Presso lo Spazio Le Storie di Roma, il 16 maggio è stata inaugurata la personale di Bruno Di Benedetto.
La collaborazione con l’artista parte da lontano, vincitore del primo concorso “Rivista Fiori Vivi – Casa editrice Le Storie” Natura in città, aveva già dimostrato di saper catturare l’aspetto problematico e al contempo poetico degli spazi che abitiamo.
La sua mostra fotografica, dal titolo Le forme di Lanzarote, tratteggia attraverso più di venti scatti in bianco e nero l’isola di Lanzarote, mostrandone forme e linee reali, suggerite e immaginate.
Le parole dell’artista
Forme inconsuete, singolari a volte bizzarre: l’isola di Lanzarote le mette in mostra con insolente malìa, la sua nudità glielo consente.
Vulcanica e semidesertica Lanzarote manca quasi totalmente di ciò che avrebbe occultato le sue forme ossia alberi e arbusti, dimodoché quello che può apparire un difetto diventa bellezza, armonia di materiali, piante esotiche, vigne, saline, lava e spiagge.
Più di 20 scatti su pellicola in bianco e nero ne tratteggiano l’identità.
I colori di Lanzarote sono meravigliosi, tuttavia nel mio lavoro costituivano un problema: avrebbero prevalso attraendo l’attenzione più di ogni altro aspetto. Per fare risaltare le forme è stato necessario eliminarli con l’uso del bianco e nero.
Quando fotografo mi trovo difronte alla realtà che non può essere cambiata, può soltanto essere osservata, così, con un lavoro paziente, mi aggiro per i luoghi finché non riconosco ciò che cerco; solo allora diventa necessaria la macchina fotografica per fissare l’immagine.
Cesar Manrique, artista e architetto, nato a Lanzarote che tanto della sua opera ha dedicato alla valorizzazione e alla salvaguardia dell’isola, scrisse:
«Saber ver y no mirar es la clave del conocimiento», (saper vedere e non guardare è la chiave della conoscenza).
Se quel guardare con il quale attraversiamo ogni giorno la realtà che ci circonda – come la natura, gli oggetti, le situazioni, le persone – lo dotiamo di maggiore attenzione, se ci abbandoniamo alla lentezza dello sguardo indugiando, soffermandoci, scopriamo una bellezza della quale non sospettavamo l’esistenza, celata da un guardare sbrigativo; è lì davanti a noi, la bellezza, mimetizzata in visioni che sembrano senza significato, banali, perfino sgraziate: sta a noi cercarla nell’intimità di ciò che esiste.
Il famoso fotografo Robert Adams ha scritto:
«Un fotografo può riuscire a descrivere un mondo migliore solo guardando meglio il mondo che ha davanti. Inventare, in fotografia, è laborioso quanto, nella gran parte dei casi, perverso».
Dati tecnici
Tutte le fotografie sono state realizzate con procedimento argentico usando pellicole piane (lastre) del formato 4×5” (10x15cm) e 6×6 cm.
Stampa realizzata su carta baritata ai sali d’argento.
Fiori vivi ringrazia:
Le spazio Le Storie, per aver messo a disposizione un luogo particolare, in cui ancora si lotta per la cultura come momento di crescita umana.
Tutti coloro che hanno partecipato all’evento, che hanno speso il loro tempo in nostra compagnia e hanno dimostrato affetto e ammirazione per Bruno.
Cina. III secolo della nostra era. Il crollo della dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.) determina la fine dell’età classica dopo quattro secoli di governo. Durante il periodo successivo, denominato dei Tre Regni, l’impero fu diviso in tre aree di governo che divennero altrettanti Stati indipendenti in continua lotta per il potere e la supremazia. In tale contesto di transizione e frammentazione dell’impero, la ricchezza del pensiero e della riflessione politica cinese fiorisce e raggiunge una profondità speculativa considerevole, che spesso passa inosservata presso gli intellettuali occidentali. Una riflessione politica e filosofica con tonalità marcatamente anarchicheggianti e sovversive. Alcuni personaggi particolari, anacoreti dello spirito, con i loro scritti e le loro forme di vita, offrono testimonianze del vivo dibattito filosofico di quegli anni, facendosi portavoce di idee radicali che oscillano ‘tra rivolta nichilista ed evasione mistica’, per citare un importante articolo sul tema del 1948 firmato Etienne Balazs.
Bao Jingyan e Xi Kang
Sono anni di forte cambiamento, politico e sociale, una fase di transizione. Un certo nichilismo si impossessa della società nelle sue forme più radicali, e una delle principali manifestazioni è rappresentata dall’eccentrica figura di Bao Jingyan, descritto da Balazs come il primo anarchico politico, di cui si conosce ben poco se non attraverso alcuni frammenti del suo pensiero:
Un tempo, quando tutto era ancora un vasto caos e la semplicità primordiale non si era ancora pervertita, i capi ignoravano le lettere e i popoli vivevano nella concordia. Si dormiva quando s’era sazi, si andava in cerca di cibo quando si aveva fame, ci si sfregava la pancia in beatitudine, ignorando si trattasse dell’età dell’oro. A cosa sarebbero serviti i principi morali e le regole rituali?
Questa confutazione del ‘saggio sul carattere innato del gusto per lo studio’ di Xi Kang è tratta, come le due citazioni successive, dal testo Elogio dell’anarchia di due eccentrici cinesi del III secolo, (a cura di) Jean Levi, pubblicato da Ortica editrice nel 2019
Un altro eccentrico Xi Kang (223-263), invece, sembra averci lasciato più tracce: pensatore e poeta, membro dei “Sette Savi della foresta di bambù” e impertinente bevitore. Venne denunciato come elemento asociale e pericoloso per l’ordine pubblico, successivamente arrestato, incarcerato e condannato a morte. Il suo pensiero si tinge spesso di venature che ricordano il mito del bon sauvage di Rousseau, in cui il radicalismo di pensiero arriva a idealizzare il primitivo come unico ed autentico stato dell’esistenza. Maestro Bao, infatti, in una polemica dichiara che prima dell’istituzione dei sovrani:
Nessun sentiero sfregiava le montagne. Né barche né ponti ingombravano i corsi d’acqua. Le vallate non erano in comunicazione tra loro e nessuno prendeva in esame la possibilità di impossessarsi di territori. Dal momento che non esistevano grandi associazioni di uomini, s’ignorava la guerra. La fenice veniva a posarsi nei giardini delle case e i draghi, a mandrie intere, giocavano nei parchi e negli stagni. Si poteva camminare sulla coda delle tigri ed afferrare i boa con le mani. […] Il profitto non aveva ancora fatto la sua comparsa […] Gli esseri si svagavano nell’indistinzione e si obliavano nel Tao. Ognuno preservava il proprio candore nativo senza rimestare, nel proprio cuore, freddi calcoli. La parola era franca e spontanea. Come si sarebbe potuto pensare a spremere gli umili per accaparrarsi i loro beni e instaurare castighi per farli cadere sotto i colpi della legge? Poi venne la decadenza. […] Si instaurò la gerarchia. Si complicò tutto con genuflessioni rituali, salamelecchi e prescrizioni suntuarie. […] I prìncipi accumularono mucchietti di giada senza essere in grado di soddisfare i loro capricci, si procurarono montagne d’oro senza riuscire a coprire le loro spese. Sguazzando nel lusso e nella dissolutezza oltraggiavano la realtà primigenia. (Prima polemica. Dell’inutilità dei Prìncipi, Bao Jingyan)
Bao Jingyan e Xi Kang interpretano un taoismo della rivolta, una mistica anarchica. Sono gli eredi diretti di una lunga tradizione di vagabondi dello spirito, di anacoreti e ribelli che sovvertivano le istituzioni a partire dalla loro ‘forma di vita’, spesso con comportamenti spiccatamente antisociali; Bao Jingyan e Xi Kang, nel dibattito politico e filosofico di quegli anni, riescono ad immaginare qualcosa di diverso, e lo fanno spingendosi oltre, portandosi su posizioni intransigenti, soprattutto contro i difensori dell’azione civilizzatrice della istituzioni che, nel contesto culturale cinese, si muniscono di toni cosmogonici. I loro avversari di disputa sono i difensori delle istituzioni politiche, e questi quando difendono lo Stato non lo fanno mai intendendolo come una semplice conquista dell’uomo sull’animalità, ma come prolungamento dell’azione e del movimento cosmico. Le regole, i riti, le leggi di sovrani e monarchi sposano il ritmo delle stagioni, del tempo e delle lune, e fanno in modo che la Natura risponda a questa armonia regalando e prodigando i suoi doni al popolo:
Al momento dell’apertura dell’uovo cosmico gli elementi leggeri si elevarono, mentre gli elementi grossolani si deposero al suolo. […] Le posizioni rispettive della Terra e del Cielo vennero fissate, e alto e basso apparvero. I saggi si ispirarono al modello cosmico del Cielo in alto che dominava la Terra in basso per stabilire le relazioni sociali; modello a cui corrispondeva quello proprio del corpo, con la testa che comandava alle membra, sul quale modellarono la gerarchia tra il sovrano e i ministri. […] Ciò rivela che l’epoca in cui gli uomini erano talvolta raggruppati in sciami e appollaiati nei nidi come gli uccelli, talvolta dispersi e rintanati nelle caverne come bestie selvagge, dove mangiavano peli e piume con la carne e si vestivano di foglie d’alberi, in cui la gerarchia delle classi d’età e di parentela era sconosciuta in seno alla famiglia e le regole dello status ignorate in società, non varrebbe il tempo presente, in cui si vive al riparo nelle vaste dimore, in cui ci si nutre di bianco frumento e di ogni sorta di vivande prelibate, in cui si indossano abiti in broccato e fine seta, in cui si è protetti dagli attacchi del freddo in inverno e del calore in estate. . […] L’eguaglianza di status e delle capacità erano causa di guerra spietata di tutti contro tutti. Ecco perché apparvero dei saggi che, sull’ordine del Cielo, apportarono agli uomini i benefici della tecnica e della civilizzazione. Uno tessette le reti per la pesca e per la caccia, uno inventò la foresta di fuoco ispirandosi al movimento degli astri, un altro testò tutte le piante al fine di selezionare i cereali, un altro ancora costruì le case per proteggersi contro le intemperie. Da ogni cosa trassero un utilizzo. Eliminarono i mali che affliggevano l’umanità, procurandogli una grande quantità di benefici. Il popolo li pose al suo comando con entusiasmo e li venerò. Nacquero i rapporti di subordinazione tra principe e sudditi. (Prima polemica. Dell’inutilità dei Prìncipi, confutazione del Maestro che abbraccia la semplicità)
La polemica e il contradditorio come metodo filosofico
Uno degli aspetti più interessanti da notare in questa tradizione filosofico-politica cinese è soprattutto la modalità con cui i temi vengono trattati. Nessuna trattazione sistemica o aristotelica: la speculazione filosofica viene sviluppata attraverso la ‘polemica’, forma privilegiata dell’esposizione del pensiero in Cina. Una forma espositiva che si sovrappone in parte al dialogo platonico ma non completamente. Ognuno espone la propria teoria e poi ascolta la confutazione del proprio avversario, in un susseguirsi di esposizioni che comportano la progressiva radicalizzazione della propria tesi. Non c’è mai l’astrazione pura, l’oggettivazione della teoria in un sistema che è, invece, tipico della modalità espositiva occidentale. Al contrario la tesi viene sempre ad essere incarnata dal proprio portavoce. Spesso è lo stesso autore a prendere le parti dell’avversario nelle polemiche, con un altro nome, fittizio, tentando di dissuadere sé stesso e provando con le nocche lì dove il muro eretto dalla sua trattazione potrebbe avere dei vuoti. I personaggi diventano avversari immaginari e figurarsi l’antitesi rappresenta un modo per ‘costringere’ il proprio pensiero a svilupparsi, ad affinarsi e chiarificarsi progressivamente – o meglio a radicalizzarsi. Si genera un triangolo ermeneutico reciproco tra la tesi, l’antitesi e anche il lettore che grazie al contraddittorio ha la possibilità di giudicare tutta l’oggettività delle tesi proposte con le formulazioni degli stessi autori, senza mediazioni e in modo diretto.
La parola del potere
Esiste propriamente una parola del potere e una parola della sua denuncia, come se il contenuto straripasse sulla forma e la condizionasse.
C’è dunque, in quegli anni, una parola dello Stato, del potere o del padrone, e una parola della sovversione. La parola anarchica cinese del terzo secolo è una parola che ricerca l’originarietà dell’essere umano, ovvero di uno stato dell’essere che porti fuori il soggetto umano dal circolo vizioso del sociale, considerata come costrutto e mescolanza di fini e utili individuali. Il mondo sociale, inoltre, è costituito da oggetti esterni, desiderabili, alienati. Oggetti che provocano bramosia e desiderio, e quindi alterità. L’Io si frattura tra un esterno e un interno, e così l’essere umano si aliena da sé stesso e dall’universo. Per ottenere tali oggetti bisogna lavorare, perché lavorando trasformiamo il mondo per ottenere i nostri scopi: ovvero mercificandolo. Ma tutto ciò ha un enorme prezzo, perché il mondo, una volta trasformato, non può se non trasformare anche noi stessi in soggetti funzionali alla produzione e al consumo. Uscirne è una questione mistica, un’ascesi e un rifiuto di ogni istituzione esterna per approdare in un territorio che si trova al di là dell’intelletto e dell’intelligenza emotiva. Questi radicali del III secolo elogiano l’anarchia del caos primigenio, il regno dell’indistinzione confusa, dell’anomia, dell’assenza di un nomos. Un inselvatichimento che è ritorno all’animalità, per ripristinare uno spirito sopito da tempo, quello incapace di piegarsi ai protocolli dei funzionari del Potere.
Fiori vivi ringrazia
Claudio O. Menafra: linguista, articolista e insegnante di letterature straniere. Collabora con diversi giornali e riviste, compensando la cronaca con la terza pagina e seguendo le principali uscite letterarie contemporanee, con recensioni e saggi.
