Si può fare ancora un uso innovativo della poesia?
Volersi liberare degli schemi di maniera, propri di un regolismo e di un antiregolismo parimenti esteriori e accademici, fare a meno dei vuoti ritmi di danza’, e seguire con libertà, liberamente, complessamente… la trepida torbida novità dello spirito. G. Boine
Nella poesia disfatta, come la definisce il suo autore Tommaso Gazzolo, si trova l’estro stilistico, proprio delle avanguardie, e la costruzione di immagini con parole al contempo sofisticate, di uso comune e di registri difformi. A metà strada tra poesia e prosa, una serie di versi scomposti, a volte ironici altre malinconici, ci trasporta in un tempo a noi familiare. Sembra infatti di leggere le pagine di un diario, in cui qualcosa di intimo si lega a ricordi che non sembrano appartenerci più. E se l’intensione è ciò che conta, alcuni versi dell’autore appaiono un manifesto, una dichiarazione:
«Io non faccio che una cosa: scrivo parole per scavare un buco, uno spazio vuoto (Dichiarazione di un critico: questa lingua è ciò che resta della lingua, del tentativo di sottrarre ad essa, di privarla di tutto ciò che è il suo esercizio di potere, e dunque della lingua stessa. Il che significa, pertanto: che questa poesia non è altro che il suo stesso fallimento. Impossibile scrivere l’assenza – la propria, quelle delle parole –: presente come assenza, essa è presenza; ma anche ove potesse essere assente in quanto assenza, non si direbbe, nuovamente, che come presenza). Rubate quel che potete.»
Da una privazione sensoriale
Tommaso Gazzolo
I
(È necessario trattare qui di quegli argomenti che sono comuni a molti) Ma tanti anni prima, ricordo che passavamo i pomeriggi di fine estate seduti sul pavimento (di cosa parlavamo? di qualcosa, davvero?) non rimane niente, se non l’impressione di aver amato solo per il bisogno d’essere amato, poi peccato quel rumore di insetti e di lenzuola, dopo l’abolizione del tempo per appartenere ad una generazione cui non appartenevamo: se intenzionalmente l’agente omette qualcosa, allora vi è la volontà, ed il desiderio del bambino è il desiderio di sua madre, e fu questo, purtroppo, a far girare indefinitamente quel disco Strange Days che ora ti è rimasto in testa, senza inerire ad alcuna materia: non avere un’esperienza e fare esperienza, una intuizione, un’esistenza necessaria, ma tu lo dicevi e basta, introspezione impersonale per finalmente sapere di essere solo uno dei due. E poi a volte, la sera, anche la sera piove ma non accade per la tua indipendenza, non per una qualche psicologia attaccata sulla pelle: l’astrattezza di tutto ciò, del mio accompagnarti sotto l’ombrello attraversiamo la strada, qualche pozzanghera, i nostri moti d’inerzia, togliamo l’azione secondo quanto conviene, cambiando l’ordine delle scene: ora sei tu che mi dici di stare attento, quibus illud obviat quod variacionem sequitur da altra variazione, niente si tiene quando per parlare dobbiamo mostrare noi stessi (ecco alcune frasi, di quella volta: avere il fallo, essere il fallo, avere il fallo, essere il fallo, produci soltanto ciò che già sei): affermazione, unificazione, denominazione estrinseca, tutte cose che mi hai lasciato andandotene su per le scale o dormendo magistralmente sul banco in fondo all’aula e nel mio puro stare a vedere già sapevo e non sapevo che la mente umana non è un soggetto che quell’ora sarebbe passata così, che parlare non è, appunto, guardare.
II
nastro registrato VII – Scendi in strada tra le ultime automobili parcheggiate, e le finestre chiuse dei vicini in un tempo t1, lo stesso di t2: per imitazione, non ci capiamo, per somiglianza incompleta, continuiamo a rimanere identici a noi stessi. Correzioni e aggiunte, infatti infatti disse lei il telefono non prende, scusa, (scusa?), si aggiustava gli orecchini a cerchio mentre sullo schermo una ragazza passava, odore di ferro e di nervi tra le camere dell’albergo: lui la guardò la guardò ancora, e ancora, e poi ancora, e non si dissero mai niente. Sotto una serranda che sta per chiudersi il cane fa un salto strozzato dal collare, una scarpa calpesta una pubblicità con su scritto “compra da noi”, un bambino infilza con una spada di gomma piuma suo padre. Viene l’ora in cui non ricordi tutto ciò che pure hai letto, ti senti prima un impostore, un ladro, poi capisci che il linguaggio è sempre un furto: che mantenersi giovane, non dire tutto, sono già parole di altri (se sorridessi, perché avresti sorriso?). Frater Dedi, analogie dell’esperienza: come le tue frasi esprimono l’oggetto nell’atto di compiere una certa azione, o di subirla, certo, perché l’amore, allora, lascia così impoveriti, e insoddisfatti? Disse: Agisci in modo tale che ciò che è accaduto possa non essere accaduto (ecco la vera confutazione dell’imperativo categorico), anche se lei obiettò: ma niente accade più, preferivo allora la storia di Andrea, te la ricordi, quella della cinese?*
*(- sai che ci sono stato? - dove? - a farmi fare un massaggio da una cinese - ti ha fatto una sega? - sì - e quanto t’ha preso? - sessanta euro - … - … allora, pensavo di invitarla a cena. Cioè, vorrei continuare ad andarci, per conoscersi un po’ e poi magari chiederle di uscire, ma se ogni volta mi chiede sessanta euro non si può fare).
Che storia poetica: il fumo aumenta il rischio di cecità, per questo i tuoi occhiali da sole a specchio quella mattina quando ho avuto paura di te, per te, newspaper facendo colazione al caldo, in vacanza in Germania Who stole Sassi Manoon? senza capire una parola ma fissando lo schermo bianco; fuori dalla finestra un uomo vogava sul fiume spezzaci in due il tuo chewing gum in lastrine rap rap accesso non autorizzato sul suo conto, sul mio conto vorrai dire cancella, sposta-in senza più persone: è una linea, un potenziale la radio auch der italienische Innenminister ancelinoalfano mi passi una sigaretta? … stehe… Un lunghissimo breve sonno(-)veglia ad occhi chiusi fatto di sola agitazione, di niente altro se non la realtà: “Dimagrire con gusto ed eleganza: visitate le terme marine di Cartagine”.
III
La spiegazione della mancanza di osservazione: gli asciugamani dimenticati per un anno nell’ α-spazio di una cabina dei bagni Miramare, questa invarianza, come abbiamo visto, è la stessa per cui le pagine che leggi sotto l’ombrellone diventano dei segnali dei nostri discorsi, delle parole che non esistono se non già state dette prima che tu le dica demarcazione, oggetti non naturali: come i sassi, i momenti limitanti, il guinzaglio legato intorno tutti i punti-traccia di Dori per riuscire a farla arrivare al portone (guida della connessione predicativa): esposizione dei fenomeni al sole, sia poi: l’apparire di una vela, del cocco, del tuo costume a due pezzi o del possesso incorporeo, significare: l’attributo di una determinata cosa (io ho un corpo, per questo è il mio / io sono questo corpo). Ma ci pensavate, all’epoca, a stare insieme? Ci pensavamo e nient’altro. E poi proprio lei, tua madre? Ha atteso un giorno di maestrale per scendere tra le dune, e poi verso la spiaggia. Tolti i vestiti con la rabbia e la paura che avrebbe potuto forse vivere ancora, ha nuotato scordando come si nuota finché le onde corde di sale hanno annegato la sua vista e la parola portando lontano il suo corpo ghiacciato.
IV
Il paradiso (o il Regno, se preferite) non è un luogo, che stia da qualche parte: non è altro che il passato. Questo mi diceva adesso mi diceva che: (i) se il paradiso è la morte della nostra morte allora (ii) esso è proprio qui, nella storia in quel che è accaduto, ma in quanto reso non-accaduto, certo in maniera spirituale, interiore ungeschehenmachen: così posso morire, vivo, una volta in un agguato dei carabinieri, sono il soldato dell’EVIS di cui ho scritto una breve vita sono il figlio di lui che incontrai tanti anni dopo con i capelli bianchi sono lo stesso uomo che compra un bottone a Praga nel 1974 e mangia in un ristorante dove i camerieri hanno ancora i piedi piatti e sono me stesso bambino che guarda le fotografie della zebra, di Gesù, di una turbina sull’Enciclopedia Labor sono una donna all’ uscita di uno spettacolo di cabaret che dice a est di Vienna comincia l’Asia, sono la moglie di ogni marito come tra poco sarò il mattino in cui andai a scuola con un amico avvolto in una coperta orgonica e sarò la contemplazione, il ritardo, le mani di quella ragazza con la gonna lunga il leone che Thomas Roe vide in un sogno e la neve che è caduta subito dopo la fine della guerra sarò la notizia di quella guerra persa, sarò il basilico avvolto in una pagina di giornale sarò io che sono caduto da uno scivolo, mia sorella con la trecciuola e una vestaglia da camera sarò io che sono questo letto di ospedale le sue lenzuola e questo giorno dove muoio ancora ma finalmente ora non è più ora: non l’eterno presente, ma la sua abolizione è ciò che il paradiso mi aspetto che sia.
Fiori vivi ringrazia:
Tommaso Gazzolo, Professore di Filosofia del Diritto, qui in una veste inedita.
«L’acqua è la sostanza da cui traggono origine tutte le cose; la sua scorrevolezza spiega anche i mutamenti delle cose stesse.» (Talete di Mileto) Già dall’origine del pensiero l’acqua si lega al vivente e alla natura, è archè, principio generativo della vita e fondamento della realtà. Come matrice universale, elemento cosmogonico, mostra in nuce il ruolo che avrebbe assunto per l’umanità intera.
Fonte di nutrimento e sopravvivenza, l’acqua disegna la storia dell’uomo e del suo destino: dai popoli primitivi alle società moderne, con la differenza che nel tempo si è perduto il rispetto per un elemento così essenziale alla nostra sopravvivenza. Per gli antichi era un bene preziosissimo, tanto da istituire danze e ritualità per propiziarne la presenza, da creare pozzi e sistemi per preservare anche l’acqua piovana e da spingere i Romani a sviluppare splendide opere ingenieristico-architettoniche come gli acquedotti; erano consapevoli che l’agricoltura, l’allevamento e quindi la vita della comunità dipendeva da essa. Ma anche quando lo sviluppo della scienza e della medicina ne ha confermata l’importanza per la salute dell’uomo, le società civilizzate non ne hanno avuto cura, riducendo al minimo i sistemi di tutela e di controllo sullo spreco e l’inquinamento. Oggi infatti si parla di acqua solo in termini di risorsa scarsa, quando andrebbe ricentrata la sua portata nel tessuto sociale del vivente.
Ridare centralità alla natura, come al valore dell’acqua, è compito della filosofia, del pensiero etico e responsabile, della politica.
Una riflessione collettiva
Per riflettere sul valore dell’acqua ci siamo così affidati all’arte, alla fotografia nello specifico, proseguendo l’avventura già iniziata lo scorso anno con la libreria-casa editrice Le Storie, da sempre sensibile a tematiche socio-culturali. La mitologia e la religione l’hanno resa una divinità, il Cantico delle Creature l’ha definita utile e umile, preziosa e pura, i poeti l’hanno cantata e i pittori scolpita nel colore. Perché molto spesso è proprio l’arte che può aiutare, divenendo terreno di una riflessione consapevole, luminosa tematizzazione di una riforma prepolitica.
Questo l’obiettivo della collettiva, in cui dieci artisti, con le loro differenti sensibilità, hanno dato vita a una rilettura dell’Acqua e del suo simbiotico rapporto con l’umano.
La mostra collettiva
Dopo una lunga e sofferta scelta, abbiamo selezionato dieci finalisti che hanno preso parte alla mostra collettiva:
EMILIANO BOSCHETTO, SPARTACO COLETTA, SARA D’ABATE, MILENA DE MATTEIS, BRUNO DI BENEDETTO, CECILIA FIORENTINI, DANIELE LINCE, DAVIDE ONORATI, ALESSANDRA TASCINI, ANTONELLA VACCARO.
Ognuno di loro, con il proprio scatto, ha saputo leggere e interpretare il tema dell’acqua in un modo personalissimo. Abbiamo premiato i primi tre classificati, decretati dalla nostra giuria tecnica. «Per questa seconda serata rassegna, in cui gli scatti erano davvero belli, per poter decidere si siamo basati su due parametri: la qualità tecnica della fotografia, l’aderenza al tema e la particolare interpretazione artistica dello stesso.» Flavia Sorato, presidente di giuria.
PRIMO CLASSIFICATO: Emiliano Boschetto
ANTIPODI
L’acqua è sostanzialmente paradosso. Trasparenza e riflesso. Muro e passaggio. Superficie ed abisso. Madre e figlio.
Motivazione: «Emiliano Boschetto, con Antipodi. Siamo rimasti colpiti dalla sua interpretazione dell’acqua, come fosse uno specchio. E poi l’abbraccio tra madre e figlia è capace di addolcire una strana luce, scura, misteriosa. Bellissima, anche da un punto di vista tecnico.» Davide Terrana
SECONDO CLASSIFICATO:Milena De Matteis
FLUIRE
Fluire è stata scattata a Ostia all’altezza dello stabilimento Kursal. Si tratta di una lunga esposizione, pertanto di una fotografia lenta, meditativa, che contrasta un po’ con la velocità con cui vengono prodotte immagini al giorno d’oggi. È una tecnica che ti costringe a fermarti e a pensare. In particolar modo, a me piace dare alcuni input alla fotocamera e poi lasciare che il mare, con il suo movimento, con il suo fluire, si dipinga da sé. E ogni volta il risultato è sorprendente.
Motivazione: «Milena De Matteis, con Fluire. L’atmosfera data dalla lunga esposizione ci ha lasciato un sentimento di profondità. Lo scatto rimanda note magiche.» Flavia Sorato
TERZO CLASSIFICATO: ex-aequo Alessandra Tascini e Sara D’Abate
Alessandra Tascini
APNEA
L’apnea è l’arte di immergersi in un altro mondo, anche solo per pochi attimi. Scendere sotto la superficie significa entrare in una dimensione nuova, dove il tempo sembra rallentare e ogni respiro diventa prezioso. Il silenzio dell’acqua è impressionante, avvolge i sensi e isola da tutto ciò che è terreno. In quei momenti, ci si sente completamente a contatto con il mondo marino, un regno sconosciuto e affascinante, dove ogni movimento sembra sospeso nell’eternità. È un’esperienza intima, che ti ricorda quanto l’acqua sia potente, accogliente e misteriosa.
Sara D’Abate
GOLA DI TODRA
Una donna si appresta a raccogliere dell’acqua in un fiume inaridito.L’acqua come nutrimento per la vita.
Motivazione: «Entrambi gli scatti, in un rapporto di totale opposizione complementare, tratteggiano l’acqua. Alessandra Tascini con Apnea. La nascita dell’essere umano che parte dall’acqua e va verso la vita. Sara D’Abate con Gola di Todra. L’importanza vitale dell’acqua per l’essere umano, dal deserto secco, solo poche gocce d’acqua.» Sandro Diotallevi
Gli altri scatti della mostra
Spartaco Coletta
ARIA E ACQUA ALLO SPECCHIO
L’aria e l’acqua. Due inscindibili elementi naturali.
Bruno di Benedetto
DISEGNO NELL’ ACQUA
Isola di Lanzarote, Arrecife 2016, un elemento liquido come l’acqua, inaspettatamente, compone una elegante fantasia. Sono stato incantato dal gioco estetico così delicato.
Cecilia Fiorentini
WADE IN THE WATER
La canzone che dà il titolo all’opera, un brano spiritual, consiglia di affidarsi a Dio nel guadare i fiumi verso la libertà. I fiori, un tempo lucenti e brillanti, ora si consegnano alla libertà di non esserlo più. Peonie appassite bagnate da acqua. Foto scattata con Nikon D5100, f/6,3 -1/100 – 56,00 mm – iso1600
Daniele Lince
SETE
Fotografia di strada di persone in coda a un torèt di piazza San Carlo. Torèt è il termine comunementeadoperato per designare le tipiche fontanelle pubbliche della città di Torino, che offrono gratuiti sorsid’acqua a chiunque.
Davide Onorati
LAGO DI ATITLÁN, GUATEMAL
Atitlán significa “in acqua”. Un luogo lontano dalla nostra casa. Immensi vulcani lo circondano, e ricordano un passato di tremende eruzioni e movimenti tellurici che hanno dato vita all’enorme caldera oggi colma di acqua. Il Volcan Tolimán imponente sullo sfondo mentre un pescatore locale rema lentamente riportando tutto ad una dimensione intima e umana.
Antonella Vaccaro
IL SORPASSO
Una ragazza sfida tutti i suoi compagni di classe di sesso maschile e si tuffa per prima. Il senso di libertà che ne deriva è immenso.
Fiori vivi ringrazia:
Le Storie libreria-casa editrice, per la collaborazione e per aver messo a disposizione lo Spazio espositivo. In particolare Stefania Stefanini e Alessandro Zangrilli.
La giuria: Francesca Consoli (fotografa d’arte professionista), Sandro Diotallevi (regista di teatro), Flavia Sorato (storica dell’arte e graphic designer), Davide Terrana (fotografo e videomaker professionista).
I tantissimi artisti, professionisti e non, che hanno aderito all’iniziativa inviandoci i loro preziosi lavori.
I dieci finalisti e tutti coloro che hanno visitato la mostra.
Gilda Yoko Diotallevi, direttrice di Fiorivivi. Grazie a tutta la redazione e alle persone che lavorano con e per la Rivista Fiori Vivi con dedizione e passione.
Le storie si scrivono e si riscrivono, partono dalla realtà per poi creare mondi altri, a volte sono solo frutto di immaginazione, altre motivo di trasformazione del sé. E proprio l’evoluzione dell’identità, la sconfitta e la rinascita sono temi che, come un segreto celato, Marco Steiner descrive attraverso la storia di un uomo, Corto Maltese e di un suo dialogo, impossibile, con un Veliero.
