personaggi secondari, sfumature umane diverse, perché mi ero concentrata sull’aspetto più crudo e profondo della follia e ho voluto invece aggiungere anche qualcosa di più leggero.»

Per concludere vorrei leggerle un’altra frase, questa volta di Tennesse Williams Il teatro è una forma di espressione che riesce a toccare le profondità più oscure dell’animo umano. E se vogliamo parlare di follia credo sia pertinente. Ma è anche il luogo dove il conflitto può venire risolto, sebbene raramente con una soluzione definitiva. Sottolinea come la soluzione non sia mai definitiva nella vita. Secondo lei il teatro riesce comunque a trovare il modo di risolvere quel conflitto? Non solo per chi lo fa ma anche per chi lo guarda?

S.M «La possibilità c’è, e dipende dal momento particolare che l’attore e lo spettatore stanno vivendo. Come dicevo prima, ciò che voglio esprimere penso di poterlo fare anche perché in quell’esatto momento lo sto vivendo, vivo una o più sfumature della follia. Magari chi mi guarda è in un momento diverso del suo processo evolutivo e quindi la legge anche in maniera differente. Gli arriva come allegria, eccesso, o come dolore profondo, quindi il processo può essere molto curativo, rigenerante, però non lo è mai in maniera definitiva, semplicemente perché anche l’essere umano non è mai definitivo, dipende dal momento storico che sta vivendo. Questa è anche questa la bellezza del teatro che è pura immediatezza.»

È il motivo forse perché continuiamo a vedere certi classici che già conosciamo a teatro o rileggiamo lo stesso libro nel tempo, perché quella soluzione non è definitiva.

S.M «L’altra sera parlavo proprio di questo con un caro amico. Appena uscito, nel 1999, avevo visto Una storia vera di David Lynch e lo avevo percepito in un certo modo. Mi aveva colpito e commosso soprattutto  la storia, quella di Alvin Straight, un contadino dell’ Iowa che intraprende un viaggio su un trattore, un tagliaerba per andare a visitare il fratello malato.  Adesso, con occhi più adulti, ne colgo sicuramente una profondità maggiore e maggiori sfaccettature, e qui parliamo di cinema. Nel teatro, ripeto, è ancora più percepibile perché subentra l’elemento dell’immediatezza.»

Non c’è niente di più della commedia e dei commedianti che rappresenti dal vivo e con maggiore immediatezza quelli che siamo e che dovremmo essere. Miguel De Cervantes

Quer pasticciaccio brutto de la targa

Lo scrittore e critico letterario Dario Pontuale ci conduce per un quartiere storico di Roma che, nel testo simbolo di Carlo Emilio Gadda Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, ne diviene teatro di posa. Quando Gadda comincia a scrivere il libro, nel ’45, pur essendo stato a Roma dal ’31 al ’33, si documenta sui libri del touring club, consegnandoci tra le righe della vicenda una guida vera e propria della città.

Via Merulana: Riattivando in parte un tracciato di epoca classica, Gregorio XIII aprì questo rettilineo tra S. Maria Maggiore e S. Giovanni in Laterano, lasciandone il completamento a Sisto V. Subito all’inizio della caotica arteria (è uno dei più importanti assi viari del tardottocentesco quartiere dell’Esquilino), leggermente appartato, è l’arco di Gallieno (che in realtà è la porta Esquilina delle mura Serviane ricostruita in età augustea e dedicata a Gallieno nel 262). Lungo la via, si incontrano il palazzo Brancaccio, il teatro Brancaccio e l’auditorium di Mecenate. Inevitabile associare il nome della via al “Pasticciaccio brutto” di Carlo Emilio Gadda. (Touring club italia)

Via Merulana 219. Quer pasticciaccio brutto de la targa

di Dario Pontuale

Eravamo rammaricati nel veder tanti turisti camminare con il naso all’insù per la strada e infine andarsene mogi. Restavamo dispiaciuti nell’osservare molti appassionati passeggiare lungo la via alla ricerca di un’indicazione introvabile poiché inesistente. Li vedevamo andar via con facce perplesse, piene di dubbi e interrogativi. Procedevano per un po’ su e giù per il viale, poi stanchi e sconsolati abbandonavano la ricerca. Qualcosa li accomunava tutti, però, avevano in mano un libro, un libro con le pagine consumate dalla lettura e che riponevano nella borsa con la stessa delusione di un innamorato non corrisposto. Un libro che nel titolo, non casualmente, riportava proprio il nome di quella via in centro così tanto trafficata: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Un titolo diventato storia e leggenda al contempo, insieme tradizione e avanguardia.

E un “pasticciaccio brutto” lo stava diventando per davvero. Ci si domandava come fosse possibile che a Roma, città zeppa di iscrizioni, lapidi e targhe, non apparisse un’indicazione qualsiasi a ricordare un libro celeberrimo.

Un’opera dalla quale nacque, nel 1959, un film diretto e interpretato da Pietro Germi, intitolato Un maledetto imbroglio e distribuito dalla Cineriz.

Sembrava una situazione inspiegabile, specialmente, in una metropoli nella quale a ogni angolo di palazzo compare un’iscrizione, in una città in cui fin dai tempi antichi tutto si commemora incidendolo su qualcosa. A Roma il numero delle iscrizioni, lapidi e targhe affisse é secondo soltanto alle buche, perciò risultava veramente incomprensibile quanto un capolavoro ambientato durante i primi anni del fascismo, e sceneggiato tra i sampietrini vicini al Colosseo, rimanesse dimenticato per troppi decenni.

Un’opera firmata dal milanese Carlo Emilio Gadda, cominciata quando ancora abitava a Firenze e pubblicata a puntate, con scarsa fortuna, nel 1946 sulla rivista Letteratura. Un romanzo che conosce il meritato successo, fortunatamente, ben undici anni dopo quando l’autore, sbarcato nell’Urbe come giornalista in Rai, s’imbatte nel famoso editore Livio Garzanti. Un’opera entrata nella narrativa novecentesca grazie a uno stile che mescola lingua nazionale, dialetti, gergo; una trama ricca di situazioni e personaggi; un intreccio poliziesco, non solamente, che mostra una Roma durante il tempo delle camicie nere.

Considerando tanta “grande bellezza” letteraria, allora, ci si interrogava su come fosse possibile che le gesta dello scaltro commissario molisano Francesco “Don Ciccio” Ingravallo, la sfortuna della derubata vedova Menegazzi, oppure il cadavere della povera signora Balducci potessero essere così brutalmente trascurate. Ce lo chiedevamo noi assieme agli sconsolati turisti e appassionati lettori che davanti al famoso 219, il civico del “Palazzo degli ori” luogo dove si svolgono molte delle oscure vicende, non trovavano un’iscrizione, una lapide, una targa, nemmeno una scritta di gesso sul muro. Nulla di nulla.

Fortunatamente la lacuna é stata colmata, il debito dopo anni ha trovato ricompensa grazie all’impegno degli Iosa, una famiglia dalle antiche radici romane e romanesche, che esattamente al 219 apre bottega, nel senso più sano del termine, già da qualche generazione. A chiamarli in causa, a sancirne la stirpe letteraria, ci pensa lo stesso Gadda che, in una delle tre diverse stesure dell’opera, durante le indagini di Don Ciccio, riferisce proprio di una tappezzeria. Dopo oltre settant’anni, prevedibilmente, qualcosa nell’architettura del palazzo è cambiata, infatti è stato chiuso l’accesso al cortile, spostato l’ingresso del “Palazzo degli Ori” al civico 215, mentre al 219 è rimasto il locale ancora occupato dal negozio di tessuti degli Iosa. Quello che più conta, però, é la traccia di memoria deposta per i posteri sopra a quel lembo di marciapiede a lungo trascurato. Ci hanno pensato gli Iosa a “marcare il territorio”, affannandosi affinché in quei pochi metri di asfalto campeggi chiara una targa ben avvistabile perfino dai passanti più distratti. Da qualche settimana Roma ha una nuova targa, finalmente, e può vantare un motivo in più per ammirarla, un motivo in più per difenderla dall’incuria.

Anche l’ingegnere e scrittore Carlo Emilio Gadda forse ne sarebbe stato orgoglioso, noi romani lo siamo di certo, profondamente convinti, per una volta ancora, che Verba volant, scripta manent.

Quer gran palazzo der ducentodicinnove nun ce staveno che signori grossi: quarche famja del generone: ma soprattutto signori novi de commercio, de quelli che un po’ d’anni avanti li chiamaveno ancora pescicani. Er palazzo, poi, la gente der popolo lo chiamaveno er palazo dell’oro. Perché tutto er casamento insino ar tetto era come imbottito de quer metallo…. Una di quelle grandi case dei primi del secolo che t’infondono solo a vederle, un senso d’uggia e di canarinizzazione: be’ il contrapposto netto del colore di Roma, del cielo e del fulgido sole di Roma.

Il palazzo dell’Oro, o dei pescicani che fusse, era là: cinque piani, più il mezzanino. (C.E. Gadda)

Fiorivivi ringrazia

Dario Pontuale: scrittore, critico letterario, bibliotecario. Per i suoi bellissimi lavori rimandiamo al sito www.stradariopontuale.com

La famiglia Iosa

Il teatro di Mario Luzi

di Emiliano Ventura

Prosegue l’omaggio della nostra rivista al grande poeta Mario Luzi, in occasione del ventennale dalla sua scomparsa. Lo scrittore Emiliano Ventura (che fino al 2016 ha ricoperto il ruolo di responsabile scientifico e della comunicazione del Premo Internazionale Mario Luzi e della Fondazione Mario dove ha diretto le collane di saggistica) offre una sua riflessione sull’opera teatrale del poeta.