La storia del mondo ha da sempre visto i fiori ricoprire un ruolo fondamentale in moltissime culture ed essi rivestono una posizione di grande rilevanza anche in Oriente. Immagini gracili, d’eleganza ed allo stesso tempo messaggeri di forti valori, sono spesso considerati simboli e rappresentazioni di idee, sentimenti, aspetti della vita, e così come in molte culture del mondo anche in Asia orientale si ritiene che essi racchiudano messaggi fondamentali su un piano sia universale che quotidiano. I fiori, come parte della natura, detengono un ruolo significativo nell’ambito della collettività diventando così in molte società un linguaggio figurato cardinale capace di esprimere, grazie a colori e forme, stati dell’anima, qualità, princìpi morali e spirituali.
La cultura coreana, come altri Paesi asiatici, è rivestita da un manto fiorito di simboli.
Devi osservare attentamente per vedere la sua bellezza Devi cercare a lungo Per realizzare che è raffinato Anche tu, sei così
Na Tae-joo, Fiore di campo
È sicuramente rilevante che la Corea del Sud sia uno di quei Paesi che abbiano eletto a proprio emblema un fiore. Si tratta dell’Ibisco (hibiscus syriacus), detto Mugunghwa o rosa di Sharon. Esso è presente sullo stemma dal 1963 come simbolo nazionale ed il suo significato (da mugung) è da rinvenire nel concetto di eternità: si potrebbe infatti tradurre come “eterno fiore che non scompare mai”, potente immagine dall’eco poetica.
Fioriture
In realtà è tutta la Natura nel suo complesso che in Estremo Oriente permea la vita quotidiana e lascia un’impronta sulla società. In Giappone lungo le vie dei parchi si cammina tra salici, ginkgo biloba, profumi di fiori, azalee, camelie, alberi di susino e ciliegi, moltissime piante diverse tra loro, spesso indicate nei giardini pubblici da targhe che ne riportano i nomi. Persino ogni provincia ha come propri simboli degli elementi naturali, nello specifico ciascuna ha eletto una pianta, un fiore ed un uccello a rappresentarla, e la popolazione tutta è tenuta ad avere cura, rispettare e tutelare queste figure: il gabbiano, il ciliegio e il ginkgo sono ad esempio gli emblemi di Tokyo.
Ad influire profondamente sulla vita in Giappone è il susseguirsi delle stagioni, ognuna portatrice di peculiari qualità ed atmosfere. Il panorama della primavera, ad esempio, è caratterizzato dalla comparsa dei sakura: la celebrazione della fioritura degli alberi di ciliegio è probabilmente uno degli eventi più iconici e rappresentativi del Paese. È un’esperienza estetica che da sempre ha avuto una sensazionale capacità d’impatto su chi la vive, uno spettacolo naturalistico suggestivo capace di avvincere chiunque con delicati simboli d’effimero, quei petali dal colore tenue trasportati incantevolmente dal vento (un fenomeno detto hanafubuki, tempesta di fiori). Quale meravigliosa attesa è aspettare il mankai, la piena fioritura, per contemplare i ciliegi (hanami).
Oh, guarda! e null’altro da proferire, dinanzi ai ciliegi in fiore del monte Yoshino
Yasuhara Teishitsu
Katsushika Hokusai, Cardellino e ciliegio piangente, Dalla serie “Piccoli fiori”, 1832 circa
La contemplazione dei fiori è un’arte narrata sin da tempi antichi, uno dei primi hanami di cui si abbia notizia risale al IX secolo d.C., ai tempi dell’Imperatore Saga, quando venne celebrata la fioritura nel giardino di un tempio a Kyoto. Meno conosciuto è lo tsukimi, altra lontana tradizione legata invece all’osservazione della luna di fine estate che con il tempo si è trasformata a livello popolare in una festa di ringraziamento per il raccolto. Luna e fiori spesso s’intrecciano in immagini liriche ed abitano molti haiku.
Fra i narcisi giocano le volpi bella notte di luna.
Yosa Buson
Possa chi porta fiori in questa notte avere la luce della luna
Takarai Kikaku
Luna piena d’autunno: bellissima semplicemente, perfettamente chiara
Miura Chora
L’esperienza dell’Hanami
L’esperienza dell’hanami ha un tale valore che per godere di questa possibilità anche durante le ore buie vi è l’usanza di illuminare gli alberi fin pure di notte (yozakura), creando così grazie al gioco di luci una dimensione sognante: un’esplosione di fiori che di giorno avvolge con delicatezza e la sera si tinge d’intensità.
La fugace bellezza di questo spettacolo è oggetto d’ammirazione in diversi luoghi d’Oriente, di norma a partire da fine marzo nelle zone più a Sud, maggiormente calde, come ad esempio presso l’isola di Jeju in Corea del Sud, nell’area di Seogwipo. La fioritura di questi alberi è però fugace e vi si assiste per poche settimane, con variazioni che dipendono ovviamente dalle condizioni climatiche. Molti eventi e festival sono organizzati ormai da tempo in onore del loro sbocciare, come ad esempio il Jinhae Gunhangje, nella città di Changwon, che si copre meravigliosamente d’un manto di petali chiari nella stagione menzionata.
Questi fiori sono presenti in ogni aspetto della cultura, come la musica, la letteratura, il cibo.
È largamente diffuso, infatti, in generale, l’uso di fiori anche nelle preparazioni alimentari, basti pensare al largo consumo che di tè si fa in Oriente, sia in occasione delle classiche e caratteristiche Cerimonie, sia come rimedi naturali o semplici bevande. In Corea viene preparata una tipica pietanza che è detta hwajeon, traducibile in “pancake di fiori”. Vengono principalmente utilizzati per questo piatto i fiori di azalea, emblematici nel Paese del Calmo Mattino.
Le Azalee
Così come in Cina, infatti, esistono i così detti “Quattro Nobili”, ossia Bambù, Pruno, Orchidea e Crisantemo, in Corea, invece, alle diverse stagioni corrisponde un’altra peculiare selezione floreale: le azalee sono così diventate le rappresentanti della primavera, le peonie dell’estate, i crisantemi dell’autunno e l’albicocco giapponese dell’inverno.
Sono appunto le azalee che con il loro incantevole colore ricoprono a distesa le zone montuose della Corea, come Hwangmaesan.
Questo fiore è il protagonista di varie storie e leggende in diversi Paesi orientali, dall’India alla Cina fino alla Corea stessa, appunto. Nello scenario di quest’ultima è ambientato un racconto tramandato che narra di una fanciulla rimasta incantata da un fiore di azalea in un dirupo. Troppo lontano per potercisi avvicinare, viene colto da un allevatore di passaggio che lo porge alla donna insieme ad una sua composizione, forse una delle prime poesie floreali. Simbolo quindi d’amore e coraggio secondo questa storia, l’azalea riempie anche i versi malinconici di molti poeti.
Coi fiori d’azalea da me raccolti Lì a Yongbyon, sul monte Yaksan, abbellirò la via del tuo cammino
Kim Sowol, Azalea
La Camelia
Quante poesie raccolgono immagini di fiori. Nel giardino davanti / candidamente si apre / la camelia, è un meraviglioso haiku di Uejima Onitsura che offre la verità di una visione di grande nitore, mettendo il lettore nella disposizione d’animo d’un bambino che si avvicina alle cose del mondo e con occhi nuovi ed onesti coglie l’essenza di una scena semplice ma ricchissima.
La coltivazione della camelia iniziò probabilmente in Cina nel III Secolo d.C., ma perlopiù erano presenti tipologie selvatiche. Ad innamorarsene davvero furono in realtà i giapponesi, che cominciarono a coltivare diverse varietà che si diffusero nel periodo Edo. Ne La storia dei fiori, di Noel Kingsbury, viene ricordato e narrato come il fiore della camelia fosse molto amato dallo Shogun Tokugawa Hidetada, tanto che era noto come fosse necessario porgergliene in dono di nuove per poter entrare nelle sue grazie.
Fiore adorato da molti, non solo chi governava ma anche chi combatteva lo aveva intensamente a cuore: era infatti, nella sua versione rossa, un importantissimo simbolo per i samurai che gli attribuivano il rilevante significato di una nobile morte.
Il Loto
Un altro fiore che per il suo valore si pone da sempre come centrale nella cultura orientale è il Loto.
La bellezza e la particolarità che lo caratterizzano hanno fatto sì che le tradizioni religiose e filosofiche orientali gli assegnassero un forte ruolo simbolico. Il loto è considerato un fiore sacro sia per il Buddhismo che per l’Induismo ed il Taoisimo. Molte divinità, tra cui quelle induiste, e lo stesso Buddha, vengono spesso ritratte sedute o in piedi su fiori di Loto e la leggenda vuole che proprio Siddharta nacque in questo fiore o che ne sbocciassero al suo passaggio da piccolo.
Presente in molte iconografie, dunque, la forma e l’aspetto di questo fiore fanno sì che si possa prestare ad una varietà di simbologie, relative per esempio all’apertura dell’anima, all’elevazione spirituale, alla saggezza, o, se si pensa alle gocce di nettare sullo stilo centrale, possono queste essere paragonate a dei gioielli. Uno dei mantra più importanti del Buddhismo tibetano si potrebbe tradurre come “il gioiello è nel loto”, indicando quindi uno stato d’animo puro. Recitandolo, Om Mani PadmeHum, insegna come l’illuminazione debba avvenire in noi, quale frutto di un percorso interiore.
Anche uno dei testi fondamentali del Buddismo Mahāyāna utilizza questo simbolo: detto Sutra del Loto e della Buona Dottrina, è la scrittura che più di ogni altra ha influenzato la tradizione buddista in tutta l’Asia orientale passando dall’India all’Asia Centrale, alla Cina, la Corea e il Giappone. Anche in Giappone riveste questo ruolo centrale tanto che per il fondatore di una delle maggiori scuole di Buddismo Zen, Dogen Zenji: «Il Sutra del Loto è il re dei sutra» esortando così a riconoscerlo come un grande Maestro. «Comparato a questo sutra tutti gli altri si pongono soltanto come suoi contenuti, perché esso solo esprime la Verità ultima.» Proprio come altri fiori, anche questo, viene celebrato per la sua importanza e sacralità.
Lo Yeondeunghoe (“Festival delle lanterne di loto”) viene festeggiato in Corea del Sud per celebrare il compleanno di Buddha. Si tiene ogni anno in tutto il Paese ma il più rinomato è quello di Seul, presso il Tempio Jogyesa, il luogo principale del più grande ordine buddista coreano, Jogye.
La casa nella Natura
In occasione della mostra Quattro case coreane, tenutasi a Roma, presso l’Istituto Culturale Coreano si è preso parte ad un viaggio nel Pese del Calmo Mattino, attraverso i simboli di questa cultura noti in parte per il fatto di essere frequentemente visibili nei dipinti tradizionali del Paese.
Grazie alla visione di un filmato artistico che propone una visita virtuale tra gli spazi abitativi della Corea, si può fare esperienza immersiva in questa cultura, potendone cogliere bellezza e spirito che ne delineano l’identità. I dipinti e le case presenti nel filmato mostrano i palazzi reali, le case comuni e in generale i luoghi abitativi affermatisi durante la dinastia Joseon dopo il XV secolo, fino ad arrivare ai nostri giorni dove la visione di una Seoul tra luci e palazzi tratteggia uno skyline modernissimo.
Tra gli spazi mostrati, vi è anche quello della casa immersa nella Natura.
C’è un concetto, tipico della cultura coreana che è quello di Pung Ryu: fa riferimento all’eleganza e bellezza della natura ed alla sua contemplazione che suscita gioia. La Natura, infatti, è spesso considerata in Oriente parte integrante degli spazi vissuti e così anche in Corea le hanok (le dimore tradizionali coreane) sono strutturate in modo tale da non essere uno spazio chiuso ma al contrario collegato con l’ambiente esterno, così da creare una sorta di giardino da vivere in modo continuo ed unico. L’amore per la natura che innalza l’animo diventa così esperienza concerta e quotidiana.
Elementi naturali sono presenti ovunque. Uno degli altri spazi in mostra è la “casa dello Studioso”, centro della divulgazione accademica e polo culturale dell’epoca Joseon. Si tratta di un luogo dalla forte valenza etica, presso cui, principalmente, venivano messi in pratica gli ideali di una perfetta vita morale. In alcuni dipinti sono ritratti dei nobili che rappresentano la figura del seonbi, l’immagine dello studioso a cui si aspirava. Nella ricostruzione di questa casa compiuta grazie ad un’opera di media art, è possibile soffermarsi su alcuni dei simboli tipici legati al seonbi, tra i quali sono presenti anche dei fiori, simboli di dignità ed integrità dell’uomo virtuoso.
Il Crisantemo, ad esempio, ricopre anche questo valore.
Il Crisantemo
O crisantemo, perché hai aspettato fino a che il vento primaverile del terzo mese fosse passato per fiorire tutto solo quando le foglie cadono e il tempo volge al freddo? forse tu sei l’unico la cui integrità fiorisce fieramente senza soccombere alla brina
Yi Chŏng-Bo, poeta coreano
Il crisantemo è un fiore d’importanza centrale ed anche regale in Estremo Oriente. Simbolo imperiale in Giappone, il suo colore giallo lo ha reso un’immagine di potenza vitale. Le prime notizie che se ne hanno provengono dalla Cina e già lì questo fiore è stato oggetto di grande ammirazione, a partire dai poeti che ne scrivevano e cantavano la bellezza.
Bevi rugiada di magnolia al mattino e cibati dei petali che cadono dal crisantemo alla sera
Qu Yuan, versi da Li Sao
Profumo di crisantemi. Arriva una piccola folla. È un giorno felice.