E.V Emiliano Ventura M.S Marco Steiner
E.V «Marco Steiner ha iniziato il suo cammino artistico con Hugo Pratt, ma negli ultimi anni la sua letteratura ha preso una direzione totalmente autonoma rispetto all’origine con Corto Maltese, per affrontare tematiche sicuramente importanti, problematiche, decisive, anche inerenti la psicologia, come ne Isole di ordinaria follia. Un nuovo percorso originale e autonomo. Ma parliamo di Corto Maltese e Irene di Boston, storia di un appuntamento quasi impossibile. In questo caso Steiner torna a un argomento a lui molto familiare, che in qualche modo lo coinvolge e riconnette ai suoi inizi. In questi giorni ho riletto un altro testo, La ballata del mare salato di Hugo Pratt, un testo del 1995, in realtà è la traduzione letteraria del medesimo fumetto, da cui traggo considerazioni sempre diverse. Non svelo nulla di nuovo se vi dico che questo testo lo ha scritto Marco Steiner, con la supervisione di Pratt stesso, che cominciava già a non star bene; c’era questa collaborazione ma di fatto il romanzo è una delle prime cose scritte da Steiner. Vorrei spiegare però perché è importante. È vero che il romanzo è la riduzione del fumetto La ballata del mare salato, ma ha la caratteristica di avere un primo capitolo che pare evidentemente estraneo al corpo della narrazione di Pratt, e appartiene totalmente a Steiner. Qui Corto Maltese è un bambino di dieci anni, si trova a Cordova, passeggia per le strade, ascolta una canzone della Petenera che si dice porti sfortuna, torna a casa dalla madre, insieme a un’altra gitana si leggono le carte, la donna si rende conto che il piccolo non ha la linea della fortuna sulla mano, il piccolo Corto va in camera e se la incide da solo col rasoio. Questa è ovviamente la vulgata di Corto Maltese, ma questo primo capitolo è estraneo alla narrazione di Hugo Pratt e, in un certo senso, proprio per questo rende il romanzo così bello. Il capitolo spicca come fosse un diamante rispetto alla narrazione, come un corpo che svetta ascrivibile alla mano di Steiner distante da Pratt. Questa caratteristica di avere un capitolo che spicca sul resto, come una pietra preziosa, l’ho trovato solo in un altro testo, Fight club di Chuck Palahniuk che nel settimo capitolo presenta il racconto originale su cui lui costruisce tutto il romanzo. Nel capitolo di cui ci stavamo occupando invece la particolarità è proprio il racconto dell’infanzia di Corto Maltese, in una modalità in cui Pratt non l’aveva mai raccontata, non con quei dettagli.
Ho voluto rileggere tutto il romanzo di Corto maltese e Irene di Boston, perché esso potrebbe idealmente inserirsi tra la fine del primo e l’inizio del secondo capitolo della Ballata del mare salato del 1995. So di chiedere al lettore uno sforzo di immaginazione, ma i due romanzi sono intimamente legati. Questo romanzo, Irene di Boston, potrei inserirlo tra il primo e il secondo capitolo della Ballata, Steiner scrive: “le storie possono anche essere riscritte”. Le storie non solo possono essere scritte, ma anche riscritte. I due romanzi si incrociano tra il primo e il secondo capitolo, poi però prendono due traiettorie completamente diverse. Il primo, la Ballata, è legato strettamente alla realtà, è basato su una cronologia storica, inizia il primo novembre del 1913, quando prende il via la prima avventura di Corto Maltese, prosegue con dati storici, il Pacifico della Prima guerra mondiale per esempio, rimanendo quindi su un piano di realtà. Nel secondo romanzo invece, che inizia più o meno allo stesso modo, viene ritratta l’infanzia di Corto Maltese, poi però prende una direzione che non è realistica, è riconducibile al fantastico e all’onirico. E la successione temporale non segue più un ordine cronologico, il tempo non ha più quella linearità. Sembra una nuova forma di scrittura, anzi, di riscrittura. Compaiono i personaggi del canone di Corto, ma in modo diverso, li ritroviamo in un altro tempo fatto di passato e futuro. Questa modalità di utilizzare il tempo, non cronologico, ricorda il romanzo di Raffaele La Capria, Ferito a morte. Inizia dalla seconda guerra mondiale ma poi gioca su più piani temporali, dagli anni ‘40 ai ’50 e ‘60. Il collegamento lo rintraccio in quanto entrambi i testi si fondano su una mitologia, quella del segno/cicatrice, evento che può incidere il destino di una persona. E il segno in questo caso è la linea della fortuna che Corto Maltese si incide da solo. Inoltre Corto è anch’egli ferito a morte, la sua vita e i suoi amori si nutrono di abbandono, sono tutti addii che restano come ferite. Nel romanzo di La Capria invece la mitologia è legata all’idea della bella giornata, e il segno è riconducibile alla grande occasione (mancata). La Capria, così come il protagonista, abitava a Palazzo Donn’Anna a Posillipo, un antico palazzo che si inserisce direttamente nel mare, come la prua di una nave. Quando si svegliava, ed era una bella giornata, il grafico del sole che si disegna sulla parete indica che avrebbe fatto pesca subacquea; in una di queste uscite incontra una carpa gigantesca che però gli sfugge, l’arpione la manca, il fatto gli rimane nella memoria come occasione perduta. Lo scrittore la mette in relazione con un amore giovanile, la ragazza con la coda di cavallo, che conoscerà a Posillipo ma che non riuscirà a conquistare, la grande occasione perduta che lo ferisce a morte per tutta la vita.
In qualche modo questi elementi, il tempo non cronologico, l’occasione mancata, la cicatrice, sono presenti anche in Irene di Boston, sia come struttura che come tematica. La prima cosa che volevo chiedere a Steiner è proprio su questa modalità di utilizzo del tempo non è lineare, hai avuto dei riferimenti, anche letterari? Perché hai deciso di costruire il tuo libro in questo modo?»
M.S «Da tanti anni ho una tradizione, quando sono nella fase embrionale di una idea di scrittura, io faccio delle cene con Emiliano Ventura e Antonio Dragonetto, uno psicologo. Leggo il mio capitolo e poi ascolto Ventura e Dragonetto che me lo spiegano, nel senso che sono capaci di allargare, anche grazie alla loro cultura, gli orizzonti visionari del mio libro. E lo stesso sta facendo ora Emiliano. Io su Irene di Boston non ho fatto alcun riferimento ad altri esempi letterari, però posso dirti che la mia storia di scrittura che parte con Hugo Pratt, è una storia di quasi trent’anni, dal 95 a oggi. E in trent’anni ci sono molti passaggi. Tu hai svelato che La Ballata del mare salato, in versione romanzo, ha una mia grande parte e il primo capitolo a cui fai riferimento nasce da una conversazione profonda, ma divertentissima, che feci con Hugo Pratt, e che vorrei raccontare.
A lui era stato chiesto all’epoca di riprendere le sue storie in forma di romanzo, pensò subito a La Ballata del mare salato, mi prese sotto braccio e mi disse: “questa volta mi aiuti tu, ne parliamo ma lo fai tu.” Quando ho cominciato a studiare, non a leggere, il fumetto, la cosa che gli dissi subito timidamente fu: “ma Hugo, come fa un romanzo a cominciare con Io sono l’oceano Pacifico… è visionario ma complesso iniziare proprio così la serie dei tuoi romanzi”. Lui mi rispose: “Allora facciamo una cosa diversa, so che ti piace il mare, viaggiare, allora prova a pensare cosa potrebbe accadere se uno sta sdraiato su quattro tavole in croce, legato, sul mare per tante ore. Sei disidratato, hai le labbra spaccate, le braccia bloccate, e vorresti morire piuttosto che continuare questa sofferenza infinita. Arrivano continuamente le onde e senti gli occhi incrostati di sale e non riesci neanche a vedere. Allora, – e vi dico che mi parlava in Veneto perché io ho delle origini simili – immaginiamo che Corto, incatenato sull’Oceano Pacifico, vede spuntare un raggio di sole e attraverso un flashback si rivede giovane. Comincia da qui a scrivere una storia.” Da lì iniziò questo primo capitolo a cui ti riferisci tu, stiamo parlando del 92-93, Pratt era ancora in vita. Ricordo che quando glielo lessi rimase molto contento e poi andò avanti tutto il resto, con parti ampliate, inserimento di riferimenti storici precisi, soprattutto della pirateria in epoca di guerra nel Pacifico. Aveva in realtà scelto un periodo incredibile per ambientare le sue storie.
E poi con il passare del tempo maturano molte cose, per esempio ho fatto il ghostwriter per il libro Avevo un appuntamento, nel quale Pratt ha fatto un viaggio, in realtà era il viaggio dei suoi sogni. E non so se Hugo fosse un po’ un mago o uno che vedeva il suo futuro, ma fece questo viaggio alla ricerca dei suoi sogni nel 92-95, tre anni prima di morire. E quindi si recò sul Pacifico a rendere omaggio alla tomba di Robert Luis Stevenson, è andato a vedere l’isola in cui W. Somerset Maugham aveva scritto Rain e poi è andato a rendere omaggio a un relitto di un veliero distrutto che era lo Yenkee, a seguito di una storia che aveva letto sul National Geographic. Lui è andato lì perché voleva appoggiare le mani su questo veliero, c’è una foto bellissima che lo ritrae in quel momento, scattata dalla sua collaboratrice Patrizia Zanotti; lì mi raccontava: “vedere la luce del tramonto su queste lamiere arrugginite è stato un sogno per me”.
Quindi, per tornare alla tua osservazione, non ho presente quel testo che hai citato di La Capria, ma mi sono arrivati degli stimoli letterari, di viaggio, di tante cose che si sono mescolate. Ho letto tanto nella mia vita, a un certo punto mi sono ritrovato in Sicilia, nel 2011, a camminare su una spiaggia che si chiamava ‘A Valata’ a Pozzallo, allora non era il luogo finale di tantissime barche dopo i naufragi, ce lo dimostrano tante foto a riguardo che spaccano il cuore. In quelle zone, precisamente all’isola di Sampieri, ho visto anche dei cadaveri. Proprio su quella spiaggia, era Novembre, ho visto questo veliero distrutto, non ho pensato a quello che aveva fatto Pratt, ma quel veliero mi ha comunicato qualcosa. In me c’è stata un’evoluzione, forse prima esistenziale che letteraria, una predisposizione, che mi ha insegnato Hugo Pratt, e che si è concretizzata viaggiando a lungo con un fotografo come Marco D’Anna. Anche l’incontro con Gianni Berengo Gardin, ha affinato un’attenzione particolare alle immagini suscitate da un oggetto, da una visione, da un particolare, di conseguenza ho sviluppato delle “antenne” che stanno in allerta e fanno collegamenti non logici ma immaginari. Mi piace scrivere questo genere di cose e viaggiare, Hugo Pratt è solo uno degli elementi, come da piccolo fece Salgari, che ha allargato il mio immaginario. Quando succede questo è facile cogliere delle particolarità. I riferimenti non vengono intellettualmente dall’aver letto qualcosa di altri, ma vengono spontaneamente. E allora io spero sempre che tutto ciò si senta nei miei testi, credo sia questa la linea narrativa che tu da un bel po’ cogli, e al tempo stesso stimoli. Il miglior complimento che sento di aver ricevuto da te è quando dici che la mia letteratura trascende i vari generi letterari.»
E.V «E infatti è difficile definire il genere letterario a cui appartiene questo tuo libro. Se si osserva l’impaginazione risulta chiaro, si passa da una pagina che verticalmente riporta le parti in poesia a un’altra, completamente diversa, con la prosa disposta orizzontalmente. Non sto dicendo che è un libro di poesie ma che è una prosa che viene definita in un contesto fantastico, onirico, che per sua natura non può seguire, ovviamente, un percorso lineare come una prosa normale. Essa tende alla verticalità della poesia, ed è uno dei motivi per cui dico che tu trascendi i generi, non è propriamente un romanzo, non è propriamente un poemetto, non è un racconto, non è un monologo teatrale, ma probabilmente è tutto questo insieme. Come gran parte di tutti i tuoi lavori, in particolare gli ultimi, in Irene di Boston il contesto onirico-fantastico è preponderante. Una delle caratteristiche che maggiormente apprezzo in Marco è la sua capacità di saper creare dei personaggi femminili meravigliosi, e non è certo scontato che un uomo sappia creare un personaggio femminile così credibile. Poi sa far parlare perfettamente gli animali, altra capacità rara. In questo caso ha creato una personificazione di un oggetto materiale, di un veliero, di un relitto di un veliero. E quindi vorrei chiederti chi è Irene di Boston.»
M.S «Qui scendiamo nel particolare e sul metodo di lavoro che ho imparato da Hugo Pratt. Prima c’è la parte poetica, ho accennato che ero su ‘A Valata’ nel 2011, quando vedo questo veliero bello, elegante, con la scritta Irene of Boston 1914, i legni erano massicci, importanti. Io ho una certa conoscenza di barche e guardando la prua ho pensato che fosse inglese, di quelle che si usano per i trasporti. Avevo la fortuna di essere lì con un amico molto ben addentrato sulle storie siciliane e mi ha detto: “Lo sai che questa barca secondo me è quella che un mio amico ha studiato, lui è un architetto, e di cui ha fatto dei disegni? Lo contatto e te lo faccio sapere”. Comincio a studiare la storia di questo veliero del 1914 e dopo pochi giorni ho saputo chi era stato l’ultimo proprietario. Giuseppe Corallo, questo il suo nome, ci dice di aver fatto il viaggio più bello della sua vita su questa barca: “Mi trovavo dalle parti di Marina di Modica. Questa barca è naufragata nel porto di Augusta perché ha preso uno scoglio di prua ed è affondata, e il suo proprietario è morto. C’è stata una situazione delicata, indagini della polizia. Poi gli eredi del defunto non l’hanno voluta riparare, quindi è stata messa in un cantiere ed è stata messa in vendita a quattro soldi, era infatti una barca danneggiata. Io – continua Giuseppe – avevo un nonno mastro d’ascia che mi dice di portala da lui a Pozzallo per sistemarla. Questo fu per me un viaggio stupendo, la faccio rappezzare a prua, prendo un peschereccio, la rimorchiano e mi metto lì sul peschereccio con le sigarette, la birra e la barca che mi seguiva; sembrava che se ne andasse da sola”. Io me la immaginavo che ondeggiava un po’, trainata dal peschereccio e lui che si beveva la birra. Arriva a destinazione, iniziano a scartavetrarla e cosa succede? La storia classica italiana, il nonno muore e quindi Giuseppe non ha i soldi per riparare la barca, i cantieri navali del posto gli dicono che è una barca di interesse storico e che deve andare al comune di Pozzallo. Altri gli dicono al comune, no… devi andare alla regione, no… alla provincia… insomma passano gli anni mentre qualcuno fa i lavori, qualcuno spende i soldi per ripararla, fino a che crolla uno dei supporti e la barca si sfascia in mille pezzi.
Alla fine quando l’ho vista era cosi. Senza che vi racconto tutta la storia dei cento anni che la riguardano (e che per altro ho documentato), c’è stato un periodo in cui dopo la guerra, negli anni ’50, viene acquistata da un Capitano di lungo corso che va in pensione, compra questa barca e fa un viaggio con la moglie e i due figli, parte da un porto della Cornovaglia, un grande porto, (tra l’altro il padre di Corto Maltese veniva dalla Cornovaglia) un viaggio di sette anni (si fa un viaggio di quasi tutto il mondo). C’ra qualcosa che non convinceve, perché se ti imbarchi da uno yatch club, da qualunque porto, quando ritorni rientri nello stesso posto da cui sei partito, perché invece quel Capitano è rientrato in un porto diverso, lascia la barca per scomparire? Allora faccio il prattiano, scrivo allo yatch club da cui era partito e mi dicono che la barca è lì, è dei figli. Chiedo se possono mettermi in contatto con loro, mi dicono che non vogliono più parlare né della barca, né del padre. Allora qui ci sono due strade o fai il giornalista d’inchiesta, vai in Cornovaglia, ti informi di tutto, oppure fai Marco Steiner e ti inventi qualcosa, ecco che quest’uomo si è trovato in una situazione tipo Cuore di Tenebra, perché era entrato in un fiume, presumibilmente in Brasile, e da lì aveva trovato un lato oscuro, la sua vera natura, e una volta tornato a bordo non voleva più saperne né della famiglia, né dei figli, perché appunto ormai era entrato nel suo abisso.
Ora questa storia costituisce una parte noir del libro, ma Irene di Boston ne contiene altre. Il nostro veliero infatti è stato creato in un cantiere inglese, banalissimo, di quelli che stavano dentro un fiume, in una città grigia e fumosa, perché c’erano dei depositi di carbone e il cantiere faceva chiatte da trasporto. Però un giorno un mastro d’ascia si inventa questo veliero, da lì nasce la fantasia che mi ha dato modo di raccontare questa storia con un taglio particolare. Ho immaginato quest’uomo che in sogno decide di fare questo veliero, una volta finito lo deve varare. Sta per farlo, in questa città con un po’ di pioggia, un po’oscura, prende una bottiglia di vino, era povero e non era un armatore, quindi prende la prima bottiglia di vino rosso, sta per romperla, ma vede sua figlia e vuole che sia lei a vararla. La bambina si avvicina alla barca, ma per lei, rompere la bottiglia sulla nave sistemata dal padre è un gesto di disprezzo, non riesce a farlo, allora arrossisce, si sporge e dà un bacio alla barca. A quel punto, nel terzo punto narrativo del libro, ho immaginato questa bambina che trasmette lo spirito femminile, un’aura creativa alla barca che da quel momento “vive”. E così nasce il dialogo possibile, o quasi impossibile, con questo personaggio che si ritrova su una spiaggia deserta e rievoca, come ha detto Emiliano, il primo naufragio in cui Corto Maltese viene salvato da Rasputin. In questo caso, in un gioco letterario, non viene salvato fisicamente da un uomo, da un pirata che lo avvia all’avventura, ma viene salvato da uno spirito femminile. Perché quando si nasce o si rinasce c’è sempre di mezzo una donna, allora se Corto Maltese naufraga perché non c’è più il suo autore e trova questo veliero, può continuare a vivere solo in virtù di uno spirito generativo. Una frase del libro è infatti Cosa rimane quando tutto sembra finire? La fantasia, l’immaginazione che può spingerci oltre.»
E.V «Nel romanzo Corto Maltese, ma in un punto mi sembra anche Rasputin, è come se fossero dei personaggio che abbiano perduto l’autore. E questa condizione ondivaga è riconducibile al concetto di impossibile e quasi impossibile. Da amante di Pratt, quando è venuto a mancare, ero convinto che non avrei letto più nulla su Corto, poi Marco ha cominciato a scrivere i primi romanzi, allora ho capito che invece sarebbe stato possibile. Lo dico sempre a Steiner, lui mi hai fatto passare dall’impossibile allo straordinario. Era impossibile che io leggessi nuove cose su Corto Maltese, mentre ora asserisco che è straordinario che io possa ancora leggerlo! Declino al positivo (extra-ordinario) quello che prima era solo negativo (non-possibile).Qualcuno ha detto che “chi si incontra in un sogno ha un appuntamento nella realtà”. Che appuntamento hanno nel tuo romanzo Irene, un veliero, e Corto Maltese, un marinaio?»