Il teatro

Mario Luzi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, le sue raccolte poetiche dal primo libriccino La Barca del 1935 all’ultimo Dottrina dell’estremo principiante del 2004 (Lasciami non trattenermi è una raccolta postuma curata da Stefano Verdino ed edita nel 2008) hanno attraversato e definito il secolo che lui chiama della ‘controversia’; settanta anni di lavoro poetico non si rintracciano facilmente in altri nomi che siano italiani o europei.

Oltre alle opere liriche, Luzi, scrive anche testi per il teatro a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. La prima opera che tenta una drammatizzazione della parola è Pietra oscura del 1946, l’ultimo testo composto per la scena è Il fiore del dolore pubblicato nel 2003, due anni prima della morte avvenuta nel 2005.

Contemporaneamente lavora sia alla poesia che ai drammi, una classifica di preferenza tra queste modalità di espressione appartiene più al cronista e allo storico che al poeta, per lui non vi è alcuna differenza; in diverse occasioni, convegni e libri di interviste, non ha lesinato di sottolineare questa verità. Dopo una prima giovanile stagione poetica, iniziata nel 1935, Luzi sente di esprimersi nella forma drammaturgia che porta le voci di una disputa intorno alla morte (suicido?) di un sacerdote che non intende curarsi, siamo nel 1946 e l’opera è Pietra oscura. È un testo essenzialmente prosastico dove solo in poche parti emerge la versificazione, Stefano Verdino curatore dell’edizione 2004 (esiste però un’edizione precedente a questa ed è del luglio 1994 per le edizioni del Battello Ebbro) ha giustamente parlato di cartone preparatorio per i testi teatrali, che rappresenteranno la maturità del poeta.

La drammatizzazione della parola

Per trovare però la compiutezza di un’esperienza teatrale legata allo scritto dobbiamo attendere gli anni sessanta, in quel momento il poeta attendeva alla traduzione di Racine e Shakespeare, da qui si ripresenta la naturalezza dell’esprimersi con una versificazione legata alla recitazione.  Ipazia, il primo compiuto testo teatrale luziano, nasce proprio da questa immersione nella drammaturgia di questi autori, lo spunto venne dal maestro Verretti che nel 1969 chiese a Luzi un testo per musica.

Dopo l’approccio del ’46 con Pietra oscura non è improprio considerare Ipazia il primo testo composto per la drammatizzazione della parola, questo atto naturale che la poesia possiede e che la scena rende ancora un evento. Un intreccio di fanatismo e fede, un gioco di potere che si palesa nell’Alessandria del V secolo d.C., è lo sfondo ideale del ‘martirio laico’ di quella donna filosofo. È proprio il ‘gioco del potere’ e la sua rappresentazione ad essere uno dei temi che attraversa quasi l’intero corpus teatrale luziano (quattordici testi per il teatro se contiamo Amleto voce sola traduzione e adattamento scespiriano scritto a quattro mani con l’attore regista Ugo De Vita). La disputa dei religiosi che debbono attestare quella morte sospetta del religioso in Pietra oscura, si ritrova pienamente sviluppata nel testo Corale della città di Palermo per Santa Rosalia (1989); qui bisogna decidere se le ossa ritrovate in una cava siano o meno le ossa della Santa e poter divenire, al fine, oggetto di venerazione per il popolo.

Il potere

Luzi in diverse occasioni (vedi i vari testi di colloqui e interviste con Specchio o Fasoli) ha dato una definizione del potere e della crisi che attraversa il governo degli uomini, che sia attuato attraverso la democrazia o attraverso la dittatura, è un soggetto che possiede in se aspetti tipicamente drammaturgici, con il suo essere un gioco delle parti, recita e finzione, è quasi naturale quindi che queste parabole di vita ‘spettacolarizzanti’ approdino al testo teatrale.

Questo gioco dei potenti diviene ‘materia poetante’ dei diversi drammi che negli anni vengono ad imporsi alla penna del poeta, completando e arricchendo il lavoro più tipicamente lirico che segue itinerari non dissimili.

È in testi come Hystrio (1987) che il gioco tra recita e potere si fa paradigmatico, le macchinazione del ‘palazzo’ tentano di rovesciare il potere dell’anziano Berek, per arrivare a questo si tenta di usare l’attore Hystrio; il tutto è giocato proprio sulla teatralità che il potere mette costantemente in scena per auto determinarsi. Anche in Rosales (1983) si palesa la stessa dinamica, la medesima problematica che ruota intorno a questo gioco dei potenti, imperniato sul mito di Don Giovanni emerge la domanda sulla legittimità di un omicidio commesso per il mantenimento del potere, la differenza tra un martirio, un sacrificio e un omicidio (la domanda in realtà può essere ampliata e rivolta alla differenza tra il bene e il male, in che modalità distinguiamo queste categorie). Non è assolutamente arbitrario leggere questi testi, Ipazia, Rosales, Hystrio, come una trilogia sul potere e la sua drammatizzazione, per alcuni versi anche Ceneri e Ardori (1997) testo sugli ultimi giorni di Benjamin Constant, può essere ricondotto a tale tematica.

L’arte pittorica

Luzi non ha mai nascosto la sua grande passione per l’arte pittorica, evidenziata negli amici pittori (Carrà, Rosai, Venturini, Francesconi, Macchi) in saggi critici e in raccolte liriche (vedi la bellissima Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini).

Cresciuto sulle vestigia e i fasti dell’Umanesimo fiorentino, tra Siena e Firenze, non ha mai lesinato interesse per quei grandissimi artisti della pittura (Raffaello, Pontormo, Simone Martini, Giotto, Beato Angelico) quell’arte che tenta un superamento dell’umano avvicinandosi a un’ideale, lontano quindi dal crudo realismo caravaggesco. Tracce di Umanesimo fiorentino, di quella unica stagione del pensiero umano che nel ‘400 trova il suo apice, tracimano in diversi testi del poeta. Un saggio su Raffaello segna il suo esordio come ‘critico’, una continua attenzione alle opere degli Uffizi emerge in diverse interviste. In Felicità turbate (1995) è protagonista proprio il Pontormo, quel pittore schivo e umbratile che ha lasciato incompiuti gli affreschi di San Lorenzo a Firenze; ambientato nel 1512 si sente l’aria di crepuscolo nella Firenze orfana di Leonardo, Pico, Michelangelo, Botticelli e Alberti, il presente non riesce a nascondere la nostalgia di una grandezza trascorsa. In Opus florentinum (1999) protagonista è Santa Maria del Fiore, la cupola a otto vele eretta dall’ingegno di Filippo Brunelleschi e simbolo di Firenze; una ‘parlata’ di operai intenti alla costruzione ci restituisce il secolo di Toscanelli, Ficino, Poliziano e Lorenzo. La Chiesa di Santa Maria si fa emblema della cristianità, si assume la responsabilità di coloro che hanno abusato del suo nome e si prepara a un nuovo inizio (quel ritorno alle origini che caratterizza Umanesimo e Rinascimento) in prossimità dell’anno giubilare. Anche la raccolta poetica Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini doveva essere, nelle prime intenzione del poeta, un testo drammatico, in seguito ha assunto la definitiva forma lirica che conosciamo. Questo viaggio di ritorno del pittore, da Avignone a Siena terra natale, è un ritorno alle origini, una nostalgia del vissuto con il desiderio del nuovo.

Da testo a testo

Nostalgia e desiderio, oltre a dare il titolo a un bellissimo saggio in Discorso naturale, sono i sentimenti che compaiono nel cantica del Purgatorio dantesco e che Luzi riprende in Il Purgatorio La notte lava la mente, riduzione teatrale della stessa cantica (1990). Nel 1999 per la pasqua l’allora pontefice Giovanni Paolo II commissiona a Luzi un testo poematico sulla passione di Cristo ( e basterebbe questa committenza per consegnare al poeta un ruolo tra i grandissimi), nasce così La passione, Via crucis al Colosseo, un testo che affianca le liriche luziane a passi tratti dai vangeli, quasi come le chiose dei commentatori medievali, e che scandiscono proprio le ultime ore di Cristo. Emerge la figura monologante e umanamente e dubitante di Gesù. Luzi non è un uomo di teatro come Dario Fo, ma un poeta, è naturale quindi che il suo lavoro drammaturgico sia un teatro della parola, un tentativo riuscito di portare la poesia in scena, come per D’Annunzio e Lorca, i nomi che Paola Borboni, una delle maggiori interpreti insieme a Giorgio Albertazzi del teatro luziano,  avvicinava al poeta fiorentino. Un evento manifestatosi in un dato contesto storico, non cessa la sua portata nell’attimo in cui accade, ma continua a manifestarsi; “niente  è come se non fosse mai stato”, “la contemporaneità di tutti i tempi”, sono versi che ci consegnano questa attualità degli eventi. Ecco che in questo modo il suo poetare è un ‘poetizzare’ il mondo e la storia, in presenza del poeta la poesia erompe.