Hisajo Sugita, poetessa giapponese
Nel corso dei secoli ne è stata coltivata una vasta gamma, dai colori diversi e dai fiori multiformi, ecco perché se ne conosce non solo la versione originaria di specie selvatica. Nell’ambito di una parte della cultura occidentale assume un significato diverso, associato maggiormente alla commemorazione dei defunti (anche se, ad esempio, in Gran Bretagna viene regalato per festeggiare una nascita). È un fiore stagionale, autunnale che vede la sua massima fioritura proprio in concomitanza della Festa del 2 Novembre, data che spiega la sua associazione automatica al mondo funebre. Questo “fiore dei morti”, per la nostra cultura quasi un simbolo di sfortuna, è invece fortemente legato in Paesi come il Giappone, la Corea o la Cina all’essere vitale del suo colore dorato: è simbolo di ciò che persiste ed è forte.
Così in Giappone. Nel XIII secolo l’imperatore Go-Toba lo elesse a suo emblema, fiore dall’aspetto solare che incarnava lo spirito nipponico, e con il tempo è diventato l’immagine della famiglia imperiale, presente su stendarti e rappresentata come un crisantemo stilizzato composto da sedici petali di color oro. Questo fiore, che è anche simbolo di pace, viene utilizzato tutt’oggi come ornamento ed addobbo in occasione delle nozze. Come avviene per altri fiori, poi, anche in questo caso è stato istituito in Giappone il giorno dei crisantemi (kiku no sekku), festeggiato il 9 settembre, una tra le feste più importanti del paese.
Hokusai, Crisantemi
Conclusione
Questa piccola antologia è solamente un brevissimo viaggio tra alcuni dei simboli di una certa parte d’Oriente, una minima apertura su un vastissimo mondo floreale, così importanti per le culture appena accennate. Mi chiedono perché compro riso e fiori. Compro il riso per vivere e i fiori per avere una ragione per vivere affermava Confucio. Come pure, Al cielo non chiedo altro che una casa piena di libri e un giardino pieno di fiori.
Non esiste un termine italiano per indicare quella speciale connessione tra scrittura e natura che, in America, prende il nome di Nature writing. Ci riferiamo a quella parte della narrativa, della poesia, della saggistica ispirata o dedicata alla natura. Il focus non è più, necessariamente, sulla vicenda individuale, ma sulla storia naturale, sugli ambienti e i suoi abitanti (non necessariamente umani), anche prima che il narratore-osservatore entri a farne parte.
Ma per praticità, riportiamo una interessante divisione per macroaree, ispirata dal teorico Thomas J. Lyon (This Incomparable Land: A Book of American Nature Writing, 1989):
Letteratura scientifica (e botanica) sul mondo naturale e sulla storia naturale
Scrittura di esplorazione, viaggio, avventura, e vite solitarie in luoghi naturali
Riflessione filosofico/meditativa/sociale/giuridica sulla natura e sull’effetto che provoca nell’uomo
Vogliamo quindi dedicare questa rubrica a testi particolari, che richiamano la Natura in modi differenti e ne evocano la sua sacralità. Non è un caso infatti la data che abbiamo scelto per pubblicare LIN. Ovidio racconta che il 27 Marzo, a Roma, a partire dal 205 a,C. nel punto in cui il fiume Almone confluiva nel Tevere, si svolgeva una cerimonia, la Lavatio Matris Deum, durante la quale venivano lavati la pietra nera simbolo della dea Cibele (antica divinità anatolica venerata come Magna Mater, dea della natura, dei luoghi selvatici e degli animali) e gli oggetti sacri del suo tempio sul colle Palatino.
#1 Mary Hunter Austin
Scrittrice, femminista, naturalista, mistica, studiosa delle culture delle popolazioni native.
Del 1903 è il suo bellissimo The Land of Little Rain, (oggi tradotto in Italiano da Nova Delphi Libri, 2023 ) una serie di riflessioni ambientate nel deserto californiano, in cui trascorse moltissimi anni. Attraverso le sue parole scopriamo un luogo nuovo, inedito, per la prima volta descritto come pieno di vita.
Il rapporto che la Austin instaura con la natura è fortissimo, totalizzante, a tal punto da influenzare la sua idea del mondo e della vita. Nel suo scritto autobiografico, Earth Horizon del1932, svelerà come la Natura abbia cambiato per sempre il suo pensiero e la sua scrittura.
C’era una pietra c’era una pianta di digitale ai piedi della bambina e un’ape che sonnecchiava all’intorno, e ancora oggi posso ricordare l’immediata consapevolezza dell’inclusione di ciascuno nel tutto — io e loro e loro in me e tutti noi racchiusi in una calda e lucente bolla di vita[…] Non ho mai saputo quanto sia durato questo momento ineffabile. Si è rotto come una bolla al canto improvviso di un uccello, il vento soffiava il mondo era lo stesso di sempre, solo mai del tutto uguale. L’esperienza così vissuta è stata la sola realtà costante della mia vita.
M. Austin, Earth Horizon (1932), University of New Mexico Press, Albuquerque 1991, p.371
(107 Charing Cross Rd, London), per averci illustrato la bellissima sezione dedicata alla Natural History Essays, ovvero a quella parte della ricerca diretta alla descrizione degli elementi vitali e della struttura sociale delle varie specie. Questa disciplina incrocia ambiti differenti, come le scienze naturali, la biologia, la botanica, la zoologia, la paleontologia e la geologia. Ma la libreria Foyles ha voluto inserire anche testi che riguardano la letteratura legata alla Natura in generale. Questi libri mappano le connessioni intime tra il mondo umano e quello naturale. I naturalisti letterari trascendono i confini politici, le preoccupazioni sociali e gli ambienti storici; parlano a nome di quelle che Henry Beston chiamava le ‘altre nazioni’ del pianeta. Il loro messaggio acquista più peso e urgenza man mano che i luoghi selvaggi diventano sempre più scarsi.
La libreria Le Storie, in cui poter trovare tutti i libri, nuovi e usati, di cui parliamo.
Per questo primo numero, Stefania Stefanini, libraria e poetessa, ci suggerisce Caterina Kolosimo, Il libro della piante magiche, Mondadori 1977.
Per duemila cinquecento anni ero stato spettatore silenzioso e immobile degli eventi umani: le stagioni si erano susseguite alle stagioni, portando cambiamenti sconvolgenti, e lui aveva osservato tutto con l’occhio del vecchio saggio, senza giudicare, accettando ogni cosa passivamente: la natura segue il suo corso, coinvolge uomini, animali e piante in un disegno che non si può ostacolare.
Nella nota al testo dell’ultimo lavoro di Emiliano VenturaIl Resto del tuo tempo leggiamo:
non è una biografia né un libro di storia, non è un romanzo né un libro di memorie, è a tutti gli effetti un libro di ricerca, se si vuole la storia di una ricerca.
Questa breve dicitura è l’occasione per riflettere su alcuni temi propedeutici alla stesura di un testo, all’elaborazione di una storia.
La ricerca
La ricerca, nella stesura di un libro, gioca un ruolo centrale, e mentre è più intuitivo comprenderlo nel caso della saggistica, sfumature differenti assume nei romanzi. La ricerca può riferirsi infatti allo studio e al vaglio di quegli elementi che rendano più credibile la narrazione o essere invece diretta a rintracciare il materiale essenziale per un romanzo storico.
Ma cosa accade quando parliamo di biografia, quando un testo cerca di ricostruire la storia di un periodo vissuto o di una vicenda di cui non siamo testimoni diretti?
E.V «La cosa prioritaria, e direi fondamentale, è che ci siano dei documenti come base di partenza, oggetti materiali che possano fornire indizi. Essi possono essere anche elusivi, l’essenziale è però che esistano. Quanto ho appena affermo potrebbe sembrare un’ovvietà, ma oggi assistiamo a vera e propria perdita del materiale e della ‘materialità’. Faccio un esempio pratico. Nel mio ultimo lavoro, che tu citavi, per la ricerca sono partito da alcune lettere, cartoline e foto che riguardavano l’esperienza fatta da mio nonno durante la Seconda guerra mondiale. Tutto questo materiale cartaceo oggi non esiste più, se qualcuno volesse fare una ricerca simile su di me dovrebbe recuperare le chat su WhatsApp, che ovviamente non hanno materialità, sono dati immateriali e facilmente deperibili.
Detto questo, per rispondere alla tua domanda, la cosa fondamentale è avere dei dati di partenza, poi è necessario svolgere una ricerca, che non è differente da un qualsiasi lavoro scientifico o accademico. È possibile partire dalle fonti edite, rintracciare la più autorevole, confrontarla con i dati in nostro possesso, poi passare ad autori meno noti ma che siano andati più nello specifico per ciò che riguarda l’oggetto della nostra indagine. Se non ci sono fonti edite è possibile cercare anche fonti orali che però vanno sempre prese con il beneficio del dubbio a seconda della loro prossimità e conoscenza con l’oggetto della ricerca. Altra fonte sono gli archivi e i siti specialistici dove ci sono fonti inedite, lavori scientifici e accademici che hanno l’imprimatur universitario ma che non sono stati pubblicati. Naturalmente tutto questo varia a seconda della biografia su cui si cerca di far luce, se si parla di un religioso si interpellano alcuni enti, se si tratta di militare altri, e così via. Insomma è un lavoro complesso.»
La verità
Avere a disposizione pochi elementi su cui basarsi per ricostruire una vicenda obbliga il narratore alla formulazione di ipotesi. Ci si chiede però se tale operazione non comporti il rischio di una riscrittura degli avvenimenti, di una distorsione della verità non necessaria oppure, al contrario, se fornisca una chiave di lettura possibile di una storia semisconosciuta o dimenticata.
E.V «Nella ricerca medico-scientifica, ciò che dici, è ben noto ed è messo in preventivo fin da subito, sono i famigerati bias, quelle distorsioni, più o meno intenzionali, che possono invalidare una ricerca. Genericamente possiamo definirli come errori, principalmente dovuti dalla prospettiva del ricercatore, i più comuni infatti sono dovuti al pregiudizio del ricercatore stesso.
Nella mia ricerca temevo proprio questa tipologia di bias, il pregiudizio, dovendo ricostruire un biennio della vita di mio nonno, all’interno della Seconda guerra mondiale, in cui aderisce, assieme al suo battaglione di paracadutisti, alla Repubblica Sociale Italiana. La priorità era mantenere equilibrio e neutralità in una faccenda così carica di emotività e di drammaticità, per questo il mio intento è stato da subito diretto alla ricostruzione dei fatti, senza proporre apologie e rivisitazioni, nè tanto meno giudizi; questa ulteriore tipologia di studi esiste già, ed è fatta da storici e giuristi più preparati di me in quell’ambito. La mia ricostruzione, per quanto basata su fonti di archivio, è per forza incompleta e parziale, è più vicina al verosimile che non al vero, ma rispetto al buio totale avere una ricostruzione che sia verosimile è già tanto.»
La testimonianza
Jean Bodin asseriva che «[…] tra due verità quella attendibile è la più vicina a noi, perché la verità viene a galla più lentamente». In realtà il termine testimone, e tutta la sua ricchissima e complessa semantica, ci conduce nella direzione opposta, nell’aver conoscenza diretta di un fatto.
Quale delle due?
Per estensione la testimonianza può riferirsi anche a degli attestati, a degli atti che comprovino una verità. Che ruolo giocano i documenti non formali, come le cartoline, le lettere e gli oggetti appartenuti a qualcuno del passato, sono anch’essi prove? Possono indirizzare il narratore?
E.V «Diciamo che tutti questi materiali ‘informali’ di cui parli sono come delle prove indiziarie, e nel mio caso ad esempio tutto si è complicato anche nell’entrata in scena della censura; la lettere e le cartoline che abbiamo conservato in famiglia portano impresso il timbro della censura, per cui ciò che viene detto è già di per sé parziale e condizionato. Infatti solo dopo il crollo del Fascismo (25 luglio 1943) mio nonno solleva critiche a Mussolini ed esprime fiducia nel nuovo governo che deve formarsi. Per quanto riguarda questo mio libro, ho dovuto utilizzare sia documenti formali (fonti di archivio) che informali e privati, e nel momento in cui la narrazione privata di mio nonno andava a combaciare con la fonte ufficiale (storica) devo dire che ho provato soddisfazione, come ricercatore, e brividi di emozione. Per rispondere alla tua domanda quindi, le fonti informali hanno un ruolo fondamentale come un primo motore.»
La metodologia
Per quanto riguarda la ricerca storica, è solo intorno al 1500 che si pone il problemadelle regole, delle indicazioni di carattere metodologico da seguire nell’attività di ricerca e interpretazione delle fonti. Cominciano a prender forma le fasi di una ricerca attendibile:
– ricerca delle fonti (primarie: dirette
(secondarie: indirette)
– confronto e analisi delle fonti
– ricostruzione ordinata dei fatti (differenza tra vero e falso, tra resoconto e narrazione)
– interpretazione dei fatti (letterale o fantasiosa)
Quando si tratta di un testo ‘ibrido’, che non sia esclusivamente storico o scientifico, tale metodologia è applicabile lo stesso?
E.V «Direi di sì, infatti è esattamente la metodologia che ho utilizzato. Pur non volendo fare un saggio storico né un testo accademico, la mia narrazione si basa sempre su dei documenti, che siano privati (di mio nonno) o ufficiali (d’archivio), probabilmente è ormai una mia forma mentis dovuta agli anni di studi accademici. Ho un approccio quasi da scienza galileiana, non interpreto più ma ho necessità di un documento per avallare ogni ipotesi, o per sostenere ogni narrazione. In alcuni casi può essere un limite, per me ora è un ulteriore stimolo alla ricerca.»
La struttura interna e il bilanciamento delle nozioni
Goethe, ne La teoria dei colori, faceva notare come ogni impresa storiografica fosse «un’avventura rischiosa», come si dovrebbe procedere perciò per distribuire luci e ombre di una narrazione?