M.S «Prendo la risposta da un’angolazione diversa. Se c’è un autore che considero il padre della letteratura è Borges, e il concetto labirintico delle sue storie, in maniera letteraria-filosofica, si rispecchia con la metodologia narrativa di Hugo Pratt. Perché ci sono dei continui passaggi da una situazione di realtà a una situazione di sogno. Moltissime storie prattiane vengono ironizzate, o in cui ci sono momenti di difficoltà superati grazie a un sogno. Corto Maltese sogna e parla con un corvo, surreale ma possibile, fuori dal tempo. In questa storia in particolare c’è la capacità di un personaggio di avere una vita propria. Da coloro che conoscono il personaggio di Corto Maltese, è stato detto che qui sembra che sia diventato un personaggio vivo, ha conquistato una sua autonomia. “Quando inizio a disegnare Corto – diceva Pratt – inizio sempre dagli occhi, ci guardiamo e inizia la magia”. Io non disegno ma una delle situazioni in cui a volte mi trovo è quella di andare avanti senza ragionare, entrando nello spirito e nella psicologia di quel personaggio.
Nei due libri che hai citato prima, Isole d’ordinaria follia e La nave dei folli, ci sono personaggi di varie epoche e generi, raccontare la loro storia in contemporanea è come aver fatto un master di scrittura creativa immergendomi, e immedesimandomi, in ognuno di loro. E questo libro è la summa di tutto quello che è derivato dal mio conoscere Hugo Pratt, il mio viaggiare (per scrivere le prefazioni per Hugo Pratt ho viaggiato per 15 anni); cento anni dopo il non passaggio di un personaggio che non esiste. Il gioco della fantasia si espande, è un dono che la vita mi ha dato e che ho cercato di concentrare in questo libro. Però mi è venuto spontaneamente. E la posizione visionaria di Emiliano Ventura, di vedere questo mio lavoro come un secondo volume tra i quelli di Pratt, lo rende un vero conoscitore del genere.»
E.V «Marco si è lanciato in una grande operazione, la stessa sottrazione di fisicità che Hugo Pratt ha fatto dei disegni di Corto Maltese. All’inizio infatti le tavole sono molto realistiche, per quanto riguarda il tratto dei vari disegni, per passare poi a un personaggio quasi onirico, il tratto è molto essenziale, quasi stilizzato. Passando da un piano di realtà a uno di idealità.
E Steiner in questo romanzo ha lasciato completamente il piano di realismo per andare in una condizione ideale, fantastica, rendendo anche i tratti fisici estremamente stilizzati, in questo tempo sospeso che va veramente in avanti e in dietro, tipico della tradizione sudamericana. Come ho già detto credo che questo romanzo, e per me è un complimento, sfugga completamente a qualsiasi tentativo di definizione, non è un romanzo, non è un poemetto, non è un monologo teatrale ma è un po’ tutto questo. La frase più forte è contenuta all’inizio del libro, ovvero che Le storie si possono anche riscrivere, ti sei aperto alla possibilità e hai scritto a margine del canone di Corto Maltese, come i copisti medievali, con una leggerezza e una fantasia più marcata di quanto non sia il Corto di Pratt.»
M.S. «C’è una frase nel libro che lega questa spiritualità femminile di Irene di Boston, quindi di un oggetto creato da un artigiano con una grande passione e un personaggio come Corto Maltese, creato da un artista che ha infuso in lui qualcosa che lo fa vivere anche dopo 50 anni.
Ogni oggetto che assorbe un’ inquieta passione, conserva il germoglio di un’anima, l’energia di un profumo, è impalpabile, è pronto a disperdersi nel vento ma è forte come un legame.
In questa frase c’è il senso del legame, e si manifesta quasi magicamente tra un marinaio e un veliero. Chi ama il mare, chi ha un po’ di dimestichezza, sa che ogni barca ha un rapporto fisico, con il suo marinaio, con una persona fisica. Esiste un dialogo, e ci sono le barche nervose, le barche dispettose e quelle più calme. E mi sembrava giusto che un marinaio come Corto Maltese trovasse in questa barca un sentimento. Tutto torna poi con il carattere di Corto che ha un rapporto problematico con l’amore impossibile.»
E.V«Quindi Irene di Boston potrebbe essere un eterno femmineo, non identificabile con una persona ma con una idea del femminile, a livello antropologico?»
M.S. «Assolutamente sì. Antonio Dragonetto mi dice sempre di enfatizzare il ruolo importantissimo che svolge Irene di Boston, perché quello spirito femminile è quello positivo, generativo, naturale e naturalistico. Come una pianta che attraverso il vento semina germogli, che a volte crescono a volte no, preservando comunque un istinto di prosecuzione naturale. E quindi per Corto Maltese, aver colto questo germoglio è stato come bere dal calice del Graal, non come immagine mitologica ma realistica.»
Fiori vivi ringrazia: Marco Steiner e la sua capacità di incantare, Emiliano Ventura per l’analisi, la capacità critica e la cultura letteraria, Patrizia Zanotti per l’eleganza e il talento. Ringraziamo inoltre la Libreria Le Storie per aver reso possibile questo disvelamento, apparente, del mistero di Irene di Boston.
Jorn de Précy rappresenta, anche a distanza di anni, una figura misteriosa, un filosofo giardiniere che visse come tale nella tenuta di Greystone. Poco si sa di lui, ma il suo pensiero è racchiuso in un unico libro The Lost Garden del 1912, che continua a incantare per la forza delle sue parole e la lungimiranza delle sue riflessioni. Il sottotitolo di questo breve trattato è indicativo: Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi e giardinieri, e condensa l’essenza stessa della filosofia dell’autore. Alle barbarie e all’alienazione della vita ci si può opporre, non solo con una teoria o una ideologia, ma con una pratica, un’azione, che nel caso di de Précy può essere definita una utopia concreta.
Io non raccomando che una forma di ribellione: il giardinaggio. Fate giardini, naturalmente, luoghi indomiti, fuorilegge. […] Tracciate il vostro disegno sulla faccia della Terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. E proteggete anche quelli che restano e resistono, i vecchi luoghi abitati dalle piante che arrivano da lontano e continuano a sognare, nonostante l’insano baccano che li circonda. Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. Ciò facendo, affronterete le forze contrarie che oggi sembrano più potenti che mai. Non opporrete al sistema vigente un’ideologia o un progetto politico, ma un semplice luogo con i suoi semplici valori. […] la natura vi offre questa possibilità. Sicuramente non sarete soli in questa “battaglia”.
La battaglia che dobbiamo compiere non è solo quella di rispettare l’ambiente, ma anche noi stessi. Fare giardinaggio è un’operazione politica, che rinnova il senso dell’esistenza. L’uomo, secondo l’autore, ha dichiarato guerra alla vita, e il distacco dalla natura è conseguenza della nuova civiltà industriale, materialista, che spinge inesorabilmente al progresso, rendendo così la Terra e la vita dell’uomo sempre meno possibili. La società moderna, occidentale, sottrae sacralità alla natura, lasciando in tal modo dietro di sé la poesia, la libertà, la felicità profonda, semplice dell’esistenza.
Anche quando tutto ci spinge in avanti e la meccanicità della quotidianità ci distrae, il luogo ci radica nel presente, nel qui e ora. Ci mostra il vero tempo, quello della continua trasformazione di un eterno presente. Controcorrente, anacronistici rispetto al progresso, se i giardini resisteranno, essi saranno il simbolo, il luogo del dissenso. Manterranno viva la speranza che un dialogo con la natura possa ancora salvarci. «Nel grande deserto che è diventato il mondo degli uomini, non ci resta che il giardino!»
Il faut cultiver notre jardin
La vita è irta di spine e non conosco altro rimedioche coltivare il nostro giardino. (Ottobre 1769)
Se per alcuni il giardino è luogo di contemplazione e riflessione, per Voltaire esso invece è emblema dell’azione. Il suo giardino di Ferney era infatti per lui una metafora al pragmatismo, una chiara manifestazione dell’importanza della responsabilità. Se il mondo era infatti frustrato da decadimento, miseria e cinismo, la natura richiamava alla cura, al miglioramento del nostro destino, consegnando a noi stessi e agli altri luogo migliore di quello che abbiamo trovato.
A poco, secondo il filosofo, sarebbero servite le costruzioni intellettuali, la stesura di sistemi filosofici se non si fosse partiti dal sé, dalla volontà di migliorare ciò che possiamo influenzare: le relazioni, i figli, le città, i cortili. Prendersi cura della comunità, dello Stato, corrispondeva a farlo con il proprio giardino. «Per lui giardinaggio e riforma illuminata erano parte di uno stesso progetto» e coltivare il proprio orto equivaleva ad agire sul presente, a rendere migliore il mondo nel concreto. Lo stesso entusiasmo che dimostrava nella critica alla società, nelle riforme giudiziarie e nella enucleazione di diritti umani, lo dimostrava nella sistemazione dei suoi campi: prosciugò paludi, rese fertili i campi e li mise a cultura, e piantò una vigna.
Azione e responsabilità, che muovevano la realizzazione dei giardini, erano le massime su cui costruiva la sua filosofia e la sua critica politica. Con conoscenza e abilità si costruisce un giardino e si affronta la vita. Solo in tale prospettiva si comprende il suo motto innanzituttocoltiva la tua vigna.Bisogna coltivare il nostro giardino – continua Candido –. La prossimità o il ritorno alla prossimità (il giardino, l’intimità) sono un cammini verso la presenza e il senso.
«Vi ho dato la forza per coltivare la terra e uno sprazzo di ragione per guidarvi; vi ho inserito nel cuore un elemento di compassione perché possiate aiutarvi l’un l’altro a sopportare la vita». (Trattato sulla tolleranza 1763)
CANDIDO: COLTIVARE IL PROPRIO GIARDINO
“So anche,” disse Candido, “che dobbiamo coltivare il nostro orto.” “Avete ragione,” disse Pangloss, “quando l’uomo fu posto nel giardino dell’Eden, ci fu posto ut operaretur eum, perché lo lavorasse; il che dimostra che l’uomo non è nato per il riposo”. “Lavoriamo senza ragionare”, disse Martino, “è l’unico modo per rendere sopportabile la vita.” Tutta la piccola compagnia approvò questa lodevole proposta; ciascuno si mise a esercitare i propri talenti. Il piccolo pezzo di terra fruttò molto. Cunegonda era, in verità, molto brutta; ma divenne un’ottima pasticcera; Pasquetta ricamò; la vecchia si occupò della biancheria. Persino frate Garofalo si rese utile; fu un ottimo falegname e diventò anche un galantuomo; e Pangloss diceva qualche volta a Candido: “Tutti gli eventi sono connessi nel migliore dei mondi possibili; perché se voi non foste stato cacciato da un bel castello a gran calci nel sedere per amore di Madamigella Cunegonda, se non foste capitato sotto l’Inquisizione; se non aveste percorso l’America a piedi, se non aveste assestato un bel colpo di spada al barone, se non aveste perso tutti i montoni di Eldorado, non sareste qui a mangiare cedri canditi e pistacchi. “Ben detto”, rispose Candido, “ma dobbiamo coltivare il nostro orto.” (Voltaire, Candide, ou l’optimisme.)
Guerrilla gardening
La relazione tra dissenso e giardino, viene oggi portata avanti da alcuni gruppi anarchici ambientalisti, che tentano di salvare luoghi verdi abbandonati della città praticando appunto un recupero verde, un giardinaggio che curi e ripristini tali spazi. Potrebbe definirsi come una forma di giardinaggio sovversiva, un’azione concreta contro il degrado. Il problema è che spesso tali gruppi non hanno il diritto legale alla coltivazione e i terreni abbandonati non sempre sono pubblici, ma anche proprietà private.
La nascita di tali movimenti è individuabile agli inizi degli anni settanta a New York. Nello specifico nel 1973 i green guerrilla, un gruppo organizzato da Liz Christy, iniziò a piantare girasoli nelle zone più trafficate, lanciò semi al di là delle recinzioni di lotti degradati e infine trasformò un’area abbandonata di Bowery Houston piena di detriti, seminando piante e fiori. In seguito a questo atto di protesta non violento, il 23 aprile dell’anno successivo, l’ufficio comunale per la preservazione e lo sviluppo dell’edilizia abitativa approvò la possibilità per il gruppo di affittare il luogo (Bowery Houston Community farm and Garden) per un dollaro al mese. Ma le operazioni di recupero degli spazi urbani si sono poi espanse anche in Inghilterra, dove nel 2000 comparve nella piazza del Parlamento la scritta La resistenza è fertile, e non ultime in Italia. Famosa è infatti la Squad Rebel, che a Lamezia Terme volle riportare il verde in città, piantando 10000 alberi. Lo scopo è stato anche quello di rinnovare il legame con la natura e la partecipazione comunitaria. Perché combattere il degrado urbano attraverso un atto di ribellione pacifico e concreto è un atto politico.
È impossibile, per sua stessa natura, fare un discorso sul silenzio. Esso è la soglia oltre la quale l’accesso c’è stato precluso dalla notte dei tempi: è la visione estatica delle baccanti che, viste dagli occhi mortali di Perseo, sembrano in preda a una follia irrazionale; è l’esperienza che descrive Aldous Huxley circa l’uso della mescalina.
Essere sospinti fuori delle linee dell’ordinaria percezione, ricevere, per qualche ora al di là del tempo, la manifestazione del mondo esterno e di quello interno, non come essi appaiono all’animale ossessionato dalla sopravvivenza o a un essere umano ossessionato dalle parole e dalle nozioni, ma come essi sono captati, direttamente e incondizionatamente, dall’Intelletto in Genere. (A. Huxley, Le porte della percezione 1954)
Kierkegaard era perfettamente consapevole di questo limes quando decise di celarsi dietro lo pseudonimo di Johannes de Silentio per il suo testo più mistico, Timore e Tremore del 1843. E non utilizzo l’aggettivo ‘mistico’ in maniera casuale, perché il sostantivo ‘mistero’ proviene dal verbo myeìn, il quale esprime il gesto di ‘chiudere gli occhi e la bocca’ (F. Tigani, L’apocalisse della Sfinge: tre corsi sulla filosofia antica 2024). E la radice, con tutto il suo carico di significati, torna nei mystéria, ovvero nelle cerimonie esoteriche di Eleusi.
Abramo ed Edipo
Scrive Platone nella Settima Lettera «In ogni caso intorno a queste cose non esiste certo un mio scritto, né mai esisterà. Tale conoscenza difatti non è per nulla comunicabile in parole, come lo sono le altre, ma dopo una lunga convivenza indirizzata appunto all’oggetto e dopo che si è vissuti assieme, istantaneamente – una volta sorta nell’anima. Ormai è lei stessa a nutrire se stessa.»
Il silenzio è proprio dell’Abramo kierkegaardiano: la sua esperienza è indicibile, è assoluta in quanto è posta al di là della funzione segnica del linguaggio. È una figura del paradosso, che si trova al tempo stesso dentro e fuori la vita. Dentro perché, a detta di Kierkegaard-Johannes, la figura del ‘cavaliere della fede’ è irriconoscibile dall’esterno in cui assume i connotati di un piccolo-borghese qualsiasi; ma è al tempo stesso fuori la vita, sancendo così una discrepanza fra l’esterno e l’interno (la grande critica al sistema di Hegel), perché nell’interiorità Abramo tiene serbato un segreto che non può rivelare a nessuno, né a Sara né a Eliezer né, tanto meno, a Isacco.
Abramo è la figura anti-filosofica per eccellenza, perché se è vero quello che dice Giorgio Colli a proposito della visione platonica della filosofia, e cioè che essa è sostanzialmente «[…] amore della sapienza, la propria ricerca, la propria attività educativa, legata a un’espressione scritta, alla forma letteraria del dialogo» (G. Colli, La nascita della filosofia 1975), allora tale figura messa in luce da Kierkegaard si rifà a una tradizione molto più antica. Essa, come forma non letteraria, mantiene alcuni elementi in comune con la sapienza, nonostante Abramo non possa dirsi propriamente un sapiente «sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto» (id), ma un fedele.
Ad Abramo si potrebbe contrapporre la figura mitica di Edipo, il sapiente per antonomasia nonché colui che tenta di far parlare il silenzio. Egli si reca al tempio di Apollo a Delfi, dove gli verrà rivelato il suo triste destino, risolvendo al contempo l’enigma della Sfinge. Attraverso il suo racconto emerge la dimensione tragica di tutti coloro che cercano di consegnare la parola a ciò che non può essere espresso. Egli trascende la dimensione umana per diventare propriamente un pharmakòn: non può essere accolto immediatamente a Colono perché viene riconosciuta subito la sua identità ma, allo stesso tempo, grazie all’intercessione di Teseo viene stretto un accordo che consente alla città di Atene di venire protetta grazie al suo seppellimento di Edipo è allo stesso tempo veleno e cura. È la hybris di coloro che affidano al muto la parola.
Manifestare il silenzio
Alla tracotanza di voler trasporre sul piano del linguaggio, e quindi della, il segreto mistico, si affianca un’altra volontà: quella di mostrarlo. Nell’epilogo alla raccolta Storia della notte, Jorge Luis Borges parla dell’esperienza della emozione estetica:
Il destino del poeta è proiettare quell’emozione, che è stata intima, in una favola o in una cadenza. La materia di cui dispone, il linguaggio, è, come afferma Stevenson, assurdamente inadeguata. Che cosa farsene delle parole logore – gli idola fori di Francis Bacon – e di alcuni artifici retorici contenuti nei manuali?
Borges vuole sottolineare l’estrema difficoltà dello scrivere versi, operazione che viene paragonata all’eseguire esercizi di magia.
Il modesto incantatore fa quel che può con i suoi modesti mezzi. Una connotazione mal riuscita, un accento sbagliato, una sfumatura, possono rompere l’incantesimo. Whitehead ha denunciato la fallacia del dizionario perfetto: supporre che per ogni cosa ci sia una parola. Lavoriamo a tentoni. L’universo è fluido e mutevole; il linguaggio, rigido.
Il mio discorso si colloca sulla linea teorica aperta dal poeta argentino: il linguaggio media la realtà, la quale va colta immediatamente. Al linguaggio verbale agente nella sfera della coscienza e dell’immaginazione è da contrapporre quello artistico, il quale agisce sul piano della passione. Se le parole infatti tentano di ricreare una forma ex nihilo, l’arte (nel senso più vasto del termine) la specchia permettendo l’immersione in essa. L’ arte è lo specchio che i Titani regalano a Dioniso, in grado di «mostrare i segreti del cosmo e il suo futuro» (F. Tigani, op.cit.); è la messinscena di Amleto che vuole ricreare l’assassinio del padre per svelare il segreto di Claudio; è la biblioteca di Babele di Borges nella quale è contenuto tutto e il contrario di tutto; è la parete che separa la realtà quotidiana dal mondo onirico di Alice.