L’ultimo testo scritto per il teatro è Il fiore del dolore pubblicato nel 2003 ma di cui si vociferava già nel 2001, è il bellissimo racconto della morte di don Puglisi, assassinato nel quartiere Brancaccio di Palermo perché inviso con la sua opera a Cosa nostra. È probabilmente il testo più ‘civile’ ed etico, in quanto denuncia del male e del suo mutamento antropologico, ma soprattutto si interroga sul bene e sul male; “nostro mestiere è l’interpretazione” è un verso che come una sorta di refrain ricorre più volte, attesta proprio questo bisogno di comprendere il perché del male, echeggia l’unde malum di Sant’Agostino. Ancora una volta la giovanile ‘tentazione’ filosofica di Luzi emerge nella sua poesia che è spesso interrogazione (evidente anche dal ricorrente punto di domanda).

Il percorso che si apriva negli anni quaranta con Pietra oscura e la morte (suicido) di un sacerdote, si chiude perfettamente con Il fiore del dolore con l’omicidio di un altro sacerdote, foce e sorgente, stilemi della poesia luziana, han finito per convergere e al centro rimangono più di cinquanta anni di drammaturgia.

Il teatro e la parola

Il teatro di Luzi è un tentativo di portare in scena la lingua della poesia, della parola e non della chiacchiera, per certi versi ricorda il manifesto del teatro di parola di Pasolini. Lo spettatore è chiamato a partecipare a un atto non solo ludico o di intrattenimento ma anche e soprattutto a un evento intellettuale.

I temi portanti del teatro di Luzi sono lo smarrimento di un uomo che si affanna nel tentativo di ricomporre i frammenti di un mondo che vede decomporsi, l’impossibilità di rapportarsi a un presente che evidentemente detesta ma nel quale intravede la possibilità di una salvezza seppure remota, la dimensione purgatoriale del tempo visto come attesa. L’uomo può essere visto anche come colui che vive in un esilio, di chi si sente in distonia con il proprio tempo; un atto compiuto nella storia continua a produrre effetti anche in prospettive temporali distanti (come ad ubbidire a una legge Karmica).

Per certi versi sembra che il poeta abbia assorbito, metabolizzato e poi rappresentato le macerie di un mondo in decadimento: i primi anni del secolo XX, quelli tra la Vienna e la Praga degli Asburgo, la stagione di transito che culmina nel crollo di un impero. Una stagione rappresentata poeticamente da Rilke e da Trakl, e l’atto poetico di Luzi può essere dovuto al desiderio di ‘ripoetizzare’ il mondo, facendo sua la lezione di Novalis con l’assunto che in presenza del poeta la poesia erompe dappertutto.

Alcuni personaggi del suo teatro hanno un rapporto con il potere rintracciabile nell’idea greca che vi vedeva qualcosa di malato o di malsano; sembra esserci un’eco delle Baccanti di Euripide: “Quando un uomo ha potere, anche se è capace di parlar bene, diventa un cattivo cittadino”. Il potere per mantenersi ha bisogno di lavorare su e per se stesso, emblematiche le parole del poeta: “A questo si aggiunge la crisi del potere, perché ogni epoca si esprime collettivamente con delle forme di potere le quali, per loro stessa natura, sono tutte forme degeneranti, e quando sopravvengono queste crisi arriva il momento che una forma di potere che, bene o male, era stata funzionale, magari sbagliata o ingiusta ma funzionale… poi non funziona più, perché  vengono a mancare proprio gli elementi su cui si reggeva. E questa è una cosa eloquente per sé, non solo di certi momenti della storia, ma della natura umana in se stessa e del suo consociarsi e dissociarsi. Non ci può essere, secondo me, un tema più teatrale in senso proprio di rappresentatività” (M. Luzi – M. Specchio, p. 150.)

Hystrio, Rosales, Ipazia, Sinesio, Costant sono tutti personaggi costretti a entrate, più o meno consapevolmente, nella dinamica del potere, in quel gioco fatto di realtà apparente, di grande spettacolarizzazione, di caduta e di fallimento, tematiche che hanno già una potenzialità drammatica a cui il poeta aggiunge la musica della sua poesia.

Nella loro essenza tutti i personaggi sono ‘moderni’, sono infatti la coscienza critica del proprio tempo, vanno oltre la semplice attualità della contemporaneità; è la caratteristica che Luzi rintraccia nelle lucide prose e poesie di Leopardi, la famosa critica alle ‘magnifiche sorti e progressive’.

Le parole di Mario Luzi

di Mario Luzi, Ugo De Vita, Emiliano Ventura

In occasione del ventennale dalla scomparsa di Mario Luzi, che ricade proprio oggi 28 febbraio, si vuole omaggiare il grande poeta riportando un suo intervento del 1998. Questo brano, inedito fino all’edizione del 2012 e pubblicato una sola volta, è un regalo che lo scrittore Emiliano Ventura (che fino al 2016 ha ricoperto il ruolo di responsabile scientifico e della comunicazione del Premo Internazionale Mario Luzi e della Fondazione Mario dove ha diretto le collane di saggistica) ha fatto alla nostra rivista.

Il testo che si pubblica di seguito è la trascrizione della registrazione dell’intervento tenuto dal poeta all’Università Tor Vergata di Roma nel 1998, senza modifiche (si sono volutamente lasciate integre alcune asprezze del testo dovute alla fonte orale e non scritta dell’intervento) mentre le domande finali sono quelle poste da studenti.

«Oltre all’indiscusso valore di un discorso per ora inedito del poeta si vuole mettere in risalto l’importanza dell’argomento stesso; le sue considerazione sul teatro risultano tanto più preziose in funzione di un ‘riscatto’ dall’oblio che sembra essersi posato su quei meravigliosi testi drammatici di Luzi. Irritante la difficile reperibilità dei testi che sembrano scomparsi dagli scaffali di librerie e biblioteche, trattandosi di Mario Luzi, uno dei nostri maggiori poeti, la cosa assume tratti sconfortanti per ciò che concerne il panorama culturale italiano.» (Emiliano Ventura)

Introduzione di Ugo De Vita

(Ugo De Vita è stato insieme a Federico Tiezzi e Sandro Lombardi uno dei più assidui collaboratori di Mario Luzi. Attore, regista e scrittore ha curato, interpretato e messo in scene pieces e concerti con testi di Luzi. Il suo è un teatro di poesia e di impegno civile. Ha scritto con Luzi l’adattamento scespiriano Amleto voce sola, interpretato da Elisabetta Pozzi e lo steso Ugo De Vita nell’ottobre del 1998 al teatro Il Vascello di Roma.)

«[…] questa introduzione non avrà carattere accademico, avrà invece carattere di una gioiosa attestazione di vicinanza con Mario. […] La mia città d’adozione è Firenze, a Firenze abito e sento di potermi considerare un allievo di Luzi, un allievo un po’ particolare, i nostri incontri, le lezioni, li ritagliamo nei pomeriggi domenicali. Dalla casa dove abito a Firenze, nel quartiere di Gavinana, passo il ponticello, Ponte Da Verrazano, e arrivo a Bellariva dove è la casa di Mario. E là da un po’ di tempo Mario mi racconta la poesia, mi racconta la letteratura. E devo dire che nel mio lavoro di studioso, appassionato di poesia, molto ha contribuito la frequentazione di Luzi. Non amo definire spesso con la parola maestro il mio interlocutore e fate bene anche voi a sospettare, troppi sono i cattivi maestri ma sento che fra le poche persone cui ho rivolto quest’aggettivo, l’idea di maestro, mi sembra appropriato alla definizione di Mario. Sapete le lezioni, il passare le informazioni sulla poesia, studiare le parole, questo sistema delle parole, è molto astratto a volte, perché astratta è la letteratura si fa vita, le parole diventano cose come nella casa di Mario, dove le parole si avvertono cose e c’è questo rapporto sensoriale con la letteratura.

In questo panorama che vi raccontiamo, questa terra di nessuno che è divenuta la poesia, noi siamo disorientati davanti [al] tempo della poesia. Un campo diviso, di terra dissestata e incolta, dove sembra davvero che si vadano a scavare buche senza tirar fuori nulla. C’è questa tendenza, questa polarizzazione verso il mito-modernismo, questa generazione di giovani e non più giovani, nati tra il ’35 e gli anni ’50. Penso a Giuseppe Conte, a Roberto Mussapi, a Milo De Angelis, a Rosita Copioli. Altra sponda e altro versante della poesia è dato dai novissimi il gruppo ’63, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, sino alle recenti prove del gruppo ’93: quindi la poesia come fatto tecnico e che può assumere significati sociali, la poesia intensa così come scriveva recentemente Sanguineti che “deve occuparsi di sanità e di occupazione”. […] La poesia di Luzi con la poesia di Sereni rientrerebbe in un’idea novecentista, di modernizzazione del linguaggio poetico. […] un criterio, un’idea schematica, semplicistica, se vogliamo arida di quelle che possono riconoscersi quali aree della poesia. Si riconoscono persino scuole regionali: la scuola lombarda, quella di Maiorino, quella di Giudici, la prima scuola romana, Penna, Pasolini, Bertolucci, la recente scuola romana con l’espressione isolata di Dario Bellezza ma in cui possiamo riconoscere Elio Fiore. Questi alcuni dei riferimenti. […] ma questa ‘terra’ appare incolta, una ‘terra’ da cui non si riesce a prendere, dove non si raccoglie ed ecco che incontriamo invece una poetica che unisce passato con presente, le linee di una poetica futura. Questa la rivelazione della poesia di Mario Luzi, dalle prime prove castigato alla catalogazione sommaria dell’ermetismo cattolico fiorentino, del suo ambiente letterario.