E.V «Emerico Giachery parlava di «avventura del testo», perché, come in ogni impresa, l’alea è sempre presente, inevitabilmente. Proprio il bilanciamento è stato il mio cruccio fin dall’inizio, mi sono domandato come rendere discorsivo e narrativo un testo che aveva, come base di partenza, solo un epistolario e dei documenti ufficiali. Come dici tu dovevo distribuire l’ombra e la luce e il pericolo più grande era un cambio di registro troppo netto all’interno del testo. Dopo diverse prove ho trovato una forma di narrazione mista o ibrida, come giustamente l’hai definita, che prevede tre cambi di registro, è vero, ma la temperatura sale molto gradualmente e il lettore è accompagnato in una materia più densa di riferimenti storici. Dopo diverse letture del testo mi sembrava che fosse la formula migliore, o quanto meno che funzionasse meglio. I riscontri che sono arrivati dopo le prime letture sembrano confermare le mie impressioni.»
Il confronto
Henry James, mettendo a confronto il romanziere e lo storico afferma: «Rappresentare e illustrare il passato, le azioni degli uomini, è lo scopo di entrambi gli scrittori. La sola differenza che mi riesce di scorgere fra l’uno e l’altro, torna a onore del romanziere (in proporzione naturalmente alla sua riuscita), e consiste nelle maggiori difficoltà che incontra nel raccogliere le testimonianze [evidence], che sono lontane dall’essere letterarie.» (H. James, The Art of fiction 1884, p.167)
È proprio vero che romanzo e storia divergono?
E.V «Credo che oggi queste differenze siano più sfumate, il lavoro di ricerca di un romanziere e di uno storico dei nostri giorni non è poi così diverso, a differenza del passato. A memoria mi viene in mente che solo Manzoni e Flaubert hanno avuto un approccio meticoloso, da storico o da ‘scienziato’, per i loro romanzi. Oggi un romanziere ha spesso una formazione accademica, penso ad Alessandro Barbero, che è sia storico che narratore, a Walter Siti o Alessandro Piperno e potrei continuare a lungo. Come cultore del falso potrei aggiungere che in alcuni casi un romanzo (una fiction quindi) può avere più attinenze con la realtà che non un saggio storico (non fiction). Il confronto tra romanziere e storico credo che debba spostarsi dalla metodologia di ricerca per concentrarsi sul testo finito, questo deve rispondere a dei criteri letterari, o scientifici, specifici; credo che solo apparentemente il romanziere sia più libero dello storico.»
La vita del testo
Spesso si dice che una volta finito un lavoro esso smetta di essere dell’autore e viva di vita propria. Ma qualcosa difficilmente spiegabile, da un punto di vista razionale, può accadere anche nel momento antecedente, quando cioè il lavoro non sia ancora concluso. Può capitare, come una magia, che sia la storia che si sta scrivendo a indirizzare l’autore e non il contrario. I personaggi narrati, le vicende postulate, tutto vira in una direzione differente da come ci si aspettava. Si deve perciò seguire questo flusso o riportare la storia nei cardini, lì dove il nostro volere e il nostro progetto iniziale era indirizzato?
E.V «Con gli anni ho imparato che ogni testo ha le sue ragioni implicite, nel senso che spesso indica all’autore stesso le direzioni da seguire, e credo che sia essenzialmente un fatto riconducibile alla struttura stessa che si sceglie. Nel mio caso però, in questo lavoro sulla guerra combattuta da mio nonno, ho misurato su me stesso il valore conoscitivo del «mistero» nel senso dell’a-logos, dell’irrazionale. La mia narrazione nasce da un sogno, realmente fatto, in cui mia nonna mi consegna tre orologi di mio nonno da mettere a posto, da sistemare. Orologi che ho poi ritrovato in un cassetto dimenticato. Ma in realtà negli anni ci sono stati altri segni, sogni, profumi o nomi pronunciati che hanno ‘imposto’ al logos (alla ragione) di procedere in questa ricerca. Io credo che quando ciò accade è già di per sé letteratura, o quanto meno che si sta vivendo un’esperienza letteraria, e che quindi vada seguita e assecondata. Questa storia sulla guerra di mio nonno, Il resto del tuo tempo, rischiava di rimanere non detta, invece con questo ascolto pronto a cogliere ogni segno ho potuto raccontarla, ho cercato di colmare quella perdita non quantificabile di un’esperienza vissuta unica. Anche se sono sicuro che ciò che abbiamo perso rimane enormemente superiore a quanto io possa aver recuperato.»
A distanza di anni l’autore, nipote del protagonista della vicenda, tenta di trovare una risposta ad alcune domande; «Che cos’è un paracadutista A.D.R.A.?», «Che guerra hai combattuto?» ma soprattutto «che cosa è successo dopo l’8 settembre?». Nasce una ricostruzione che segue due azioni parallele, come afferma Musil, una questione personale che segue e si incastra con le vicende del secondo conflitto bellico e del nostro paese. Scomparsi da anni i protagonisti, questa storia rischia di rimanere inesplicata. Con l’aiuto di alcuni documenti d’epoca e grazie a molte lettere, che il paracadutista Giovanni scriveva alla fidanzata Silvana, l’autore ha potuto ricostruire, a distanza di anni, questa vicenda.
Fiori Vivi ringrazia
Emiliano Ventura saggista, scrittore e filosofo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Il mito di Diana e Atteone in Ovidio, Arbor Sapientiae 2018, Mario Luzi. La poesia in teatro, Scienze e Lettere 2010, David Foster Wallace. La cometa che passa rasoterra, Elemento115 2019, Giordano Bruno. Tempo di non essere, Aracne 2021, La cattiva moneta. Un ragionamento sul falso, Transeuropa 2022, Il resto del tuo tempo, Arbor Sapientiae 2023, Nel gorgo di salute o salvezza. Una genealogia della salute, Stamen 2024.
Trenta nomi per amarti, l’ultimo lavoro dell’autrice Aurora Castro, dà il titolo a una plaquette di trenta brevi poesie, a carattere fortemente evocativo, unite da un misterioso fluire. In controluce, tra le parole e le immagini scritte per ogni giorno di un mese di Giugno, si compone e scompone una storia d’amore. Tutto prende avvio da una citazione di Oscar Hahn tratta dal suo Mal d’amore: “Quella dolce morte il tuo bellissimo amore mi ha condotto sulla riva”.
Proponiamo qui una selezione inedita del lavoro della poetessa, cinque componimenti, scanditi dal tempo, legati da un filo conduttore. Un racconto privato, un amore sofferto, desiderato e mancato, vissuto attraverso potenti metafore marine.
Aurora Castro
1 Giugno
Sei tornato con la pioggia delle cinque ti ho dato un nome d’acqua, di nostra Vergine delle Acque disperse il sole si è rotto in una luce di fiori, di costa, di prima fonte, di vele.
4 Giugno
Isole nere e gli eterniamati che ci chiamano di là dalle porte del mare.
12 Giugno
Coste di fuoco, alberi di sale e vento, nostre dita eremite soffiate via dal mare.
19 Giugno
Ho camminato tutta la sera fra rovine di torri color oceano, seguendo le tracce di una luna anamnestica. Il tuo primo bacio sa di libellule, il secondo di immensa pioggia, il terzo di coralli appena fa buio.
25 Giugno
I segni si richiudono, anche le ferite. Il giorno scema in una metafora di mare. Presto la notte cancellerà i gabbiani del pomeriggio e i miei occhi che ti cercavano nel vuoto.
Fiori vivi ringrazia
Aurora Castro, autrice e poetessa. Ha lavorato per l’editore Raffaelli di Rimini in qualità di redattrice editoriale e come copywriter per varie testate giornalistiche, fra cui Donna Moderna. Attualmente lavora come copywriter per un’agenzia pubblicitaria di Torino. Pubblica, per i tipi Raffaelli, il suo primo libro di poesie: La rosa del piacere (2012) e nel 2019 la raccolta di racconti Una lingua di mare, Tracce Edizioni. Suoi versi sono stati pubblicati online dalle riviste: Cartesensibili, Una Specie e Atelier. Nel 2022 pubblica per Ensemble Edizioni la sua terza raccolta di poesie, dal titolo Settanta giorni di coprifuoco.
A un anno dalla scomparsa di Riccardo Dalisi, il MAXXI allestisce una sua retrospettiva. La mostra, curata da Gabriele Neri, con un allestimento firmato Novembre Studio, oltre a esporre una grande varietà di opere, dalla pittura, al design, alla scultura risalenti alle diverse fasi della sua attività, ci permette di conoscere meglio il grande architetto e progettista. Ne emerge una figura complessa, con una propria teoria del design e un approccio diretto all’inclusione e all’impegno sociale.
Il percorso espositivo, in cui ammiriamo istallazioni urbane, sculture, paralumi, maschere, decorazioni, arredi e piccole architetture, è in realtà per noi l’occasione di riflettere su alcune tematiche artistiche e sociali.
Il multiverso di Dalisi
La contaminazione e l’inconsueto sono uno strumento molto importante oggi per la ricerca in ogni campo dell’espressione. Riccardo Dalisi
Non è semplice definire Riccardo Dalisi (Potenza 1931-Napoli 2022), architetto, designer, artista, pensatore e progettista, è stata senza dubbio una figura anticonvenzionale che ha tentato, col suo lavoro, di rivoluzionare le logiche del progetto e di mettere in discussione gli schemi sociali e culturali delle aree urbane, in particolare quelle più problematiche di Napoli. E la città, in cui è vissuto e in cui ha lavorato, ne mantiene le tracce; nelle botteghe dei lattonai di Rua Catalana dove Dalisi produceva le sue opere, nelle strade dei Quartieri Spagnoli coronate da piccole sculture angolari, nelle garitte realizzate a Palazzo Reale. E poi ancora negli edifici costruiti a Ponticelli e al Rione Traiano, dove negli anni Settanta allestiva laboratori innovati con i bambini. È questo uno dei motivi per cui lo stesso Dalisi si definiva designer radicale, per riferirsi all’inclusione nella sua progettualità di disoccupati, operai, migranti e bambini di strada, come appunto quelli del quartiere Traiano di Napoli, nato come piano di edilizia pubblica nel 1957 ma divenuto presto simbolo di degrado. Ed è sicuramente un atto rivoluzionario quello di porre al centro la cura dell’uomo e del suo contesto urbano, capace di trasformare l’architettura modernista in motore di rigenerazione.
Protagonista quindi del radical design italiano ma conoscitore dei movimenti artistici esteri, (durante i primi anni Sessanta entra a far parte dello studio di Francesco Della Sala, allievo di Walter Gropius negli Stati Uniti) Dalisi ha impostato il suo lavoro trovando spunto da discipline altre (si interessa di antropologia, politica, linguistica, matematica) e ridefinendo il concetto stesso di architetto, designer e autore. La sua attenzione a fattori sociali e ambientali, unita al suo multiverso espressivo, gli permettono di affrontare la progettazione in modo differente, come un processo dialettico in cui «[…] forma e funzione trovano misura nel rapporto con il contesto.»
Ciò che sembra più concreto, più vero, più misurabile è la relazione (o la relazionabilità) di una cosa con altre.Ma la relazione è proprio ciò che sta in mezzo, un ponte tra due fatti, attraverso un ‘vuoto’, un inconoscibile. La relazione rappresenta pertanto una sorta di miscuglio tra il certo e il non certo; ed è proprio il suo carattere di dinamicità, di non concretezza che lo fa immaginare come una capacità che ha l’oggetto di diventare un rapporto con un altro. (Riccardo Dalisi, Forma intervallo spazio, pp.24-25.)
Mito, arcaico e sacro
Non c’è ricerca, progettazione che non contempli per Dalisi uno studio del mitico, dell’arcaico, del sacro. Per questo la sua arte è spesso una reinterpretazione di fiabe e racconti popolari. Personaggi simbolici come Polifemo e Vulcano, ma anche Madonne, angeli, suonatori, sovrani, guerrieri popolano il suo immaginario. Le tecniche utilizzate sono molteplici, dalla pittura alla scultura e non meraviglia che per tali creazioni poliedriche utilizzi materiali poveri, come il legno, la cartapesta, il ferro, il rame, la latta capaci di donare all’oggetto una certa poeticità.
…etnie, movimento moderno, linguaggio infantile, allucinazioni, reliquie… questo mago con una matita “pensante” al posto della bacchetta magica; quanta dedizione e quanta bontà recitano i suoi segni e disegni sapienti… Alessandro Mendini
Le caffettiere animate
Esempio diretto di questa sua ricerca simbolica è la famosi serie di lavori sulle caffettiere napoletane. Tra il 1979 e 1987 Dalisi per l’azienda Alessi avvia una ricerca sulle origini, gli usi e la fabbricazione della caffettiera napoletana nelle varie botteghe dei lattonai. Da questa indagine, che non si ferma alla semplice storia dell’oggetto ma si espande alla sua dimensione simbolica e culturale, derivano decine di prototipi (un esercito di caffettiere “animate” e caricaturali: guerrieri, cavalieri, santi, robot, ma anche personaggi provenienti dalla commedia dell’arte e dalla tradizione popolare mediterranea e partenopea come Pulcinella, Totocchi, ovvero l’unione di Totò e Pinocchio) e un modello messo in produzione.