Se il silenzio è qualcosa lo è in virtù della rappresentazione artistica, la quale viene ad assumere un compito paradossale: mediare l’immediato. Kierkegaard parlava della musica come il medio adatto a rappresentare l’immediato erotico della sensualità: nella sua prospettiva al medio più astratto segue l’idea più astratta.
Rappresentare il silenzio
Cosa significa rappresentare il silenzio? Cosa vuol dire fare della passione un mezzo conoscitivo, uno strumento per raggiungere la comprensione di qualcosa di irrazionale in senso lato? Credo che esistano autori che abbiano fatto dell’impossibilità la propria musa, come per esempio: Edward Hopper, Meister Eckhart, Eugenio Montale e Giorgio de Chirico, e non ultimo Samuel Beckett.
SAMUEL BECKETT
È il gusto del paradosso che si dipana, in forme espressive diverse fra loro, nell’opera di Beckett. Sia quando consegna al silenzio l’identità di Godot per evitare di risvegliare le forze che agiscono dietro il velo di Maya. Sia quando i due protagonisti della tragicomedy in two acts non riescono a rimanere in silenzio. È assordante il baccano dei pensieri che si agitano quando vengono stimolati dalla noia angosciante dell’inattività, per cui è necessario esorcizzarli attraverso la conversazione vuota volta ad avere meno paura di sé.
L’orizzonte teorico dentro al quale si muove Finale di partita, un altro lavoro di Beckett ma mi verrebbe da dire l’intera sua opera, è stato brillantemente messo in luce da Adorno, il quale dice apertamente che, «non si può dunque inseguire la chimera di mediarne il senso per via filosofica: comprenderlo vuol dire né più né meno comprenderne l’incomprensibilità, ricostruirne concretamente il nesso significante, che consiste nel rendersi conto che esso non ne ha» ( T.W. Adorno, Il nulla positivo: gli scritti su Beckett).
Quando si affronta un discorso su Beckett si cade spesso nelle vuote categorizzazioni di matrice scolastica: queste fanno uso di universali linguistici quali pessimismo-ottimismo, buono-cattivo, bello-bruttopresupponendo un punto di osservazione che non è neutro. Di conseguenza, Leopardi era un pessimista e Leibnitz un ottimista, Platone un ottimista e Nietzsche un pessimista, Rousseau un ottimista e, ahimè, Beckett un pessimista. Adorno nella sua trattazione non usa di queste categorie e traccia il perno sul quale il pensiero beckettiano poggia:
Il Finale di partita suppone che la pretesa dell’individuo all’autonomia e all’essere sia divenuta inattendibile. Ma mentre la prigione dell’individuazione viene indagata come prigione e insieme come apparenza (e la scenografia è l’imago di tale autoriflessione) l’arte non riesce tuttavia a sciogliere l’incantesimo della soggettività spezzata, ma solo a rendere sensibile il solipsismo. Beckett urta così contro l’antinomia presente nell’arte. Insostenibile la posizione del soggetto assoluto, che un tempo usciva fuori come parvenza di un tutto esorbitante da cui soltanto era determinata: l’espressionismo invecchia. Ma il passaggio all’universalità vincolante della realtà oggettuale, capace di arrestare l’apparenza dell’individuazione, è negato dall’arte. (Adorno, op.cit)
Adorno parla di un rendere sensibile il solipsismo e cioè palesare allo spettatore ciò che non può essere mediato da una forma linguistica perché perderebbe la sua potenza. Non solo, perché poco prima aveva scritto che «Solo in silenzio si può pronunciare il nome della sciagura», il che corrisponde a consegnare al non-detto l’indicibile e dunque assegnare alla catastrofe il silenzio.
Parlando di Film, il cortometraggio sceneggiato da Beckett, Adorno disse: «Si tratta, letteralmente, della catastrofe, a proposito della quale resta da decidere se corrisponde direttamente alla morte oppure, cosa che a me pare rispecchiare di più l’idea dell’autore, a ciò che lo stesso Beckett in un’altra opera, se non erro L’innominabile, definisce una ‘condanna a vita alla morte’. Ecco come descriverei a grandi linee il contenuto del film.» L’unico suono presente in questo film muto è l’invito di una donna al marito a non parlare (“shh!”): nel silenzio si cela la scissione fra Oc e Og (ovvero Occhio osservante e Oggetto osservato, il primo si abbandona all’inseguimento mentre il secondo alla fuga). L’autocoscienza, il principium individuationis è la trappola intrisa di morte alla quale siamo stati condannati. È il tema kafkiano della colpa che qui si dipana lungo un orizzonte di senso più radicale: è la colpa di essere nati che qui sale a galla, la vita non è altro che l’espiazione di questo evento. Beckett, nei cosiddetti dialoghi con Duthuit, ha detto: «Il destino dell’artista è quello di non avere nulla da esprimere, di non avere alcun motivo per esprimersi, e di essere tuttavia tenuto a farlo».
EDWARD HOPPER
In Edward Hopper la dimensione del silenzio si traspone da un piano quasi metafisico a uno storico e, quasi, sociologico: è l’avvento del moderno che, trasformando le relazioni interumane in tentativi di adempiere il proprio dovere di cittadini consumatori, riempie di vuoto ciò che prima era ricolmo di significato. Il moderno è l’avvento della noia come strappo, taglio: l’essere umano scinde i significati del mondo dai suoi significanti e, vedendo solo questi, li porta in essere in maniera meccanica, alienata. Nella pittura di Hopper il silenzio non è un mero modo di essere dell’uomo bensì una categoria della realtà stessa, è l’aria afosa e grave che I nottambuli inalano, ma che si manifesta anche nella dimensione coniugale di Stanza a New York. La dimensione del sociale – e la concretizzazione dell’amore nel matrimonio agli albori dell’epoca moderna – come aveva cercato di dimostrare Kierkegaard in Aut-Aut, è la morte dell’amore sensuale erotico.
Edward Hopper è il pittore dell’american way of life e in questo intento il contrasto fra la struttura dell’opera artistica (la quiete angosciante) e la scelta di prediligere i colori saturi è esemplificativa: è la luce a neon di un tabellone pubblicitario che indirizza i consumatori verso la via per la felicità, ma i soggetti ai quali questi messaggi arrivano sono attediati e privi di speranza, come un marinaio che si illude di veder terra dove scorge solo scogli rocciosi.
MEISTER ECKHART
Nella filosofia mistica di Eckhart Dio-Nulla-Silenzio coincidono in un unico punto: questo è il fondo, il grund (da cui deriva poi l’inglese ground, terra, nonostante poi il termine tedesco abbia molte più sfumature di significato che la forma anglosassone non riesce a raccogliere).
Il silenzio non è soltanto una componente di un processo di auto-annichilamento volto al raggiungimento di ciò che nei Sermoni tedeschi viene definita ‘eterna beatitudine in Dio’ ma è l’unico linguaggio che permetta di esprimere l’inesprimibile. Il divino, in Eckhart, è detto attraverso la mancanza di espressione, è a-logica nella misura in cui l’uomo deve diventare assoluto liberandosi dal Logos stesso (echi che saranno ascoltati da Kierkegaard e riproposti in nuova veste).
La parola segreta di Dio, il Verbo del Vangelo di Giovanni, viene pronunciata nel luogo del silenzio: è nella parte più pura che l’anima può offrire ovvero il suo fondo dove tace il mezzo.
La medietà segnica non può prendere posto nella profondità dell’anima perché Dio non conosce immagini che possano mediarlo: d’altronde l’immediato è immediabile per definizione.
[…] là non è mai giunta creatura né immagine, né là conosce l’anima operare o il sapere; là non sa niente di immagine alcuna, sia essa di se stessa o di qualsiasi altra creatura.
Nell’essere non v’è alcuna opera in quanto i risultati che l’anima porta a termine sono compiute mediante le sue facoltà (intelletto, memoria e volontà), le quali, attraverso l’uso dei cinque sensi, subiscono un’ulteriore mediazione da parte della realtà contingente.
È la nudità di Dio che viene a essere colta attraverso la sottrazione del proprio Sé a se medesimo; è l’unicità di Dio che si dà esclusivamente nell’anima sottratta alla storia.
Quando Eckhart scrive nel sermone Beati pauperes spiritu, quia ipsorum est regnum coelorum che i fedeli devono pregare dio di diventare liberi da Dio non fa altro che sdoppiare il modo in cui storicamente è stata interpretata la divinità: vi è il dio inteso razionalmente, con la lettera minuscola, quello che si prega nel cerimoniale ecclesiastico, che viene raffigurato nelle composizioni sacre, insomma, quello che subisce la mediazione linguistica, e poi c’è il Dio, con la lettera maiuscola, che appartiene alla dimensione del mysterium tremendum, quello che non può essere detto, pensato, ma solo colto. Lo scrivere di Eckhart fa emerge l’uso costante e necessario dell’arte della metafora come mezzo (senza alcuna pretesa) affinché l’inesprimibilità di Dio possa trovare espressione (seppur non in maniera esaustiva) in maniera esclusivamente figurata attraverso la forza immaginativa dei fedeli. In Eckhart, quindi, il silenzio non trova espressione logica bensì figurativa. Se con Eckhart è possibile ravvisare nella teologia negativa una funzione – raggiungere il divino mediante un percorso intellettuale che schiude le porte di una condizione a metà fra la vita e la morte – è soltanto in Montale che questa si fa pura estetica.
EUGENIO MONTALE
Nell’asistematicità del poeta genovese è contenuta la rinuncia a ogni solidità logico-strutturale: è la parola che, per prima, non si fa più produttrice di un mondo poetico che possa, più o meno, riflettere la realtà storica. All’interno di Ossi alla scelta di parole, nelle quali i suoni duri e scabrosi abbondano, si aggiunge il carattere frammentario e dissacrante del verso. Non domandarci la formula che mondi possa aprirti è la presa di congedo della figura sapienziale, la quale ha reciso il suo contatto con Apollo e non può che offrire qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Il sapiente, non potendo dare più alcuna risposta, non può far altro che prendere consapevolezza della propria precarietà, dell’arbitrarietà del dire qualcosa a proposito del Qualcosa: la scissione che avviene nel poeta rispetto ai fanciulli sul greto per i quali anche un nome, una veste, erano un vizio è parallela alla frammentazione che avviene nell’individualità stessa. È in questo senso che si deve collocare Film di Beckett, la terribile parodia del berkeleiano Esse est percipi, dove l’impossibilità di sfuggire alla consapevolezza di sé rende l’io eterno: l’impossibilità di fare esperienza della morte e dunque dello spegnimento della propria coscienza, rende quest’ultima paradossalmente eterna.
Il silenzio è il luogo dove la vita non può assumere lineamenti fissi, è il punto zero dal quale gli opposti non sembrano più tali.
Il cuore che ogni moto tiene a vile/raro è squassato da trasalimenti.Così suona talvolta nel silenzio/della campagna un colpo di fucile.
È di pura quiete estraniante che vive il sapiente moderno.
Quali radici s’abbarbicano, quali rami crescono / Su queste macerie? Figliuol d’uomo, / Tu non lo puoi capire, né immaginare, perché tu conosci soltanto / Un mucchio di frante immagini, dove batte il sole, / E l’albero non dà riparo, e il canto del grillo non dà ristoro, / E l’arida pietra non dà suon d’acqua. (T.S. Eliot, La terra desolata)
Tra le parole e le cose si viene a instaurare uno spazio di incomunicabilità infinita: ciò che il linguaggio può fare non è più meramente specchiare gli enti bensì ricrearli. La parola si fa cosa. Ma alla mostruosità di un’operazione tanto ripugnante si accompagna l’inevitabile fallimento del discorso poetico.
GIORGIO DE CHIRICO
Razionalizzare l’operato artistico di Giorgio de Chirico è quanto più si possa avvicinare alla profanazione del sacro, ad una bestemmia imperdonabile fatta a quanto vi è di più caro. Di conseguenza, affrontare in maniera sistematica i suoi dipinti è un’operazione che richiede molta cautela affinché le parole scelte possano avere il giusto peso all’interno dell’economia del discorso.
De Chirico è il mistero dello spazio all’interno di un tempo che è, insieme, dentro la cronologia e al di là della storia: non è l’inconscio per come viene in-formato da autori surrealisti come Dalì bensì ciò che rende tale inconscio possibile.
C’è una certa affinità, credo, fra la serie delle Piazze d’Italia e alcuni notturni di Chopin: è il luogo in cui metafisica e arte coincidono, la sospensione del tempo che non può più essere misurata dalla tecnica. L’enigma dell’ora si accompagna alle dilatazioni delle ombre, le quali non hanno meno realtà ontologica di ciò che le proietta.
Le Muse del celebre quadro non possono che essere inquietanti: è strutturale al mistero l’effetto di atterrire o confondere colui che guarda in quella direzione; è la luce di Apollo che, se guardata troppo a lungo, crea disordine nella mente; è l’insopportabile visione dionisiaca del reale che necessita, secondo Nietzsche, di un palliativo forgiato dal Logos. Come scrive Walter Otto:
L’essere del mondo si compie nel canto e nel racconto. Appartiene alla sua essenza la necessità della rivelazione, e cioè che esso si esprima divinamente, per bocca degli dèi. Nel canto delle Muse risuona la verità di ogni cosa come essere ricolmo degli dèi, che riluce dal profondo, rivelando l’eterna magnificenza e la beata intangibilità del divino fin nelle tenebre più scure e nel patimento più grande. (W. F. Otto, Teofania)
In L’enigma dell’oracolo la dimensione dell’insondabilità dell’essere assume una gravezza che conferisce al dipinto una unicità rispetto alle altre opere del pittore: Ulisse isolato, di spalle, e la statua classica coperta da una tenda nera, l’impossibilità di scorgere la totalità della scultura e lo sguardo di Ulisse verso il velo di Maya sono le due facce della medaglia che noi, costantemente, siamo. La condizione di incertezza mista a spaesamento sublime sono le prerogative della vita nella quale siamo stati heideggerianamente ‘gettati’.
In de Chirico il silenzio si fa ontologia, si fa mito: è la trasposizione del messaggio di Apollo da un linguaggio divino a uno umano che necessita dello scarto dettato dalla sua apparente incomprensibilità. «le realtà del mondo non sono in verità altro che dèi, presenze divine e rivelazioni» (W.F. Otto, op.cit), le quali giocoforza diventano, nell’arte figurativa, composizioni contradditorie e insensate. Tuttavia, il loro senso si trova al di là del rapporto dicotomico fra significante e significato, dove lo sguardo muto del nudo Essere genera sgomento e meraviglia: dove la pura bestialità si rende propriamente umana.
Conclusione
Dal lavoro degli autori che ho presentato, si evince che l’essere umano è in grado di far parlare la realtà: le attribuisce un linguaggio, un volto, un nome, una straripante umanità; e il risultato che si ottiene è qualcosa di Umano, troppo umano.
Tuttavia, ciò che rende queste personalità uniche nella loro genialità, maestri muti, è il fatto che la loro creazione manca della pretesa di assurgere a verità incontrovertibile, epistemica.
La realtà, tacita per antonomasia, non parla attraverso la loro opera, resta muta nonostante la mediazione insita nella struttura dell’arte stessa: è il silenzio che, manifestandosi, non si corrompe nella propria unità bensì resta tale, incorrotto, puro.
All’orgoglio della conoscenza, alla pretenziosità del ragionamento logocentrico, si contrappone l’estetica come meraviglia, come riscoperta dell’enigma che induce a una ricerca: è il ritorno al mito nel senso più ancestrale del termine:
Scegliere il mito significa abiurare la logica, e abiurare la logica significa rinunciare alle astrazioni e ammettere esplicitamente, con Pascal, che il compito della filosofia è di interrogarsi sul senso della vita pur avendo contezza dell’impossibilità di trovarlo. (F. Tigani, La nave di Teseo: saggi sull’Essere, il mito e il potere 2019)
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
T.W. ADORNO, Il nulla positivo: gli scritti su Beckett, L’orma, Roma 2019.
J. L. BORGES, Storia della notte, Adelphi 1995.
G. COLLI, La Sapienza greca (I): Dioniso, Apollo, Eleusi, Orfeo, Museo, Iperborei, Enigma, Adelphi Milano 1977.
G. COLLI, La nascita della filosofia, Adelphi Milano 1975.
M. ECKHART, Sermoni tedeschi, Adelphi, Milano 1985.
A.HUXLEY, Le porte della percezione– Paradiso e Inferno, Mondadori, Milano 1980.
W.F. OTTO, Teofania, Adelphi, Milano 1975.
F. TIGANI, L’apocalisse della Sfinge: tre corsi sulla filosofia antica, Transeuropa, Massa 2024.
F. TIGANI La nave di Teseo: saggi sull’Essere, il mito e il potere, Guida, Napoli 2019.
Il 2024 è stato l’anno della mostra fotografica Franco Fontana. Colore, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, (co-prodotta da Skira Arte e curata dallo studio Fontana). Risultato di un meticoloso lavoro di indagine e restauro delle opere da parte dello stesso studio Fontana, la mostra si è presentata come una ricchissima retrospettiva sugli oltre sessant’anni di carriera del grande maestro, composta da una selezione di oltre 120 foto realizzate tra il 1961 e il 2017. A parlarcene è un altro artista, Riccardo Cellini, giovane fotografo di talento e sensibilità.
Franco Fontana
di Riccardo Cellini
Maestro indiscusso della fotografia italiana e internazionale, Franco Fontana nasce a Modena nel 1933, città a cui è rimasto legato e dove tuttora risiede. Inizia a interessarsi di fotografia fin dai primi anni cinquanta, le sue prime mostre personali si sono tenute nel 1965 a Torino e nel 1968 a Modena. Da allora ha esposto ininterrottamente sia in Italia che all’estero, contando all’attivo oltre 300 mostre e ricevendo prestigiosi premi e riconoscimenti tra i quali possiamo ricordare il Ragno d’oro per l’arte (1984) e il titolo di Maestro della fotografia italiana (1988). Le sue opere sono presenti nelle collezioni di oltre 50 musei pubblici e gallerie private. Fontana concentra la sua ricerca artistica sull’uso del colore andando in netta controtendenza al canonico uso del bianco e nero tipico della fotografia artistica dei suoi anni e ponendo la sua attenzione su una nuova ricerca estetica e formale. La sua scelta si basa sul conferire al colore un ruolo predominante, non solo esclusivamente come puro medium ma come vero e proprio soggetto significante della scena.
Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori: ritengo il colore più difficile del bianco e nero, che è già un’invenzione perché la realtà non è mai accettata per quello che è a livello creativo e conseguentemente va reinventata. Il mio colore non è un’aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell’evoluzione della fotografia. (F. Fontana)
La sua esplorazione e dedizione verso il colore lo hanno reso pioniere di un nuovo approccio alla fotografia capace sia di dare un contributo significativo al panorama artistico internazionale del suo tempo, sia di influenzare ancora oggi i nuovi talenti della fotografia contemporanea.