Sembrerebbero chiusi in queste cellette i poeti: Luzi con Bigongiari e Parronchi, invece Mario ci consegna oggi una raccolta straordinaria, che peraltro ho frequentato con grande amore per oltre un anno fino all’espressione teatrale del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, dove credo siano scomparsi possibili riferimenti e termini dell’ermetismo.

Giancarlo Quiriconi, critico acutissimo che terrà l’intervento di apertura al Teatro Flaiano domani mattina alle undici quando si aprirà il Convegno di studi, parlava di una poesia, quella luziana, in continua metamorfosi, appunto di continuum metamorfico al di là della questione della trascendenza, che altri critici ancora prima, anche negli anni settanta avevano sottolineato. Mi sembra che questa espressione poetica sia espressione futura, espressione che rispetto alla tradizione sappia implicitamente affermare i canoni e ne sappia uscire in un’idea di altissima religiosità, una religiosità a tratti capace di farsi conversativa, convenzionale, intima e semplice. Fra i primi a fare delle considerazioni sull’etica di Luzi c’era Bigongiari, parlava della forza dell’intelligenza del poeta, della espressione poetica non astratta, non separata ma legata alla vita, all’agire. In questo senso credo che la parola di Luzi ci unisce, in questa espressione recentissima dominata dal dubbio, quindi non c’è risposta assolutistica di chi pretenda che la poesia possa consegnare la chiave per vivere, la chiave dell’agire, c’è il dubbio costante e al tempo stesso c’è questa apertura alle cose, l’incontro delle cose, questo rispetto delle parole e nessun tecnicismo.

Vorrei concludere questo mio intervento invitando tutti a partecipare a questi giorni che noi vivremo tutti insieme a Roma con Luzi, perché io penso davvero che non ci sia retorica nell’idea che il poeta è sacro. Il poeta è fra noi, il poeta è con noi, divide con l’esperienza ma il suo rapporto è purissimo. Se la poesia come diceva Pound è la “conquista allo stato puro dei pensieri”, lasciamo pure che queste personalità così capaci, così volenterose, così innamorate della letteratura e della parola ci possano consegnare la loro esperienza e il loro vivere.

Mario Luzi

Occorre rompere questo diaframma che c’è sempre fra chi è di qua e chi è di là, come se ci fosse un giudizio da dare. Ad un certo punto in una poesia de Nel Magma (N.d.C. una delle più note raccolte poetiche di Mario Luzi, edita nel 1963 in cui la verseggiatura dialogata che lascia presagire la grande stagione teatrale che inizierà negli anni ’70) ci sono dei versi, scusate, mi permetto di ricordare, in cui si dice “non capisco perché sia io e non lui di là da questo banco”; è un giovane di fronte a una persona autorevole che si qualifica come giudice, [deve] accettare questa associazione di disparità già innaturale e limitativa. E forse è qui il succo di quello che anche il nostro amico Ugo diceva, c’è una concretezza che dobbiamo subito ritrovare. Noi navighiamo molto nel campo delle informazioni letterarie, nel campo delle riflessioni anche letterarie che nascono su quelle informazioni, viviamo nell’astratto. Questo è un limite.

Spesso ci si considera soddisfatti di aver collocato l’attività di un uomo al servizio della parola, di un poeta, di uno scrittore, in una cella come ha detto Ugo, e su questa collocazione nascono i giochi di dadi, i giochi di contrapposizioni, le schermaglie puramente letterarie. Ora uno scrittore non capisce neppure il valore di queste parole. Quando a me dicono che io sono un esponente dell’ermetismo fiorentino, io mi domando cosa sono. Fiorentino sì! Biograficamente sono nato a Firenze, ho per lo più vissuto a Firenze, e quindi accetto, ma ermetismo fiorentino, questa etichetta me la porto dietro, però non credo si riferisca a me quando viene detta, io credo che questo sia lontano dalla vita, dalla metamorfosi che è poi il mio tema se vogliamo, ma che è implicito nell’idea stessa di vita, il mutamento, il divenire. Come si fa ad immaginare uno scrittore che sta buono buono, chiuso nell’area di una finestra di questa cella che gli è stata assegnata. Questa è appunto un’astrazione crudele, e anche una stupidaggine, scusatemi, un’assurdità.

Questo è un po’ il problema. Non che con questo vi voglia dissuadere dallo studiare, dal seguire, però dovete sostituire a queste parole di comodo per il linguaggio, di comodo forse anche per la didattica, almeno in un primo tempo, sostituirle con un’idea viva. Questo penso sia il primo atteggiamento vero di ognuno, di uno studioso, di uno studioso di fenomeni di letteratura, ma anche e soprattutto di uno che ama veramente i testi, le espressioni dell’arte.

Il panorama sintetico che ha fatto Ugo è certamente un richiamo al nostro tempo, al nostro secolo che sta ora fra l’altro chiudendosi. Avete sentito una persona che è veramente interessata, viva, implicita direi allo studio e all’osservazione e forse alla creazione dei fenomeni letterari, come ha lasciato all’aria aperta diremo queste enunciazioni perché effettivamente tutto è movimento, tutto è continuamente soggetto a bisogni e a revisioni. Se io dovessi oggi dare di mio un’indicazione sullo stato [della poesia], non posso far di più, non posso giudicare, non posso qualificare, non avrei i mezzi per farlo, e forse non sarebbe bene. Se io dovessi dare un’indicazione sullo stato della poesia in questo secolo e soprattutto in questo scorcio ultimo, recente, cosa mi salterebbe agli occhi?Proprio giorni fa c’è stato un premio, sapete anche questa è una cosa del nostro secolo, da una parte diciamo rivolta e avanguardia, da una parte i premi letterari, questi sono i connotati pubblici del nostro tempo, ma anche questi vanno presi per quel che sono, sapendoli in un certo senso relativizzare anche questi possono esser utili.

C’era un premio in cui c’erano soprattutto alcuni poeti di oggi che erano stati invitati, che erano poi i più rilevanti direi, a presentare alcune liriche in modo da mettere insieme un piccolo libretto, un fascicolo esemplare in  un certo senso del nostro secolo e appunto mi hanno chiesto di introdurre questo libretto con qualche considerazione generale ma non solo, relativa allo stato [della poesia] e allora mi sono accorto che noi navighiamo, più o meno abilmente, con più o meno sensibilità, in una sfera direi di virtualità perenne dove l’essenza, cioè l’essere vero, non virtuale, essere nella cosa, essere nell’evento, essere dentro il ritmo vivo è molto raro. Credo che non ci sia secolo altrettanto prolifico e prodigo in questo senso (N.d.C. nel senso di questa presenza del virtuale a scapito dell’essere nell’evento nella pienezza della vita), credo si possa riferire a questa attitudine, alla virtualità perenne, non arriva se non raramente il momento in cui una cosa è accaduta, è dentro la sua espressione, è dentro la sua parola, è ormai irremovibile da come è stato espresso.

Molto significativamente l’anima e la mente di questo secolo incerto, insicuro, avido, futile, gravido anche di tensioni, si spiegano in queste espressioni che io ho chiamato ‘virtuali’, di virtualità per meglio dire, quindi tensioni poetiche, conati poetici, intenzioni poetiche, che non hanno avuto, diremo così, o non hanno ambito a trovare il proprio consistente. Questo è un po’ quello che io consideravo facendo questa nota introduttiva che mi sembrava giusto comunicare perché credo che sia elemento di coscienza. [Potrebbe essere molto opportuno, alla fine della nostra storia, alla fine episodica, intendo quella del nostro secolo e nel passaggio ad altro, non dico altro secolo ma ad altro perché quello che si capisce, che vi dicevo prima, è che gli elementi di pregnanza…di richiesta… di pressione interiore a volte cercano la liberazione nella parola; io sentivo questo intermezzo, questo essere sospesi, questo navigare, in questa virtualità che ci è concessa ma che non ci propone nulla di sicuro]. Anche per immaginare un futuro, per immaginare una prospettiva verso l’alto, verso ciò che non è, che ancora non si è verificato, che non si profila, magari che è attesa, una concretezza geografica e storica da illuminare, da rendere lucida e da proiettare. Questo è lo stato (N.d.C. di virtualità perenne) che alla fine di questo secolo quasi terminale mi trovo a confidarvi.

[Non intendo dare nessun giudizio però ho percepito questa cosa e mi pare che non riguardi cose distanti ma che sia al contrario l’aura di questo secolo che sgretola l’unità relativa, quella che veniva drammaticamente cercata agli inizi del secolo scorso da Hegel e poi da Valery, per citare due personalità contrapposte e dialettiche. Lo sgretolamento invece c’è stato, è accaduto, è accaduto il massimo di orrore ma anche di meraviglia in questo secolo]. (N.d.C. In questo breve periodo Luzi condensa alcuni aspetti fondamentali del Novecento, la fine dei grandi sistemi, la frammentazione del sapere e la crisi della kultur in senso classico, quella che ancora Goethe e poi Hegel potevano rappresentare. Ci introduce con un lessico da letterato nei confini di quello che la filosofia definisce più specificatamente postmoderno, pensiero debole e pensiero della crisi.) Dico drammaticamente e con questo vengo proprio al teatro che Ugo ha evocato come strumento di nostra comunicazione reciproca. Lui mi ha chiamato maestro, è assurdo! In ogni caso il più vecchio ha più cognizioni episodiche da comunicare, è stato questo forse di utilità a lui che non ha bisogno naturalmente di avere un maestro come me, questo lo dico senza retorica.