Il percorso tra le molte idee e varianti è stato lungo. Alla fine del mio lavoro preparatorio mi sono trovato davanti due mucchietti di cose; uno di oggetti particolarissimi: caffettiere strane, tentativi, pezzi di napoletane adoperate in molti modi – becchi, manici contorti, disegni strampalati, uniti ad altri provvisti di un senso costruttivo e funzionale. Dall’altro un mucchio di libri sul caffè (nessuno sulla caffettiera), dal 1600 fino al nostro secolo. Occorreva riassumere con un oggetto unico il primo mucchietto e con un libro Il secondo, così ho fatto. Il resto del materiale, variamente utilizzato in senso figurativo, costituisce quel corredo che è e deve essere intorno ad un oggetto la cui importanza travalica molto la sua funzione specifica (un altro tipo di caffettiera) ed invade quella zona educata e difficile di un rituale da riprendere e rinnovare. […] Rendere più forte ed immediata la ripresa di un uso che può arricchire di senso la vita quotidiana conviviale e di gruppo. Ciò senza perdere nulla della necessaria scioltezza e dinamicità richieste nella vita moderna. (R. Dalisi, Analisi storica e filologica di un rituale per la ridefinizione della forma della caffettiera napoletana. Dalle idee di varianti alle proposte d’uso, «Domus», 617, Maggio 1981)
Tra i vari prototipi anche una versione gigante della caffettiera, un re a cavallo, descritto dallo stesso Dalisi
Un piccolo re antico che si voglia mostrare alla città lo fa in modo equestre, su un bel cavallo caracollante. La “napoletana” cerca di farlo allo stesso modo, anzi si fonde con la propria nobile cavalcatura, si fa centauro. Ma il cavallo è anche simbolo di Napoli, ed il gioco torna. Essa continuerà a combattere nel mondo del design attuale una sua battaglia, e la battaglia deve essere combattuta con le vesti folkloriche. Nelle antiche feste popolari non è mancata una qualche caffettiera gigantesca, sui carri di Piedigrotta ad esempio; ma quello era un puro gesto di folklore. La tradizione invece ripresa e ristudiata risulta per molti aspetti reinventata. È quello che è accaduto d’altronde per la antica canzone e le antiche opere con Roberto De Simone e con la Nuova Compagnia di canto popolare…(R. Dalisi, «Domus» 651, giugno 1984)
Ultrapoverissimo
Per la rappresentazione delle sue iconografie popolari Dalisi si serve di materiali poveri, (come latta, rame, cartapesta) e tecniche semplici, elementi questi che confluiscono nel design ultrapoverissimo. In realtà il nostro parla di tecnica povera che, in contrapposizione e a dispetto dell’arte povera, valorizza il lavoro collettivo artigianale di contro alla specializzazione delle tecniche complesse. A partire dai disegni di Dalisi perciò prendono forma oggetti, sculture, lumi, lampioni realizzati anche da principianti. In chiaro segno controcorrente Dalisi, dopo aver vinto lui stesso per due volte il Compasso d’oro, insieme ad Alessandro Guerriero crea il Compasso di Latta. La sua prospettiva è specchio di una corrente di pensiero che fa riferimento a Vickor Papanek e Serge Latouche. Entrambi contribuirono infatti alla teorizzazione del design della decrescita, a una nuova economia circolare diretta al riuso, alla diminuzione dei bisogni non essenziali.
Victor Papanek, con il suo Design for the Real World del 1971, ridescrive il compito del designer che non è quello di immettere sul mercato oggetti inutili, scadenti ma, al contrario, difendere responsabilmente lo sfruttamento sregolato dell’ambiente e delle risorse naturali, la distruzione dell’elemento locale operata dalla globalizzazione e le crescenti disuguaglianze sociali operate dal capitalismo. Sulla stessa linea Serge Latouche che, con il suo La scommessa della decrescita, dichiara la necessità di un cambiamento sociale, di una decrescita della produttiva e della globalizzazione, che spinga la società verso una nuova logica sostenibile, rilocalizzando l’economia e la vita. Temi attualissimi, urgenti, che la riflessione sul design e sull’arte ha saputo analizzare e, come nel caso di Dalisi, sperimentare in anticipo sui tempi.
Nel 2009 il nostro, a riprova della sua coerente ricerca, pubblica il saggio Decrescita. Architettura della nuova innocenza, in cui emerge la frattura profonda degli equilibri ecologici, «il tema dominante del rapporto architettura-natura è un convincimento intenso, è sostanza comunicativa, è sforzo di realtà, di creare realtà, è azione di realtà. Se nella storia è ricorrente questo bisogno, ora si fa più intenso, acquista un valore pressante. È in gioco il destino del mondo, della sua sopravvivenza. E l’architettura non può sottrarsi a tale compito».
L’architettura dell’imprevedibilità
Le basi della sua metodologia progettuale confluiscono in un testo del 1970 L’Architettura dell’imprevedibilità, che appare un vero e proprio manifesto al cui centro troviamo: il primato della praticità, il confronto diretto con la realtà urbana e, per l’appunto, l’applicazione della sua geometria generativa come forma aperta all’imprevedibilità delle relazioni. «La geometria generativa è una sua fantastica intuizione, che mette in luce il suo versante umanista. Si tratta di un sistema matematico, che però lui plasma talmente flessibile e aperto da consentire l’introduzione dell’intuizione, dell’errore e dell’arte.» (Claudio Gambardella)
Secondo Dalisi la forma (di un oggetto, un edificio, una città, un fiore) è qualcosa in continua evoluzione: la geometria generativa tenta perciò di cogliere i processi di tale trasformazione, utilizzandoli per “generare” ulteriori configurazioni. La geometri generativa «non è altro che un tentativo di controllare il gioco delle trasformazioni nello spazio, di registrarle in senso progressivo, di dirottarle, di maturarle, di tradurre le pressioni che vengono da altri tipi di processi, in opportunità creative dello spazio; è la metodologia delle progettazioni interpersonali.» (R. Dalisi) Essa quindi, oltre a concepire una continua riconfigurazione del reale, permette il lavoro condiviso, a cui Dalisi tiene molto. Nella progettazione di un asilo al Rione Traiano per esempio l’idea era quella di coinvolgere gli stesso abitanti del luogo. Il processo progettuale deve infatti basarsi su un lavoro di gruppo e su una ricerca volta a trovare soluzioni flessibili che siano capaci di contemplare un rapporto col contesto urbano. In fondo queste sono tematiche su cui Dalisi riflette fin dall’inizio del suo percorso di studio.
Caro Dalisi
Caro Dalisi, […] mi è parso di capire che tu sei a questo punto. Sei lì a cercare processi e metodi di liberazione muovendoti in quegli spazi sottili, rarefatti e se vuoi ambigui, lasciati liberi, sembra, per disattenzione, o forse per calcolo o forse per paura, da quelli che i loro giochi li hanno ormai fatti tutti[ …]. Quegli spazi tu li conosci bene.
Ettore Sottsass
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Fiori vivi ringrazia
Silvia De Conca, nipote dell’artista e nostra accompagnatrice d’eccezione. Grazie alle sue parole e ai suoi preziosi racconti ci è stato possibile comprendere meglio la figura e il pensiero di questo straordinario progettista.
Martin Heidegger, figura di spicco dell’esistenzialismo contemporaneo, affronta la sua filosofia con uno scopo preciso e dichiarato: costituire un’ontologia dell’Essere. Per farlo parte da una vaga comprensione dell’Essere, interrogandosi intorno a esso, cercando di coglierne le caratteristiche. La domanda, il porre domande sull’Essere, è un sentiero che conduce dal mondo greco sino a noi, anzi, al di là di noi. Se si insiste su questo sentiero, se si persiste nel domandare, il sentiero ci condurrà alla risposta. In prima analisi, le domande sono degne di essere poste su ciò che può essere interrogato, su ciò che si può interrogare anche se non vi è garanzia di risposta. Ciò che importa è almeno un responso informativo.
Tutta la grande ricerca di Heidegger è concentrata su un nucleo primordiale, e come sostiene George Steiner «Das Seiende, l’ente, e das Sein, l’Essere, costituiscono l’esclusivo e irremovibile oggetto della meditazione e del discorso di Martin Heidegger per tutta la sua vita.»
Tutto ciò che è esistente è nell’Essere
L’Essere e l’ente «i cardini, il centro della oscurità illuminata cui ogni sentiero conduce, qualunque sia il suo punto di partenza sull’ampia circonferenza dell’opera di Heidegger.» (G. Steiner, Heidegger, 1978) sono ciò su cui ci si deve interrogare, le sole domande cui ogni lettore di Heidegger deve indirizzarsi.
«Alles seiende ist im sein. Ogni essente è nell’Essere [Eraclito]. Il semplice ascolto di un’affermazione come questa suona al nostro orecchio triviale, se non offensivo. Nessuno infatti sente la necessità di preoccuparsi che l’essente appartenga all’Essere. Tutti lo sanno: Seiende ist solches was ist essente è ciò che è. Che altro resta all’essente se non ciò: essere? E tuttavia proprio questo fatto: che l’essente resta raccolto nell’Essere, che nell’apparire dell’Essere si manifesta l’essente, ha posto i Greci, ed essi innanzitutto, ed essi soltanto, nella dimensione dello stupore. Essente nell’Essere: ciò divenne per i Greci la cosa più stupefacente». (M. Heidegger, Che cos’è la filosofia?)
Queste affermazioni definiscono la dottrina dell’esistenza di Heidegger e il suo atteggiamento metodologico, che è di radicale stupore per il fatto dell’esistenza, dell’ente nell’Essere. Questo stupore per il fatto che tutte le cose sono, che c’è un attributo delle cose universale e totalmente determinante, e la meditazione sull’esistente che implica è ciò che Heidegger chiamerà il pensiero dell’Essere. Heidegger conduce la filosofia verso la domanda su cosa sia ciò che è, su quale sia l’elemento insito in tutti gli esistenti, su cosa costituisca l’entità in quanto opposta, nella prima e ovvia alternativa, al non-essere /al nulla. Una alternativa, si evidenzia subito, fallace poiché anche il nulla-è-qualcosa-e-non-un-nulla. In Heidegger è ontologicamente impossibile il nulla poiché vi è l’esistente, fuor di dubbio, in quanto siamo; che si indaga, che si domanda, che si trova nell’Esserci-dell’uomo-nel-mondo-nella-sua-Gettatezza, che è progettualità.
La filosofia in ricerca dell’Essere
Quanto abbiamo fin qui asserito ci conduce verso quello che, secondo Heidegger, la filosofia compie: La filosofia cerca che cos’è l’ente, in quanto è. La filosofia è en route verso l’Essere degli enti, cioè verso l’ente rispetto all’Essere.
Sia per Platone sia per Aristotele, l’Essere degli enti risiede in eterne e immutabili matrici rappresentate dalle ‘Idee’, per Heidegger invece questo retaggio di tipo idealistico-metafisico o scientifico-tecnologico, non soddisfa ciò che egli ritenga essere il sentiero corretto attraverso cui esperire/pensare/pervenire alla natura dell’esistente, o per meglio dire, alla Esseità dell’ente. Critici e sostenitori del filosofo tedesco sono concordi nel ritenere come, da Essere e tempo in poi, Heidegger concepisca come fondamentale il superamento delle tradizioni metafisico-scientifiche che hanno tenuto in piedi la storia dell’Occidente e che pur mostrando le vie d’accesso all’Essere, non sono, paradossalmente, scaturite da un’autentica percezione di esso. La tradizione filosofica occidentale ha disegnato un sentiero errato che non ha condotto alla conoscenza dell’Essere ma, anzi, l’ha allontanato, pervenendo a un oblio dell’Essere stesso, che è in sostanza, fattualmente e ontologicamente, tutt’altro che un nulla.
Ancora in polemica con la imperante autorità conoscitiva della tradizione metafisico-scientifica “sembrerebbe arrivato il momento di vedere l’ente rispetto a cosa esso è, in quanto ente”. De facto, questa fotografia filosofica scattata da Heidegger costituisce il punto zero, l’azzeramento conoscitivo-gnoseologico della filosofia rispetto alla conoscenza del mondo e di chi lo vive che lo rende non-un-nulla, e a cui nessun approccio conoscitivo ha dato effettivo responso. Si riparte, con Heidegger, dal porre domande, in un contesto concettuale totalmente riconvertito nelle sue fondamenta, all’interrogarsi interrogando ciò che è interrogabile; e interrogabile è solo l’Essere, che solo può rispondere. In termini di accesso all’Essere infatti Heidegger parla di un circolo inconcludente se non totalmente sterile della tradizione occidentale dominante. Si rende conto della necessità di dare una direzione diversa al discorso condotto fino a quel momento, occorre fare un altro tipo di domanda.
Una diversa direzione
La domanda sull’Essere, e sulla natura della filosofia, non richiede una risposta nel senso di una definizione ma una reazione, in primis. E questa reazione o co-rispondenza risponderà all’essere dell’Essere. Ora, questa ‘risposta a’ passa attraverso un dialogo che ha caratteri necessariamente interrogatori. Questa nuova direzione si distanzia da quanto proposto da altri filosofi prima di lui, pensiamo ad Aristotele, Hume o Fichte, le cui ricerche apparivano agli occhi di Heidegger poco rispondenti e indicative dell’esseità. Non si tratta di un rifiuto totale del passato, a cui invece Heidegger continua a far riferimento, ma la convinzione che tanti passaggi e asserzioni metafisiche trattino il problema dell’esistenza in modo inconscio e fuggevole.
Al contrario ascoltando, rendendo noi stessi disponibili al richiamo del problema dell’ente, si può arrivare o almeno avvicinarsi a una genuina risposta su che cosa sia l’Essere.
Perché ci sono enti, esistenti, perché ci sono le cose e non piuttosto il nulla?
Perché vi è, in generale, l’Essere e non il nulla?
Martin Heidegger, Introduzione alla metafisica, p. 13
Mentre Leibniz si era chiesto, in modo efficace, Pourquoi il y a plutot quelque chose que rien? (Perché c’è qualcosa invece del nulla?), Heidegger aveva riproposto la domanda in termini evidentemente diversi: Che cos’è l’Essere (Das Sein) che rende possibile tutti gli enti (das Seiende)? Anche se in fondo entrambi si chiedono perché c’è qualcosa mentre potrebbe esserci il nulla. Per la maggior parte delle persone, o esseri umani, il nulla e i suoi impliciti significati psicologico-filosofici prendono forma in momenti di grande disperazione, ossia quando le cose tendono a perdere tutto il loro peso e ogni significato si fa oscuro. Lo stesso Heidegger, letteralmente sopraffatto dalla nozione di “è”, rimane inesauribilmente stupito dal dato sull’esistenza e perseguitato da quell’altra possibilità, che è il nulla.
Al di là di fluttuanti speculazioni, per Heidegger l’unico e incessante interrogativo che vale la pena porre nella ricerca di un contrario al nulla è, come sopra accennato, il perché può esserci un è invece di un nulla. Vale la pena precisare che la domanda di Heidegger non riguarda alcun ente in particolare ma mantiene la sua distanza da ogni individuale oggetto, fenomeno, presenza. È l’è complessivo che interessa.