L’allestimento della mostra
Addentrandosi nello spazio della mostra il visitatore veniva accompagnato attraverso un denso e ben strutturato allestimento diviso in quattro sezioni: People, Paesaggi Urbani, Asfalti e Paesaggi. Una sorta di viaggio nel mondo del colore, un percorso espositivo capace di ricreare la giusta continuità spaziale. L’entrata nelle diverse sale infatti era stata progettata per colpire il visitatore, impressionato dalla grande eterogeneità cromatica delle opere e da una loro sapiente disposizione su pareti colorate, capaci di trasformarsi in contenitori ideali.
Abitare il colore
Nella prima sezione di opere, denominata People, trovava spazio un Fontana inedito. Se infatti si serbava nell’immaginario l’idea di un fotografo esclusivamente paesaggista, sorprenderà sapere che una parte della sua produzione, forse ancora poco esplorata, contempla la figura umana, seppur declinata secondo il linguaggio del fotografo. Dopo due decenni di paesaggi e luoghi inanimati che hanno caratterizzato la prima produzione dell’artista, sembra che a partire dagli anni ottanta sia stato dato il permesso alle persone di abitare mondi costituiti da spiagge, piscine, piste da sci e spazi urbani dalle atmosfere metafisiche. Piccole figure umane o porzioni di esse che non assumono una vera e propria identità ma che diventano elementi decorativi e costitutivi dell’ambiente circostante e delle architetture. Come nella serie Spiagge, dove costellazioni di ombrelloni e bagnanti senza volto formano macchie di colore che si fondono con lo sfondo in un unico grande piano bidimensionale; o come anche in Frammenti dove il taglio fotografico dell’artista riorganizza porzioni di corpi, dettagli di vestiti colorati e altri oggetti per creare nuove geometrie.
Un nuovo mondo
Un momento significativo per la produzione del fotografo modenese è stata la scoperta dei paesaggi e delle grandi città del nuovo continente. É proprio a questo tema era stata dedicata la seconda parte della mostra. Nella sezione Paesaggi Urbani, infatti, erano stati posizionati gli scatti di Fontana che, ammaliato dalle nuove geometrie delle città americane, aveva dato vita a un mosaico di cromie e forme. Grazie all’uso del teleobiettivo e del conseguente schiacciamento dei piani in un’unica grande superficie bidimensionale – cifra stilistica e identitaria dell’autore – finestre, intonaci dai colori sgargianti, graffiti, e altri elementi architettonici diventano un tutt’uno di un grande elemento geometrico. In queste opere infatti Fontana prende le distanze dal normale panorama urbano, sfociando nell’astratto. Nella nuova riorganizzazione data dalla lente del fotografo non vi è più una profondità, oggetti vicini e lontani appaiono sullo stesso piano uno accanto all’altro, facendo parte di una stessa superficie delimitata da linee nette e colori piatti in contrasto tra loro; anche le ombre – non più elementi che creano tridimensionalità – diventano pura forma geometrica bidimensionale. Una composizione astratta in cui in certi casi si riducono significativamente i soggetti riconoscibili – un vaso, una macchina, una finestra, un muro – in favore di una nuova grammatica di forme e colori puri; un grande mosaico in cui una porzione di muro non tende più a essere una parte costitutiva di un edificio ma diventa un’unità geometrica al pari del cielo contro cui si staglia.
Guardare in basso
Nella ricerca sul tema urbano dell’artista, tutti gli elementi del campo visivo hanno una loro importanza e trovano occasione di ricevere una nuova interpretazione. Si guarda dappertutto, si sposta l’attenzione anche per terra, laddove raramente ci si sofferma a osservare. Nella sezione Asfalti erano state raggruppate una serie di fotografie che raffiguravano le pavimentazioni stradali di tutto il mondo, raccolte in maniera via via sempre più programmatica nel corso della carriera dell’artista. Come avviene per i paesaggi urbani, la lente fotografica trasfigura la semplice superficie di un manto stradale in qualcosa di nuovo e con un grado di astrazione ancor più elevato. Rappresentazioni astratte in cui le forme e le macchie di colore non vengono realizzate da pennelli ma sono il risultato dell’impronta di uno pneumatico, della sbavatura di una segnaletica orizzontale, della texture di un tombino e delle crettature incerte dell’asfalto.
Orizzonti
L’ultima sezione della mostra è stata dedicata ai paesaggi, forse la fase più iconica e rappresentativa della carriera del fotografo. Campi collinari, distese di fiori, mare e orizzonti sono i soggetti che vengono sottoposti all’interpretazione dell’occhio dell’autore. Una sintesi di volumi, linee e soprattutto colori sono alla base della ricerca relativa ai paesaggi che Fontana non ha mai smesso di portare avanti nell’arco di tutta la sua carriera. I piani si appiattiscono, le colline e il cielo diventano grandi campiture di colore in perfetto equilibrio tra loro, in un’armoniosa economia compositiva di tutti gli elementi. Si perde la percezione delle dimensioni degli spazi, per essere immersi e assorbiti dalla campagna della Puglia, della Basilicata e della Spagna. Tra gli scatti dedicati a questa ricerca compaiono degli alberi – unici soggetti riconoscibili – capaci, per un istante, di illuderci di poter ridare un ordine di grandezza a quelle immense aree di colore, in altre parole di combattere l’astrattismo della rappresentazione. E se Mari è una delle composizioni più estreme, nell’opera Comacchio 1976 Fontana raggiunge un livello massimo di sintesi di colore e di forme in una simmetria assoluta: cielo e mare separati a metà da una sottilissima linea d’orizzonte. La purezza nella rappresentazione è data da un unico ed essenziale segno grafico e dal solo colore blu – declinato nelle sue sfumature – che genera una vera e propria opera di espressionismo astratto, paragonabile a un quadro di Rothko o di Newman, davanti alla quale chiunque osserva può perdersi.
A volte mi succede di trovare un paesaggio così irresistibile che dimentico tutto il resto. Lascio andare desideri, rancori, aspettative, la fretta. Lascio andare l’idea del passato e quella del futuro e rimango io solo, con la mia macchina e il paesaggio. Me ne lascio permeare. Io divento il paesaggio e il paesaggio me. Lo vivo. Permetto al paesaggio di riempire il mio vuoto, ne gioisco, e solo allora scatto. Mi piace dire che il paesaggio attraverso di me si fa l’autoritratto. (F. Fontana)
Nel video intervista che concludeva la mostra il maestro spiegava – con estrema lucidità intellettuale e giovinezza d’animo – il suo rapporto con la fotografia, da lui considerata prima di tutto ricerca di se stessi e della propria interiorità. Dalle sue parole si comprende come il colore abbia giocato un ruolo centrale nella sua formazione artistica e che forse solo la capacità di crearsi un’identità fotografica così forte, è ciò che rendere una sua qualsiasi fotografia riconoscibile in tutto il mondo.
Conservare l’integrità della Natura e non renderla un ornamento, domata sostanza nelle mani dell’uomo, è un compito etico prima ancora che pratico. Lo sviluppo, compreso quello economico, dovrebbe tenere in gran conto la questione naturalistica, che più di altre influenza il nostro stesso vivere e abitare. Il benessere dell’uomo dipende in gran parte anche dall’ambiente che lo circonda e un atteggiamento irrispettoso, predatorio nei confronti della natura, mostra tutta l’incapacità dell’uomo di preservare se stesso. (Gilda Yoko Diotallevi)
Su questa prospettiva si situa la ricerca di una fotografa italiana, Milena De Matteis, che nei suoi bellissimi lavori, Natura costretta e Da un mondo perduto, indaga il rapporto che l’uomo intrattiene con la natura.
L’artista
Gentile Milena, come nasce il suo amore per la fotografia?
M. DM «L’amore per la fotografia è sempre stato in me, poi una ventina d’anni fa comprai la mia prima macchinetta e cominciai a prendere qualche lezione. La fotografia per me è una sorta di meditazione, è come se l’atto del fotografare mi portasse a un livello superiore dove riesco a lasciar andare pensieri, per entrare in contatto con la mia parte più intima. Si dice che non fotografiamo quello che vediamo ma quello che siamo. E allora credo che nelle mie fotografie ci siano tutte le mie sensibilità, i miei stati d’animo che in qualche modo vengono registrati, fissati nel tempo attraverso una singola immagine.»
Perché ha deciso di concentrare alcuni suoi progetti fotografici proprio sulla natura?
M. DM «Vivo a Ostia, tra mare e pineta. La natura fa parte di me sin da piccola. Ricordo l’odore della resina degli alberi in estate, l’odore dei pini dopo un temporale… le passeggiate con i miei genitori. Credo che l’ambiente in cui ho vissuto per tanti anni sia entrato nel mio DNA, ed è per questo che sono ancora più sensibile circa le sue criticità. Ultimamente siamo testimoni di un’inesorabile distruzione di questo meraviglioso ambiente a causa dell’incuria dell’uomo. Nello specifico, nella mia serie di fotografia Da un mondo perduto, ho voluto porre l’attenzione sulle centinaia di pini che stanno morendo. Castelfusano, Castelporziano ne sono un vivido esempio ed è come se stesse sparendo anche una parte di me.»
Natura costretta è un tema profondo, una riflessione non solo visiva ma filosofica, sociale. Perché ha sentito l’esigenza di affrontare questo tema?
M. DM «Proprio perché amo profondamente la natura, la vivo e la vedo sempre più costretta e violata nella mia città. Quella natura che sa darci vita, dovremmo imparare a rispettarla e amarla maggiormente. La natura che non ha il giusto spazio e la giusta cura mi fa soffrire. Quindi credo che questa serie di fotografie sia un modo di rappresentare questo dolore. Dal punto di vista artistico “gioco” con elementi che amo: dettagli architettonici e naturali per creare qualcosa di unico, spero. E in questo gioco per ora ha la meglio il cemento.»
Il progetto Natura costretta
M. DM «Queste fotografie nascono dal mio amore per le geometrie urbane e la natura. Il mio occhio di fotografa gioca con le linee architettoniche che si incrociano con sprazzi di natura a volte abbracciandoli, avvolgendoli, incorniciandoli.
Tendono a sottolineare quanto lo spazio verde sia sempre più sacrificato nelle grandi città e sempre più trascurato, relegato in spazi via via più angusti. Quanto mi piacerebbe che ci fosse un maggiore equilibrio tra ambiente antropizzato e spazi verdi, un maggiore rispetto e amore per la nostra fonte di vita! In fondo è dagli alberi che dipende il nostro respiro.»
Il progetto Da un mondo perduto
La Riserva Naturale Statale del Litorale Romano è da anni vittima inesorabile dell’incuria. È irreparabilmente devastata da dolorosi e ripetuti incendi, dall’inquinamento e dal diffondersi implacabile del parassita Toumeyella parvicornis, più noto come cocciniglia tartaruga, che ha portato al deperimento e alla morte numerosi pini domestici, la specie più colpita. Una vera tragedia per un patrimonio naturalistico di inestimabile valore, un polmone verde che ospita molteplici specie vegetali e animali, che non siamo stati in grado di tutelare. Ma anche per la tipicità del panorama romano, destinato a mutare per sempre.
M. DM «Vittime di incendi e abbattimenti, giacciono al suolo prendendo nuove vite e nuove forme. Proprio li il mio sguardo si perde, nelle linee e nei chiaroscuri, alla ricerca di dettagli inusuali, che estrapola per approdare a nuove dimensioni. Nel tentativo, forse, di elaborare un dolore profondo per questa terra violata.»
Fiorivivi ringrazia
Milena De Matteis, dopo aver seguito diversi corsi professionali di fotografia, tra cui quello con Augusto Pieroni e quello su ‘Paesaggio e architettura’ di Daniele Zedda, espone in Italia e all’estero, (The Glasgow Gallery of Photograph, Scotland) partecipando a collettive di rilievo e festival (Chania International Photo Festival 2023, Creta).
La foto di copertina fa parte della collettiva Natura in città, organizzata dalla nostra rivista in collaborazione con la casa editrice Le Storie.
Un pomeriggio di Maggio, per conto della Rivista, ho avuto il piacere di conoscere un’artista italiana che vive e lavora a Berlino, la pittrice Yvonne Andreini. Ho scoperto una donna dal carattere brillante, indipendente, che possiede uno sguardo personale sul mondo e sull’arte.
Ph. credits: Daniel Mohr
Da quando è nato il suo amore per l’arte? Quando ha capito di provare una forma d’amore verso questo tipo di espressione artistica?
Y.A «Ci sono vari momenti che messi insieme hanno fatto sì che per me sarebbe stato chiaro molto presto, intorno ai quattordici anni ma forse anche prima, che avrei voluto dipingere. Avevo già cominciato a fare corsi di disegno. A scuola disegnavo in continuazione. I miei genitori erano attori, entrambi, e casa la ricordo sempre piena di persone, un luogo creativo e ricco di scambi. Mi piaceva quella attitudine, ma per quanto riguardava me, la modalità con cui sentivo di avere qualcosa da dire non era né a parole, né col corpo, era invece con l’arte visiva, con i quadri. In un certo senso era come se le parole non fossero appropriate per esprimere ciò che volevo dire. E poi mi è sempre piaciuto molto stare da sola, perché per disegnare c’è bisogno di un tempo fatto di silenzio. Quindi è cominciata quasi naturalmente, dagli undici anni in poi ho sempre disegnato. E forse anche il fatto che i miei mi portavano sempre per musei a vedere mostre, che mi compravano i cataloghi d’arte, lì per lì non ho razionalizzato, ma probabilmente anche vedere quei quadri nel tempo mi ha mosso dentro qualcosa.»
Spesso il percorso di un artista è fatto di studi accademici ma anche di ricerche personali, quali sono stati i punti salienti del suo?
Y.A «Ho cominciato con corsi molto classici, di pittura a olio, ricordo quanto tempo ho passato a studiare come fare gli incarnati, come dare il colore, ma li ho fatti un po’ con fatica, forse perché non era quello il mio codice. Quindi dopo la maturità sono andata a cercare un luogo che fosse molto in contrasto con il classicismo artistico in cui ero cresciuta, che è formativo, bello ma ha in sé anche un passato incombente. Cercavo un luogo che mi potesse scioccasse un po’, e sono finita a studiare a Berlino, dove c’è una tradizione molto più aperta alla sperimentazione. Riflettevo su questo poco tempo fa, sul fatto che i pittori che funzionano di più in Italia sono molto celebrali e calcolati, sono più intellettuali, mentre in Germania dove caratterialmente sono tutti così introversi, riescono ad essere molto più espressivi nel campo della pittura, dell’arte in generale. E lo trovo strano perché se ci si concentra su come sono le persone in Italia e in Germania si potrebbe pensare l’opposto.
Lì ho studiato all’Accademia, in realtà ce ne sono due, una di Berlino est, una di Berlino ovest e la particolarità è che anche dopo il crollo del muro sono rimaste lo stesso entrambe. Io ho studiato a quella di Berlino est che è ancora più in contrasto con la tradizione e la cultura in cui sono cresciuta io, ed è stato fantastico. Una delle prime cose che mi hanno detto è stato “quello che fai è troppo bello”. Era strano ma ho capito cosa volessero dire, così, anche se a fatica, ho lasciato alle spalle tutto il concetto di bellezza, per ritrovarlo solo dopo essere passata attraverso alcuni passaggi essenziali per la mia crescita. Sono partita dal disegno, ho disegnato molto e, visto che il mio lavoro era molto denso e molto colmo, ho tolto tutto, anche il colore, perché era tutto troppo. Così mi sono concentrata sui tratti, ho studiato bene il disegno e poi, negli ultimi sei/sette anni, ho aggiunto di nuovo il colore, riuscendo a creare un connubio tra pittura e disegno, quindi tra linee e forme. Ho capito che posso riuscire a mescolare questi due estremi in modo che si fondino tra loro.
Mi chiedevo se Berlino stesso, il luogo in cui lei è andata a lavorare, abbia influito sul suo modo di dipingere. Questa differenza dell’essere italiana ma esprimersi in un altro luogo ha condizionato il suo modo di fare arte? Me lo chiedo anche perché consultando il suo sito ho notato che i titoli dei suoi quadri sono in italiano e invece il tipo di ambientazioni, foto o suggestioni che rinvia sono profondamente berlinesi.
Y.A «Tutto provoca un’influenza su ciò che fai, anche solo la città in cui ti muovi, le forme che vedi, le persone che incontri, la cultura, il modo di vivere. A me poi il contrasto, che sia tra due culture o tra due forme d’arte, interessa sempre. Ho frequentato la scuola tedesca a Roma, nonostante i miei genitori non solo non parlino la lingua ma siano forse le persone meno tedesche che conosca! Fin da piccola ho trovato strano crescere tra due realtà, di cui una in fondo non ti appartiene, ma al contempo il contrasto tra realtà, che apparentemente non possono coesistere ma poi trovano il modo di farlo, rappresenta il vero filo conduttore dei miei lavori. E anche Berlino è così, caotica, piena di persone, di cose diverse e poi però ogni quartiere è calmo, vive nella sua bolla. Queste duplicità mi affascinano e influiscono sul mio lavoro, non credo infatti che potrei lavorare in campagna, mi serve proprio questo scintillio. Per questo motivo ora Berlino funziona, è giusta per me.»
Quando ha pensato che questa sua vocazione, questo suo codice espressivo, identitario e personale potesse tramutarsi in una professione? Pensando al suo rapporto con l’arte mi viene in mente una parola simbolo di un pensatore tedesco per l’appunto, Max Weber, che parla di Beruf e giocando sui significati del termine, mette in relazione la professione con la vocazione.
Y.A «Non mi sono mai posta realmente questa domanda, perché è stato sempre chiaro in me. E so bene quanto sia una fortuna, mi capita spesso di incontrare persone combattute sull’idea di iniziare questo percorso o meno, e l’indecisione è un male, è una limitazione, perché dobbiamo essere noi stessi i primi a credere in ciò che facciamo. La visione romantica dell’artista che sta sulla chaise longue, fermo ad aspettare l’ispirazione è poco credibile. Non voglio dire che questa parte creativa non ci sia o non sia importante, ma solo che realisticamente siamo anche imprenditori di noi stessi. E questa è stata la cosa più difficile per me, non decidere che la pittura diventasse il mio lavoro ma accettare che non volesse dire essere solo nello studio, provare, studiare, dipingere, ma che c’era tutto un apparato ulteriore e necessario che mi avrebbe permesso di essere credibile e di poter poi fare davvero ciò che volevo. Ed è un impegno costante che cambia forma nel tempo, non appena si è raggiunto un obiettivo, è necessario prefiggersene degli altri, lanciarsi in nuove avventure. Se manca quella determinazione che ti fa credere in te stesso e investire su te stesso, rischi di non riuscire a sopportare quei momenti in cui è difficile raggiungere il tuo traguardo.»