Il teatro nel quadro della letteratura, nello studio della poesia, ha una situazione che non fa onore, mi permetto di dire, alla nostra critica letteraria, alla nostra storiografia e mi includo anch’io e lo sono ancora (N.d.C. L’opera critica di Mario Luzi si può trovare in Naturalezza del poeta, Discorso naturale, Prima semina, Vero verso.) Non fa onore perché nei riguardi dello scrittore di teatro ci sono degli atteggiamenti diversi e impropri. Voi sapete che esiste Pirandello, sapete che ha avuto una grande fortuna, ha un grande nome, una grande presenza e importanza nella nostra storiografia, nel quadro del nostro presente però lo scrittore Pirandello, Pirandello come uomo di teatro, è visto come un giro di valzer fuori del campo della letteratura, un giro di valzer che è andato molto bene, è stato molto fruttuoso ma in sostanza si distingue Pirandello scrittore, novelliere, anche quell’iniziale poeta che è stato, quindi i romanzi, e vengono considerati come antefatti che avrebbero lasciato a metà strada quest’uomo se non avesse preso il piroscafo per i suoi giri Marta Abba.

Il perché uno scrittore si esprima in questi modi, apparentemente diversi, ma solo apparentemente diversi ma sostanzialmente [rivolti] alla ricerca di morfologia, questo essere qualche volta arte scenica e qualche volta narrativa, il perché alla fonte di questo lavoro uno scrittore come Pirandello sia partito da un’intuizione primaria, forse inspiegabile, forse viene non da una decisione prestabilita ma da uno stato che vorrei chiamare divino.

Venendo al teatro sembra che ci si introduca in una o più corporazioni, in una o più conventicole in cui si elabora un certo modo di scrivere. Come dire che c’è una linea lombarda, romana e fiorentina eccetera prima che interessarsi alla motivazione che non può non essere individuale e soggettiva e intransitiva anche del rapporto tra questa persona e la sua opera, e il suo modo di impostare la sua opera, il suo modo di svolgerla, il suo modo di organizzala in forme, in morfologie lunghe e qualche volta univoche, monotone nel senso originario della parola. Tutto questo mi pare faccia a pugni in certo senso con una vocazione, con un destino più o meno felice di scrittore.Il teatro, torno a questo tema, per me è stata una necessità, una impensata apertura nel nucleo del mio organismo elettivo e morale. Non è che io dovessi sentirmi legato ad una specificità di poeta lirico da dover escludere la  tentazione… direi così… drammaturgica, questo io l’ho sempre reclamato non pensando di scrivere neanche lontanamente cose di teatro, però pensavo che nessuna possibilità o tentazione o apertura o invito o lusinga mi avrebbe costretto a rifiutarlo per onestà a una specie di immagine fissa specifica di mestiere quasi, di specificità appunto lirica.

Mi accorgo che non mi proponevo di diventare un autore drammatico come non mi proponevo di diventare un autore lirico, ma a un certo punto una specie di voce interna mi dettò un dialogo, sentivo delle voci che si contendevano, che si contrapponevano su un soggetto e questo soggetto poi venne fuori. Sentii le voci di questo contenzioso, il suo contenuto, arrivai a capire su che cosa era la contesa; una contesa abbastanza rilevante ma quello che percepii era un linguaggio, che era il mio, ma che si disponeva in un altro modo e che reclamava una morfologia non in contrasto ma diversa da quella mia abituale, e scrissi un testo drammatico che poi fu recuperato.

Si chiama Pietra oscura (N.d.C. pubblicato una prima volta nel 1994 e poi nel 2004, curato da Stefano Verdino s cui si deve anche il recupero a cui allude poco prima Luzi) e questo era appunto un dialogo in cui alcuni ecclesiastici e alcune persone vicine a un ecclesiastico morto, disputavano su questa morte, disputavano sull’accettabilità di essa in senso cristiano. Si sospettava che questo sacerdote si fosse suicidato ma non violentemente, suicidato per rifiuto ai rimedi della scienza e appunto avesse voluto respingere, non ricercare anzi respingere il soccorso della scienza. A un certo punto dal linguaggio, da questa contrapposizione interna del linguaggio stesso, erano [nati e ] poi dei versi, in sostanza una proposta differente agitava un problema molto grave. Io questo dramma non l’ho mai pubblicato, ed è stato dato alla RAI ma poi c’era stata qualche opposizione della censura, fu sospeso e ritirato.

Non era tanto questo, era che io non me ne dicevo soddisfatto perché si divideva in tre tempi. Il primo e il terzo erano venuti così, un po’ mediaticamente se vogliamo così dire, ma sempre da dentro di me, con le mie parole è chiaro, con il mio linguaggio, con la mia precedente esperienza. Erano disposti in maniera abbastanza semplice.

Il tempo intermedio, fra il primo e il terzo, avevo dovuto cercarlo, era una specie di congettura più che di necessità, non era brutto ma non lo sentivo mio, sentivo che era frutto di una sperimentazione e questo evidentemente non può soddisfare. Non era il modificare, era una cosa che poteva essere anche ritrattata. Lasciai questo testo in un cassetto e poi l’ho perso di vista [per via delle] occorrenze che sono capitate nella mia vita. Il teatro per uno scrittore di versi viene messo ai margini, considerato come un passatempo, una divagazione, invece il teatro per me è altro e insieme. Ci sono delle andate e ritorni, il verso ha influito sul mio linguaggio teatrale, quello personale ma anche la mia idea di spettatore o di lettore. Credo che bisogna affermare, non per me o per altri, ma perché la letteratura è lo specchio che l’espressione di un’unità umana non può essere il mestiere specifico o anche il talento specifico che uno ha, è sempre un discorso, è una motivazione di fondo che si anima in vari modi e che acquista, credo, qualche valore dalla molta sua pluralità, dal fatto di esprimersi in questo e in quel campo reciprocamente. Non so se queste cose sono riuscito a dirle bene, forse no! Ma insomma io credo che sia una cosa importante anche far ritrovare alla letteratura la dignità più grande, più diretta, è importante. È rivelante, perché è un po’ angusto se voi vedete questo tabulato di settori.

Non cadiamo in queste semplificazioni, questi artifici di comodo della storiografia e purtroppo della critica. Potete dare a tutta la didattica letteraria una piega diversa, io credo che possa nascere proprio dal basso, scusate se dico ‘dal basso’, dico dai discepoli, non solo dai discenti. Ci si educa alla reciprocità fra allievi e insegnanti, docenti e discenti, e chi è il discente è spesso incerto se è appunto oggetto o soggetto dell’insegnamento. Credo che questo sia molto importante, parte pare alle cose come attori; voi potete, voi stessi, discepoli, diventare attori, di questa rigenerazione, rimodellamento se davvero volete del nuovo.

Le domande 

Alla fine dell’intervento si lascia spazio alle domande con gli studenti ne nasce un breve dialogo.

Studente: Durante gli anni del fascismo e nel periodo bellico, quali erano le vostre letture e quanto può aver influito sulla formazione di voi giovani intellettuali la censura sulle opere di autori stranieri?

Mario Luzi: «Le nostre letture erano le più svariate; autori europei ed americani grazie alle traduzioni di Pavese e Vittorini che già si adoperavano in tal senso. Vorrei sfatare questo mito, secondo cui non era possibile trovare autori stranieri per via della censura. Mancavano certo traduzioni della Russia e dell’Est, era per lo più mancanza di cultura, di informazione che censura sulle opere. Grazie al brillante lavoro di alcuni traduttori, come il mio amico Poggioli (slavista), o dell’acuto traduttore dallo spagnolo che è stato Bo e come lui con gli autori tedeschi, lavoravano egregiamente sia Landolfi che Traverso. Sulla traduzione, sul senso intimo del traduttore tengo però a dire che accoglie in sé l’idea di tradimento, è esigenza umana e umana necessità di trasportare la parola poetica.»

Studente: Quali sono i libri o gli autori che nel corso della vita le hanno dato maggior stimolo o conforto?

Mario Luzi: «Direi Platone, Socrate fino a Plotino, quella filosofia a differenza di quella moderna fu un vero processo mentale di conoscenza ma sicuramente non mi sento immune dalla filosofia romantica, idealista in cui poesia e filosofia si fondono, o si confondono in una ricognizione totale del mito (Novalis, Holderlin, Hegel).»

Studente: In ‘Naturalezza del poeta’ lei cita S. Agostino dal quale apprende che l’essere umano non è in sé, è quello in cui si trasforma continuamente, indicibile me stesso, potrebbe tornare su questo concetto?

Mario Luzi: «Certamente, è nelle confessioni che Agostino afferma che l’essere umano è quello in cui si trasforma continuamente, è qualcosa che si compie, si fa, trasfigura, muore e rinasce. Questo mi fa pensare al mio Viaggio in India e al mio incontro con le religioni orientali che è stato determinante per quanto ho espresso nelle mie raccolte recenti. Nel Viaggio di Simone Martini è accolto il senso profondo del Karma, il conflitto tra ripetizione e innovazione, in perenne scontro. Il Karma ti riporta e ti rimanda ad altre esistenze ma in sostanza è la ripetizione e la non liberazione dell’io e dell’individuo dal tempo, ha in sé il germe di un premio e di un castigo, che possono non manifestarsi nell’immediato ma sono fatali. Essi accadono comunque.»

Studente: Nei prossimi giorni a Roma si terrà in Convegno sul suo teatro. Qual è il suo rapporto con la parola drammatica, vi è una differenza sostanziale tra espressione poetica e drammaturgia?