Chiedere perché c’è l’essere al posto del nulla significa interrogarsi sul fondamento di tutte le cose. Ma è anche chiamare in causa l’interrogante stesso, portando così il Dasein nell’uomo. Tutto ciò implica una costante interrogazione sul linguaggio che rende possibile, o non possibile, porre la domanda. Quindi il mondo, l’interrogarsi dell’uomo e il linguaggio in cui e con cui pone le domande vanno a costituire una costante tipologia di indagine, circolare, rivolta all’interiorità: Perché c’è? Perché non c’è il nulla? Questa domanda sull’Essere, sottolinea il filosofo, non è teologica.
Si consideri che le caratteristiche di ogni domanda sono tre: ciò che si domanda – cosa domando? ciò a cui si domanda – a chi domando? e ciò che si trova domandando – chi domanda/soprattutto, chi risponde?
Ciò che si domanda è l’Essere stesso, ciò che si trova è il senso dell’Essere, ciò che si interroga è un Ente giacché l’Essere è sempre proprio di un Ente (l’Ente è ciò che è). L’Ente a cui appartiene l’Essere è l’uomo. Ed è proprio questo il problema ontologico di fondo che caratterizza e disegna il sentiero heideggerianoche conduce alla conoscenza dell’Essere: Quale Ente deve essere interrogato? Qual è l’Ente che ci può rispondere alla domanda “Che cos’è l’essere?”. È l’uomo, l’Ente-uomo=il Dasein o l’Esserci=l’uomo.
In questa fase interrogativa-conoscitiva del pensiero di Heidegger è innegabile una certa complessità concettuale basata su continui rimandi filosofici, ma in fondo occorre interrogare l’uomo per cercare che cos’è l’Essere e trovarne il senso. L’Esserci trova il senso dell’Essere nel suo modo d’essere e il modo d’essere dell’Esserci è l’esistenza.
Heidegger sa benissimo che «ci stiamo interrogando su qualcosa che afferriamo a stento.» Spesso si serve di esempi per afferrare questo quasi inafferrabile. Dà spazio a ipotesi conoscitive basate sui sensi. L’ è delle cose, dell’esistente, è da qualche altra parte; Heidegger è fermamente convinto di questa oscura quanto chiara difficoltà conoscitiva.
«Un quadro di Van Gogh. Un paio di rozze scarpe da contadino, nient’altro. In realtà il quadro non rappresenta niente. Ma per quanto è in questo dipinto, voi siete immediatamente soli con esso come se foste voi ad avviarvi stancamente verso casa con la vostra zappa in un a sera di tardo autunno dopo che gli ultimi fuochi si sono spenti. Che cosa c’è qui? La tela? Le pennellate? Le macchie di colore?» (M. Heidegger, L’origine dell’opera d’arte 1936)
«Ci sono tutte queste cose, che nominiamo con tanta sicurezza. Ma la presenza esistenziale del quadro, ciò che nella sua esistenza arriva sin dentro il nostro essere, non può essere definito in modo adeguato, come l’insieme materiale dell’olio di lino, del pigmento e della tela. Noi sentiamo, noi sappiamo – incalza Heidegger – che c’è qualcosa d’altro là, qualcosa di assolutamente decisivo. Ma, quando noi cerchiamo di articolarlo, è sempre come se brancolassimo nel vuoto.» (G. Steiner, op.cit. p.47)
Nascondimenti
«Ma allora che cosa mette in grado gli enti, con tutta la loro densa e silente quiddità – la roccia, l’albero, l’animale che ci osserva – di offrirsi a quest’atto di fondamentale stupore che è la fonte necessaria dell’interrogare filosofico? Risponde Heidegger: la presenza di tutto ciò che è presente (presente a noi) è resa possibile grazie a un’illuminazione, un essere illuminato […] che rende manifesta»unverborgen ovvero non nascosta «ogni cosa organica e inorganica […] Ma cos’è questa luce, questa fonte nascosta del non nascosto? Fin da Platone, afferma Heidegger, la metafisica occidentale non ha risposto a questa domanda o, quando vi ha accennato, come in Kant, non è arrivata a una conclusione. Heidegger non chiederà nient’altro. L’Essere non si rivela, non può rivelarsi, come abbiamo detto, al di fuori dell’ente in cui risiede e che illumina. L’Essere si contrae negli enti che rende manifesti e si nasconde proprio per il fatto che li rivela (William J. Richardson, Heidegger: Through Phenomenology to Thought 1963). L’Essere stesso non è, non è in sé o di sé. Questo è il paradosso fondamentale di Heidegger e la fonte della sua meditazione. Dal 1929 in poi egli metterà sempre di più in rilievo che questo mistero dell’Essere deve implicare la realtà del non-Essere e che l’Essere sia, in ultima analisi, una manifestazione, una epifania del Nulla (Nichts). Non vi potrebbe essere esperienza dell’Essere, quale noi evidentemente abbiamo, se l’Essere non fosse nascosto negli enti, in quegli enti che includono uomo e mondo. Per coglierlo dobbiamo pensare dialetticamente, dobbiamo capire come il negativo, il nascosto, il non-qui possano generare il manifesto e il positivo. L’Essere come processo di non-occultamento, spiega Richardson, è ciò che permette agli enti di divenire non-occultati (positività), sebbene il processo sia così permeato dal “non” che l’Essere stesso rimane nascosto (negatività).» (G. Steiner, op.cit. pp. 69-71)
Lo svelamento
A questo processo di non-occultamento che genera il manifestarsi, Heidegger dà il nome greco di ‘verità’, aletheia (il non-celato).
Aletheia come fenomeno opposto all’esser via, sta semplicemente nel significato del non –via, e cioè: sottomano (vorhanden). Il vero è che ciò che non è via, ossia è presente: ma ciò che è presente è per il greco l’ente. (M. Heidegger, L’essenza della verità sul mito della caverna e sul Teeto di Platone, pp.151-158)
Lo svelamento dell’Essere non è mai totale e non è mai diretto. Che non sia totale significa che l’essere si nasconde nello stesso tempo che si rivela, e cioè che, mentre illumina l’ente, allo stesso tempo lo svia e lo fa errare. Gli erramenti dell’ente costituiscono la storia, che è determinata da epoche, cioè da parziali svelamenti o parziali nascondimenti dell’essere. L’uomo, nella sua essenza storico-ontologica, è quell’essente il cui essere, in quanto ek-sistenza, consiste nell’abitare nella vicinanza dell’Essere.
Se quindi Heidegger afferma che «L’Essere è ciò che ci è più vicino. E tuttavia la vicinanza resta per l’uomo lontanissima.», l’uomo è il vicino dell’Essere. L’uomo è il pastore dell’Essere. Questa è la risposta alla domanda sull’Essere.
Bibliografia essenziale
MARTIN HEIDEGGER, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1971.
Che cos’è metafisica? Tullio Pironti Editore, Napoli 1998.
L’essenza della verità sul mito della caverna e sul Teeto di Platone, Adelphi, Milano 1997.
Che cos’è la filosofia, Il nuovo Melangono, Genova 2005.
RUDIGER SAFRANSKI, Heidegger e il suo tempo, TEA edizioni, Milano 2001.
Proponiamo un estratto de La misura della follia, un dialogo tra più autori, avvenuto a Roma presso la Libreria Le Storie. Da una intuizione dello scrittore Emiliano Ventura di voler porre a confronto testi diversi ma correlati, la poetessa Isabella Vincentini, lo scrittore Marco Steiner e lo psicanalista Antonio Dragonetto si sono interrogati su cosa significhi oggi parlare di follia, di salute e di poesia.
E.V «Questa sera vorrei proporre un confronto tra due testi: un’opera narrativa, il romanzo La nave dei folli di Marco Steiner e un’opera di saggistica, La misura del farmaco, della poetessa Isabella Vincentini.
Il motivo che mi ha spinto a fare questo raffronto è che le due opere presentano una rara curiosità, ovvero appaiono come il recto e il verso di un’unica tematica. Come se ci fosse la versione letteraria e la versione saggistica di un unico argomento: la salute.
Questa evenienza non è nuova nella letteratura, potrei fare una decina di nomi, però di solito è frutto del lavoro di un solo autore, come nel caso più famoso di Edgar Allan Poe. Quest’ultimo scrive la famigerata poesia The Raven, di cui però poi ne fa una versione saggistica; scrive infatti la Filosofia della composizione, in cui spiega le motivazione e le caratteristiche di quella poesia.
Ma qui non ci troviamo di fronte a uno stesso autore che scrive un testo poetico e poi fa un saggio sullo stesso, abbiamo infatti due autori diversi, con caratteristiche e percorsi differenti, che hanno fatto, senza alcun concerto tra di loro, due opere che sono una la parte letteraria, una la parte saggistica dello stesso argomento salute. Esso in realtà possiede uno spettro semantico molto ampio, che permette perciò che sia declinato in maniera diversa dai due autori. Per il romanzo di Marco la salute è declinata in forma di narrazione del sé, in termini foucaltiani, è una ermeneutica del pensiero. La nave dei folli è un romanzo incentrato su alcuni personaggi che si trovano nel manicomio di San Servolo e che iniziano un viaggio che è al tempo stesso narrazione. Una narrazione di sé che ha uno scopo salutare.
Il saggio di Isabella invece declina il tema della salute in modo diverso, sotto forma di misura, concetto ambivalente tipicamente greco.
Io utilizzo la categoria del farmaco per interpretare entrambi i testi.
Quello letterario di Marco, in cui il farmaco è la scrittura. Viene richiamata la tradizione platonica del Fedro, dove la scrittura si presenta come un farmaco, un rimedio contro l’oblio e la dimenticanza. E proprio la scrittura, rimedio finalizzato alla salute del protagonista di Steiner, mantiene tutta la sua ambivalenza. Al contrario dell’oralità, una volta interrogata essa non risponde.
Anche nel saggio di Isabella la categoria interpretativa è quella del farmaco, sempre di tradizione greca, che agisce sull’individuo senza l’intervento della chirurgia, senza la mano esterna. Basandosi sul principio greco che l’organismo ha in se stesso le capacità di poter riportare il patologico al fisiologico, torna centrale il concetto di misura. Ristabilendo determinate condizioni fisiche, si può tornare a uno stato di salute.»
Entrambi i testi, elaborati in maniera indipendente uno dall’altro, sono interpretabili attraverso la categoria del farmaco che ci mostrerà come la salute mentale e più in generale lo stato psichico, facciano parte della tradizione filosofica della cura del sé, dell’anima, della dietetica. Tutto verrà a suo tempo chiarito passando, secondo il percorso pensato da Emiliano Ventura, dal romanzo, al saggio e alla psicanalisi.
M.S «Come scrittore e come autore dell’opera La nave dei folli, nata in maniera spontanea e naturale nella mia testa, sono costretto a dire qualcosa, anche se questa sera avrei preferito ascoltare, seguire in silenzio il viaggio letterario che due menti come quelle della Vincentini e di Dragonetto possono fare e che non è comune. Io ho viaggiato tantissimo nella mia vita e ciò che meglio lo sintetizza è il regalo che il viaggio stesso porta con sé: gli incontri. Uno di questi è stato con Gianni Berengo Gardin, un grandissimo fotografo.
Ci siamo incontrati a Venezia, per via di un lavoro che stava facendo, seguendo la bellezza della città, le presentazioni piene di luce al Caffè Florian e una storia magica di Hugo Pratt. Al ritorno, in treno, ci siamo parlati e lui mi ha espresso il desiderio di lavorare ancora insieme a me e a Marco D’Anna, l’altro fotografo che ha viaggiato sempre con me. Io gli ho risposto: “Gianni, a me però piacerebbe avere un altro tipo di sguardo. Ho scritto di viaggi, di Corto Maltese, del gentiluomo di fortuna, di bellezza, ma ora sono interessato alla parte oscura della vita, di me stesso e degli incontri.” Allora mi disse di aver fatto un lavoro sui manicomi, con una semplicità tale, come se stesse parlando di uno dei tanti suoi lavori. “Sarebbe interessante andare a vedere cosa è successo nei manicomi di San Servolo e San Clemente”, rispettivamente manicomi maschili e femminili.
Oggi nell’isola dove sorgeva San Clemente c’è, in chiara evoluzione dei nostri tempi, un hotel a cinque stelle, invece nell’isola di San Servolo c’è un polo ricettivo per studenti ma soprattutto c’è il museo della follia.
Sono andato all’interno di questo manicomio guidato da Antonio Dragonetto, che aveva preparato l’arrivo di un fotografo, e mi sono ritrovato di fronte alle schede di ammissione, di entrata, uscita di questi “pazzi”. Questo manicomio è uno dei più antichi, nato nel 1727 e chiuso il 13 agosto 1978. I registri andavano da quelli più vecchi, scritti con calligrafie meravigliose, ai registri più sintetici in cui c’erano diagnosi battute a macchina. Io di formazione sono medico e quindi ho capito la pochezza delle parole che riguardavano le diagnosi e i decorsi di questi disgraziati. Non so se mi è successa una specie di divinazione, ma inserito in quel contesto e circondato da quelle schede, ho scritto un primo libro, Isole di ordinaria follia, dove ho immaginato la voce di queste persone che avevano una diagnosi di entrata, una diagnosi di uscita o più che altro un certificato di morte alla loro uscita. Ricordo di una donna la cui diagnosi d’entrata era ‘ipomoralità costituzionale’. Questa ragazza, che aveva tentato il suicidio, era secondo i medici una puttana e in quanto tale malata, da dover essere curata. Questa ragazzina è uscita solo quando hanno chiuso i manicomi.»
A.D «In realtà una volta uscita è andata in una residenza protetta, perché a furia di elettroshock non era neanche più autosufficiente.»