Sempre parlando di contrasti, il processo creativo è la sintesi di una progressione di pensieri e azioni che riescono a dar forma a una idea iniziale, nello specifico qual come si sviluppa il suo processo creativo?
Possiedo uno studio a Berlino in cui posso dedicarmi al mio lavoro, che concepisco in questo modo:
prima di tutto faccio delle foto, un mio quadro parte sempre da questo. Scatto delle polaroid, ne ho tantissime, concentrandomi soprattutto sui momenti conviviali tra le persone, poi riprendo oggetti, luoghi e persone che sono insieme nello stesso spazio. Potrebbe sembrare strano, perché in realtà i miei quadri sono astratti, ma in un certo senso parto proprio dal figurativo. All’inizio infatti lavoro con la china, a mano, senza usare un proiettore, un pc, nulla. Faccio un disegno con la china, magari su un cartoncino, della foto che ho scelto e da lì comincia un processo di decomposizione di questa figurazione, per farlo diventare un movimento.
Il mio scopo è di far ballare spazio, tempo e luogo come fossero frutto di un’unica energia.
Ha molto a che fare con il movimento e con la forza. Con la consapevolezza che tutto cambia costantemente. Tu e io ora siamo qui, ma appena mi muovo tutto si trasforma. E voglio proprio cercare di rendere visibile questo continuo cambiamento di prospettiva.
Poi passo alla stratificazione, nei miei quadri ci sono molti strati, passati però in modo celere. Infatti lavoro a lungo su un quadro ma passo i diversi strati in modo molto veloce. Quindi partendo da una foto, l’opera finale assume a volte una forma più astratta, altre volte meno, così che accade che si possa riconoscere un oggetto, mentre per quanto riguarda le persone, esse nel quadro si tramutano in puro movimento. Hai presente quei libricini in cui ci sono delle immagini che se sfogli velocemente sembra che stiano muovendosi? Ecco, quello assomiglia a ciò intendo fare, ovvero spostare i corpi nello spazio e nel tempo, fino a che quella nuova immagine non si trasformi in un’entità nuova, a se stante.»
Y. Andreini, Un altro luogo 2023 (170×240)Y. Andreini, Nuvolaglia 2024 (120×95)
I suoi quadri sono molto luminosi. Contengono colori non statici ma anch’essi appaiono in un movimento di luce. Ha mai pensato all’opposto a dipingere quadri in assenza e sottrazione di colore?
Y.A «È interessante questa domanda perché all’inizio del mio percorso artistico sono partita dal disegno ed era quasi tutto in bianco e nero o, al limite, con l’aggiunta di un colore. E questo periodo mi è servito molto, mi ha permesso di studiare come muovermi. Era come se non fossi ancora pronta per il colore, che in realtà è davvero impegnativo, non può essere preso alla leggera. E dato che i miei lavori sono così densi, prima di riuscire a giungere a una sorta di sintesi, di connubio di colori e forme, ho impiegato del tempo. Negli anni spero di aver trovato un equilibrio, una posizione pacificata sulla questione della luce come suggerisci tu, anche se poi torneranno sicuramente delle fasi in cui userò meno il colore, ma per il momento è così.
Da un punto di vista tecnico, lavoro con la china e con i colori acrilici. La china l’ho scelta perché i colori che offre hanno una luminosità così particolare, che altre varianti non hanno. I colori a olio non funzionano molto per me perché ci mettono troppo ad asciugare e lavorando, come prima accennavo, attraverso differenti stratificazioni non mi permetterebbero la velocità che invece occorre alla mia tecnica. E poi, parlo ovviamente in relazione all’effetto che si otterrebbe nei miei lavori, l’olio li renderebbe come glassati, mentre preferisco l’opacità dell’acrilico e della china.»
Y. Andreini, Mistero luminoso 2023 (150×120)
Volevo chiederle se i suoi quadri, che vertono sull’astrattismo, hanno dei temi. Ma ora, dopo aver ascoltato la particolare tecnica di formazione del quadro, credo che abbia già risposto in maniera affermativa. Pensa però prima al tema, all’origine del processo creativo, o lo rilegge successivamente da ultimato, reinterpretandolo e assegnandogli un titolo a opera ultimata?
Y.A «Entrambe le cose in realtà. Il titolo che assegno al quadro viene sempre lavorando, però il soggetto finale può essere molto diverso dall’idea iniziale. Se penso ai miei quadri più riusciti sono quelli in cui il quadro stesso ti chiede di interrompere, di lasciarlo così, è strano ma è come se assumesse un’entità a sé.
Quindi spesso conosco l’inizio ma non la fine del mio lavoro, di ciò che esso diventerà, della forma che assumerà, perché succede che l’opera stessa prenda vita, assumendo un’identità ben definita. In altre parole, ho coscienza del punto di partenza, ma il corso che prenderà lo deciderà l’opera stessa.
I titoli invece, come accennavo, vengono lavorando. Ho delle liste, che compilo durante le fasi di lavorazione del quadro, dalle prove, agli schizzi preparatori, agli studi di colore. In questi momenti comincio ad annotare frasi, a cercare ispirazione, che spesso mi viene ascoltando della musica. Il più delle volte continuo a far girare un album per tutto il tempo che mi occorre per finire un quadro, lo metto in loop, per rimanere in quella stessa atmosfera. E mentre ascolto mi capita di segnarmi delle singole parole, delle frasi tratte dai testi dell’album, perché la musica mi ispira molto, così come i libri che leggo. Ad esempio c’era un libro che ho visto entrando in questa libreria (n.d.r. l’intervista si è tenuta infatti nello spazio Le Storie della storica libreria indipendente di Garbatella, a Roma) che mi piacque molto, si intitola Stupore e Tremori di Amélie Northomb, tanto che intitolai un mio quadro proprio così, però in fondo scelgo ciò che mi risuona di più.»
Dove trova Yvonne la sua ispirazione? È sempre interessante seguire le tappe di un processo creativo che contempla sia il richiamo a qualche autore, a qualche tecnica studiata, a qualche influenza pittorica comunque subita e poi anche a suggestioni extrapittoriche.
Y.A «Per quanto riguarda le spinte esterne all’arte pittorica, sicuramente un ruolo importante lo gioca la musica, perché nei miei lavori c’è molto ritmo. Spesso i musicisti si dimostrano colpiti dai miei quadri perché riconoscono in essi una sorta di fraseggio musicale. È una cosa importante per me, per esempio con certa musica non riesco proprio a lavorare, vado in tilt. Ma molta influenza l’arrecano anche le relazioni sociali, per assurdo, perché l’osservare i momenti conviviali tra le persone, come si muovono, come parlano tra loro, mi suggestionano molto. Mentre la musica quindi mi aiuta per il ritmo di un quadro, le persone mi aiutano a ricreare una certa atmosfera. I libri e i testi scritti invece mi aiutano molto sia per i titoli che per i pensieri più filosofici che mi interessano, anche se a volte, in modo prosaico, anche certi personaggi di romanzi mi ispirano. Per i colori invece sento di venir influenzata e contaminata da tutto ciò che circonda la città.»
Quando decidi di iniziare un tuo quadro, fai delle ricerche specifiche su alcuni pittori o sui loro lavori o semplicemente essi rivivono in te come memoria storica.
Y.A «Nel mio studio, che condivido con il mio compagno, anch’egli pittore, abbiamo un spazio comune, una biblioteca in cui teniamo tantissimi libri d’arte, cataloghi di mostre e lavori, non solo di pittori del passato ma anche recenti, in cui cerco un confronto. Ma questo tipo di approccio, che so che nel mio lavoro molti colleghi tengono da sempre, nel mio caso è iniziato recentemente, perché credo di essere a un punto della mia vita artistica in cui, avendo trovato la mia onda chiamiamola così, non mi distrae più vedere troppe cose. Se questo tipo di dialogo lo avessi iniziato troppo presto, avrei rischiato di voler somigliare a qualcuno o, per esempio, anche involontariamente di fare qualcosa troppo simile a qualcosa di già visto. Invece ora, almeno io me lo spiego così, sono arrivata a un punto in cui se leggo o studio qualche artista lo faccio in modo puntuale, soffermandomi solo su ciò che mi occorre in quel momento, non prestando il fianco a eccessive sollecitazioni.»
Y. Andreini, Reminiscenza pompeiana 2024 (60×80)
Mi accennava al fatto che divide lo studio con un uomo, secondo la sua esperienza personale, è differente essere donna nel mondo dell’arte?
Y.A «Nel periodo storico che stiamo vivendo, specialmente a Berlino, questa è una domanda incombente, la differenze tra uomo e donna è un tema che risuona molto. Io sono un po’ combattuta, perché da un lato riconosco delle difficoltà oggettive nella parificazione dei generi, ma dall’altra vorrei che questa questione non mi interessasse. Perché la pittura è pittura e mi piacerebbe che come io non faccio differenza tra sessi, anche il mondo fuori si muovesse in tal senso.»
Lei pensa che venga recepito diversamente un lavoro se porta la firma di una donna o di un uomo?
Y.A «No, non lo sento, e anzi a volte avverto anche qualche forzatura su questo tema. In Germania nei contesti espositivi, in molti musei o mostre, esiste la questione della quota fissa, devono cioè esserci un tot di artiste donne. E da un lato capisco che per riuscire a equiparare e apprezzare anche l’apporto artistico femminile sia necessario, ma dall’altra non sono sicura che sia la strada giusta, perché penso che dovrebbe venire naturale e non essere così per statuto. A me sembra che questi provvedimenti non solo non mirino a normalizzare la questione, ma rischiano di creare ancora più divisione tra gli artisti uomini e le artiste donne.
Capisco che sia importante lottare per la parità, anche se a me non è mai successo in quanto donna di sentirmi in qualche modo discriminata. Cosa che invece ho avvertito in quanto madre, perché anche nelle gallerie più intellettuali e chic ho avvertito una sensazione di diffidenza nel momento in cui scoprivano che avevo una figlia. E poi pensiamo che in Germania comunque ci sono molte agevolazioni, l’asilo nido, la scuola, è tutto gratuito. Insomma si può lavorare, certo con un ritmo diverso, ma si lavora. Anche perché la mia identità è composta dall’essere una mamma, oltre che un’artista e anzi da quando lo sono diventata mi sento ancora più focalizzata sul mio obiettivo, non è mai stata una forma di dispersione o di allontanamento dal lavoro.»
Ho visto sul tuo sito un progetto che mi ha molto incuriosita, si chiama Insula, e mi piaceva che fossi riuscita a creare un ponte tra due luoghi così differenti come Berlino e l’isola di Ventotene.
Y.A «Questo è il mio progetto del cuore. Dal 2017 è partita come una sfida, ho costituito un programma di residenze e mostre sull’isola di Ventotene, che per me ha anche un valore affettivo. Sono stata lì la prima volta da piccola, scoprendo poi negli anni successivi che fosse un’isola, politicamente parlando, importantissima. E visto che mi sono sempre mossa tra le due realtà dell’Italia e della Germania, ho pensato di invitare artisti europei, non solo tedeschi, a lavorare una settimana su un tema comune. Quest’anno avremo ospiti undici artisti e ognuno di loro farà 7 lavori in formato cartolina che poi esporremo a Roma, alla galleria Materia a san Lorenzo, e a Berlino. Abbiamo il patrocinio dell’Ambasciata italiana ed è per me un momento importante, su un’isola altrettanto speciale. Facendo mostre per lavoro mi accorgo che di solito è tutto molto veloce, consegni i quadri e basta. Ma a me piaceva creare un momento particolare antecedente all’esposizione vera e propria, come un simposio di artisti che riflettendo in uno stesso momento, in uno stesso luogo su uno stesso tema, o comunque su tematiche simili, avessero modo di parlarne, di confrontarsi. Dopo molti anni che lo faccio ho assistito anche a litigi, momenti intensi, ma questo tipo di scambio è davvero potente.»
(la foto riporta al sito del progetto)
Yvonne, se qualcuno volesse seguirla?
Y.A «Nel mio studio non espongo, capita che ci vengano a trovare delle persone, che si organizzino degli incontri, ma si svolgono tutti in chiave privata. I miei lavori si possono trovare nella galleria in cui collaboro o comunque in collettive in cui vengo invitata. https://yvonne-andreini.com/
Poi ci sono volte che mi piace creare degli spazi espositivi temporanei. Per esempio lo scorso mese ho collaborato con uno studio di architetti di Berlino che avevano appena costruito un palazzo il cui piano terra di 100 mq era ancora vuoto, lì abbiamo organizzato una mostra durata solo due settimane. Oppure a luglio è in programma una mostra in una casa per barche in mezzo alla città, un posto particolare.»
Oltre le tue già intense attività, hai qualche progetto futuro su cui stai lavorando o solo riflettendo?
Y.A «L’estate prossima avrò la mia prima mostra in un museo, precisamente nel Museum of Modern Art di Dubrovnik. È forse il mio progetto più grande e quindi, una volta conclusa l’esperienza con Insula, mi ci dedicherò per intero. Poi mi piacerebbe anche scrivere qualcosa o comunque collaborare con qualcuno che capendo il processo creativo possa avere un pensiero critico.»
Per concludere vorrei riportare una frase che Yvonne mi ha detto al termine della nostra intervista
L’autenticità, il mettersi a nudo è ciò che nell’arte rimane.
FIORI VIVI RINGRAZIA:
Yvonne Andreini, per la sua luminosa presenza e la disponibilità con cui ha dialogato con noi.
Gilda Y. Diotallevi
La libreria e casa editrice Le Storie per averci ospitate.
La nostra Rivista, in collaborazione con la libreria-casa editrice Le Storie, presenta la seconda edizione del Concorso Fotografico, quest’anno dedicato al tema dell’Acqua. Le iscrizioni sono aperte fino al 15 Settembre 2024.
Riportiamo di seguito il regolamento e la scheda di presentazione da compilare.
Regolamento
Premessa
La Rivista Fiori Vivi e la Libreria indipendente e casa editrice Le Storie indicono, per il secondo anno consecutivo, un concorso fotografico incentrato questa edizione sul tema dell’Acqua. L’iniziativa si propone di indagare, attraverso il mezzo fotografico, ogni aspetto di questo elemento così prezioso per la vita dell’uomo e del pianeta, dando risalto al lavoro di professionisti e non, accomunati dalla grande passione per l’arte.
2. Modalità di partecipazione
La partecipazione è, per questo secondo anno, gratuita, aperta a fotografi professionisti e amanti dell’arte, di età maggiore di 18 anni, anche non residenti a Roma.
3. Dati tecnici
1 Il concorso si struttura in dure fasi: preselezione ed esposizione
L’artista, per accedere alla preselezione, dovrà inviare il numero di 3 scatti, in formato JPG di cui mantiene la proprietà e l’originaria paternità, all’indirizzo rivista.fiorivivi@gmail.com entro e non oltre il 15 Settembre 2024.
Ogni immagine deve avere un numero progressivo (1, 2, 3), essere titolata e accompagnata da una descrizione dell’opera e del suo significato, alla luce del tema Acqua.
Sono ammesse fotografie in bianco e nero e a colori, con inquadrature sia verticali che orizzontali. Si raccomanda l’utilizzo della macchina fotografica e una buona risoluzione al fine di garantire la stessa qualità della foto anche in fase di stampa.
Le fotografie dovranno essere inedite.
Non possono essere ammesse al concorso le foto che si ritengano offensive, contro il buon gusto o lesive della sensibilità comune, secondo l’insindacabile giudizio degli organizzatori.
Non possono essere ammesse le foto realizzate esclusivamente mediante l’utilizzo di programmi o modelli di computer grafica.
Unitariamente alle foto, l’artista deve compilare la lettera di presentazione (scaricabile in fondo a questo avviso).
2 Solo le foto che avranno passato la preselezione in vista dell’evento finale (esposizione), dovranno essere stampate, (montate a giorno o con cornice) con formato 50×70 e consegnate, o inviate, presso la Libreria Le Storie, via Giulio Rocco 37/39, 00154 Roma.
Sarà cura degli organizzatori avvisare gli artisti selezionati tramite email o recapito telefonico rilasciato tramite la lettera di presentazione.
4. Preselezione delle opere
Il Comitato organizzativo, che esprimerà un giudizio inappellabile e insindacabile, selezionerà alcune opere, considerando la tecnica, l’originalità e l’aderenza al tema Acqua, indagabile dall’artista secondo la sua personale sensibilità. Gli autori prescelti verranno contattati dal Comitato con anticipo, in modo tale da poter inviare o consegnare le opere, secondo quanto stabilito al punto 3.
5. Esposizione
Le fotografie selezionate ai sensi del punto 4 verranno esposte nella serata evento Fiori vivi Le Storie, che si svolgerà presso lo Spazio Le Storie, via Giulio Rocco 37/39 00154 Roma, la cui data sarà stabilita, comunicata e resa pubblica dopo la scadenza della preselezione.
Le opere rimarranno esposte nello Spazio Le Storie per una settimana.
Le spese per la stampa e consegna del materiale sono a carico dell’artista, mentre l’allestimento della esposizione è a carico del Comitato organizzativo.
Durante la serata evento verranno decretati i vincitori.
6. Selezione vincitori e premiazione
Durante la serata evento, aperta al pubblico e trasmessa sulle piattaforme social della Libreria e casa editrice Le Storie e della Rivista Fiori Vivi, la Giuria (da individuare con provvedimento successivo alla pubblicazione del presente avviso), basandosi sia sulla qualità tecnica delle foto che sulla capacità dell’artista di rappresentare al meglio e con originalità il tema dell’Acqua, comunicherà i nomi dei tre vincitori.
Primo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto vincitrice del Concorso fotografico Fiori Vivi – Le Storie edizione 2024, potrà allestire gratuitamente una sua mostra personale presso lo Spazio Le Storie a Roma. La sua opera, con una breve intervista, sarà inoltre pubblicata nella Rivista Fiori Vivi, che seguirà l’artista anche nella sua personale.
Secondo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto seconda classificata avrà in omaggio la stampa di una sua altra opera presso uno dei laboratori che collaborano con l’iniziativa e la menzione sulla Rivista Fiori Vivi.
Terzo classificato: l’artista a cui apparterrà la foto terza classificata riceverà in omaggio un libro fotografico e quaderni, nonché la menzione sulla Rivista Fiori Vivi.
A tutti i partecipanti alla serata evento sarà rilasciato un attestato di partecipazione.
7. Responsabilità dei partecipanti
Ogni partecipante è responsabile civilmente e penalmente del materiale da lui presentato al concorso esonerando il Comitato organizzativo da ogni responsabilità nei confronti di terzi.