Mario Luzi: «No, proprio questo si diceva con Ugo cioè di testimoniare in questa occasione con chiarezza che non credo al distinguo fra teatro e poesia. Sono, ed è ovvio, due modi, due generi letterari ma si tratta di letterature, di linguaggio, di parole. Bisogna anche per essere poeti incarnare la parola, renderla corpo e voce. Il teatro ha un vantaggio, la capacità di riuscire a parlare molteplici lingue, quella quotidiana, quella tragica, quella della parola necessaria. Direi che la mia poesia, almeno così come la sento ora, è intimamente percorsa dalla drammaticità, contiene l’elemento drammatico. Sullo stile molto si può dire. Lo stile è nel profondo, nella coscienza. È la crisi del moderno, cui la parola si oppone. La parola senza distacco dal mondo, lasciando che semmai sia il mondo a farsi lontano.»

Segue…

Nel prossimo numero il commento all’intervento di Mario Luzi.

Siamo fatte di carta

di Floriana Porta, Anna Maria Scocozza

La poetessa Floriana Porta e l’artista Anna Maria Scocozza ci presentano un lavoro innovativo e personalissimo. Siamo fatte di carta è un progetto artistico-poetico, da cui prende il nome anche il medesimo libro, frutto di una collaborazione proficua e a forte carattere poetico.  

Riflessioni: Floriana Porta

Gentile Floriana, come nasce questo vostro progetto?

F.P «Vorrei innanzitutto raccontare qualcosa sul titolo Siamo fatte di carta. Esso nasce dalla volontà di unire due mondi, due universi: la femminilità e la carta. Un connubio artistico di due autrici, io e Anna Maria Scocozza, accomunate da una continua ricerca espressiva, poetica e spirituale. Il risultato è qualcosa che aiuta a riflettere, in modo intimo e profondo, sul rapporto tra la carta e l’anima delle donne.»

Quale è stata invece la scelta letteraria-poetica, che in certo senso sorregge l’intero progetto?

F.P «Per quanto riguarda la scelta poetica ho avuto da subito le idee chiare: volevo inserire all’interno del lavoro (poi diventato un libro) oltre a poesie di metrica libera, più tradizionali, anche haiku e baishù, vere e proprie poesie zen in miniatura. Da sempre sono affascinata dalla terra del Sol Levante. Il mio sogno è quello di fondere la disciplina interiore, tipica dell’Oriente, all’anima dell’Occidente. Considero la poesia giapponese una vera e propria disciplina spirituale: stimola una profonda connessione con le nostre emozioni, infonde maggior consapevolezza e sviluppa la percezione emotiva. Haiku e baishù rappresentano una poetica pura ed essenziale, che consiste nel condensare nello spazio di pochissime sillabe (rispettivamente 17 e 31) emozioni, attimi di vita e pensieri.»

Come è nata l’idea di associare le vostre diverse forme espressive?

F.P «Volevamo creare un testo in cui, a ogni pagina, arte e poesia si intrecciassero pienamente l’una all’altra in una misteriosa alleanza e – parola dopo parola, immagine dopo immagine – il lettore si immergesse in una dimensione del tutto inedita e coinvolgente. Abbiamo curato la parte estetica ed emozionale con rigore e grazia, dando massima importanza sia alle risonanze emotive sia alle profondità spirituali. E speriamo di aver creato un’opera originale, travolgente, densa di un luminoso e radioso stupore.»

Riflessioni: Anna Maria Scocozza

Gentile AnnaMaria, vorremmo chiedere anche a lei da dove parte la scintilla della costruzione di questo vostro progetto artistico.

A.M. S «Il lavoro sgorga da un senso intimo di sorellanza, quel legame invisibile e potente che intreccia le anime delle donne, permettendo loro di riscoprire il proprio potere, intimo e universale al tempo stesso. Non è semplice amicizia: è un sentiero condiviso, un santuario in cui l’anima respira e fiorisce, una catena di cuori che affonda le sue radici nel rispetto, nel sostegno, in un’empatia vibrante come una corda tesa di violino.

Con il mio lavoro ho cercato di celebrare questa energia collettiva e la forza primordiale della creatività femminile, tessendo le mie visioni con i versi di una sorella d’anima, la poetessa Floriana Porta, che mi ha accompagnata in questo viaggio dell’essere.»

Come nasce la sua ricerca artistico-poetica?

A.M. S «La mia arte nasce dall’incontro tra estetica ed etica, trasformando ciò che è scarto in poesia visiva. Ogni pezzo di carta riciclata si trasforma in un frammento di rinascita: credo che ciò che è dimenticato possa riscoprire bellezza e dignità. Così, raccolgo materiali abbandonati e li tramuto in indumenti poetici: scarpe che raccontano nuovi cammini, abiti che avvolgono l’anima, eco-gioielli che brillano di un nuovo inizio.

Questa ricerca va oltre la creazione visiva: è una meditazione, una trasfigurazione, dove anche le esperienze più dolorose si dissolvono per rinascere in forme nuove di raffinata bellezza.

Il riuso è un gesto d’amore e di resistenza, un canto silenzioso contro le ferite della vita, un impegno poetico a rinascere attraverso l’arte. Ogni strato di carta, fragile e riciclato, si fa custode di storie femminili, impregnato di ricordi e vissuti, simile a un tessuto delicato che si trasforma in un’armatura invisibile ma invincibile.

La farfalla, che danza leggera sulla copertina del libro (frutto del nostro lavoro congiunto), incarna pienamente il mio cammino artistico: simbolo di metamorfosi e di libertà, sospesa tra cielo e terra, attraversa abissi e si rigenera, emergendo luminosa, capace di infinite rinascite. Vorrei che la mia arte fosse come quella farfalla: un ciclo eterno di mutamento e meraviglia, un invito a trasformare ogni frammento della nostra esistenza in qualcosa che possa volare oltre il tempo, sopravvivendo a tutto.»

Può parlarci della sua ricerca su carta e moda, che nel tempo ha preso la forma del brillante progetto artistico Guardaroba poetico?

A.M. S «Guardaroba poetico rappresenta per me la mia intima voce creativa; è una collezione di opere scultoree realizzate con carta e cartone, che raccontano, attraverso la materia fragile e resistente allo stesso tempo, il mondo interiore femminile. I suoi “indumenti poetici” appaiono come oggetti comuni, ma in realtà sono veri e propri “contenitori di senso”, specchi che riflettono l’anima di chi vi si specchia, portando meraviglia e introspezione. Sono abiti da indossare con lo spirito, pezzi di vita trasfigurati in forme che evocano il quotidiano e l’immaginario. Abiti, lingerie, scarpe, tutto realizzato con carta riciclata, diventano il pretesto per meditare sul riuso e sulla rinascita creativa, trasmettendo la bellezza nascosta negli scarti della vita.»

CONNUBIO ARTISTICO: poesia e creazione materica

Le poesie di Floriana Porta

Siamo fatte di carta,
di fili ritorti,
d’ali sospese,
di fragili corazze,
di lava rovente,
di luci visionarie,
di briciole d’assenza,
di gusci fossilizzati,
di respiri millenari.

Siamo fatte di carta,
di storie perse nel tempo,
di alberi capaci di sognare,
di narrazioni e di traguardi.

Pori, piume e radici:
ecco la nostra anima!

***

non sono che polvere
in bilico sull’acqua

un angelo di pioggia,
un lupo, una farfalla

un corpo sopra un corpo
che scuote anche la morte

le pietre, le conchiglie
e i sogni che verranno

un quaderno d’altri tempi
nel tempo senza tempo

un abito di carta,
di gemme e di preludi

un bordo smarginato
in punta di poesia.

***

Quando l’esistenza si fa complessità,
vita e sogni si intrecciano,
fili e anime si rincorrono,
corpo e segni si perdono…
e ciò che resta di loro si chiama poesia.

Ogni sillaba assumerà forme insolite,
sopravviverà come un fossile imprigionato
in un dedalo di madide foglie,
insabbiate, inafferrabili
ma mai cieche ed estranee.

E quelle stesse radici si faranno preghiere,
gemme e amuleti.

***

Ho imparato a rifiorire, a ricominciare da capo
e a prendermi cura di me stessa.

A rinnovarmi, a progredire e a progettare nuove avventure,
a cambiare pelle, a trasformarmi
e a farmi tutt’uno con il cielo.

Ho imparato a seguire le traiettorie della luce
e a vivere, con pienezza, ciò che merita
di essere salvato.

A non dissolvermi come un arcobaleno
ma a mettere radici per non sentirmi più impotente
e in balia degli eventi
e a fare tesoro dei miei sogni.

A offrire alla mia vita, e alla mia anima,
un senso, un appiglio.
A non temere il tempo
e a sfidare ciò che mi è estraneo.

Ma soprattutto ho imparato ad avere nuovi occhi
capaci di stupirsi, di lasciarsi urtare
e colpire dalla bellezza.

***

prego
nel bisbigliare del vento
dove non servono le bugie

nel volo notturno delle stelle
perse, fisse, ma pronte ad evolversi

nei capogiri invisibili delle Perseidi
abbracciate ad ogni scintilla divina

nel corpo dell’universo
dove ogni giorno si celebra la poesia

***


è tempo di cullarsi
di farsi pesce e onda

di risvegliare il mare
nel mezzo di un addio

di udirne sempre il canto
all’alba di un sorriso

di non dimenticare
la vita e il suo coraggio

di concedersi speranza
in nome di un amore

di raccontare i propri sogni
fumanti di dolore

è tempo di sbocciare
di vivere nel chiarore

ognuno a modo suo
sconfiggerà la morte

***

La poesia è un cartone
sapientemente cesellato.