M.S «Quel libro scritto, Isole di ordinaria follia, continuava a macerami dentro e in periodo di pandemia mi è venuto l’istinto del narratore che ha viaggiato con Corto Maltese. Mi sono domandato: “ma qualcuno non poteva riuscire a fuggire da quel manicomio?” Così mi sono inventato questa storia fantastica. Emiliano parlava di Poe e mi rende felice perché c’è una componente gotica in questa storia di fantasia, in cui un gruppo di malati assiste all’arrivo, in una notte con due lune, di un misterioso veliero. Sull’isola c’è anche un marinaio, altrimenti non sarebbe stata fattibile una ipotetica fuga di questi ricoverati in un manicomio protetto semplicemente dalle mura e dal mare. In teoria quindi sarebbero potuti andar via. E ho provato a pensare a questa fuga. Una fuga dalla normalità di giudizio, di comportamento, di diagnosi, di vita, di piattume, nel quale da sempre siamo inseriti. Questo libro è resistenza, rivoluzione, ricerca di rottura degli schemi e soprattutto di giudizio nei confronti dell’altro.»
Dopo aver indagato cosa sia il farmaco della scrittura nel libro di Marco Steiner, Emiliano Ventura domanda a Isabella Vincentini cosa significhi invece per lei il farmaco della misura.
I.V «In realtà la misura è sempre stata la cosa più lontana da me. Tutte le cose su cui scrivevo, che mi appassionavano, e credevo mi fossero più vicine erano proprio l’opposto: si trattava di dismisura.
La misura del farmaco è una raccolta di saggi di oltre vent’anni. Ho conosciuto Emiliano in Università, perché entrambi frequentavamo il filosofo Mario Pernola e durante i convegni che abbiamo fatto insieme, ci scambiavamo saggi. L’idea di questo libro infatti è sua, io ho composto dei pezzettini e poi è arrivato lui a comporli, a dar loro forma. Vi leggo dei titoli: Dopo lo smembramento di Orfeo, che tratta del discorso sull’orfismo in poesia, Passione e poesia, I sogni della porta d’avorio, Quella specie di bacio che si riserva alle dee, tutto costruito sulla letteratura americana, sul mito, su Cristina Campo, su Odysseas Elytīs e molto c’è del mondo greco che ritorna in tutti questi saggi.
La cosa che mi ha sorpresa è che quando ho riletto i saggi, in vista di questa presentazione, ho ritrovato delle linee che si incontrano secondo l’argomento che stavo trattando. Ma l’unico di cui io non mi ero accorta era questo della salute e soprattutto della misura. Risfogliando il testo mi sono soffermata a sottolineare tutte le volte che nominavo senza saperlo l’argomento, dal concetto di salute partendo da Gadamer, mi riferisco a Dove si nasconde la salute, al concetto della grande salute in Nietzsche.»
E.V «In realtà Isabella sei proprio partita da Nietzsche.»
I.V «È vero Emiliano, perché feci la tesi su Nietzsche, per cui il mondo della follia apparteneva già a tutta una mia serie di letture e di studi. Ma non mi ero accorta che la direzione di questi saggi, in realtà di volta in volta specifici, si allargava e tornava sempre a questo concetto di farmaco, più che misura, nel senso greco. Perché nel senso greco il farmaco è diverso, è sempre antidoto e veleno, ma ciò che lo rende diverso è la natura, la physis. Per cui non è come per Orazio est modus in rebus, non c’è antinomia tra veleno e rimedio perché è la quantità ciò che produce la differenza.
Poi c’è tutto un discorso secondo cui non è solo il dato quantitativo, legato alla superficie, alla scienza, alla concretezza della tecnica, come è il nostro concetto di misura. Nella physis greca, c’è più il concetto di limite che di misura. Per cui i termini antitetici di veleno e antidoto si sfiorano, si toccano ma prendono delle accezioni completamente diverse. Il farmaco va letto nel senso greco, non come prodotto della scienza. Perché può essere tossico se non viene rapportato al concetto di limite e di quello che è il caso personale.
Riportando tutto al nostro tema della follia, nel libro affascinante di Marco c’è sempre questo discorso sul desiderio, sull’immaginazione, sul viaggio che non chiude l’orizzonte ma che porta verso un oltrepassamento delle situazioni. E qui torna l’ambivalenza del farmaco che se ricondotto al concetto greco di hybris, di arroganza, nel momento in cui oltrepassa il limite, la misura, potrebbe essere dannoso. Mentre però nella scienza questo è un dato esatto, due misure dello stesso campo, il pensiero decostruzionista di Deridda, e quello ermeneutico di Gadamer azzerano il discorso scientifico della tecnica e della misura, e prospettano una compenetrazione di misura e dismisura, perché a seconda della dose si può alternare sia il beneficio che il veleno. Tutto dipende da un concetto di limite rapportato sempre alla natura, alla physis, all’esistenza, alla vita. Quando i greci parlano di moderazione, di sophrosyne, si riferiscono a qualcosa di profondamente diverso dalla tecnica.
Ne La nave dei folli, ho trovato interessante che Dragonetto parli della statua presente sull’isola di san Servolo, Niobe. Essa, punita per la sua superbia e tracotanza, rappresenta il dolore, il pianto, ma anche il rapporto che c’è tra punizione e misura.
Ma tutto il testo di Marco, con la sua scrittura a volta spezzettata e in versi che gli dona poeticità, propone un viaggio di immaginazione, visionario, che non è una fuga ma
untransito verso l’interezza (p. 136) un andare oltre la morte, verso l’altrove, i non luoghi, una seconda terra, un punto di fuga antiterra, oltre i confini, territori della fantasia, … siamo entrati nelle terre e nelle acque senza confine, noi riuscivamo a vedere ogni cosa dall’altro punto di vista.
Bellissimi anche i due personaggi femminili: Lilith, pura gioia, libera, esuberante, ed Elisa che invece era la donna che non riusciva ad amare.
Forse siamo riusciti a trovare una sintonia con Marco, anche perché io avevo scritto un primo libricino intitolato Diario di Bordo, poi un altro di saggi Varianti da un naufragio. Ho una passione smodata per il mare, forse perché sono nata a Rieti in mezzo alle montagne. Ci hanno unito i temi e un bagaglio che non conoscevamo. Ho scritto due libri sulla psicanalisi Lettere a un guaritore non ferito e Il codice dell’alleanza.
Condividiamo un retroterra di mare, psicanalisi, viaggio che ci ha spinto oggi a questo confronto.»
E.V «Queste due opere, sia il romanzo che il saggio, attraversano la tradizione culturale e poetica italiana e europea. Penso alla riduzione del Purgatorio di Dante che fece Mario Luzzi, che considerava come un sanatorio al polo nord per poeti e poeti amici. Come la poesia La notte lava la mente, in cui si tenta di alleggerirsi di tutte le problematiche. In qualche modo quindi il farmaco della scrittura è un topos letterario che ci appartiene culturalmente.»
A.D «Questa sera vorrei leggere qualcosa dei tre scrittori presenti, scrittori di prosa ma tutti, in maniera diversa, poeti. Anche se Marco fatica a definirsi poeta, poi lo è, come Berengo Gardin che non vuole essere chiamato artista e poi però ci propone un punto di vista solo suo.
Le parole del titolo di questo incontro serale, Misura della follia, racchiudono circa 3000 anni di storia su cosa sia la follia, la malattia, la sanità, la salute. E sembra che 3000 anni siano passati inutilmente perché noi di fatto siamo qui a discutere cose che a suo tempo erano già state dette da Ippocrate. Non è cambiato nulla.
L’altro passaggio è il tema della misura, la dannazione degli ultimi 150 anni del pensiero scientifico e psicologico occidentale. Ed è l’ossessione della misura l’origine del riduzionismo, della incapacità di comprendere… si misura ma non si capisce più nulla. Oggi poi il mito della misura sta esplodendo nei sistemi di intelligenza artificiale, che non sono null’altro che dei giganteschi pallottolieri velocissimi, che misurano tutto, fanno connessioni incredibili alla velocità della luce ma non capiscono, misurano. La follia esiste e nemmeno Basaglia ha mai detto il contrario, nonostante ciò che sostengono certi psudo basagliani che non hanno letto o capito il suo pensiero. Basaglia condannava i metodi punitivi e di reclusione, ma era un fenomenologo raffinatissimo. La follia esiste e ha varie forme, a volte storicizzate, pensiamo all’esempio di prima, l’ipomoralità costituzionale è la povera ragazza che si era ribellata al suo sistema.
La follia esiste, forse e dico forse, può essere misurata ma non con i sistemi tecnici, non con test e controtest o peggio ancora con i vari DSM o ICD, armi improprie in mano agli psichiatri e agli psicologi, che pretenderebbero di classificare la salute e la malattia semplicemente su una sommatoria di sintomi. Per cui se hai sintomi 1/3/ 5 e da più di 6 mesi, sei in questa casistica. Ecco questo approccio con la sofferenza mentale, la malattia, la follia è la modalità delirante della tecnica perché permette di misurare ma di non comprendere.
I tre scrittori presenti questa sera, ognuno a modo loro, ci hanno proposto un farmaco, non venefico, che è la poesia.
Mi ricordo che negli anni’80 sull’Espresso comparve un articolo di un tizio che aveva creato un sistema per cui si potevano comporre in automatico delle poesie selezionando stili, riferimenti.
Ecco no. La poesia è un’altra cosa, deriva dal verbo Poiéin , in greco fare, ma un fare creativo, non è la politica del fare degli artigiani seriali. Poiéin, significa creare e creare da ciò che non è, perché non esiste, creare qualcosa che è una nuova realtà, una nuova immagine, una nuova sonorità, un nuovo senso. La poesia è la cura e il farmaco che permette di uscire da quella che è la vera essenza della malattia mentale: l’annullamento. Fare di ciò che è ciò che non è.
L’annullamento fa ammalare le persone, nei rapporti la violenza psicologica è quella di non vedere l’altro o vederlo per come non è. La poesia, l’immaginazione, come atto creativo, ci permette di fare un percorso inverso, cioè trasformare ciò che non esiste in qualcosa che è.
C’è qualcuno che conosco che ha scoperto la bellezza di smettere di fare rumore, di ascoltare la musica e in ciò ha compreso di poter scrivere poesie. Chi ci ospita (Stefania Stefanini) mi ha fatto leggere una sua poesia da E ti immagino ancora lì, in cui si parla del “dar voce al silenzio”. Il silenzio è ciò che non è, dare voce al silenzio è l’atto creativo di scrivere. È vero, la cura e il farmaco della follia è la poesia, in senso lato, è questa opera di trasformazione che prende ciò che non è e lo trasforma in qualcosa che finalmente è, lo trasforma in qualcosa di bello.
Conosco un’altra persona che prende dei legnacci vecchi e fa delle sculture che raccontano storie. Non sono solo sculture, raccontano storie.
Faccio lo stesso nel mio lavoro di psicoterapeuta, da qualcosa di grezzo che è il dolore, le contraddizioni, i vuoti dell’esistenza che le persone mi raccontano, io cerco leopardianamente di guardare oltre, di immaginare e di vedere l’invisibile. Arriva una persona, magari lacerata, magari sofferente che dichiara di stare male e cerco da subito di vedere oltre e di immaginare quello che potrebbe essere, il mio lavoro è tutto sull’invisibile, su ciò che non c’è.»
E.V «Ma Antonio, chi è il guaritore ferito? Presente in entrambi i testi di cui parliamo questa sera.»
A.D «La risposta la prendo da un altro libro della Vincentini (Lettere a un guaritore non ferito)
Per questo andai ad est dell’Oronte, non per guarigioni miracolose o profezie ma per chiedere consiglio a Simeone e agli Stiliti, sulla conoscenza dei segreti del cuore. E tu che più di ogni altro sei a conoscenza di tutti i miei segreti, tu lo capisci il cuore?”
L’altra cosa riguarda Steiner. Gli psicoanalisti non amano parlare di terapia e di cura ma parlano di analisi, non parlano di pazienti ma di analizzandi. Lo psicoterapeuta, che è più un uomo di campagna, magari di formazione psichiatrica come nel mio caso, parte dal presupposto che c’è una malattia, ma c’è anche una cura. Proprio qui risiede la novità del libro di Marco, la guarigione.
Ne La Nave dei Folli, che tra l’altro è un libro che si legge a più livelli, c’è poesia, ma c’è soprattutto la storia di una guarigione, di chi si trova ad affrontare la vita. E come è la vita? Non è facile, non è morfinica, non è il benessere becero. La vita è difficile, è affrontare i transiti, le giravolte, i giri di boa, è superare vecchie storie del passato. Ecco, nel libro di Marco c’è questo, è un libro sulla speranza, che è una certezza, come pure il dolore. Si fanno viaggi infiniti pieni di sofferenza, poi si vede la luce e si sta bene. Ma per arrivare a questo non serve una vita sotto morfina, non è neanche ciò che compare, ahimè, nella Costituzione americana, non è la felicità, ma la capacità di realizzare profondamente se stessi.»
I.V «Uscire dalla situazione e vedere un futuro, vedere la possibilità che ci sia qualcosa. Nel libro di Marco non c’è infatti solo l’uscita dalla segregazione, ma è un credere nei propri desideri, nella possibilità di vita.»
A.D «Emiliano ha parlato di salute, non ci eravamo messi d’accordo prima ma avevo segnato una suo componimento che parla proprio di questo, si intitola Salus
Malattia e cura, una sola presenza/fosti malattia perché hai istillato veleno nello status quo ante, e fosti cura provocando hic et nunc la salvezza./Non saranno altre vie sofferte, che sia pace, sia onesta, che sia adesso/ non resta che l’ultimo saluto, da questa ritrovata salute.
C’è un contrasto tra la visione platonica, dimensionale, in cui esiste la salute ed esiste la malattia e la visione categoriale aristotelica in cui c’è un continuum. Una cosa è certa, ciò che noi chiamiamo la follia creativa è la salute, perché un grande psichiatra mi ha detto: “Se ci fai caso i matti si assomigliano tutti, per questo poi fanno le categorizzazioni con il DSM e ICD, le persone che stanno bene, sono tutte diverse.”»