Ogni partecipante dichiara inoltre di essere unico autore delle immagini inviate e che esse non sono state premiate in altri concorsi regionali, nazionali o internazionali.
Il Comitato organizzativo si riserva, con insindacabile decisione, di escludere dal concorso le immagini che non rispettano le direttive del presente avviso e quelle ritenute offensive, improprie e lesive dei diritti umani e sociali e comunque contrarie al comune senso della decenza, pubblica moralità ed etica. Lo stesso vale, in caso di vittoria, per la mostra personale del vincitore, le cui opere dovranno essere preventivamente valutate dal Comitato organizzativo.
I fotografi manterranno la proprietà intellettuale delle opere realizzate.
I partecipanti concedono la liberatoria all’utilizzo delle foto inviate (ex D. Lgs. 196/03, ex Regolamento UE 679/2016, ex L. 633/1941) nell’ambito del concorso e la liberatoria all’utilizzo di eventuali immagini video o fotografiche che potrebbero realizzarsi in occasione della premiazione (ex D. Lgs. 196/03, ex Regolamento UE 679/2016, ex L. 633/1941).
In conformità alle disposizioni previste nel Reg. UE 679/2016 relativo alla ‘protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali’ (GDPR), si informa che i dati forniti dai concorrenti tramite la scheda di presentazione sono raccolti e trattati dal Comitato organizzativo esclusivamente per la finalità di gestione dell’evento e per comunicazioni inerenti al concorso.
8. Accettazione del concorso e delle sue condizioni
La partecipazione al concorso implica l’accettazione incondizionata delle norme contenute nel presente Avviso.
Scheda di presentazione
Da scaricare, compilare e inviare obbligatoriamente ai fini della partecipazione al concorso
Con interventi di Maria Serena Sapegno, Federica Castelli, Gilda Y. Diotallevi
Il 25 e 26 maggio si è svolta nella zona di Garbatella, precisamente a Piazza Damiano Sauli, la VII edizione del Festival Treccani della lingua italiana, ideato appunto dalla Fondazione Treccani Cultura, con la collaborazione dell’Università di Roma Tre e l’VIII Municipio di Roma. Un appuntamento annuale, pensato per promuovere la riflessione su tematiche in grado di coinvolgere l’opinione pubblica in un dialogo di confronto tra differenti posizioni.
La parola su cui si riflette quest’anno è la sessualità.
Introduzione
di Gilda Y. Diotallevi
SESSUALITÀ s.f. Complesso dei caratteri sessuali e dei fenomeni che concernono il sesso. Le innumerevoli definizioni che si hanno della sessualità sono dovute al fatto che essa afferisce a dati biologici, antropologici, sociologici, psicologici, per arrivare fino ai rami della religione, dell’etologia e della botanica. Anche il fatto che l’approccio alla sessualità sia in continua evoluzione, dipendendo dalla storia, dalla politica e dal cambiamento sociale in generale, impedisce che di essa vi sia una spiegazione univoca o mono concettuale. Si è comunque potuto constatare quanto lo studio sulle sue diverse caratterizzazioni, frutto di variabili spazio-temporale, sia fondante per l’organizzazione di ogni singola società e come, avendo a che fare con il vivente, coinvolga la vita relazionale pubblica e privata. La sua interrogazione è continua, ma soprattutto proficua in questo momento di trasformazione della società, dove nuove forme di descrizione delle identità di genere, una inedita consapevolezza corporea e l’importanza dell’estensione dei diritti a tutta la comunità LGBTQ+ si stanno affacciando nel panorama socio-politico. La mancata normazione ma la continua sottoposizione a regole e visioni parzializzanti, ha finito per rendere la sessualità un terreno di scontro e di lotte, ma anche la cartina di tornasole dello stato di ‘salute’ di una società.
L’etimologia del termine è stata soggetta a diverse interpretazioni. C’è chi fa richiamo al termine greco τεκοs (tèkos; generato) a sua volta derivante dal verbo τίκτω (tikto; generare, procreare). Altri invece riconducono l’origine del termine al greco ἕξις (exis=qualità, stato) o alla radice latina sec- del verbo secare (tagliare, separare), che in senso più lato, intende il distinguere il maschio dalla femmina.
Sfondo onnipresente ed enigma, crocevia di norme e di desideri, luogo d’infinite contraddizioni, la sessualità è libertà e mancanza, terreno di imposizioni e divieti, oggetto di pruderie, ma anche avventura, espressione di sé, strumento d’emancipazione e consapevolezza. Indefinibile, eppure da sempre sottoposta a regole, essa è la sfera dell’incontro, del piacere egoistico come del dono, è un’energia mobile che costantemente ci interroga e che richiede il dialogo, con sé stessi e con l’altro. (Fondazione Treccani cultura)
Come sempre sarà proprio il linguaggio a guidarci nelle trasformazioni di pensiero e di azione, aprendo ognuno di noi a un nuovo pensiero e a una sensibilità di natura collettiva. Emerge infatti l’importanza della parola, così come spesso la mancanza di essa per riferirsi ai mutamenti e ai cambi di prospettiva teoretica e pratica. Una mancata chiusura della definizione della sessualità è segno di una incertezza concettuale di fondo, dovuta anche alla evoluzione della storia e della società stessa, ma può trasformarsi anche in terreno di studio e in proficuo spazio di comprensione e rispetto.
Tra i vari e interessanti contributi che studiosi, giornalisti e professori hanno esposto nelle due giornate della Treccani dedicate alla parola sessualità nella nostra cultura occidentale, riportiamo alcune parti di due interventi: uno della prof.ssa Maria Serena Sapegno e una della studiosa Federica Castelli che ringraziamo e verso cui siamo debitrici. Le riflessioni di queste due pensatrici hanno ben mostrato la complessità del tema e il coinvolgimento di tanti aspetti contraddittori che nel tempo in parte si sono sedimentati, in parte si sono decostruiti, finendo per influire sulla nostra stessa idea di identità.
Passione e autorità nella letteratura occidentale
di Maria Serena Sapegno
Fin dall’origine della nostra cultura esiste in realtà un conflitto di potere tra i sessi che determina profondamente sia le forme del vivere civile sia ovviamente la sessualità. Ciò che intendiamo per sessualità oggi è lontano da quelle origini ma è comunque segnato dal dato che la società patriarcale, nella quale ancora viviamo, si è fondata sul controllo della generazione, […] sul dominio del padre rispetto alla donna e ai figli. Nei vari miti creazionisti del mondo, da quello del Codice di Hammurabi a quelli greco romani, c’è stato dunque un primitivo grembo materno che genera autonomamente e poi una potenza maschile che lo soggioga per affermare il proprio ordine. […] Alla sconfinata potenza generatrice del femminile, nel tempo si contrappone la concezione che la forza vitale viene solo dal contributo maschile, rispetto a un contenitore inerte che è ciò che è diventato il grembo femminile. Questa è la concezione di Aristotele, quella di una donna passiva, che non ha vita, che invece viene successivamente apportata dall’intervento maschile (chiara espressione dell’invidia maschile di generare che continuerà per lungo tempo fino alla nuova scienza). E continuerà a lungo anche questa rappresentazione ambivalente del femminile. Da un lato una sessualità incontrollata, dall’altro la potenza del materno ma asessuato. Sono proprio contrapposti, due aspetti inconciliabili del femminile da giocarsi uno contro l’altro. […] Tuttavia nella ricostruzione, necessariamente rapida, della rappresentazione della sessualità in letteratura, vorrei riprendere un punto di vista che ho già sperimentato utilmente, il mio, insieme a molte altre donne, di figlie ribelli al patriarcato. Sentirci pari ai nostri amici e compagni era un’illusione, […] sembrava che essere donne potesse essere solo o accettare il modello non felice delle nostre madri oppure imitare le poche donne emancipate che sembravano avere piuttosto come modello gli uomini. […] E ciò andava facendosi più chiaro alla luce della così detta rivoluzione sessuale che apparentemente ci prometteva una inedita libertà ma finiva per riproporre una sessualità nella quale non ci riconoscevamo. In fondo così poco sapevamo di noi e della nostra sessualità.
Allora guardare alla letteratura poteva essere interessante.
La figura archetipica ribelle della letteratura greca è Antigone, figlia di Edipo, che sfida la legge del padre Re in obbedienza a leggi più antiche: la legge della natura, del materno. Figura controversa e drammatica punita duramente per la sua ribellione, si toglie la vita come estremo atto di libertà contro la prigionia, sepoltura, a cui è condannata. Lo scontro di Antigone non è con il padre carnale ma in difesa delle leggi non scritte e incrollabili degli dei. Antigone: Se il figlio di mia madre, dopo la sua morte avessi lasciato insepolto cadavere, di tale fatto avreisofferto. Creonte: Davvero io non sono uomo, ma uomo è costei se questa audacia ne rimarrà impunita. Ma Antigone si oppone anche per argomenti che a lui non possono che apparire deboli: Non sono nata per condividere l’odio ma l’amore. E in particolare le si oppone in difesa dell’ordine patriarcale. Creonte: Bisogna difendere l’ordine e non lasciarsi assolutamente vincere da una donna, meglio se proprio si deve, cadere per mano di un uomo. E non saremmo chiamati più deboli che donne. Il potere paterno non appare trionfante ma spaventato e fragile. È pericolosa questa donna, figlia della madre, eppure audace quanto un uomo. È cruciale non lasciarla vincere per quello che rappresenta. Non vincerà infatti, ma resterà un simbolo della ribellione delle donne al patriarcato.
Ribelle, nella sua libertà di amare e desiderare chi vuole, è una delle grandi protagoniste di Boccaccio, nel suo Decameron, Gismonda, che preferirà uccidersi pur di sottrarsi al controllo, venato di incesto, del padre che ha già fatto uccidere il suo amato. E analogamente Cordelia, figlia del King Lear di Shakespeare, sfida l’abuso di potere del padre che pretende da lei un eccesso di amore, tanto da dichiarare: Io l’amavo sopra ogni altra cosa e pensavo di affidare il mio riposo alle sue cure amorose. Il desiderio sessuale femminile quando viene rappresentato è quasi sempre eccessivo e pericoloso. Proprio Boccaccio sembra spesso fare eccezione, forse anche perché nel Decameron l’ordine non è quello del dominio patriarcale, ma è un ordine scelto insieme da una piccola comunità di giovani maschi e femmine, è l’ordine della letteratura, che si oppone alla morte.
Quando nel 700 illuminista, laboratorio della modernità europea, si pratica la critica radicale al potere assoluto, alla religione rivelata, alle diseguaglianze sociali, all’autoritarismo, tutto ciò porta con sé di necessità una messa in discussione del concetto stesso dell’autorità e quindi dell’ordine patriarcale. Un tema importante quindi la necessità di educare le giovani donne, un vastissimo dibattito in tutta Europa impegna gli intellettuali pro e contro gli studi delle donne. Vi si riflettono i cambiamenti sociali in corso e le convinzioni e i pregiudizi dominanti sulle caratteristiche alla base della distinzione dei ruoli sessuali. Ma siamo sicuri che se le donne studiano poi continueranno a svolgere le loro funzioni e a essere sottomesse? E poi cosa vogliono davvero queste donne? Ecco cosa si chiedono nei dibattiti. I romanzi del 700 in Francia e in Inghilterra segnalano il pericolo della violenza maschile e frequentemente mostrano e denunciano la costrizione imposta alle fanciulle dalla dura legge paterna che le vuole a volte merce di scambio, altre volte chiuse in convento. Ma se la ribellione delle figlie all’autorità è chiaramente rappresentata e permette di vederne le ragioni è pur vero che l’esito non sarà mai fortunato. E quindi l’ordine patriarcale è discusso, ma solo in teoria. In Italia ad esempio Antonio Piazza, uno dei più famosi romanzieri italiani del 700, nel testo di chiusura della sua trilogia, La pazza per amore, in cui la protagonista Giulietta, dopo molte vicende tormentate, finisce appunto per impazzire, si rivolge direttamente alle lettrici: Specchiatevi nel destino di quella infelice, fanciulle dei giorni nostri, che sì facili siete a mordere e scuotere il giogo paterno, per scorrere libere e sguinzagliate gli immensi campi delle licenze, del libertinaggio e degli amori. È una dedica che sembra alludere a un cambiamento importante, dove sono queste giovani libere sguinzagliate? E quale è la libertà di movimento delle ragazze? Certo è un periodo di cambiamento, anche solo per l’accesso di più donne alla cultura e la cresciuta loro partecipazione allo spazio pubblico. Ma soprattutto c’è una verità epocale, come sottolineato nella famosa osservazione di Virginia Woolf. Così, sul finire del 700 si verificò un mutamento tale che se dovessi riscrivere la storia io descriverei più approfonditamente e considererei di maggiore importanza delle crociate o della guerra delle due rose. La donna del ceto medio iniziò a scrivere. La chiave è naturalmente quel ‘ceto medio’, […] la collocazione delle donne che scrivono all’interno di un vasto ceto medio e non più di un élite dominante, dove le numerose eccezioni di donne colte avevano sempre confermato però la regola dell’esclusione della maggioranza. È quindi all’altro soggetto, quello femminile, che si apre la possibilità di dire e di dirsi e a tutti e a tutte di conoscere l’altro punto di vista.
Alcune importanti conseguenze:
Nei romanzi di Jane Austen la protagonista non è come nel comune romanzo del 700 un’eroina innocente e pura circondata dai pericoli, alla ricerca di una protezione che in famiglia non trova, assediata da imbroglioni senza scrupoli, a rischio di stupro, rapimento o follia. No, le sue protagoniste sono invece personaggi complesse, spesso contraddittorie, raccontate con ironia. Nel suo ultimo, Persuasione, la protagonista Anne ha un importante dialogo con un’amica sull’incostanza in amore di uomini e donne. Lui: Credo che non ci troveremo mai d’accordo su questo punto, probabilmente è vero per qualsiasi uomo con una donna, ma mi lasci dire che la stessa storia la contraddice, tutte le storie in prose e in versi, le potrei portare in un momento cinquanta citazioni che mi danno ragione, canzoni, proverbi, tutti parlano dell’incostanza delle donne. Ma magari mi dirà che sono stati scritti tutti da uomini. Lei: Forse lo farò. Sì, sì, se non le dispiace, niente esempi dai libri, gli uomini hanno sempre avuto su di noi il grande vantaggio di poter raccontare la loro storia. Il loro accesso all’istruzione è sempre stato tanto superiore, la penna è sempre stata nelle loro mani, non posso accettare che i libri provino alcunché.
Nei romanzi dell’800 la passione esplode, come nel caso emblematico di Emily Brönte col suo Cime Tempestose. Dopo tante ragazze ubbidienti e timorose, appare Catherine, ragazza ribelle e selvatica, libera e coraggiosa. Ha una madre, non significativa, che muore durante la sua infanzia, un padre tollerante che la lascia libera, fin quando morto il padre e approdata all’adolescenza e alla prima comparsa della sessualità, scopre che ci sono i riti della società patriarcale e quindi apprende che non ha alcuna possibilità di una libertà adulta, che per le donne non è prevista. Una femminilità che è stata espunta con violenza dalla storia umana ma di cui non ci si può liberare, pena la follia. Ed è ciò che accade alla protagonista. È una denuncia forte, il romanzo pubblicato insieme a quello delle sorelle con nomi maschili per evitare di non essere prese sul serio in quanto donne che scrivevano, ebbe un grande successo. Dall’ora in poi fino ai nostri giorni proprio per l’originalità di questa figura femminile così lontana dagli stereotipi e di questa spinta vitale di difesa della propria libertà. Un soggetto nuovo, e la necessità di uno sguardo diverso. Nell’introduzione alla riedizione del 1908 del suo capolavoro Ritratto di Signora, Henry James spiega di aver accolto pienamente l’opinione di George Eliot secondo la quale il personaggio della giovane donna era il miglior veicolo possibile per portare avanti da un’epoca all’altra il tesoro dell’affettività umana. Secondo questo punto di vista quindi, come a suo parere sarebbe testimoniato dai tempi di Shakespeare e della stessa Eliot, scegliere come protagonista una giovane donna consente di raggiungere qualcosa di davvero nuovo. Ma è un’impresa difficile per questo stimolante, rimasta inevasa perfino da scrittori come Dickens o Scott. Si trattava infatti di dar vita piena e posizione centrale a un soggetto nuovo che non aveva mai avuto tale centralità. Ancora di più si tratta di guardare al mondo dal suo punto di vista. Colloca il centro del soggetto nella stessa consapevolezza della giovane donna, mi dicevo, e avrai la difficoltà che cerchi nel modo più bello e interessante. E infatti è proprio ciò fa la protagonista in un lunghissimo monologo nel quale prende forma una nuova coscienza che secondo alcuni rappresenta l’atto di nascita del nuovo romanzo, quello del 900 della coscienza e dell’autoanalisi. James riteneva di dare forma in tal modo a nuova soggettività a un nuovo soggetto che manifestava una inedita attenzione alla vita interiore e che era al meglio incarnato da una giovane donna alla conquista di se stessa e del mondo. Che la famiglia patriarcale avesse bisogno di essere riformata e ripensata sotto la sfida della modernità lo testimoniano le numerose opere letterarie che a cavallo del secolo propongono saghe familiari, narrazioni lunghe, talora in diversi volumi, tese a ricostruire attraverso la lente di una famiglia le trasformazioni della società. Quindi nella famiglia, spesso borghese, si vede il modificarsi della concezione della sessualità, in cui il potere patriarcale comincia a vacillare ma chiede ancora alle giovani donne di funzionare da veicoli di matrimoni, di ignorare la loro sessualità, di accettare unioni non scelte e loro si sacrificano, volenterose, desiderose di corrispondere alle aspettative. Talora però vi sono figure nuove, segno di una nuova immagine, come quella della giovane donna forte, sul tipo dell’amazzone, androgina e indipendente, attraente ma per alcune rifiutata proprio per questa forma di virilizzazione che per molte donne era il segno evidente della inaccettabilità perversa del femminismo che le avrebbe generate. A questa figura che veniva considerata deforme, contro natura, si opponeva una vera e propria mistica della maternità, basata sulla sublimazione della propria sessualità e sul tentativo di addomesticamento di quella maschile. Continua sempre a proporsi questa opposizione duale, la virilizzazione e l’eccesso di idealizzazione della maternità dall’altra.