È una voce, un nome
che non si arrende mai.

È un fiore che indosso
tra le onde delle parole.

È una ferita fiorente
fuori e dentro di sé.

Tre haiku

la luce nutre
un sottile intreccio –
carto-frammenti

***

sentieri sacri –
si fa la poesia
con l’infinito

***

semi di libro –
l’incarnato del tempo
si fa memoria

Due baishu

tracce, metamorfosi
le parole si rincorrono

semi di desideri
dove tutto ha inizio

***

ataviche memorie
nell’estasi della distanza

sulla loro corteccia
un universo arboreo

L’arte di Anna Maria Scocozza

Abito nido. Ma gli alberi quando sognano riescono a volare. Filo di carta animato 2011
Abito poetico. Memorie di una pianta. Carta riciclata
Lingerie poetica, realizzata con carta riciclata filata e tessuta. La disubbidiente. La centratura.
Camminare la poesia. Radici 2023
Come un albero con molti fiori e foglie. Carta da imballaggio. 2023
I codici della primavera. La donna sogno. 2020
Lingerie poetica. Fiorire dentro. Carta e ramo secco. 2020
Lingerie poetica. La sposa bambina. Materiali ciciclati. 2019
Mi sono rifiorite le ferite. Portami un ago grosso che mi devo ricucire il cuore. Fumetto riciclato. 2019
Fiore. Carta riciclata

Fiori vivi ringrazia:

Anna Maria Scocozza: diplomata in Costume e Moda, ha affinato il suo sguardo artistico alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Roma, proseguendo con una vasta formazione in pittura e decorazione. Ha condotto laboratori e workshop in musei, ha esplorato molteplici tecniche, dall’acquerello ai libri d’artista, fino a “Guardaroba poetico”. Le sue opere sono state esposte in prestigiose mostre collettive e personali, in Italia e all’estero, trovando dimora in musei, fondazioni e collezioni private.

Floriana Porta: poetessa e pittrice torinese. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, haiku e tanka. Allieva di Fernando Bibollet, Antonio Carena e Nino Aimone, ha esposto nel Torinese e nell’Astigiano le sue opere ad acquerello. Attualmente collabora con diversi siti e giornali che si occupano di cultura, poesia e arte. Ha fondato nel 2017 il gruppo poetico di “Vinovo in poesia”. Nel 2022 ha creato un blog di interviste a scrittori e artisti: Le cetre dei poeti. È membro di giuria di alcuni concorsi letterari nazionali e internazionali.

http://florianaportablog.wordpress.com/

Genius loci

#3 RUBRICA LIN

di Gilda Yoko Diotallevi

Genius loci: il culto

Il Genius loci era una entità naturale legata a un luogo. Derivante dal latino gignere, ovvero creare, generare e dal genitivo di locus, luogo appunto, era un vero e proprio culto per i romani che connettevano il suolo/terreno/ambiente da essi abitato con lo spirito di quel luogo, spesso personificato da una entità fisica. All’inizio rappresentato da un serpente che usciva dalle viscere della terra, spesso posto proprio sugli edifici stessi in funzione di protezione del luogo e delle persone che lo abitavano, nell’epoca tardoantica il Genius loci assume vesti umane e viene rappresentato o come una divinità alata o come circondato da animali e piante.

La benevolenza di tale spirito doveva essere ottenuta scendendo a patti, ingraziandosene il ben volere attraverso offerte di cibo, fiori, profumi e vino, ma soprattutto attraverso il rispetto del luogo che si andava ad abitare. In caso contrario, la mancata cura del luogo, la sua profanazione, avrebbe indispettito il Genius, causando sventura. La peggiore delle evenienze sarebbe stata infatti quella di vivere in un luogo abbandonato dagli dei, spogliato dal sacro, e quindi dal senso.

Nullus enim locus sine genio est, scriveva Servio, e se un romano voleva abitare un luogo, doveva innanzitutto interrogare questa specie di divinità minore, di Nume, che da prima e a prescindere dall’uomo lì risiedeva, negoziando perciò con l’unica entità che avrebbe preservato e protetto l’identità del luogo stesso.

Lo spirito del luogo

Lo spirito del luogo si riferisce all’atmosfera, all’essenza o alla particolare energia che caratterizza un determinato luogo, influenzandone l’esperienza e la percezione da parte delle persone che lo vivono o lo visitano. Una concezione simile della sacralità della natura terrestre, dello spazio che l’uomo abitando in un certo senso disturbava e profanava, era condivisa dai greci, per i quali le sorgenti erano popolate dalle ninfe selvatiche, gli abeti nascondevano le driadi e le cime degli alberi ospitavano i più potenti degli dei. «Nello spazio che gli uomini condividevano con loro, l’invisibile si mescolava costantemente alla materia visibile.» E più in generale ogni popolo antico pensava fermamente che il mondo fosse pieno di spiriti, come nel caso del bosco sacro, luogo di culto delle più antiche religioni europee, non solo greche e romane ma anche celtiche e baltiche, e accomunabili alle foreste sacre dell’India.

Nonostante oggi sia più difficile sentire tale sacralità, la natura ancora reca i segni della parola divina. E non solo per gli aborigeni australiani o per gli indiami d’America, convinti che la terra contenga gli echi degli spiriti degli antenati e della parola degli dei. Ma anche per chi ancora mantiene uno sguardo diverso e profondo. Non è così difficile leggere le tracce di un linguaggio superiore nell’osservare la natura.

I Giapponesi shintoisti parlano dei kami, di quelle divinità della natura che si celano all’interno delle cose e soprattutto delle piante, dei corsi d’acqua e delle rocce. «[…] non sempre avvicinare i kami è cosa agevole; ma è la loro presenza a garantire la continuità dell’universo visibile, e quindi la vita.» Il termine kami ha una ampia varietà di utilizzo, ma nel senso che qui si intende potrebbe essere tradotta con numi, a sottolinearne la forte relazione con la natura stessa.

Sono infatti considerati degli spiriti-elementi della natura, che possiedono caratteri negativi e positivi. Non sono visibili al regno umano, ma abitano luoghi sacri, fenomeni naturali e possono anche abitare alcune persone durante i rituali che li coinvolgono. Nello shintoismo, a cui si fa qui riferimento, essi presiedono alla crescita, alla fertilità o meno di un luogo e possono impersonare montagne, fiumi, alberi, rocce. In altre parole sono spiriti ancestrali, forze della natura, legate a una concezione fortemente animistica del mondo abitato e di quello invisibile. Ogni luogo può essere considerato abitato da un kami, e questo legame tra la natura e la spiritualità è fondamentale nella concezione giapponese di “spirito del luogo”. L’ architettura tradizionale giapponese, come i templi e i santuari shintoisti, è progettata tenendo conto di questa sacralità del luogo, cercando di rispettare e riflettere l’essenza di quel particolare ambiente naturale.

Martin Heidegger: Schonen

Ma lo spirito del luogo, nel tempo, tende a disancorarsi da un pensiero spirituale-religioso, per confluire invece in ambiti altri, in filosofie esistenziali che si snodano fino al novecento. In particolare Heidegger, attraverso alcuni termini come: radura (Lichtung), sentiero (Weg), località (Ortschaft), contrada (Gegend), campo (Feldung) e bosco (Waldung), riconsidera l’abitare, in maniera diversa da come il pensiero occidentale era solito fare.

Perché il rapporto tra l’uomo e lo spazio che abita non può essere ridotto alla semplice copresenza di due oggetti, di due realtà esistenti. Esiste al contrario un rapporto di familiarità, di codipendenza, frutto di rimandi continui.

L’uomo abita la terra, ovvero costruisce, edifica, e il farlo dovrebbe tradursi in un aver cura (Schonen). Questo perché abitare non può corrispondere totalmente al tradimento della sua origine e quindi non può tradursi in un padroneggiare o assoggettare la terra, ma al contrario nel salvarla, ovvero nel riunire la terra e il cielo, i divini e i mortali, istituendo quindi nessi e rapporti di familiarità tra questi elementi.

Abitare significa, allora, instaurare un rapporto simbolico e relazioni di familiarità con i luoghi, senza operare su di essi alcuna violenza che stravolgerebbe la loro natura.

Per Heidegger quindi il nostro abitare il mondo può diventare impoetico là dove uno strano eccesso di furia misurante e calcolante, perde, o meglio rinnega, l’essenza autentica del coltivare-costruire. Il prendere possesso di un luogo non deve perciò corrispondere a un afferrare violento, a un mettere le mani su qualcosa, ma al contrario in un lasciare venire la misura che ci è assegnata.  (M. Heidegger, Saggi e Discorsi, Mursia, Milano 1976)
E così in una continua traslazione di significati, la terra e il cielo (che secondo il nostro filosofo individuano proprio il mondo che abitiamo) divengono elementi architettonici che però trascendono la semplice definizione materiale, per essere invece considerati nel loro significato esistenziale, ovvero il «carattere delle cose», la loro identità precipua, il loro antico e sacrale genius loci.