M.S «Vorrei leggere un breve passaggio tratto da La nave dei folli, di un dialogo tra il comandante della nave Indio e una donna, Elisa, una professoressa di lettere che non è mai riuscita ad amare, ma che in questo viaggio capisce il perché. È notturna la scena in cui parlano. Lei scrive molto spesso e lui la interroga su questo fatto.
[…] Ma scrivendo riesci a recuperare il tuo passato Elisa?
Mi guardò come non aveva mai fatto.
Mi aiutano le nuvole, quello che ho appena letto nell’aria e che riporto s questo quaderno è il passato; ma adesso aspetto il futuro, cerco la continuazione del viaggio, per questo sono a bordo con te e per questo ti sono e ti sarò per sempre grata.
E chi ti parlerà del futuro?
Le nuvole e il vento. Loro sanno ogni cosa, le nuvole volano alte, sono lontane ma osservano tutto; sono libere, per questo possono vedere anche quello che succede dall’altra parte, ma serve la musica di Petar per cogliere quella visione.
Elisa mi si accostò, la sentivo vicina, mi lascia andare.
Le nuvole sono libere nel vento, ma sento che questo immenso mare vorrebbe trascinarmi sul fondo, scivolo, cerco di allontanarmi dal dolore ma a volte mi assale il desiderio di lasciarmi andare Elisa. Io vago tra abissi e distanze.
Fai come me Indio, alza lo sguardo, non fissare il passato.
Raccontami il futuro che leggi fra le nuvole Elisa, ti prego, non smettere, continua a raccontare, porta anche me lassù con la tua poesia.
Mi sfiorò la spalla con la mano e provai un brivido di sollievo.
Ti parlerò del Dio vagante, Indio, lui ci aiuterà.
Ti ascolto.
Un tempo fui fanciullo e fanciulla
E il demone che incrocia i destini
l’animo mi mutò in terra
E non pose nel cielo o la luna,
sede all’ampiezza dei sogni
Ma li condannò alla fuga.[…]
Queste parole mi colpiscono nel profondo Elisa. Non so perché, arrivano dalle tue labbra, dai ricordi del mio passato, dal vento che mi ha trascinato in giro per il mondo, da sogni troppo fragili, ma diventano immagini reali, proprio ora. Tutto si concentra in questo unico istante senza tempo. Le scriverò sul mio diario di bordo.
Grazie Elisa, tu sei capace di leggere tra le nuvole.
Ma cosa sono queste parole?
Sono le parole nuove Indio, sono versi che qualcuno scriverà e che io leggerò un giorno, sono le parole non dette, quelle ancora non pensate, sono la musica del vento e le nuvole me raccontano., vengono dall’altra parte del cielo, là dove tutto ha un’altra forma.
Ma come fai a leggere quello che è scritto dall’altra parte Elisa?
Te l’ho detto, serve l’ascolto profondo e la musica di Peter che apre queste soglie.
Anche tu ti senti fanciullo e fanciulla Elisa?
Certo, Indio, come tutti, noi non siamo mai soli, siamo molti, soprattutto quando perdiamo una parte di noi e quando perdiamo qualcuno che ci è molto caro.»
A.D «Questa è una specie di dedica che io faccio ai miei pazienti, perché sono le parole che ha scritto una di loro che ha ritrovato in qualche modo la voce.
Uno dei miei miti, lo psicanalista Emilio Servadio, scrisse il suo primo libro di poesia a ventinove anni poi non ha più scritto nulla, fino a che ha ricominciato, in nome di una donna, dagli 80 ai 94 anni fino a un mese prima di morire.
Sono nata già in gabbia, come certi pulcini di allevamento industriale. /Che stupore quella mattina di agosto, scorgerne a centinaia, liberi, nel soppalco del granaio. /Appena il tempo di cantare un pianto ed ecco che già serrarono i catenacci. Che non forzasse a uscire più./ Io li ascoltavo pigolare e mi pareva il canto della creazione./Per sicurezza ricevetti come ciuccio una mordacchia, così imparai presto a stare zitta./Mi sedetti tra loro e cantai e si confuse il pigolio in cielo come in terra./
Scambiai quella morte designata per una vita nascosta,lo feci alla spicciola, come si scambia una figurina a scuolae mi abituai presto a gioir piano, muovendomi appena per non disturbare./ Era il tramonto quando vidi la luce,e prontamente una nenia ripeté al mio tenero uditoche quello era tutto il sole a mia disposizione./Dunque mi tenessi pure ogni altra fame, non mi informarono che c’era l’alba.
Ma sono cresciuta, adulta, addirittura antica ora,tanto mi ci è voluto a scardinare morsi e gabbie,non pigolo più, cantoe cammino sicura fuori le mura e dentro./Mi nutro da me, becchettando briciole di gioia dal tramonto all’alba./Lo faccio ogni giorno, passando per la notte amante avvolgente./Lascio l’acqua al suo corso,chiamo vita la vita ed è quanto basta./Lo faccio nel mio nome e in quello di tutti quei pulcini.
Allora cosa è la salute, cosa è la creatività? È dire parole che prima non c’erano.»
I.V «Per concludere volevo riportare delle citazioni di alcuni poeti.
La follia è un’isola perduta nell’oceano della ragione. (Joaquim Maria Machado, balbuziente e da bambino anche epilettico)
Dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio, non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita. (Alda Merini)
Cosa farò, smisurata nell’impero delle misure? (Marina Cvetaeva)
La follia è la sorella sfortunata della poesia. (Eugenio Borgna)»
Fiori Vivi ringrazia:
Isabella Vincentini, Marco Steiner, Antonio Dragonetto, Emiliano Ventura per questo loro scambio letterario pieno di poesia e speranza.
Le Storie libreria, casa editrice, per averci accolto.
Andrea Ottaviani per il video e la registrazione dell’evento.
La relazione tra Natura e contesto urbano ha subito nel tempo innumerevoli cambiamenti, e ciò che prima si presentava come una semplice contrapposizione dialogante, si è trasformata in una lotta. L’urbanizzazione continua e il suo impatto sulla natura influenzano l’ambiente e le persone che lo abitano.
Nel tempo
All’inizio infatti lo spazio della natura nella città storica era circoscritto e non investiva il tessuto urbano. Nell’antica Roma per esempio i boschi, le passeggiate, i giardini e gli horti erano subordinati a edifici pubblici. Solo successivamente tali zone verdi cominciano ad assumere un ruolo autonomo. Durante le grandi trasformazioni del settecento e dell’ottocento, con la rivoluzione industriale e la crescita demografica esponenziale, muta l’assetto della città, si cancella la separazione tra dentro e fuori le mura storiche e si rende necessaria una pianificazione. Solo in tale contesto infatti la natura diviene elemento di organizzazione urbana e il verde, oltre alla sua funzione estetica, comincia ad assumere finalità differenti: tecnico-funzionali e sociali.
Oggi si assiste a un ulteriore passaggio critico, in cui la natura, dopo anni di suo utilizzo forzato come fosse un oggetto d’arredo, si ribella alla città e si re-impone con le proprie dinamiche e i propri sconfinamenti. La necessità infatti è quella di ricreare un nuovo mondo urbano in cui far convergere aspetti contraddittori. Da un lato infatti la natura è oggi parte fondamentale della pianificazione edilizia, in cui parchi, giardini, zone verdi vengono costruite ad hoc per la città che si espande verso le periferie nel tentativo di inglobarle e colonizzarle; sparisce la natura naturans e se ne sostituisce una differente. Dall’altro la natura sconfina, riappropriandosi del proprio spazio, delle proprie dinamiche, non ordinabili secondo i dettami della costruzione cittadina.
Una riflessione collettiva
Per riflettere su queste tematiche ci siamo affidati all’arte, alla fotografia nello specifico, indicendo il primo concorso fotografico in collaborazione con la libreria-casa editrice Le Storie, da sempre sensibile a tematiche socio-culturali. La fotografia infatti gioca un ruolo attivo nei processi di trasformazione del terreno urbano, rivelando verità nascoste e ritrovando un ordine all’interno del caos. La narrazione fotografica diviene testimonianza attiva di un rapporto mutato tra natura e città, nonché metafora del ruolo attuale dell’uomo nel contesto vivente. Gli artisti che hanno partecipato al concorso hanno saputo raccontare, attraverso uno sguardo personalissimo, la mutata relazione tra artificio, natura e socialità, concorrendo tali elementi tutti a creare il tessuto comune del nostro vivere e invocare una nuova consapevolezza circa gli spazi che abitiamo.
Il concorso Le Storie-Fiorivivi
I nove finalisti del concorso Le Storie-Fiorivivi, attraverso i loro scatti, hanno dato vita a una mostra collettiva in cui, con sfumature differenti, ci hanno svelato un rapporto difficile, contraddittorio e solo a volte compenetrabile tra natura e città. Il loro sguardo, scomponendosi in sfumature di senso differenti, ci obbliga a riflettere sul processo di interazione tra città, uomo e conservazione della natura, catturandone l’aspetto problematico ma soprattutto illuminando la poesia che il mondo rifrange.
Mostra fotografica: Natura in città
Gli artisti: EDOARDO AMATI, SPARTACO COLETTA, LUIGIA DE CRESCENZO, MILENA DE MATTEIS, BRUNO DI BENEDETTO, GABRIELE GALLETTI, FEDERICO MANCIOCCHI, BARBARA RUBINO, GIADA ZACCARDI
Ognuno degli artisti ha colto un aspetto del problema, ha focalizzato l’attenzione di tutti su un particolare, con creatività e talento. È stato davvero difficile il ruolo della giuria nel decretare i vincitori, perché tutti i lavori presenti alla mostra avevano una loro precisa identità artistica.
«Questa sera vogliamo omaggiare i fotografi. É stato difficile perché ogni foto dei finalisti regalava emozioni. Un piacere per gli occhi. È solo una classifica, nulla di più.» Francesca Consoli, presidentessa della giuria.
PRIMO CLASSIFICATO: Bruno Di Benedetto
“Colombi” Trastevere 1973
Un volo, un attimo, poi tutto cambia. Non sempre gradita, la presenza dei colombi nel centro storico di una grande città può avere, a volte, valenze estetiche e poetiche.
Motivazione: «Questa foto ha stimolato in noi giurati speranza. Con i suoi colombi Bruno Di Benedetto ci ha regalato un sogno, la speranza che anche in una città piena di cemento, ci sia ancora spazio per il volo di colombe, simbolo in questo scatto di apertura, di fantasia, dell’essenza della natura.» Francesca Consoli
SECONDO CLASSIFICATO: Barbara Rubino
Natura umana e frutta in città
Mercato di Al Salt (Giordania). Esiste una naturale necessità dell’uomo urbano, che vive tra asfalto e cemento, di avvicinare a sé i frutti della natura, per circondarsene, appagare i propri sensi, nutrirsene.
Motivazione: «Il lavoro di Barbara Rubino rispecchia molto la tematica del contest. Ci è piaciuta la simmetria, questo clima pacato e di tranquillità che trasmette la foto, non perdendo di vista la tematica della natura. Una foto piena di colori in cui la “natura” viene sradicata, le mele trasportate dal Südtirol alla Giordania, ma sapientemente organizzate dall’uomo, utilizzate per nutrirsene. La foto rileva un connubio e un equilibrio interessante.» Davide Terrana
TERZO CLASSIFICATO: Spartaco Coletta
Falsa relazione tra uomo e natura
Trastevere, Roma. La grande forza della natura consente alla pianta di crescere ricevendo un’acqua “virtuale”. Verità e artificio ridescrivono il rapporto tra natura e città.
Motivazione: «Abbiamo cercato di attenerci al tema, cercando di capire quale fossero le foto più aderenti al tema e quindi la selezione finale è stata frutto di un insieme di estetica e contenuto. Abbiamo scelto Spartaco Coletta, perché il suo scatto, evidenziando il connubio tra artificio e natura, espresso dalla pianta e dal murales, appare il più aderente al tema.» Flavia Sorato
Menzione speciale Roma: Gabriele Galletti
La natura in città: il presente
La natura in primo piano sembra voler ri-occupare la scena che le è sempre spettata, e che in passato è stata adombrata da ciò che oggi è archeologia urbana: il gazometro.
Motivazione: «A Gabriele Galletti va il premio speciale Roma, per aver saputo fondere con grande sensibilità la natura, il Tevere, e l’archeologia moderna, il Gazometro.» Sandro Diotallevi
Gli altri scatti della mostra
Edoardo Amati
City, water and fire
Reykjavik, ore 23.45. Nel momento che precede il tramonto estivo islandese, un fenomeno naturale inonda di fuoco e riflessi il tranquillo lago cittadino. La natura si illumina a dispetto della città.
Luigia De Crescenzo
Una “stanza” tutta per sé
Una lettrice nel Jardin Botânico de Lisboa, una dimensione quasi sospesa tra piante e vegetazione provenienti da quattro angoli del mondo, riparo dai rumori e dalle interferenze della vita cittadina
Milena De Matteis
Natura costretta
La foto fa parte di un unico lavoro fotografico volto a evidenziare il fragile equilibrio tra natura e paesaggio urbano. Una convivenza sempre più difficile in una città come Roma, dove la vegetazione è sempre confinata in spazi urbani sempre più angusti.
Federico Manciocchi
Eclissi animale
Il controllo della città sulla natura rappresenta un grave ostacolo, ma le superfici urbane non mutano le abitudini dei cacciatori notturni. Al di sotto di un raggio lunare, dettagli di entrambi i mondi.
Giada Zaccardi
Umana_mente
Un albero artificiale nel quartiere industriale Ostiense, a Roma, mostra come la natura in città non incontri più limiti. La riproduzione umana della natura si fonde e confonde col contesto urbano.
Fiori vivi ringrazia:
Le Storie libreria-casa editrice, per la collaborazione e per aver messo a disposizione lo Spazio espositivo. In particolare Stefania Stefanini e Alessandro Zangrilli.
I tantissimi artisti, professionisti e non, che hanno aderito all’iniziativa inviandoci i loro preziosi lavori, i nove finalisti, la giuria, i vincitori e tutti coloro che hanno visitato la mostra.
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