La letteratura di questo passaggio di secolo, in particolare quella scritta dalle donne, cerca proprio di elaborare queste spinte contraddittorie e rivela alcuni nodi di fondo che spiegano questo passaggio tra due mondi. Racconta di giovani donne che esprimono tutta la nostalgia per una guida maschile con profonda insicurezza sulle proprie capacità di far fronte a una vera autonomia, ma al contrario anche alcuni tentativi di rovesciare la figura umiliante della zitella, quella di una donna rifiutata e destinata alla emarginazione, proponendo invece un’interpretazione opposta, nei termini di una scelta forte della solitudine, senza illusioni romantiche che rivendica la libertà di non essere madri. Una scrittrice di successo come Neera pubblica nel 1886 Teresa, un romanzo di formazione al femminile, che affronta e denuncia senza mezzi termini la condizione delle donne. Il punto di vista è proprio quello della protagonista, Teresa. Cosa poteva fare, ribellarsi al padre? Far morire di cruccio quell’angelo della mamma? Rompere tutte le tradizioni della famiglia? Mancare ai doveri di figlia ubbidiente e devota? La schiavitù la cingeva da ogni lato. Affetto, consuetudine, religione, società, esempi, ciascuno le imponeva il proprio laccio, vedeva la felicità e non poteva raggiungerla. Era libera forse? Una fanciulla non è mai libera, non le si concede nemmeno la libertà di mostrare le sue sofferenze. Ella doveva fingere con la madre per amore, col padre per timore, con le sorelle per vergogna. Alla fine, dopo la morte del padre, la protagonista trova il coraggio di partire per raggiungere in città l’uomo che ha amato per tutta la vita e mentre ormai sulla soglia, con l’aggiunta di una punta di ironia, dichiara: Ebbene, dirai ai zelanti che ho pagato con tutta la vita questo momento di libertà. È abbastanza caro nevvero? Mi colpisce sempre che la Teresa di Neera finisce andandosene, come la protagonista di Casa di Bambola di Ibsen che fa scandalo alla fine dell’800 in tutta Europa perché conclude la sua scena andandosene e sbattendo la porta. È come se simbolicamente si veda la necessità di uscire, di lasciare quella collocazione fisica e simbolica. Bisogna andare fuori e ciò si paga caro. Il romanzo autobiografico di Sibilla Aleramo Una donna, del 1906, è ragione di scandalo e di condanna aperta da molte parti, ma sarà un best seller in Italia, tradotto in molte lingue e rappresenterà la possibilità di sottrarsi a un destino non voluto, ma anche di alti prezzi pagati per questo. Il messaggio chiaro e forte è lo stesso contenuto nel romanzo di Neera, e in tanti altri in quel periodo: se sei una donna, puoi cercare la libertà, certo, ma la pagherai. Per Virginia Woolf, che indagava le profondità della mente umana e cercava di orientarsi con difficoltà tra le caratteristiche appartenenti all’uno o all’altro sesso, scopre che il modello femminile rappresentato da sua madre portava all’annichilimento del sé, quello che i vittoriani definivano privazione del sé. Il modello mascolino offriva maggiori opportunità di autorealizzazione, ma sceglierlo significava rinunciare a essere donna, confessarsi priva di energia sessuale e materna. Così utilizzava un concetto coniato all’occorrenza, l’androginia di Woolf era una lotta per tenere in equilibrio due forze rivali, cercando di non soccombere a nessuna delle due. Femminilità piena e mascolinità piena, così come erano presentate, erano ugualmente pericolose, era necessario cercare continuamente dentro di sé i modi di un nuovo equilibrio. Il problema che Woolf si pone è se e come sia possibile entrare nella società costruita dagli uomini senza rinunciare alla fedeltà a se stesse, alla propria storia, ai propri valori. La domanda viene articolata e fondata a partire dall’invito al pensiero e allo studio, ciò che va conosciuto e compreso fino in fondo è la storia di quella che la Woolf definisce una vera e propria lotta, delle figlie contro i padri e contro il potere patriarcale.
Sarà proprio la letteratura delle donne scritta nel 900 insieme strumento e principale testimonianza di questa ricerca che è ancora in corso. In tutta Europa esse esprimono il loro specifico punto di vista nel racconto della guerra, nel fronte interno, nella resistenza, nello Shoah, intrecciando in modo nuovo e originale le vicende collettive con uno sguardo personale e intimo e dando così inizio a un processo che porta alla nascita di una nuova soggettività femminile che sempre di più rifiuta di restare nello spazio ristretto e soffocante che la cultura patriarcale continua a destinarle. Il femminismo degli anni ’70 porta la sua critica ancora più a fondo e con il separatismo va alla ricerca della voce più profonda e sconosciuta del soggetto donna, delle parole per dirlo. Per esprimere una sessualità spesso sconosciuta, per dare voce a un altro sguardo sul mondo, per mettere in discussione il sistema patriarcale. Per la prima volta da lì ha preso le mosse anche una timida e iniziale riflessione di alcuni uomini sulla propria sessualità e sulle leggi del patriarcato. Hanno talora iniziato a riflettere sui temi di violenza, parlando di mascolinità tossica, ma senza che sia mai stato chiarito troppo bene cosa sia una mascolinità sana o anche solo accettabile. Mi dicono che sempre più uomini vogliono parlare con altri uomini di questo e mi sembra un miracolo, ma il punto più interessante che si mette in luce affrontando gli studi sulla mascolinità è quello dell’accettazione da parte degli uomini di essere considerati anch’essi come esponenti di una collettività sessuata, non neutra o universale e per giunta dominante. Un passaggio analogo ma alla rovescia di quello che hanno dovuto fare le donne per accettare che per capire davvero, dovevano accettare di essere donne, ma poi erano individue e quindi anche diverse tra loro. In altre parole gli uomini sono individui, non si sentono come appartenenti a una collettività, maschile, sessuata, parziale. Come scrive Sandro Bellassai: Mi pare che storia di genere, storia delle donne e storia della mascolinità possano efficacemente convergere, ognuna con le sue ovvie specificità, verso almeno un obiettivo pragmaticamente comune, quello di una storia sessuata del potere e della libertà.
Panoramica su alcune prospettive tra approcci etici e politici sul tema della sessualità
di Federica Castelli
Negli anni la mia esperienza di ricercatrice e di attivista mi ha fatto entrare in contatto con delle prospettive etiche e politiche, di matrice filosofico-politica, femminista e transfemminista che hanno contribuito a creare un quadro e una serie di approcci che mi permettono di rimettere a tema la sessualità non solo come un tema accademico, ma come qualcosa che permea e che ha a che fare con i vissuti di tutti e di tutte. […]Il tema della sessualità infatti può diventare un nodo su cui innescare riflessioni filosofico-politico importanti ma anche trasformazioni sociali concrete. […]Visto che lavorare sulla lingua significa anche lavorare sulle visioni del mondo, riferirsi a sessualità, sesso, genere, identità sessuale non è la stessa cosa. Parlerò di sesso, intendendo l’elemento biologico senza alcuna significazione sociale, cioè la conformazione di un corpo in un modo o in un altro. Con genere invece quelle significazioni sociali e quegli attributi che a un sesso o un altro vengono dati come naturali, ma che le ricerche hanno mostrato cambiare nel tempo perché frutto di una visione culturale e storica che può mutare. Per cui c’è una differenza tra pensare un corpo con una conformazione sessuale maschile o femminile o attribuire forza e debolezza all’uno o all’atro come caratteristiche naturali (coraggio e timore, essere vittime e predatori, o l’essere razionali e impulsive). Tutte queste in realtà sono connotazioni di genere che cambiano nel tempo e che vengono a costituirsi sopra un elemento fisico che di suo non descrive nessuna scala valoriale. (Mentre invece su queste polarizzazioni su cui spesso si creano le norme di genere è implicito un polo migliore di un altro, c’è già una scala valoriale.)
Nel corso del 900 abbiamo assistito a diversi pensatori e pensatrici che, a partire dal nodo tra corpi e politica, hanno cominciato a ripensare la società e le sue dinamiche di potere, […]scoprendo l’effetto che esse producono sui corpi. La sessualità è uno dei veicoli su cui le norme del potere si installano, incidendo sui comportamenti e su quegli aspetti che non individueremo come qualcosa di immediatamente attinente alla sfera della politica (ad esempio cosa ci piace, come ci piace stare con altre persone, e cosa alimenta il nostro desiderio). Micheal Foucault ha messo al centro delle sue teorizzazioni la relazione tra pratiche sessuali e potere, e la possibilità di autoregolarsi rispetto a quello che è stato definito normale e naturale, là dove normale e naturale corrispondono a una visione culturale ben precisa. […] Regolamentare le pratiche sessuali e mettere l’eterosessualità, quella riproduttiva, come norma, non fa che interiorizzarla come normalità e rendere sbagliata ogni cosa che devii da quella norma. Tra le autrici femministe, Silvia Federici analizza come il mondo si organizzi nella nuova visione legata al capitalismo. L’esperienza umana dei corpi viene divisa in quella del lavoro produttivo da una parte, riproduttivo dall’altra, segnata da una divisione sessuale. Viene progressivamente mostrato come naturale che le donne si occupino di tutto quello che viene definito lavoro riproduttivo: dare alla luce i figli, crescerli, prendersi cura della casa, dei corpi di chi lavora, provvedere ai bisogni. E questo l’autrice lo fa corrispondere al controllo della sessualità alle origini del capitalismo, ma anche all’esperienza della caccia alle streghe, […]che avevano un sapere sui corpi e sulla sessualità. È interessante vedere come questi elementi arrivino direttamente a toccare la vita delle singole e il loro modo di rapportarsi non solo con le pratiche dei desideri sessuali, ma anche con quelle sociali. I femminismi degli anni ’70, tra riflessione e pratiche, hanno evidenziato come l’elemento della sessualità fosse l’esito di una visione del mondo ben precisa, quella di un’organizzazione della società patriarcale cui è funzionale il fatto che la sessualità femminile resti non indagata. L’unico caso in cui si parla del corpo delle donne è come corpo riproduttivo, il corpo di una potenziale madre. L’altro aspetto non entra nel discorso e le donne non hanno accesso a una loro narrazione,[…]se non con parole formulate da altri. L’assenza di parole e l’assenza quindi di esperienze dei corpi delle donne porta a un isolamento profondo, a un mutismo. Ma quelli sono anche gli anni in cui, attraverso l’autocoscienza, attraverso il mettere in comune in piccoli gruppi le proprie esperienze sempre personali ma in fondo radicali e politiche, il nodo personale e politico si rivela come forza sociale. Raccontare il proprio vissuto non è qualcosa che riguarda solo se stessi ma è aprirsi al mondo, riconoscersi nell’altra e capire che a rappresentare il problema sono alcune dinamiche strutturali, non la singola sessualità. Sono momenti cruciali. Non è una chiusura nel privato ma è un esplosione della politicità del personale. E quindi nascono i consultori che si occupano di diffondere quel sapere a partire da chi di quel sapere ne fa esperienza. Non solo per informarsi ma per discutere, conoscersi meglio. Il tema dell’aborto diventa politico. In quegli anni collettivi come Rivolta femminile, donne come Carla Lonzi, si concentrano su questo tema, non tanto sul fatto che sia legale o meno, quanto sul fatto della autodeterminazione della scelta. Cosa la rende tale? La scommessa è fornire strumenti affinché tutte possano scegliere liberamente ma a partire dal proprio vissuto, dalle proprie esigenze. Il passaggio fondamentale è quindi la ripresa di un discorso sulla sessualità. Il poco discorso pubblico esistente era determinato dalla visione freudiana che orientava tutta l’esperienza femminile alla riproduzione e la faceva derivare sempre da un tempo di mancanza, di rottura, di distacco e mai qualcosa di gioioso e potente. Proprio in questi anni esce Noi e il nostro corpo (Boston Women’s health book collective), un libro collettivo sulla sessualità femminile scritto da donne per altre donne, che si muove a metà tra il decostruire tutto l’immaginario sulla sessualità femminile preesistente e fornire strumenti e conoscenza teorica pratica su come quei corpi possano funzionare.
Il testo di Luce Irigaray Etica della differenza sessuale mostra come, ripartendo dalla sessualità, dai corpi sessuati e dalla distanza di esperienza e vissuto che quei corpi hanno nel concreto, sia possibile non solo capire come essa sia letta, intesa, praticata all’interno delle società, ma ripensare un’etica diversa. Il suo pensiero segna una rottura dei canoni fino ad allora vigenti, sia nel versante della psicanalisi freudiana, sia nel contesto filosofico e politico. Nell’opera Speculum mostra come tutta la cultura occidentale sia costruita su una distinzione speculare, oppositiva, tra un polo maschile e uno attribuibile al femminile, dove un polo in realtà fa solo da riflesso all’altro. In questo universo concettuale tutto ciò che è assegnato al femminile è lo specchio muto di quello che è immaginato come il maschile. Per questo parla di speculum e non di specchio, perché […]tra le due esperienze, anche per come sono state costruite socialmente, c’è una inassimilabilità. E proprio questo carattere ineliminabile, invece di istituire due poli l’uno contro l’altro o complementari, crea uno spazio di possibilità. Bisogna pensare non alla rigidità di due parti, uomini e donne, ma all’esperienza di una costruzione e di un vissuto che trasborda. L’altro, allargato a tutte le differenze possibili, non lo includo ma crea uno spazio di inammissibilità in cui può avvenire un dialogo. Questo spazio è il modo in cui si possono ripensare eticamente e politicamente in modo diverso le dinamiche, concettuali e non, della società. Non pensare l’altro come il mio specchio muto, ma come l’altro da me che mi interroga, perché vedere qualcun altro che non sono io di fronte a me mi fa già chiedere come potermi definire io, come posizionarmi io. A partire da questa distanza, dal desiderio dei corpi e delle soggettività, dalla differenza sessuale va ripensata tutta l’impostazione filosofica, etica e politica. Una dinamica in cui ci si attrae ma non si arriva mai all’altro. Diversa da una certa cultura patriarcale che ci spinge a pensare all’innamoramento con l’altro come un volerlo fare mio. Come se l’appagamento sia nel momento in cui l’altro è nostro. Invece giocare sul fatto che l’amore non permette di prendere l’altro, anche nel momento in cui si è completamente innamorati, ed è lì la potenza e la bellezza dell’amore. Per amare bisogna essere due, saper separarsi e ritrovarsi. Andare ciascuno o ciascuna alla ricerca di sé, fedeli alla propria ricerca per poter salutarsi, accostarsi, fare la festa o suggellare un’alleanza. Ogni tentativo di ridurre tutta la complessità a uno significa tralasciare qualcosa e invece è in quello spazio lasciato aperto, così come succede nell’amore, che si innesca il rapporto etico, il rapporto politico, il cambiamento sociale.[…]La proposta che la filosofa Irigaray fa è quella di passare dalla vista, strumento di conoscenza del mondo occidentale, al tatto che richiama subito alla sessualità femminile. Le labbra, sia quelle del viso che della vulva, si toccano e il contatto non concepisce fusione. Si toccano, si conoscono poi si lasciano. La conoscenza possiamo provare a ripensarla da quest’altra prospettiva del tatto, non come un fenomeno esterno verso cui penso di essere neutrale e oggettivo, ma per contatto che, con la sua vischiosità, mi fa sentire già implicato in quel rapporto che non è neutro, mi tocca e mi cambia a sua volta. In ogni relazione non solo corporea, ma in ogni incontro che ho con l’altro io mi contamino, muto, rimanendo me stessa. Come le labbra che si toccano e si separano e nell’articolazione di questo movimento si crea qualcosa di nuovo. Quindi è una conoscenza non per pretesa di oggettività ma per intimità, che è qualcosa di fortemente esplosivo. Abbiamo una relazione di contatto, che ci fa uscire modificate da tutto ciò che ci circonda, a livello umano e non umano. […]Lei invita quindi a pensare la società, l’etica e la politica a partire da questa visione che ha a che fare con i corpi e la sessualità, a non gerarchizzare più le funzioni materne e paterne, a non dissociare più amore ed erotismo, che l’educazione all’amore romantico rimuove. Ma soprattutto a dare alle donne la possibilità del molteplice, ossia a uscire da un contesto sociale in cui si viene sempre pensate in rapporto a un altro, senza esperienza sociale e politica collettiva. Permettere alle donne di avere accesso a socialità, cultura, politica, è qualcosa che incide anche nel rapporto con l’altro da sé. Come è infatti possibile per una donna amare un altro se prima non ama se stessa, non conosce come amare se stessa. La nostra filosofa prospetta questa via, questo nuovo amore per se stesse, nella sperimentazione della socialità, dell’essere con altre, in quel personale e politico in cui si mettono in circolo esperienze soggettive, corporee che poi si fanno politiche. E quindi ripensare tutta la sfera pubblica, e dei rapporti tra maschile e femminile al di là dell’emancipazione o esclusione, come un posto dove è possibile pensare con altre in modo autodeterminato. Non più soggetti femminili che chiedono di essere incluse in una sfera già fatta e creata ma in cui ci sia lo spazio, assieme ad altre, in cui pensare come riformularla in modo autonomo e autodeterminato. Ed è così che si creano anche nella società, come nell’amore, il dialogo tra quei due poli. […]Due soggetti collettivi, non riconducibili a istanze univoche, sfaccettati nel loro interno, che nella loro estrema pluralità si autorizzano a parlare l’un l’altro, si riconoscono a vicenda nel loro intrecciarsi complesso. È quindi possibile ripensare la politica e la società come un dialogo, anche conflittuale, ma tra attori che si riconoscono come tali.
Il nodo più rimosso del pensiero politico occidentale, cioè il corpo e la sessualità, e in particolare la sessualità femminile, sono un punto da cui innescare il cambiamento per ripensare la politica e le relazioni sociali. Per cui non qualcosa che riguarda il privato ma qualcosa che invece riguarda sfere politiche, sociali ed etiche della società.
FIORIVIVI RINGRAZIA:
Maria Serena Sapegno professoressa di Letteratura italiana e Studi delle donne e di genere presso la Sapienza Università di Roma. Dal 2000 coordina alla Sapienza il Laboratorio di studi femministi Sguardisulledifferenze, è stata tra le fondatrici del movimento SeNonOraQuando. Tra i suoi innumerevoli lavori segnaliamo: Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, Mondadori, Milano 2011; La differenza insegna. La didattica delle discipline in una prospettiva di genere, Carocci, Roma 2014; Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale, Feltrinelli, Milano 2018.
Federica Castelli ricercatrice in Filosofia Politica presso l’Università Roma Tre, redattrice della rivista «DWF – Donnawomanfemme», Per IAPh Italia, sezione italiana dell’Associazione Internazionale delle Filosofe, cura l’Atelier Città Transfemminista. Tra i suoi lavori segnaliamo: Corpi in Rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica, Mimesis, Milano 2015; Comunarde. Storie di donne sulle barricate, Armillaria, Roma 2021; Bruci la città. Generi, transfemminismi e spazio urbano (con G. Bonu Rosenkranz e S. Olcuire) Edifir, Firenze 2023.
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