I luoghi indipendentemente dalle trasformazioni operate dagli uomini, mantengono uno spirito esistenziale, qualcosa che li permea indipendentemente dalla mutevolezza che li attraversa nel tempo. Per cui lo spirito del luogo sarà sempre connesso alla comprensione esistenziale del rapporto tra l’essere umano e il mondo che si manifesta attraverso la rivelazione del significato di un luogo. Esso non si sostanza in un concetto meramente fisico, ma attiene alla connessione profonda tra l’uomo e l’ambiente che gli permette di abitare il mondo in modo autentico. Il genius loci, in questo senso, è una forza che rivela la verità di un luogo, mentre la Terra è materia, oggetto di infinite possibilità, ma è anche e al contempo forza che si apre in un mondo di senso. Su di essa l’uomo edifica il mondo, quello spazio in cui le cose si ordinano in un insieme significante, quel luogo investito dalla visione umana di sé. Heidegger stesso, in tale contesto, parla di architettura come di un atto umano, il cui compito consiste nel rispettare e fare emergere quella verità del luogo, il suo spirito.

Architettura

Proprio in direzione della visione heideggeriana, la concezione sottesa allo spirito del luogo verrà impiegata in architettura, per indicare il rispetto che si deve avere nel momento in cui l’uomo opera, intervenendo sulla terra. L’architettura deve rispettare e integrarsi con il luogo, ascoltare il suo genius loci, e creare qualcosa che sia compatibile con esso.

E se Aldo Rossi nel suo L’architettura della città del 1966, dedica un paragrafo del terzo capitolo a Il locus, in cui ne sottolinea la dimensione ultraspaziale sostenendo che esso sia determinato dallo spazio e dal tempo, dalle vicende antiche, dalla memoria e dall’influenza attuale che l’uomo esercita sul luogo stesso, sarà l’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz nel 1979, quindi più di dieci anni dopo, a dedicare a questo tema un saggio unico, Genius loci. Paesaggio ambiente architettura. Influenzato proprio dagli scritti di Heidegger e dalla sua definizione di spazio esistenziale, Norberg-Schulz definisce il luogo qualcosa di complesso, non riducibile semplicemente alla zona, alla delimitazione di un territorio. Lo definisce l’ambiente in cui gli avvenimenti hanno luogo.

Non esiste un’unica architettura possibile per un determinato luogo, ma sicuramente l’uomo nel momento della progettazione deve interpretare l’ambiente ancor prima dei propri gusti, creando qualcosa che sia compatibile e non respingente lo spirito di quel luogo. Al contrario il rischio è che si crei qualcosa di avulso, non-luoghi visti come sovrastrutture marxiste che possono spingere l’uomo e le sue creazioni nella più totale alienazione. O per usare il linguaggio heideggeriano, una rappresentazione impoetica dell’abitare stesso, del suo coltivare-edificare-costruire.

A tal proposito Aldo Rossi esplicita l’importanza, per evitare di creare dei locus solus, di riferirsi anche al contesto urbano. Esso è «[…]determinato dallo spazio e dal tempo, dalla sua dimensione topografica e dalla sua forma, dall’essere sede di vicende antiche e nuove, dalla sua memoria». (A. Rossi 1983, p. 177)

Nonostante perciò il concetto di genius loci sia occidentale, esso assume rilevanza enorme nel pensiero orientale, non solo a livello spirituale e filosofico, ma anche architettonico. In India esiste una visione integrata dell’architettura, della natura e della spiritualità, dove l’ambiente, sia naturale che costruito, è considerato parte di un equilibrio più ampio. In questo senso, il genius loci è incarnato in pratiche come il Vastu Shastra. Esso rappresenta un antico sistema indiano di progettazione architettonica che si basa su principi di armonia tra l’edificio e l’ambiente circostante. Il Vastu Shastra considera l’orientamento, la disposizione degli spazi, l’uso dei materiali e l’integrazione con il paesaggio naturale, affinché l’edificio o lo spazio possieda un’energia positiva che si armonizzi con il genius loci del luogo. Secondo il Vastu, ogni luogo ha una propria energia e uno spirito che deve essere rispettato per garantire benessere e prosperità.

In altre parole l’uomo esercita una certa influenza sul luogo, ma quest’ultimo è a sua volta partecipe delle realizzazioni architettoniche che da esso prendono vita. Il locus è perciò diverso dal luogo, è capace di personificarsi, manifestando ed esaltando le caratteristiche di uno spazio. Qualcosa di magico, di ulteriore che ci rimanda alla concezione latina e, con le dovute cautele, a una forma animistica e universale, della terra stessa. Se infatti, come sostiene Heidegger, l’umanità non è semplicemente presente nel mondo, ma abita il mondo in modo essenziale, esistenziale, ciò implica necessariamente una connessione profonda con il luogo in cui vive. E che deve essere interpretato non come un semplice spazio fisico, ma un ambito esistenziale che permette l’apertura dell’essere, l’autentica rivelazione dell’essere noi stessi, della nostra natura.

Napoli, grande signora

di Augusto De Luca

Il fotografo e performer Augusto De Luca presenta qui una serie di scatti dedicati alla sua amata Napoli, ritraendola, con maestria, come un luogo fuori dal tempo.   

Il suo stile è caratterizzato da un’attenzione particolare per le inquadrature e per le minime unità espressive dell’oggetto inquadrato. Immagini di netto realismo sono affiancate da altre nelle quali forme e segni, correlandosi, ricordano la lezione della metafisica.

Le parole dell’artista

Questo mio progetto fotografico rappresenta non solo un omaggio alla bellezza della mia città, ma anche una profonda esplorazione del suo spirito, è un viaggio visivo attraverso una città sospesa nel tempo, rappresentata senza la presenza umana, solo attraverso le sue architetture, i suoi spazi e i giochi di luce che la attraversano. 

Sono nato a Napoli, dove ho vissuto stabilmente fino a qualche anno fa. L’allontanamento mi ha fatto scoprire il grande segreto di questa città che, con i suoi abitanti, rappresenta un unicum straordinario. È lo scontro del FUOCO del Vesuvio con L’ ACQUA del Golfo che governa le funzioni vitali di tutto l’universo partenopeo. Così nascono stimoli creativi e grandi passioni.

Ed ecco venir fuori cento, mille Napoli. La Napoli di opere magiche quotidiane legate alle emozioni, alle angosce, alle paure di timbro infantile. La Napoli del mistero che ha per effetto di dare a ciascun accadimento, per quanto familiare e riconoscibile, un carattere di mai veduto e di coltivare, in tale spiazzamento, la più profonda e singolare delle seduzioni.

Come dice un mio vecchio e caro amico, con un pizzico di amara ironia mista a orgoglio: «Napoli è creatura inespugnabile e ruffiana, sempre in trance e sempre sveglia, divisa in eterno tra ambulanti e deambulanti, in una sorte di frenetico disordine cellulare, consumando le sue malattie alla vista di tutti e tanto chiassosamente da lambire il silenzio assoluto.»

Napoli è un enigma che si offre fatalmente alla chiave onirica. Città surreale per eccellenza, con un santo che, nel surreale, brucia una particolare dedizione a quel popolo alchemico di cui è protettore. Il miracolo di San Gennaro, non è un miracolo qualsiasi, è un evento unico al mondo, un prodigio che si ripete ogni anno perché non vadano a vuoto le invocazioni più perentorie e più fantasiose d’una massa di fedeli che dialoga a modo suo col trascendente. A differenza di altre città ogni elemento fondante è separato dal contesto urbano ed è incorniciato dall’ampio e luminoso golfo. Golfo e Vesuvio, insomma, fanno da sfondo placentare al Maschio Angioino, al Castel dell’Ovo, al Castel Sant’ Elmo, al Palazzo Reale. La particolare luce ed il particolare azzurro del cielo,  contaminato solo da piccole e nitide nuvolette magrittiane, rendono l’atmosfera assolutamente surreale e gli stessi abitanti con il loro linguaggio icastico (a faccia toia è calamita e paccher – la faccia tua è calamita di schiaffi; a panza toia è fodero e curtiello – la pancia tua è fodero di coltello) mi ricordano le rappresentazioni di due artisti del ’500 che io considero i precursori del surrealismo: Pieter Bruegel il vecchio e Hieronimus Bosh. Verità e finzione, realtà e immaginazione, sempre tutto esageratamente, eccessivo, contraddittorio, ma, sotto la Napoli del contrasto, della bella cartolina e del buio e tetro vicolo, è la città dal grande passato che mi incanta.

Quando sono a Napoli mi piace passeggiare alle sei del mattino per via dei Tribunali. In questa strettissima via c’è un antico palazzo con un portico alto e nero sotto il quale, dopo aver chiuso gli occhi, aiutato da un particolare odore presente solo nei vicoli di Napoli, viaggio a ritroso nel tempo. È una sensazione meravigliosa rivedere immaginandoli quei posti popolati da personaggi con lunghe parrucche bianche, merletti e mantelli, “sentire” gli zoccoli dei cavalli e le ruote dei carri sul selciato sconnesso. È così che entro in sintonia con l’anima della città. La Napoli che era tappa obbligatoria per gli uomini di cultura di tutta Europa. La Napoli che ha ispirato e influenzato artisti di ogni genere e che è ancora presente attorno a me…la Napoli Grande Signora.

FIORIVIVI ringrazia

Augusto De Luca, fotografo professionista, per averci donato questo suo lavoro. Per maggiori informazioni sull’artista segnaliamo:

http://www.edueda.net/index.php?title=Augusto_De_Luca

https://fr.wikipedia.org/wiki/Augusto_De_Luca